la doppia vita di veronica – Un non-anniversario di Kieslowski

20 Ottobre 2008 3 commenti


La doppia vita di Veronica

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visioni – LA DOPPIA VITA DI VERONICA [34]

7 Ottobre 2008 1 commento

Ho visto il film dopo gli episodi del decalogo e la trilogia sui colori del regista polacco. Non mi soffermo sulla trama che, come spesso accade nel cinema, pur partendo da una razionale necessità, a volte è solo un pretesto per comunicare altro. Il cinema di Kieslowski, e questo film in particolare, sono intrisi di bellezza e sensibilità, di sentimento e tenerezza. Quando si dice "bello" qui si intende lo splendore del "sentire", di quei moti dell’anima che difficilmente possono essere raccontati e descritti. Kieslowski nel film, riesce a tradurre in immagini e musica questa particolare "impossibilità" che le parole accusano quando si deve spiegare la straordinaria bellezza della sintonia di una vita vissuta tra cuore e passione.

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I luoghi dei film

4 Ottobre 2008 Nessun commento

A volte, il percorso che ci porta al luogo della visione non è solo guidato dalla scelta del film. E’ un pò come andare a far visita ad un vecchio amico. Si assapora da prima l’atmosfera che ci circonderà, l’odore della sala, le facce delle persone e quel senso rassicurante di trovarsi nel posto giusto a fare la cosa che ci piace di più: vedere il film proprio lì.

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Al “Lanuvio day” una riflessione sull’Italia del boom

3 Ottobre 2008 Nessun commento


La "macchina primitiva"

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3° lanuvio day – italia bum bum

28 Settembre 2008 1 commento

Ormai le "giornate di Lanuvio" sono diventate una sorta di "piccolo laboratorio". Sulla scia del "Fregene day", la scelta è quella di seguire una tematica specifica, scegliendo film e documentazioni video che ne testimoniano i contenuti.

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FREGENE DAY – UNA BELLISSIMA OSSESSIONE

8 Settembre 2008 2 commenti

All’ombra della tettoia, con le stuoie parzialmente arrotolate ed il ventilatore coloniale che ruotava lentamente, mi sentivo quasi in un film di Stewart Granger. Poi la tecnica -che oggi permette di gustare un film quasi dovunque- mi ha immerso in altre estati, in un altri abbigliamenti. 

Ho abbandonato la sahariana bianca di Stewart Granger per il lino bianco di Dirk Bogarde. Piccola distanza, si direbbe: entrambi attori londinesi e quasi coetanei.
Ma grande differenza negli stili e nei contenuti. 

Soprattutto perché il film che abbiamo visto “alfresco” era Morte a Venezia, di Luchino Visconti. La tematica principale dell’opera non era certo lo spirito vacanziero, ed il film –a cominciare dal titolo- è sempre stato accompagnato da un senso plumbeo di disfacimento. Tematica che non manca di certo, e che aveva condizionato la mia visione all’epoca, nel lontano 1971.

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si può fare….e si può fare tutto

3 Luglio 2008 1 commento


Prendete una sera d’estate…

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BE KIND REWIND

1 Giugno 2008 Nessun commento


The enchantement of cinema (…è una piccola storia, non una critica cinematografica) …..

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VISIONI – NON CI RESTA CHE PIANGERE [33]

29 Maggio 2008 4 commenti

Uh Maronna..! Emmò? ..Ecch’erè l’ucronìa..!’

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VISIONI – GLI AMANTI DEL PONT-NEUF [32]

14 Maggio 2008 5 commenti

La disperazione e la vita che sfugge sono rappresentate all’inizio del film con personaggi che sembrano usciti da un quadro di Bosch.

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VISIONI – HOLLYWOOD PARTY [31]

2 Maggio 2008 Nessun commento


Le disavventure che si susseguono durante il party e che vedono protagonista Hrundi V. Bakshi (Peter Sellers) sono condotte  da Blake Edward con eleganza e raffinatezza. Ai giorni d’oggi, in un un film comico,  non ci si fa scrupolo di essere volgari e quasi sempre si rischia di cadere nel cattivo gusto.  E’ evidente quindi di come fare del cinema, soprattutto la commedia, sia più difficile di tanti altri generi che possono contare sull’azione, intrighi, effetti speciali. Probabilmente Edwards è il vero erede di Billy Wilder (Nessuno è perfetto, Irma la dolce, Arianna) e del suo mdo di creare un genere nel genere. Peter Sellers riesce a costruire con la sua mimica facciale, un personaggio allo stesso tempo vero e surreale. Ingenuo e per questo spiazzante nei confronti di tutti gli altri invitati alla festa, tutti "distratti" da secondi fini. Sembra, in parte, che il suo ruolo anticipi di qualche anno quello del maggiordomo di "Oltre il giardino" che sempre Sellers riuscirà ad interpretare in modo superbo.

 

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VISIONI – L’INFERNALE QUINLAN [30]

9 Aprile 2008 1 commento

Basterebbero soltanto i primi quattro minuti del film per toccare con gli occhi la capacità di fare cinema. In quei pochi minuti c’è tutto quello che il genio di Orson Welles riesce ad inventare con una visionarietà unica. Carrellate, piano-sequenza, suspence, musica, grandangolo, ritmo. Diceva Hitchcock: "..fate guardare al cinema una scena di due persone che parlano sedute ad un tavolo e la gente si annoierà. Fate capire loro che sotto quel tavolo c’è una bomba ad orologeria e il dialogo diventa suspence". Metti la stessa bomba nel portabagagli di un’auto. Falla partire con due persone sopra, bloccare nel traffico cittadino, giocare in una sinuosa rincorsa con due persone che si avvicinano e si allontanano dal pericolo più volte. Sta per scoppiare. Qualcuno morirà o forse no. Quattro minuti di storia del cinema! Ed è solo l’inizio.

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VISIONI – LULU’ IL VASO DI PANDORA [29]

28 Marzo 2008 1 commento

Ieri sera si sono spente le luci ed è partito il film. In sala, poco più di una quindicina di anime hanno iniziato ad ascoltare il proprio sguardo. All’improvviso è calato un cinematografico silenzio.

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2° LANUVIO DAY – La jetée, Twelwe Monkies, Ed Wood

17 Marzo 2008 Nessun commento


In occasione del secondo raduno a Lanuvio, si vuole qui riprendere il racconto già affontato tempo fa (Vedi precedente articolo)

Riporto di seguito il nuovo commento di Sandro.

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VISIONI – VERO COME LA FINZIONE [28]

7 Marzo 2008 3 commenti

Spesso, da bambino, immaginavo che tutto quello che facevo e pensavo fosse a conoscenza di tutti. I miei movimenti, i miei giochi, la mia famiglia, gli amici, erano tutti dentro un piano preciso che aveva già stabilito come dovevano andare a finire le cose. Anni dopo mi riconobbi molto nel personaggio impersonato da Jim Carrey in "The Truman show".

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Jean Vigo: il sogno, il segno, il genio

29 Febbraio 2008 Nessun commento

Ieri sera, io e Sandro, siamo andati alla serata organizzata dal cinema Trevi su Jean Vigo. Poco meno di 180 minuti di visioni. Già…perchè Vigo nella sua brevissima vita (è morto a soli 29 anni) ci ha lasciato poche cose. Ma è in queste poche cose che si scopre la genialità di un uomo capace di fare cinema in un modo unico ed ancora oggi così vibrante e folgorante.

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La vita secondo Woody Allen

25 Febbraio 2008 Nessun commento

Se Woody Allen (alias Mr. Kleinman) fosse un fumetto non avrei dubbi. Sarebbe l’omino di Osvaldo Cavandoli, forse leggermente meno irascibile, ma allo stesso modo sovrastato da Eventi Imperscrutabili, perennemente Fuori Posto, alla ricerca di un Piano che è stato predisposto per lui, ma che non gli è dato conoscere.

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VISIONI – Ombre e nebbia [27]

22 Febbraio 2008 Nessun commento


 

Dalle ombre e dalle nebbie del film si scorge chiaro e luminoso il genio di Woody Allen. "Shadows and fog" è un vero gioiello. Il film, in maniera sorprendente, pur richiamando decine di film che hanno fatto grande la storia del cinema, è allo stesso tempo originale e unico.

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Luis Bunuel, Nanni Moretti e la potatura delle olive

12 Febbraio 2008 9 commenti


Era uno dei film del programma 2008 che mi ero riproposto di vedere: "L’angelo sterminatore"  del mitico, provocatorio, surrealista Luid Bunuel. Mentre gli altri facevano il "pieno" della piccola -grande sala Detour, solitario e insoddisfatto scrivevo a Luigi e Sandro per avere la pellicola. Non per il piacere di poterla rivedere dopo tanti anni, nè per scrivere un commento critico, ma per permettermi di attualizzare, la stessa idea base del film, ai giorni nostri. Per esempio immaginare noi tutti chiusi nello stesso Detour. Luigi e Sandro, con la premura di due veri cinefili, mi hanno fatto pervenire la cassetta. Ma la cosa è andata oltre i limiti di una caustica comparazione tra due cietà a distanza di quasi 50 anni. Il fatto nuovo è che proprio in questi giorni è uscito il film "Caos calmo" con Nanni Moretti. Lo ha diretto Antonello Grimaldi, giovane regista emergente, che fa pensare al Moretti scopritore di talenti del cinema italiano come Mazzacurati (Notte italiana), Luchetti (Il portaborse), e da ultimo Molaioli (La ragazza del lago). Spero che molti abbiano detto del film di Bunuel che è molto attuale e credo che molti dicano la stessa cosa del film di Moretti. Io li ho messi insieme, perchè penso che dicano la stessa Verità. E visto che in settimana sono stato a potare le olive ( una trentina di piante) ed ho dovuto pensare anche a loro, parafrasando Sandro Russo che scrive la rubrica "La scrittura e la manutenzione del giardino" ho ntitolato il mio commento:"Luis Bunuel, Nanni Moretti e la potatura delle olive".

Premesso che il mio pezzo non potrà essere più lungo della sua presentazione e che la potatura delle olive riguarda il mondo vegetale nel quale per cambiare la forma alle cose basta solo un seghetto, al massimo una sega elettrica, parlerò quindi solo dell’idea universale alla base dei film."L’Angelo sterminatore" e "Caos calmo". Le convenzioni, i formalismi e le sovrastrutture che regolano una società borghese, benestante ed ipocrita si stemperano in una situazione surreale come quella creata da Bunuel. Un gruppo di persone rimane bloccato per giorni in una stanza perdendo pian piano tutti i principi e le morali imposte dalle convenzioni sociali fino ad arrivare alla liberazione dell’essere primitivo che è in noi (finalmente il re è nudo). Per Bunuel, che è un libertario ed un creativo quella esperienza claustrofobica non può che essere rivelante degli errori di una società falsa e formale e quindi esperienza assolutamente positiva e catartica. Per Nanni Moretti, che ha sceneggiato il film, di cui è bravissimo attore, è rivelante e positiva l’astrazione e la solitudine di un individuo dallo stesso tipo di società borghese, benestante e formalista. Entrambi i registi sono molto critici con una società che non accettano. E lo hanno detto con film come "Il fascino discreto della borghesia" "Il fantasma della libertà" o "Ecce Bombo" "La messa è finita". Bunuel ne fa sempre un racconto corale, corrosivo sulle abitudini, i modi di essere, i pensieri e le azioni di tre classi sociali, la borghesia, il clero, i militari. Moretti parte invece dall’individuo che combatte e subisce la mentalità di una società formalista, ipocrita e imbrogliona senza più principi, ne morale. Il suo personaggio passa i giorni solo seduto su una panchina con un proprio, intimo scopo da perseguire. La sua è una tensione morale che combatte le cattive abitudini ed idee di un mondo amorale e corrotto che oggi è nel caos. Sono in fondo le due facce di una critica profonda, condivisibile o meno, di una società, che così com’è, ha problemi di sopravvivenza.

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La ragazza del lago

10 Febbraio 2008 1 commento

Dopo averne sentito parlare per un po’ (e sempre bene), ho apprezzato molto la visione de "La ragazza del lago", di Andrea Molaioli (Italia 2007). Devo confessare che non avevo dubbi sul film anche solo per il fatto che un attore come Toni Servilo non ti delude mai. In questa storia, l’istrionico Servillo (il commissario Sanzio) attraversa le scene con gesti e movimenti che tengono alto il piacere della visione. Lo spettatore pende dalle sue labbra, dalle sue parole e da quel particolare modo di pronunciarle, un po’ Bogart un po’ Maigret, con quell’accento meridionale così diverso dai luoghi del racconto. Infatti la vicenda si snoda in una provincia del nord italia così simile ai paesaggi norvegesi da cui proviene il romanzo che ha dato spunto al regista – Lo sguardo di uno sconosciuto – scritto appunto dalla norvegese Karin Fossum.

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Visioni – L’angelo sterminatore [26]

6 Febbraio 2008 2 commenti

E’ evidente come nel cinema di Bunuel i percorsi narrativi e visivi non siano semplici. Difficile anche cimentarsi nel giudicare un solo film se non si ha una visione più ampia della sua intera opera. Bunuel è stato un grosso provocatore e, come accade anche ne "L’angelo sterminatore", il suo attacco al sistema, alla boghesia e alle convenzioni, è diretto e deciso e proseguirà anche in altri suoi film.

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Il surrealismo: l’ultima proposta di “Visioni”

29 Gennaio 2008 1 commento

Si parlava con Pino Moroni di esperienze comuni, che andiamo scoprendo ad ogni successivo contatto/corrispondenza…

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Visioni – L’insolito caso di Mr. Hire [25]

23 Gennaio 2008 9 commenti

Film letti due volte…

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cous cous – le 3 ricette dei miei amici cinefili

21 Gennaio 2008 Nessun commento

Cous Cous (La Graine et le Mulet)

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il libro vietato – Balzac e i pompieri di Truffaut

15 Gennaio 2008 1 commento


Il Libro vietato… Balzac e la piccola sarta cinese e Fahrenheit 451.

Uno è un piccolo film -come "piccola sarta"-, l’altro un classico del cinema e della letteratura.

Eppure, bellezza del cinema, molte delle scene e delle immagini sono quasi intercambiabili. L’ambientazione del film cinese è molto realistica, tanto quanto l’altro è fantascientifico, eppure molte sono le similitudini. In entrambi c’è un governo oppressore, con un’ideologia che vuole prendersi violentemente cura di tutti quei pericoli cui la gente andrebbe incontro, se il potere paternalistico non vi ponesse rimedio.

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Visioni – Balzac e la piccola sarta cinese [24]

10 Gennaio 2008 2 commenti

Durante la visione del film mi balenava in testa la frase "aprire gli occhi". I due giovani cinesi, Luo e Ma, appena arrivati al luogo della loro "redenzione", con poche parole lette (anche se su un semplice libro di ricette) e una melodia di Mozart accennata al violino, "aprono" occhi e menti agli abitanti del villaggio. Dai Sijie (il regista) sposta la mdp dall’interno e sulle note delle melodia scivola fuori volando sullo scenario mozzafiato di montagne incantate.

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Visioni – I magi randagi [23]

19 Dicembre 2007 2 commenti


Il cinema di Citti è un cinema povero che però esalta la "semplicità delle verità". Anzi, per rimanere legati alla dialettica di Pasolini (da cui è impossibile prescindere per genesi e ambientazione), parlerei di "religiosità del pensiero". Il film allegerisce l’originario progetto di "Porno Teo-Kolossal" ma non viene meno alla denuncia e alla provocazione.

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Pino e l’analisi sulla morte corre sul fiume : “Un’altra dimensione è possibile”

13 Dicembre 2007 Nessun commento

Grazie Pino, per l’accesso all’altro livello del film ‘La morte corre sul fiume’ che ci hai dischiuso con la tua nota. Una bella critica deve dare delle chiavi di lettura, e la tua è assolutamente convincente, specie dove dici che Charles Laughton, gran bambinone, nel suo unico film da regista mette in scena "raccontato come una favola [...] quello che provano i bambini ancora non cresciuti… e più avanti "…di aver saputo raccontare quella dimensione irrequieta ed eroica della conquista del mondo…"

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La morte corre sul fiume – la visione di Pino Moroni

11 Dicembre 2007 Nessun commento

Charles Laughton era un bambinone. Un attore maturo, un regista, un grand’uomo di ingegno ma nel fondo un gran bambinone. Ne è la prova l’unico film che ha diretto ed in cui, come sempre accade nel primo film, si fa dell’autobiografismo. Il suo autobiografismo equivale ad un suo sentire, raccontato come una favola che viene da dentro, dolce, naturista, paurosa ed ancestrale come quello che provano i bambini ancora non cresciuti. Cappuccetto Rosso, Hans e Gretel, Bambi, Fantasia, Pinocchio, Biancaneve e l’Uomo Nero. " La morte corre sul fiume " è un film fantasy tutto disneyano.

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Visioni : La morte corre sul fiume [22]

28 Novembre 2007 4 commenti

Ieri sera, all’uscita dalla visione, sentivo dire da qualcuno: "bello…però strano". E queste parole, nella loro sintesi e nel loro significato, si addicono molto al film. "The night of the hunter" è anche folgorante, inestricabile, insidioso, cupo, intenso, visionario, surreale, onirico….e si potrebbe continuare ancora. Sicuramente è un’opera unica e difficile da delimitare. Quando mi chiedono: "che film è?..di che parla?" ..dopo mi pento sempre della mia risposta frettolosa… e invece dovrei dire: "..parliamone con calma…magari dopo che l’hai visto…sai …è un film che sfugge…"

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I due mondi di Charlie (Charly)

20 Novembre 2007 1 commento

I due mondi di Charly (Charly)

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Gillo – Le donne, i cavalier, l’armi e gli amori

18 Novembre 2007 Nessun commento


La7 ricorda Gillo Pontecorvo

 

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Visioni : Fuori orario [21]

14 Novembre 2007 3 commenti

Fuori orario, fuori ogni legge, fuori da ogni logica… ma dentro le regole del cinema. Si perchè il cinema di Scorsese è puro e raffinato, preciso e coinvolgente. In Fuori Orario poi, ancora di più che in altri suoi film, la fedele Thelma Schoonmaker (al montaggio in quasi tutti i lavori di Scorsese) "taglia e cuce" da dio. Il ritmo è serrato, intenso e scavalca le lancette dell’orologio al suono delle stesse (quel "tic tac" che accompagna i momenti cruciali della storia). Da notare la sequenza finale che riporta "in vita e alla luce" con il montaggio incalzante sullle insegne dei nomi delle strade. Una sorta di risalita dagli inferi verso l’accomodante e sicura "normalità".

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L’amore che ride – La musica al cinema

31 Ottobre 2007 1 commento

Scorreva già la pellicola. O meglio, si inseguivano le immagini di quell’omino che non rideva mai dal nome Buster Keaton (in "Il fabbro") quando l’ombra di Tullio Pizzorno è comparsa sullo schermo.

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Musica & Visioni : L’amore che ride [20]

31 Ottobre 2007 Nessun commento

"Occhi e orecchie"…"immagini e suoni".

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Terrence Malick – Le strane preferenze del maestro americano

31 Ottobre 2007 1 commento

Quali sono, secondo voi, i momenti più importanti di tutto il cinema italiano?

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Parole&Visioni: Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen

21 Ottobre 2007 Nessun commento

Letteratura e cinema, una coppia di fatto che non smette di dare emozioni. Storie e racconti prigionieri dell’inchiostro e della fantasia dei lettori prendono vita su un telo bianco. Sorte toccata anche ai più bei romanzi di Jane Austen. Il suo capolavoro Orgoglio e Pregiudizio vanta 15 adattamenti (anche a Bollywood).

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Incantesimo napoletano

19 Ottobre 2007 Nessun commento

"Traduci!"..dice lo zio di Torre all’interprete ad un certo punto del film. Tradurre per lo spettatore che è sommerso da un dialetto incomprensibile così lui sa, conosce, si mette a suo agio. Evidentemente è fondamentale che ognuno di noi si senta "in contatto" con gli altri, ci rende presenti, vivi, compresi, considerati.

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La luce del buio

19 Ottobre 2007 2 commenti

Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, 1568, Napoli, Galleria Nazionale di Capodimonte

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Funny Games

14 Ottobre 2007 1 commento

"Funny games" è un film che non da scampo e ti lascia da solo con il tuo pugno nello stomaco senza pentimento. L’inquadratura iniziale dall’alto dell’auto che trascina la sua barca, presagisce un viaggio verso il male strizzando gli occhi alle prime scene di Shining di Kubrick. Il termine "funny" oltre che "divertente, comico, buffo…" significa anche "singolare, inspiegabile, bizzarro, strano.." Ecco "Funny games" è soprattutto un film strano, sia per il senso di non assomgilare a nessuna categoria cinematografica definta sia nel senso della narrazione.

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Le vite degli altri

12 Ottobre 2007 3 commenti

Sono arrivato alla visione di questo film dopo aver sentito non pochi che ne hanno decantato le lodi. Beh…è un grran film! Anzi è un film importante e sensibile, delicato e forte, aggressivo e morbido.

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I viaggi nella memoria, nel tempo, nel cinema – La Jetée, Twelwe monkies…

6 Ottobre 2007 4 commenti

Sandro mi aveva parlato de "La Jetée" di Chris Marker e allora ho provveduto alla visione del film francese prendendo il dvd. 

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Toto le héros – “Ah les belges…”

4 Ottobre 2007 5 commenti

"A Gianni , che continua a pensare che il messaggio del film, il suo contenuto, siano i suoi salti temporali -che non gli piacciono-, mentre magari i loro temi sono l’immaginario surrealista, e quanto la vita possa essere difficile da vivere…".

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ViSioNi [19] – Toto le héros

28 Settembre 2007 7 commenti


 

"Toto le héros", come ogni film, nasconde inganni e verità. L’inganno sta nell’apparente leggerezza del racconto. Un racconto che potrebbe essere frutto della nostalgia di un vecchio o invece scritto dalla fantasia di un bambino. Un doppio tranello quindi. Piccoli viaggi nel tempo, nei ricordi e nelle speranze.

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Elio Petri – il grande cinema italiano

24 Settembre 2007 1 commento

Consiglio a tutti la visione di queste testimonianze sul cinema e la vita di Elio Petri. Il dvd si chiama “Elio Petri, appunti su un autore” (dvd+libro, ed.Feltrinelli) ed è a cura di Federico Bacci, Nicola Guarnirei, Stefano Leone

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Parole&Visioni: Il giardino di cemento di Ian McEwan

22 Settembre 2007 Nessun commento


«Ciò che mi colpisce di piú è che tante cose terribili vengono commesse da persone che non sono affatto terribili». Ian McEwan

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Il cinema di Michael Mann

15 Settembre 2007 1 commento

Rivedendo "Collateral" (Usa 2004) ho pensato: "Come sono belli i film di Michael Mann".

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Prossime visioni

14 Settembre 2007 Commenti chiusi

Poichè i posti sono limitati è necessario confermare la partecipazione inviando una mail all’indirizzo visioni@gmelies.it oppure (quando presente) tramite il link indicato accanto ai titoli dei film in programma.

Eventuali variazioni di programma saranno comunicate via mail (a chi ha lasciato il suo indirizzo nella mailing list) oltre che in questo spazio.

 

 

martedì 4 Aprile : Carol“- di  Todd Haynes -  (G.B-USA 2015)

versione in lingua originale con sottotitoli in italiano


Per prenotare collegarsi al link: CAROL

oppure inviare una mail a visioni@gmelies.it

 

 

 

 

 

 

giovedì 20 aprile (ore 20:15) :  Serata speciale: Libri e Nuvole 

 

Proiezione in Libreria

Libreria Mondadori Via Piave

Per prenotare vai al link: “Librienuvole” oppure invia una mail a visioni@gmelies.it

 

 

 

 

 

 

martedì 9 Maggio : “Il cittadino illustre

di Gastón Duprat e Mariano Cohn – Argentina 2016

Per prenotare collegarsi al link: Cittadino

oppure inviare una mail a visioni@gmelies.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ViSioNI [18] – Il fiore del mio segreto

13 Giugno 2007 Nessun commento

Almodovar gioca con i sentimenti, anche con quelli più estremi. Li prende in giro e allo stesso tempo ne esalta la passionalità, l’inevitabile vitalità e il loro colore rosso che più rosso non si può. Non riesco mai a capire come si riesca a sorridere nei suoi film proprio mentre si passa da una tragedia all’altra. Il fiore del mio segreto raccoglie e dissacra la capacità delle persone di combattere la vita credendo di arrendersi ad essa. Invece la si aggredisce con forza e coraggio. Leo, la protagonista della nostra storia, sembra toccare sempre più il fondo, ma alla fine trova alleate le forze di quella sana voglia di vivere che non l’ha mai abbandonata. Proprio mentre sente tutto crollare intorno a se, riesce a sfidare ad armi pari le avversità nel modo più semplice: vivendo e ritrovandosi. Almodovar srotola le scene dei suoi film appoggiandole alla musica. E lo fa in modo splendido, forse perchè splendida è la musica di questo paese così sanguigno e passionario. Il flamenco e l’intensità del sentire accompagnano i movimenti dell’anima e li scuotono da un apparente torpore. Dissacrante si diceva e ancora ironico, malizioso, comico, drammatico. Non c’è regista che riesca a mescolare tutto in modo così avvolgente e a renderti partecipe di quelle pieghe difficili della quotidianità con una forza e un vigore che ti mette perfino di buon umore. Almodovar arriva fin all’estremo delle sensazioni e lo fa attraverso percorsi leggeri, morbidi ma decisi. Solo così ci si ritrova a proprio agio con le avversità della vita che però si riesce ad affogare bene in un bicchiere di vino e sempre con un sorriso spiazzante e rassicurante. I suoi film sembrano legati tutti insieme. I suoi personaggi sembrano appartenere ad una sola e numerosa famiglia. Riesce perfino a citarsi e a rilanciare (ma chi ha visto il film alla sua uscita non poteva saperlo) verso una nuova storia che ha già deciso di regalarci: "…Ma come ti è venuto in mente di scrivere una storia con una moglie che uccide il suo uomo perche ha violentato la figlia e, dopo averlo fatto a pezzi, lo chiude nella cella frigorifero del ristorante del suo vicino!!…" esclama l’editrice a Leo quando propone ai suoi committenti un nuovo romanzo diverso da quelli così romantici di sempre. Lo farà Almodovar stesso anni dopo con "Volver" dove la trama richiamerà appunto quell’assurdo romanzo di Leo. I fiori dei segreti dell’anima sono tutti lì pronti ad esplodere. Occorre solo saperli coltivare con cura. Bravo Pedro! La vita scorre in te più intensa che mai. I tuoi film saranno sempre ottimi compagni di viaggio.

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ViSioNI [17] – In the mood for love

30 Maggio 2007 3 commenti

Wong Kar-wai con “In the mood for love” gioca con il cinema esaltandone gli esercizi di stile. Il film infatti è soprattutto un percorso visivo dove le riprese “sfiorano” ciò che accade. Quella che si vive è una storia d’amore, oltre quella del regista con il cinema, tra due persone che si incontrano, si ritrovano, si perdono. Ogni scena è una pennellata di sensazioni e colori, di respiri e rimandi. La musica accompagna per mano e sostituisce i dialoghi nei momenti in cui le parole non servono, o non sono capaci di esprimere quel “mood” di sentimento che i due protagonisti sentono vivere dentro di sé.
Un film sull’amore ma anche sulla solitudine. Anzi, sembrerebbe che la seconda spinga il desiderio verso la necessità di colmare vuoti e assenze. Un film sul tempo (orologi e attese), dove il montaggio sinuoso attraversa i giorni che passano con eleganza e raffinatezza. E quanta ce n’è nei movimenti lenti della mdp che segue la signora Chen che cambia vestito in ogni scena. I colori appunto dei vestiti, delle lampade, delle tende, delle cravatte, del sudore, del cibo. I colori finanche della pioggia sono mescolati tra loro con sapiente maestria. Ad una visione più attenta li ritroviamo perfettamente a loro posto, in quella sensazione apparente di casualità. Ogni scena è stata studiata e si vede. Il gioco ad incastro di porte che si aprono e chiudono, di stanze, di corridoi, di “scatole cinesi”. Anche il montaggio ad un certo punto si mette a fare il vezzo a se stesso e si concede qualche ricercato movimento (vedi la sequenza della signora Chen mentre sale le scale verso la stanza 2046). Non sappiamo che volto hanno marito e moglie di ciascuno. L’importante, dice ad un certo punto la protagonista. è “non essere come loro”. Un amore rubato quindi, che non si riconosce all’inizio, che griderà forte la sua presenza proprio nel momento degli addii e nel tempo in cui un polveroso ricordo resterà dentro la vita futura dei due. Un segreto depositato in una fessura di un tempio e rimasto attaccato alle pareti di stanze ora affittate ad altri inquilini.
Del film resta una scia leggera che rilascia la sensazione di aver visto velocemente tutti quei lenti movimenti di gesti e pensieri. Un’esperienza sensoriale quindi, un girotondo elegante che coinvolgerà di più tanto più sarà la capacità di perdersi nella storia.

Luigi

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ViSioNI [16] – Aurora ( Sunrise – A Song of Two Humans )

9 Maggio 2007 3 commenti

Bastano pochi minuti per capire che Aurora è un vero capolavoro. Murnau esalta il virtuosismo cinematografico fin dalle prime inquadrature. E che inquadrature! Dissolvenze, incroci di scene, carrellate lente. La mdp arriva planando sulla riva ai piedi della casetta con il comignolo fumante. In poche scene la ?febbre? delle vacanze è sintetizzata con efficacia visiva e frenetica in maniera perfetta. La storia del film segue un canovaccio classico: lui, lei, l?altra. Ma la drammaticità della tragedia viene accompagnata dalla buffa parte centrale del film che irrompe in maniera ironica, divertente, scanzonata, quasi macchiettistica (memorabil i personaggi che l?attraversano: l?estetista dalle mille smorfie, il fotografo burlone, il camieriere amante del buon vino, un maialino curioso..). Ma la farsa tradisce lo spettatore, lo distrae, gioca un ruolo tentatore, deviando i toni cupi della premessa. Il film infatti ricade subito dopo in un suggestivo dramma che riallontana nuovamente i divertimenti della ?città dei balocchi?.
Mai il sonoro avrebbe potuto dare più calore al contenuto del film, mai i colori avrebbero dipinto meglio l?intensità delle scene. Quella della palude con la ?donna di città? che seduce ?l?uomo di campagna? è da antologia.
Murnau euorepizza le scene e invade di espressionismo il cinema americano. Il film è il colpo di coda del cinema non sonoro che sta per essere ?spostato? dalla nuova frontiera del suono. Ma Aurora è cinema puro e si distacca al di sopra del gioco che segnano i confini dell?arte cinematografica. Un film senza tempo e ancora oggi così moderno, così pieno di provocazioni stilistiche e risvolti che spaziano dal ?noir? alla ?commedia?.
Per anni si legge nei libri del cinema di questo capolavoro. Ci si domanda cosa avrà di tanto speciale e perché finanche Truffaut lo ha definito ?Il film più bello della storia del cinema!? Bene, la risposta la si ottiene semplicemente ammirandolo, tutto d?un fiato lasciandosi ammaliare da uno dei grandi maghi dell?arte.

Colonne sonore – L’arco – di KIM ki DUK

7 Maggio 2007 Nessun commento


Per chi è rimasto affascinato dalle musiche de “L’arco” di Kim ki-duk, grazie alla preziosa collaborazione di Piero, sono in possesso del cd con la colonna sonora del film. La sera stessa del film in parecchi abbiamo detto: “la voglio!”. Beh…ora è nostra.
Saluti
Luigi

Shooting Silvio

30 Aprile 2007 Nessun commento


Prendete un ricchissimo giovane orfano frustrato dalle sue aspirazioni d?artista. Una bellissima terrazza con vista sui monumenti di Roma. Un rogo di libri. L?insoddisfazione generata dalla solitudine di essere stato lasciato dalla sua ragazza. Un gesto di pura follia e violenza. Non è Blob o Fuori Orario con le sequenze dei film proposti da ViSioNi quali L?Assedio, Fahrenheit, Arancia meccanica, Se mi lasci ti cancello? ma le sequenze principali di un film che viene distribuito a turno sul territorio (in questi giorni al Detour) che narra del disagio esistenziale di una generazione che non si rispecchia in un certo tipo di società.
La storia ruota intorno all’ossessione per Berlusconi del giovane Giovanni, detto Kurtz, come il colonnello di Apocalypse Now, personaggio con cui condivide l’attitudine al delirio e all’inquietudine. Il giovane Kurtz sempre più deluso dalla società, identifica nell’ex premier l’incarnazione del male e decide di fermarlo a tutti i costi scrivendo un libro con consigli per annientare lo strapotere di Silvio Berlusconi.
Man mano che procede nelle ricerche si rende conto che ciò che sta scrivendo è senza spessore e inefficace nello scopo. Inizia a pensare che il potere mediatico di Berlusconi è talmente grande che non c?è modo di occuparsene senza che questi ne tragga beneficio. Ogni parola è inutile o addirittura controproducente. Kurtz si convince che l?unico modo per provare a cambiar rotta e dimostrare a se stesso e agli altri di essere capace di fare qualcosa di importante è uccidere Silvio Berlusconi.
Nel film ritroviamo un innesto di inserti di repertorio sulle promesse di Berlusconi, sulle sue gaffes, brani dei censurati Il fatto di Enzo Biagi e Satyricon di Luttazzi, un?intervista a Marco Travaglio e su un fantomatico idraulico romano Francesco Berlusconi costretto a togliere il suo nome dall’elenco perché vittima di scherzi telefonici. L?idea del film non è quella di fomentare la violenza ma mimare un gesto di follia per richiamare alla concretezza certi problemi. Film fanta-politico con una riflessione kubrickiana alla base: il problema non è Berlusconi in sè, ma Berlusconi in noi.

Riferimenti: link

ViSioNI [15] – L’arco

12 Aprile 2007 2 commenti


La barca-isola nasconde e vive i sentimenti dolci e perversi del vecchio e della ragazza. Kim ki-duk riesce ad esaltare l?essenza delle cose, l?odore del mare, la dolcezza dell?estremo. L?arco si piega e tende la sua corda ma oltre a lanciare frecce scocca melodie sinuose e ammalianti. La musica del film coreano esalta la poesia delle immagini. Da antologia, una vera chicca, la ragazza che si dondola morbidamente tra la barca e le frecce scoccate dal vecchio, alla cattura di un?improbabile o forse disperata visione del futuro. Intorno solo mare. La terraferma non viene mai vista. Da essa arrivano solo pescatori e un walkman che regalerà nuova musica e nuove voglie alla giovane fanciulla. Mi chiedo quante volte Kim ki-duk ha visto L?atalante di Jean Vigo, sublime e visionaria storia d?amore e di libertà.
Il film è tutto in pochi gesti ma in mille sfumature. La paura della solitudine, la follia d?amore, la capacità di ascoltare la vita tra cielo e mare, il terrore del tempo che non tornerà e anzi va addirittura anticipato, come fa il vecchio rubando i giorni sul suo calendario.
La disperazione di fermare la fuga di un sogno con la disperazione della morte. Il tentato e solo rimandato suicido del vecchio, che vede sgretolarsi intorno il sogno e l?accondiscendenza della donna bambina, con lui fin dalla tenera età, con un passato misterioso.
Volutamente ?buffa?, nel senso teatrale del termine, la scena della cerimonia tra i due, sotto gli occhi sorpresi e curiosi del ragazzo che vuole trascinare con se la sedicenne bambina. La musica diventa accelerata, folkloristica, bizzarra.
Tutto così diventa surreale, onirico, tenero e allo stesso tempo violento. La ragazza diventerà finalmente libera e finalmente donna proprio nel momento in cui la vita se la riprende. Il vecchio scompare nelle acque intorno a quel ?non-luogo? di una barca che non avrà altro destino se non seguire sott?acqua la sorte del suo timoniere.
Non è facile per un regista fare un film all?anno e ripetersi nella sua capacità di raccontare la poesia della vita, l?infinita ricerca del sublime, la leggerezza aggressiva del sentire, vivere e osare. Il film, dopo la visione, si muove dentro di noi, dondolando come un altalena irriverente. Restiamo anche noi in mezzo a quel mare di tutto portandosi dietro la sensazione di un sogno ad occhi aperti.

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VISIONI – La Recherche

1 Aprile 2007 Nessun commento


Cercate qualche film? Una colonna sonora? Un consiglio su un libro di cinema? Questo spazio da a tutti i visionari la possibilità di lasciare una richiesta che potrebbe essere soddisfatta da un’altro visionario. Segnaliamolo…magari tra di noi. Per inserire la richiesta cliccare su "Nuovo commento"

ViSioNI [14] – Arancia meccanica

29 Marzo 2007 4 commenti


L’immortalità di un artista, il suo genio, la sua perfetta visione dell’arte. Un film di Kubrick rappresenta tutto questo. Kubrick è il cinema. Arancia meccanica è sfacciatamente provocatorio, surreale, senza tempo e per questo immortale. Un film dove la violenza circolare è non tanto nelle scene ma nelle intenzioni. Una storia decisa e dal linguaggio “camuffato” dove alla fine c’è una denuncia chiara contro la violenza esercitata ad ogni livello e in ogni luogo: la società, la famiglia, le istituzioni, la chiesa. Mai romanzo (qui è A Clockwork Orange di Burges) ha mai trovato una perfetta sintonia con la trasposizione cinematografica. Kubrick riesce a mantenere intatto lo spirito del libro rendendolo ancora più esplicito. Gli occhi e lo sguardo di Alex (nel film interpretato da Malcolm McDowell nel ruolo della sua vita) sono magneticamente di fronte allo spettatore che viene condotto nei meandri di una mente naturalmente portata alla dissacrazione totale del mondo. Il film si muove con rallenty, accelerate improvvise, grandangoli..e poi la musica, regina incontrastata della storia. Beethoven e Rossini a tutto volume. L’ ennesima visione di un film di Kubrick è un’esperienza sempre diversa, appagante, sorprendente, nuova. Difficile quasi descriverlo un film come questo. Va visto tutto d’un fiato, senza mezzi termini. “E’ buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo” dice Alex. Forse non è esagerato dire che il cinema diventa tale solo quando si vede un film di Kubrick.

ViSiONI [13] – Acque silenziose

14 Marzo 2007 1 commento


La vita scorre apparentemente tranquilla nel villaggio pakistano del Punjab. Ogni tanto però (cito il testo di una canzone) ?arriva un vento impetuoso ed improvviso che scuote tutto; ed è come se a farlo fossero raffiche di mitra?. Il segreto di Ayesha, rifugiatosi nella sua anima, tornerà a galla impietoso e irreversibile. Le acque ?silenziose? del pozzo ?urlano? disperate ancora a distanza di anni.
Il cuore del film è tutto nella frase che la bella Zoubia rivolge a Salim quando sa di perderlo: ??anch?io prego ma non per questo ho smesso di pensare??.
La fede delle ragione e la razionalità del credere, da millenni smuovono la coscienza degli uomini e loro, indifesi e bisognosi di certezze, reagiscono, a volte con violenza estrema, poche volte con la giusta dose di saggezza.
Un film sul Pakistan dunque, e quindi sul percorso storico dell?India. Magari troppo difficile per noi occidentali capire e soffrire con i protagonisti della storia, come spesso ci accade anche di fronte alle tragedie di altri paesi orientali.
Il dramma vissuto dagli occhi di una donna è tutto immerso in quelli di Kiron Kher, che interpreta la protagonista del film con una intensità e una passione che suggellano una recitazione perfetta.
Non è facile muoversi in una storia di amore, segreti, rabbia, fede, paura. Il volto è tradito spesso dagli occhi che passo dopo passo, si aggrrappano alla speranza di una vita migliore, tutta ancorata a quella del proprio figlio, che però non ricambierà le attese della madre.
La scena del suicidio rimandato, è volutamente silenziosa, quasi distaccata. Si fa quasi fatica a scorgere il dettaglio del tuffo nel pozzo. Tutto è ovattato, lontano. Sembra quasi che la regista avesse volutamente sottolineato come un sacrificio così grande scompaia agli occhi del mondo.
La storia di un popolo non dimentica le sue vittime, ma la sensazione che gli elementi che costruiscono la storia vengano dispersi è forte, disperatamente angosciante.
La regia del film è discreta e leggera. Una contrapposizione evidente con i temi trattati. Come giustamente sottilineava qualcuno, non è un film per amanti del virtuosismo cinematografico, ma si esce dalla visione con il film addosso, dentro.
Un film non virtuoso, ma ad una più attenta visione, Sabiha Sumar dissemina qualche slancio ricercato: le corse dei giovani nel ricordo bianco e nero di Ayesha, la macchina da presa che accompagna una ragazza in bicicletta fuori dal tendone del comizio a Rawalpindi che va verso una luce che quasi acceca ?.poi l?immagine ritorna sullo striscione di un generale che smuove gli animi del fondamentalismo; i passaggi di scena avvengono con dissolvenze che oscurano, quasi come fossero occhi che si chiudono e si risvegliano.
Salim si ritroverà spesso lungo il corso di un fiume, giù, tra pareti di roccia che richiamano involontariamente un paesaggio da girone dantesco; chiuso, profondo, senza uscite. Lì disperderà la valigia della madre, lì consegnerà a Zoubia il medaglione del ricordo, lì scaricherà i colpi di una pistola su pagine che dettano regole e fede. La madre intanto avrà la risposta alla domanda che chiede a chi gli uomini devono rendere conto alla fine del proprio tempo. Un paradiso sikh? Un paradiso musulmano? Un paradiso nuovo?
Rivedremo Salim anni dopo in un reportage trasmesso da un televisore esposto nella vetrina di un negozio. I toni sono pacati, la fede matura, il passato lontano. A ritrovarlo per un attimo è la donna che lo amava. Uno sguardo ancora dolce e stupito, un pò come quello che anni prima lo stesso Salim lanciava sui televisori forse dello stesso negozio, magari pensando ad un regalo per lei o per la madre. Ultimi bagliori di un?innocenza sacrificata.

Volevo infine sottolineare come la visione delle bellissime foto di Stefano ed Emma esposte all?ingresso del cineclub, la successiva proiezione del film, e dopo, l?atmosfera e i sapori del ristorante indiano, hanno reso possibile in poche ore un viaggio in un mondo diverso, magico, affascinante, misterioso, lontano. Per una sera però più vicino.

ViSiONI [12]- Roma città aperta

28 Febbraio 2007 1 commento


La dettagliata analisi storica e cinematografica esposta nel libro di Stefano Roncoroni su ?Roma città aperta?, ha offerto una nuova possibilità di rilettura del film di Rossellini. Con il passare degli anni ?Roma città aperta? diventa sempre più un punto di riferimento della nostra storia e della Storia, sventolando come una bandiera le emozioni forti e i sentimenti ?aperti? di tutti coloro che hanno vissuto gli anni della guerra, di quella guerra che come sempre accade, ha ferite che non riescono a chiudersi.
Ricordo anni fa di aver letto in un libro di storia, di come quasi sempre nelle citazioni degli anni che attraversano una guerra, non si parla mai di ?tutti quei milioni di tentativi che le persone compiono nel loro piccolo di arginare le guerre affnchè si ottengano libertà e pace?.
Nel film di Rossellini, girato ancora con accanto i bagliori delle bombe, il cinema compie il miracolo di scendere in strada con le persone, e con loro accompagna tutti quei tentativi intrisi di dignità e innocenza che sono propri della vita dell?uomo.
Giocare a pallone nell?oratorio, sognare di sposarsi, lottare per un pezzo di pane, scovare la libertà e unire gli sforzi per sconfiggere mostri di morte e di sopraffazione.
La Storia. Dove si nasconde e come riesce a rinnovarsi nelle continua ricerca della verità. Il cinema, nella sua veste di finzione, con Roma città aperta, si mette a servizio delle verità, o cerca di farlo nel modo che più gli è concesso. Sotto questo punto di vista, gli episodi narrati e ormai diventati vere e proprie icone cinematografiche (la corsa della Magnani bloccata da una mitragliata, la fucilazione del prete, Roma che risorge all?alba davanti gli occhi dei bambini che fanno ritorno?) vengono accuratamente ?vestiti? dalla ricerca di Roncoroni, che riflette lo scenario di quegli anni e di quelle azioni, collocando verso verità nascoste gli spunti e le intenzioni di una sceneggiatura del film che gioca a nascondino con la Storia.
Roma città aperta è anche un film violento, oltre che nella rabbia che viene provocata dagli eventi, nella rappresentazione stessa delle immagini, che non lasciano spazi di fuga allo spettatore. Si pensi alla scena della tortura, o a quella già citata delle fucilazione. Ma forse, in questi casi, è giusto che sia così. Non si possono fare compromessi con la verità.
Un film italiano, una storia di tutti, che ancora oggi rimanda all?importanza di rompere gli schemi, stimolando la ricerca e la voglia di ritrovare come ancora una volta, l?arte catturi la vita, rendendola immortale e facendo sì che non si disperda quell?enorme tesoro di genio e inventiva che il nostro paese ha per vocazione offerto al mondo intero.
Quei bambini che si orientano nel cammino con il cupolone di S.Pietro sullo sfondo, ?aprono la città? alle nuove speranze. Non posso fare a meno di citare gli altri bambini di Jean Vigo che saltano sui tetti del collegio messo a fuoco dalla loro rivolta (Zero in condotta), tantomeno dimenticare la corsa verso il mare di Antoine nel finale dei ?quattrocento colpi? di Truffaut.
L?innocenza e la verità vegono così consegnate alla nuova storia, in un cammino che come ?Roma città aperta? non deve mai perdere la forza di denunciare ogni tipo di oppressione.

Michel Gondry – L’Arte del video

20 Febbraio 2007 Nessun commento

La musica ha la particolarità di bastare già a se stessa. Il momento dell’ascolto è un’esperienza passionale in cui i ritmi, le melodie, i testi completano l’essere sollevandolo da terra, inglobandolo nel mondo delle sensazioni, strappandolo fuori dai ritmi martellanti e ripetitivi di una straziante quotidianetà. L’aggiunta di un videoclip ad un contenuto che è già di per se completo, non svilisce la percezione della musica, anzi ne rinvigorisce i significati, evidenziando evocazioni, immagini, ritmi. Si produce così una sinfonia visiva in cui tutto il corpo sperimenta l’emozione della visione e dell’ascolto. Momento a dir poco totalizzante.  

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Eternal Sunshine of the spotless mind – La visione di Piero Nussio

15 Febbraio 2007 1 commento

Riporto di seguito per facilità di lettura l’articolo di Piero sul film. Saluti Luigi Eternal sunshine of the spotless mind: Effetti di un titolo sbagliato di Piero Nussio Il film Eternal sunshine of the spotless mind (USA, 2004) è stato distribuito in Italia col titolo “Se mi lasci ti cancello”, che non era del tutto improprio, ma che lo avvicinava troppo alle farse del tipo “Se scappi ti sposo”, “Se ti investo, mi sposi?”, “Se non faccio quello non mi diverto”, e così via costruendo frasi ipotetiche. (N.B.: tutti questi titoli sono tragicamente veri…) Per di più, l’interprete principale è Jim Carrey, che si era fatto una poco invidiabile fama di attore farsesco grazie a Scemo e più scemo (“Dumb & dumber”), Ace Ventura, l’acchiappanimali (“Ace Ventura: Pet Detective”) e The mask, tutti del 1994. Per finire, l’altra protagonista era miss Titanic, ovverosia Kate Winslet. Quindi i distributori italiani non avevano poi nemmeno tutte le colpe se, pensando di bissare i successi popolari di Carrey e Winslet, hanno deciso nel 2005 di presentarlo al pubblico con quello sciocco titolo. Ma un errore si paga: il pubblico che aveva il diritto –dato il titolo- di aspettarsi un’allegra commediola scacciapensieri, rimaneva fortemente deluso da una scrittura cinematografica complessa, piena di rimandi temporali e di scene di difficile comprensione. Inoltre, il tono generale del film era troppo serioso per chi si aspettava solo le contorsioni muscolari di Jim Carrey e le smancerie di Kate Winslet. Idem per il pubblico che l’avrebbe invece apprezzato, quello che è nato con la fantascienza “seria” di Stanley Kubrick ed ha poi nutrito i successi di A beautiful mind e de Il tagliaerbe, fino agli eccessi barocchi di David Lynch e del suo Mulholland drive. Perchè è questa la vera famiglia di “Eternal sunshine…”, a cominciare da titolo e sceneggiatura. Il titolo, letteralmente “Lo splendore eterno di una mente senza macchie” è, come chiarisce un dialogo originale del film, un verso di “Abelardo ed Eloisa” del poeta classico inglese Alexander Pope. C’è una sua citazione ben nota anche da noi: «Errare è umano, perdonare è divino», ma in generale, per noi italiani, quest’autore è abbastanza ignoto. Per la cultura inglese, invece, si tratta di un vero monumento classico, autore di frasi e citazioni che tutti conoscono ed amano ripetere, un po’ come può essere per noi la cultura dantesca. La sceneggiatura, non a caso, è stata premiata con l’Oscar 2005 -e questo era un piccolo suggerimento che i distributori italiani avrebbero potuto raccogliere…- nonché da vari riconoscimenti dei critici inglesi, australiani, americani, francesi, e da un Golden Globe. Destinatario di tanti premi era Charlie Kaufman, un acclamato autore americano, molto attivo da circa un decennio. Charlie Kaufman aveva raggiunto fama e successo nel 1999 per aver scritto soggetto e sceneggiatura di Essere John Malkovich (John Malkovich, Cameron Diaz, John Cusack), poi nel 2002 per Il ladro di orchidee (Nicholas Cage e Meryl Streep) e subito dopo per Confessioni di una mente pericolosa (Sam Rockwell e Drew Barrymore). Insomma, uno dei maggiori sceneggiatori di Hollywood, e fra tutti il più creativo. Il regista è il quarantenne Michel Gondry, uno dei pochissimi registi francesi –parigino- che abbiano trovato spazio anche dall’altra parte dell’Atlantico e che si è invece conquistato la fama per i video musicali dei Massive Attack e di Björk, oltrechè per aver coinvolto Sophie Coppola per un DVD live dei The Chemical Brothers. Michel Gondry è ora sugli schermi mondiali con L’arte del sogno (2006), e sta preparando altri due film, sempre di genere fantastico: “Be Kind Rewind” e “Master of Space and Time”. Insomma, senza essere uno Stanley Kubrick redivivo, stiamo comunque parlando di un regista di stile fantastico/fantascientifico di tutto rispetto, con una grande maestria dell’immagine acquisita nel campo dei video musicali sia in Europa che in Canada e negli USA. Molto lontani, dunque, dalla commediola romantico-demenziale. Jim Carrey stesso, anche se ha iniziato la sua carriera di attore con le facce stralunate di “Scemo e più scemo”, ha poi dimostrato in seguito di essere un grosso attore, nient’affatto scemo. Innanzitutto The Truman show di Peter Weir basterebbe già per laurearlo attore a tutto tondo, ma poi la sua performance in Man on the moon (Milos Forman, 1999) lo ha definitivamente iscritto nell’albo d’oro dei grandi attori. Il famoso critico statunitense Roger Ebert, all’uscita del film, lo dichiarò il maggior attore hollywoodiano, e non possiamo che concordare con lui per la capacità con cui si riesce ad identificare con l’entertainer Andy Kaufman e riuscendo ad eguagliare Dustin Hoffman che aveva impersonato Lenny Bruce nel 1973 (Lenny, di Bob Fosse). Se esistesse un “livello di dottorato” per laureare i grandissimi attori, forse dovrebbe essere proprio questo genere di film, in cui si deve interpretare un altro importante uomo di spettacolo, e farlo in maniera tale da far dimenticare il modello originale. L’ha fatto, in Italia, Gigi Proietti con Ettore Petrolini e Walter Chiari con i fratelli De Rege. In America i classici sono stati James Cagney nel ruolo del famoso attore di rivista George M. Cohan (Yankee Doodle Dandy – Ribalta di gloria, 1942) e Charlton Heston nel ruolo dell’organizzatore circense Brad Braden (Il più grande spettacolo del mondo, 1952). Ed i contemporanei sono appunto Dustin Hoffman come Lenny Bruce e Jim Carrey come Andy Kaufman. Questo è dunque Jim Carrey, non “uno che sa fare le facce”, ma uno dei maggiori attori della scena mondiale. Un attore di questo genere, se vive in America, sa anche rischiare. Non è più –fortunatamente- il tempo dei divi che si spendono solo per i film di sicuro successo al botteghino. In Italia è più raro (mi vengono in mente solo gli esempi di Gian Maria Volonté e di Marcello Mastroianni), ma in America capita più di sovente che nascano attori che sanno dedicarsi ad un progetto a cui credono, anche se di budget limitato. Basti pensare a Marlon Brando che interpreta “Don Juan de Marco”, oppure a Jack Lemmon protagonista di “Missing” di Costa Gavras. Jim Carrey e Kate Winslet si sono impegnati nel 2004 nella realizzazione di “Eternal sunshine of the spotless mind” perchè credevano nel progetto. E lo stesso ha fatto lo sceneggiatore Charlie Kaufman, che si è anche preso la responsabilità di produttore esecutivo, e ne ha guadagnato in cambio l’Oscar. I due attori ne hanno tratto vantaggi meno diretti, ma il successo mondiale del film, i premi ricevuti e lo sviluppo successivo della carriera di entrambi, ha dato ragione alla riuscita della loro scommessa. Eppure il film non rappresenta uno dei grossi impegni produttivi hollywoodiani, anzi, è una di quelle produzioni indipendenti che rappresentano la grande capacità di rinnovarsi che ha il cinema americano, specie quando sprofonda in periodi di crisi nera, e nella sua cronica mancanza di inventiva. Le “Majors” cinematografiche –o le aziende che le hanno oramai sostituite nel mainstream produttivo- trovano spesso battute di arresto. Ma contemporaneamente sorgono nuovi talenti, che esplorano nuove tecniche e soluzioni narrative inedite. Questo è esattamente il caso di “Anonymous Content” (Contenuto anonimo) e di “This Is That Productions” (Prduzioni Questo è quello), ossia i produttori indipendenti di Charlie Kaufman e company, che hanno reso possibile questo film. Il risultato corrisponde alle premesse: il “sapore” di film indipendente si coglie anche per le piccole imperfezioni e limitazioni scenografiche cui siamo forse un po’ disabituati nella levigata produzione americana, ma soprattutto si sente in una trama ed in uno svolgimento che finalmente dicono qualcosa di nuovo. La migliore caratteristica del film, ed anche un suo limite, sta proprio nelle ipotesi che affaccia agli spettatori, e nella confezione dello spettacolo visivo. Gli argomenti che il film ci sottopone sono molti, e iniziano dall’approccio verso la vita che ha ciascuno di noi. Joel Barish (Jim Carrey) è timido, riservato, scontroso, chiuso, e molto pantofolaio. Clementine Kruczynski (Kate Winslet) è mutevole ed esagerata come il colore dei suoi capelli, chiacchiera e gira per la città, frequenta locali e affronta di piglio la vita. In realtà, ciascuno di loro ha una vita di qualità, che ha difficoltà a condividere con chiunque altro, e che riesce a concretizzarsi solo nel “diario segreto” dell’infantile Joel e nelle mille versioni di Mr Potato dell’estroversa Clem. Il mondo esterno talvolta è complice dei loro sentimenti (come la “sopravvalutata” spiaggia di Montauk), ma il più delle volte la realtà rema contro qualunque possibilità di comprensione: «Il giorno di San Valentino è stato inventato dai fabbricanti di biglietti di auguri per far sì che ognuno si senta proprio come un fesso». Per non parlare dell’insulso vicino, o della coppia di amici con la fissazione dell’aereomodellismo, che rappresentano tutto l’orizzonte sociale di Joel. L’altro argomento forte proposto dal film, anzi il motore di tutta la trama, è la possibilità fantascientifica che sia possibile cancellare selettivamente una parte della memoria di ciascuno. La “Lacuna Inc.” (ed è ovvio il riferimento dotto alle “lacune di memoria”, che in inglese si dice con lo stesso termine) ha sviluppato un sistema di mappatura e cancellazione selettiva dei ricordi dal cervello, un po’ come si potrebbe fare con i file del proprio PC. Infatti, i “tecnici” della società agiscono con una sorta di elmetto elettronico e con un computer portatile, come se stessero facendo una “deframmentazione” o una ricerca antivirus sul povero cervello del malcapitato. Stabilito che, vista l’approssimazione e la faciloneria con cui opera la “Lacuna Inc,”, nessuno si farebbe mettere le mani addosso da cialtroni del genere, quanti di noi vorrebbero comunque servirsi di una tecnica del genere, per liberarsi di ricordi penosi? In realtà quasi tutti, perchè questo è esattamente ciò che facciamo ogni giorno, con metodi molto più naturali e sperimentati. Dice l’inventore, con tono rassicurante: «Beh, dal punto di vista tecnico, l’operazione è un danneggiamento del cervello, ma niente di peggio di una robusta sbronza…». Ecco, gli umani, senza alcun bisogno della Lacuna Inc., sono soliti prendersi una bella sbronza quando una storia d’amore finisce male, e dimenticano molto di quello che vogliono dimenticare. Però, e tanti psicologi sono lì a ricordarcelo, i traumi infantili e le delusioni della vita quotidiana condizionano il nostro agire ed i nostri comportamenti. Quindi, una Lacuna Inc. un po’ meno approssimativa avrebbe -presumibilmente- un gran successo ed un folto pubblico di pazienti. Anche se altri preferiscono un approccio più rude alle difficoltà della vita, sottolineando il valore formativo delle cattive esperienze, e l’importanza di una scorza più resistente per i nostri impauriti io. E qui scatta il terzo tema, forse il più socialmente urgente fra tutti quelli affrontati dal film. In un’epoca storica in cui l’aggressività e la voglia di riuscire (siamo tutti “in carriera”) caratterizzano tanto gli individui quanto gli stati, in momenti in cui si fanno “guerre preventive” per le liti in un parcheggio, perchè invece si vorrebbe tutto perfetto come in una fiaba solo nei rapporti sentimentali? Si, Joel e Clem hanno una quantità di differenze nei loro comportamenti, e ciascuno potrebbe dire, a buon diritto, che l’altro applica “crudeltà mentale” nei suoi confronti. Per di più, Clem si ubriaca e riga la macchina di Joel. E Joel è talmente musone ed insopportabile che farebbe uscire la pazienza ad un santo… Che fare allora? La soluzione abituale è mandare tutto a carte quarantotto e ricominciare con una “seconda possibilità”. La soluzione che si intravede nel film, fra i due “cancellati”, è «Incontriamoci a Montauk». Fra i lati positivi della pellicola è che –con tante inversioni temporali- non si sa bene come andrà a finire: si incontrano a Montauk, è vero, ma la loro seconda opportunità funzionerà o no? Buona domanda, per il giorno di San Valentino, e per tutti gli altri a seguire. Le modalità formali del racconto cinematografico sono l’altra caratteristica importante di “Eternal sunshine”: salti temporali, invasioni della mente, caccia nei ricordi e modifiche cerebrali… È la caratteristica immediatamente visibile e condiziona fortemente la visione dell’opera: non è assolutamente indispensabile per l’esposizione del racconto, ma sceneggiatore e regista scelgono di realizzare la loro opera come un flashback che copre quasi tutta la durata del film, e che non è segnalato da nessuna caratteristica visiva, né all’inizio né in conclusione. Questo modo di raccontare è oramai abituale, dopo i primi esperimenti che risalgono oramai a mezzo secolo fa, ed a tutto il cinema “fantascientifico” (vedi la serie Ritorno al futuro), che ha basato su queste tecniche i propri contenuti essenziali. Rispetto ad opere sinceramente cervellotiche come Mulholland drive (David Lynch, 2001) o al classico francese L’anno scorso a Marienbad (Alain Resnais, 1961), Eternal Sunshine è anzi di una semplicità quasi disarmante: il flashback inizia dopo circa dieci minuti di racconto, e termina circa cinque minuti prime della fine. Le difficoltà, la novità, e l’interesse formale nascono dall’aggiungersi al flashback di scene “all’interno della memoria”. Qui il film stupisce davvero, per essere comunque un prodotto americano di consumo e non un film d’arte e sperimentale. Le modalità del racconto visivo, oramai, sono divenute più che maggiorenni. Il cinema sta festeggiando il suo primo centenario diffondendo modalità di narrazione che prima appartenevano solo a certa letteratura d’arte, e che hanno avuto difficoltà ad essere rappresentate anche nelle arti visive più blasonate. Senza dar mostra di fare niente di speciale, con una forma di racconto che prosegue normalmente rispetto alla “realtà” (e con accenti che in alcuni momenti diventano addirittura farseschi), Eternal Sunshine si addentra tranquillamente a rappresentare in forma naturalistica ciò che avviene nella mente dei personaggi, comprese le cancellazioni di memoria che intanto stanno avvenendo. Pensiamoci un attimo freddamente. Negli anni ’30, prima De Chirico e poi Magritte avevano osato rappresentare in pittura la metafisica ed il surrealismo, ossia dei processi che avevano luogo nella nostra mente, e che solo per simbologie avevano apparentamenti con la realtà. Ora, senza nemmeno farci troppo caso, una commedia americana di largo consumo si permette di mescolare con tranquillità brani di realtà, opzioni fantastiche e divagazioni oniriche. Non è una novità, di sicuro, perchè già altri film avevano rappresentato simili mescolanze (da Vertigo di Hitchcock -1958- a Il tagliaerbe di Brett Leonard -1992-), ma è il caso di registrare con l’occasione come oramai questo rimescolamento della realtà si applica tranquillamente alle commedie sentimentali. Dagli esperimenti pittorici degli anni ’30 ad oggi sono accadute così tante cose nel mondo reale da fargli perdere quella compattezza monolitica che i millenni gli avevano costruito addosso: la psicoanalisi, poi gli allucinogeni, il mondo parallelo e virtuale della televisione, le simulazioni via computer, internet e il ciberspazio, eccetera. La realtà si è sgretolata ed è divenuta come la sabbia di Montauk, tanti piccolissimi frammenti. C’è poi un ultimo componente, forse di minore importanza, ma essenziale per la nascita di Eternal Sunshine, e sono i video musicali. Da tempo (vent’anni?) l’ascolto della musica di consumo si accompagna alla produzione di video appositamente realizzati. Tanto da far sorgere e diffondere un colosso televisivo diffuso in tutto l’occidente come MTV (Music Television) ed altre reti simili. Il linguaggio dei video musicali è figlio dei film musicali “lisergici” degli anni ’70 (Pink Floyd a Pompei, 1972; Easy rider, 1969), e da quello si è evoluto, prendendo a prestito anche un certo stile dal cartone animato (Yellow submarine, 1968) e del film “cibernetico” (Tron, 1982). Poi, dall’epoca di Jurassic Park (1993) e della Industrial Light and Magic di George Lucas, si aggiunge stabilmente al bagaglio dei trucchi cinematografici la sigla, “CG” (Computer Graphics), ed assume da quel momento un’importanza unica nella produzione cinematografica e nel mondo degli effetti speciali. Nata in realtà proprio dai video musicali, la Computer Graphics rende facili le cose impossibili, come lo scorrazzare dei dinosauri e il muoversi degli scheletri, mescolandosi in forma sempre nuova alle riprese naturalistiche. Il regista francese Michel Gondry, prima di Eternal Sunshine, si era fatto le ossa proprio nei video-clip, ed è la sua esperienza del genere musicale e nella computer grafica che dà al film il suo “senso e sapore”: le facce nascoste di alcuni personaggi sono quelle di René Magritte (non si nasce per caso in Europa…), ma la tecniche che le rendono possibili, insieme a tutte le gambe e paesaggi che scompaiono, è quella CG di cui Gondry ha fatto esperienza decennale e di cui è maestro. Un film così lo chiami “Se mi lasci ti cancello”? Ma mandate i distributori italiani a scuola di cinema!
Riferimenti:
Collegamento a Cinebazar

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ViSiONI [11]- Eternal Sunshine of the spotless mind

7 Febbraio 2007 6 commenti

Quando le scene del film restano impigliate nel percorso che la regia della mente è solito fare nei momenti più intensi della nostra vita, "Eternal Sunshine" diventa un dialogo tra noi e il nostro "sentire". Infatti la storia di questo film più che vedere, si sente, a tratti si deve rubare. Solo perdendosi nell’innocenza di pensieri liberi e puri, la memoria può staccarsi da tutto e scomporre in piccolissimi attimi tutto ciò che razionalmente ognuno di noi cerca o pensa di costruire nel migliore dei modi. Gondry si rivela un vero maestro del sogno, dove il surreale si mischia al "certo" e dove i sentimenti non hanno vergogna di mostrare il loro aspetto più vulnerabile. La carattersistica tecnica di "Eternal Sunshine", pur costruendosi con arguzie digitali notevoli, riesce a mantenere un’atmosfera intimista e romantica. La vera forza del film è proprio questa intensa miscela di tecnica e sentimento. La storia, i personaggi, gli accadimenti, gli strumenti tecnologci (provocatoria la scelta di chiamare "Lacuna" la squadra di specialisti della memoria), sono tutti vulnerabili, leggeri, indifesi e allo stesso tempo con un grande desiderio d’amore. Devo confessare il mio amore per la scena in cui quando Joel cerca di trasportare Clementine in un ricordo sconosciuto a tutti, nella stanza in cui i due si trovano, comincia a piovere così come nel ricordo. Joel e Clementine sono interpretati in maniera incantevole da Jim Carrey e Kate Winslet. Il regista è riuscito a condurre la loro recitazione in una armonica performance dove i due danno il meglio delle loro capacità. E’ certo che il fllm richiama a più visioni ma non per necessità di ritrovare una linearità che non può essere concessa, ma solo per ritrovare angoli di scene e parole intrecciate che rendono il "sogno" ancora più intrigante. Volendo poi scegliere nei dettagli ci si accorgerà che addirittura il regista nella scena in cui Clementine è inseguita da Joel (quando il ricordo comincia a disgregarsi) le fa scomparire dallo schermo una gamba e la si vede poi procedere con una gamba sola. Un pò viene richiamata la scena di "Ritorno al futuro" dove il protagonista vede dissolversi da una foto tutti quelli che la compongono. Memoria e sentimento. Passato e futuro. Tenerezza e innocenza. "Eternal Sunshine" è un film "complicatamente semplice". Non lo si può lasciare a "metà strada". Ogni tanto va riacciuffato e "rubato" ancora un pò.

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"BOBBY" di Emilio Estevez, U.S.A. 2006

2 Febbraio 2007 1 commento


Se anche non ne avesse altri, questo film un merito ce l?ha di sicuro, ed è quello di indurre lo spettatore a chiedersi, via via che procede nella visone: ma quanto era in gamba ?sto fratello minore del più noto Presidente JFK? Un film che, a quasi quarant?anni dall?assassinio, ricordasse la figura del senatore Robert Francis Kennedy e facesse venir voglia di approfondirne la conoscenza ci mancava, e ci sta.

Non si tratta però della biografia politica del senatore, tutt?altro. E? invece un flash istantaneo su una parte di società americana del ?68, quella costituita dai sostenitori del senatore (un popolo eterogeneo, multiceto e multietnico, come diremmo oggi) che ha poi dovuto rinunciare, negli anni successivi a quest?ultima perdita ?illustre? dopo quelle di JFK e di Martin Luther King, a sentirsi rappresentata nel proprio Paese.

Siamo a giugno del 1968, da due mesi è stato ucciso M. L. King, l?America è stravolta dalle contestazioni per la guerra in Vietnam che si è ficcata in un vicolo cieco, la provincia americana fatica a sbarcare il lunario, i giovani si ?fanno? con l?LSD per superare l’incubo di crepare in guerra. Bobby rappresenta la speranza di molti, poveri, minoranze, veterani, contestatori, di tutta quella gente insomma che vuole uscire dal tunnel, che chiede di avere una vita dignitosa, che lotta per i suoi diritti .

Il film ?fotografa? in parallelo le ultime ore trascorse da alcuni dei dipendenti e degli ospiti dell?hotel Ambassador di Los Angeles, California, alcuni dei quali si preparano, ciascuno secondo il proprio ruolo, all’imminente serata di festa organizzata nel lussuoso hotel da staff e sostenitori del senatore per festeggiare la sua auspicata vittoria alle Primarie della California.

La voce, le immagini, i discorsi del senatore nel film non sono ricostruiti da un attore: sono invece proprio quelli originali, perché nell?hotel ci sono TV sempre accese che li mandano in onda, radio che li diffondono, commenti dello staff alle reazioni dell?elettorato: insomma, nell?hotel Bobby non c?è, ma la sua presenza si respira a pieni polmoni.

Verso sera arrivano via via buone notizie dagli scrutini delle schede elettorali, la vittoria alle Primarie sembra ormai cosa certa, il party inizia ed è pervaso dall?euforia dei collaboratori dello staff, dei sostenitori, degli amici e familiari di Bobby. Di lì a poco però il senatore sarà assassinato per mano di un killer, nelle cucine dell?hotel, dov?egli scenderà nel corso del party insieme a tanta altra gente presente al party, per salutare e ringraziare il personale e gli inservienti.

Il clima del film potrebbe, a prima vista, rientrare nello standard dei cosiddetti ?disaster film?: i personaggi, con caratteristiche graduate all?interno della solita scala etica americana, sono alle prese con i loro ordinari piccoli e grandi problemi quotidiani (incomprensioni, tradimenti di coppia, angoscia per l?età che avanza, per le scelte sbagliate, paura per la perdita del lavoro, per la chiamata alle armi?), poi arriva l?Evento fatale, che separa il prima e il dopo, la speranza e la disperazione, la luce in fondo al tunnel e il buio, il come avrebbe potuto essere e non sarà.

Ma stavolta l?Evento non è una catastrofe naturale, non è il terrorismo straniero ed estraneo: nasce dalle viscere dell?America stessa e stronca la voce e le aspirazioni di chi la vorrebbe diversa.

Il film termina con l?assassinio di RFK e con il ferimento di alcuni dei personaggi che avevamo imparato a conoscere, e non è suo interesse esaminare le responsabilità di tale atto. Lo è, invece, cercare la genesi dell?America di oggi, e la tesi del film è che il Paese sia cresciuto orfano dei suoi uomini migliori.

Dal punto di vista dello stile il film ha diversi limiti: sconfina nel nostalgico, nel sentimentale, talvolta addirittura nel poco credibile (vedi la rappresentazione del trip dei due teen-agers dello staff alle prese con il loro primo acido), ed alcune delle scene sono scontate o perfino ?superflue?.

E? però tecnicamente molto efficace, e suggestivo dal punto di vista estetico, l?accostamento e l?integrazione di scene di fiction e di repertorio, la ricostruzione del look di fine anni ?60 (abiti, acconciature, linguaggio), la ricostruzione della famigerata scena dell?assassinio nelle cucine dell?hotel, le immagini pubbliche e private in bianco e nero del giovane senatore che scorrono insieme ai titoli di coda.

Gli attori sono fra i più grandi, e recitano tutti ai massimi livelli, certamente ?ispirati? dal tema: Demi Moore, Sharon Stone, Antony Hopkins, il redivivo Harry Bellafonte, lo stesso regista Emilio Estevez e suo padre, l?attore Martin Sheen, ancora altri e molti giovani talentuosi.

Concludo riportando un frammento da un?ottima e condivisibile recensione al film: ?Chissà se Robert Altman ha fatto in tempo a vedere il film prima di morire: nelle sue mani, questo soggetto e questi attori avrebbero fatto di questo film un autentico gioiello?.

VIsIoNi [10] – Una pura formalità

24 Gennaio 2007 1 commento


Se venissero fermate una ad una tutte le scene del film, i passaggi dall’una all’altra, la “musica” dei dialoghi, la velocità della sceneggiatura con i suoi flashback scomposti, ci si accorgerebbe ancora di più che “Una pura formalità” è un film perfetto. Girato in maniera quasi maniacale, la storia non ha mai un momento di pausa. Anche quando sembra ci si fermi un attimo per “tirare un po’ le somme”, si parte verso una nuova direzione, con rinnovato slancio e curiosità. I personaggi della storia sono sostenuti dalle recitazioni immense di Depardieu (in stato di grazia), Polanski (nell’insolita veste di attore e completamente a suo agio con la surrealtà della vicenda) e non ultimo Rubini, che con piccole ed impercettibili mimiche facciali, detta il ritmo dei dialoghi tra il commissario e lo scrittore. Le luci di lampade al neon, poi delle candele, dei fulmini, delle torce (che ricordano molto quelle di Spielberg) l’acqua che invade da tutte le parti, il vino, il latte, le penne che non scrivono, sacchi di foto, trappole per topi, i ricordi, i libri e gli amori. Tutto questo, apparentemente e disordinatamente disseminato nel corso di una notte in un comissariato fatiscente e surreale. Tutto questo in un “non luogo”. Cos’è questa “formalità” in nome della quale viene trattenuta “la dipartita” di un uomo? Cosa deve dimostrare? A cosa e a chi occorre? Le interpretazioni possono essere tante ed ognuna andrebbe benissimo. La morte porta a galla la vita, la rende speciale, la fa resuscitare. La memoria la seppellisce di nuovo? Il tempo scompare e il “non luogo” non ha chiusure. Mi viene in mente la folle idea di Hitchcock che voleva girare un intero film in una cabina telefonica. E forse ci sarebbe riuscito. E in definitiva lo ha fatto quando ha tenuto lo spettatore inchiodato sulla poltrona nella visione di “Prigionieri dell’oceano“ (interamente girato su una scialuppa di salvataggio) e di “Nodo alla gola” (in un interminabile piano sequenza di 80 minuti in una sola stanza di appartamento). Quando la sceneggiatura e forte, i dialoghi “dipingono” le immagini, la verità aggiunge al puzzle un pezzo alla volta con un ritmo incessante, scompaiono distanze, pareti e tempi. Cito anche “La parola ai giurati” di Sidney Lumet, la cui storia si svolge all’interno di una sola stanza di tribunale. Una pura formalità è un film che ad ogni passaggio acquista sempre più valore. Da rivedere per scoprire piccoli dettagli (come le “onde” di una goccia in una brocca), i tasti della macchina da scrivere, le riprese dall’alto, la musica di Morricone. Ciao a tutti, Luigi

VisIOni – La ricerca della felicità di Muccino

16 Gennaio 2007 1 commento


La ricerca della felicità
di Gabriele Muccino
Usa 2007
con Will Smith
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Spero che il sogno americano non sia solo far soldi perché sarebbe fallito l’obiettivo di ricollegarlo al neorealismo di italiana memoria dove c’era sempre una famiglia con una moglie/madre presente e bastava sopravvivere.

Film che inizialmente commuove anche perché storia vera ma ancorpiù perché interpretato da un grande attore con il suo vero(!) figlio (e questo penso sia la vera paraventata di Muccino che infuenza lo spettatore oltre quella di vantarsi di aver lavorato senza conoscere la lingua).

Tirato via il finale affidato a didascalie che sancivano il lieto fine – sembra un arco caricato che poi fa cilecca.
La storia mi ha comunque irritato: c’è il rischio di far sentire chi come me vive nella più assoluta normalità un fallito, sembra quasi che bisogna desiderare una vita piena di guai per poi coronare il “sogno”, dimenticando però i più che non lo raggiungeranno mai.
Saluti
Fabrizio

ViSioNi [9] – Oltre il giardino

10 Gennaio 2007 1 commento


La visione del film è caratterizzata da una ?serenità? apparente, molto tangibile nel comportamento di un uomo, un giardiniere, di nome Chance. Lui evita, senza volerlo, il mondo che lo circonda pur facendone parte, ed è per tutti uno dei tanti. Una persona con cui si cerca di entrare in contatto, di interloquire, dalla quale avere informazioni o pareri. Uno dei tutti insomma. Ben vestito, ben curato, solare, disponibile e gentile.
Ma Chance attraversa la vita senza emozioni, senza brividi, senza passione.
Come una lumaca senza guscio, si ritrova catapultato in un mondo ignoto, diverso, dove le persone sono freneticamente alla ricerca di ?tutto?, del ?come? e tutti hanno certezze ?di cristallo?.
La scena in cui Chance varca la porta che lo introduce in un nuovo mondo è caratterizzata dalla stessa sinfonia di Strauss (Così parlò Zarathustra) che dieci anni prima accompagnava un altro viaggio verso l?ignoto: quello degli astronauti di 2001 di Kubrick. Ignoto era a loro lo spazio. Ignota è il la vita reale al nostro giardiniere.
Nella vita di tuti i giorni la televisione, con i suoi messaggi, le sue favole, le sue rassicurazioni, non sempre aiuta a vivere. Anzi spesso aiuta a sbagliare. E fuori, nella ?società degli uomini?, il telecomando non può spegnere un ragazzo di colore che sguaina il suo coltello minaccioso, e la scena non può cambiare a piacimento.
L??uomo senza passato?, L? ?uomo che non c?era?, rimanendo a tema con un film visto da poco nelle nostre serate, è invisibile con la stessa intensità in cui gli altri lo notano.
Ho sempre pensato che se la gentile signora (Shirley Mc Lane) che gli concede un passaggio in ospedale, dopo l?urto con la sua auto, anziché Chance nel suo soprabito, cappello e valigia, avesse trovato un pezzente mal vestito e puzzolente, si sarebbe ben guardata da lasciarsi andare a cure ed attenzioni. ?L?abito non fa il monaco? dice il saggio. Qualche volta si.
La televisione. Il richiamo con l?altra recente visione (Fahrenheit). La televisione in ogni stanza, in ogni angolo, in auto. La fruizione che Chance ha lo stesso effetto della consapevolezza di chi la guarda con passione. Cioè entrambi ne restano intontiti, pieni, svuotati dal riempimento del nulla. Ma entrambi ripetono le parole, si muovono come e con lo schermo, e vanno in giro con una fede pericolosissima che fa uso di stupidi da parte di poteri ferocissimi.
Chance è ingenuo, accomodante, stupidamente intelligente, inconsapevolmente profondo. Lui non vuole fare ?istanza?. Non deve demandare alle regole della sociètà. Lui è se stesso. Cioè un altro.
Durante la visione, il film, nello scorrere delle scene tranquille e fluide, rilascia una sensazione di angoscia, di tormento, di paura. Chi muove i fili delle nostre vite? In quali mani abbiamo demandato le nostre speranze, i nostri sogni, le nostre incertezze. Chi è peggio? Un cretino che arriva al potere o un potente che da retta a un cretino?
Il fllm ci indica anche la perdita dell?innocenza da parte dell?uomo, della sua incapacità a vivere delle cose semplici e dei valori che col tempo sono sfuggiti, sono stati rubati, sono riproposti dalle televisioni.
Per me la scena che più fa implodere il personaggio del film è quella in cui Chance cambia canale anche quando trasmettono il programma in cui lui è l?ospite, il protagonista. Neanche vedendosi si illumina.
Il tempo, la nostra immagine, il nostro essere, sono già passato anche quando lo prendiamo a piene mani.
Un cenno al tema razziale che il regista propone provocatoriamente in poche battute nella scena in cui l?ex governante di colore denuncia nella hall di uno squallido albergo: ?Il mondo è dei bianchi..?è dei cretini!!?
Chance sparisce dal nostro sguardo camminando sull?acqua. Lui forse può, perché non sa, perché non ha paura, perché non ha nulla da perdere.

ViSiONi – il Libro

10 Gennaio 2007 Nessun commento


Tutte le schede e i commenti dei film visti insieme nel 2006.
Un libro. Una raccolta. Un ricordo.
Un divertente e simpatico modo di sfogliare serate di cinema con amici cordiali.

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VIsIoNi – Suggerimenti – Il grande capo

9 Gennaio 2007 2 commenti


Il grande capo
Danimarca, 2006
Regia di Lars Von Trier
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Non so se se può piacere a tutti, ma sicuramente farà parlare di sé – una storia purtroppo tanto vera ed a volte drammatica per chi frequenta un ufficio ma raccontata con simpatia.

I cinefili potranno parlare della tecnica di ripresa con cineprese fisse o del montaggio con tagli netti, ma a me è semplicemente piaciuto

C’è di tutto: l’arroganza del padrone, la sua redenzione, il protagonismo dell’artista, i sentimenti, il sesso (anche quello, ma poco poco), i lavoratori che si illudono delle buone intenzioni del capo e si fanno impietosamente manipolare e tanto altro ancora che si scopre piano piano piano.

Non manca certo il finale a sorpresa!
Per essere perfetto ci vuole un difetto: non amo particolarmente i pochi interventi della voce narrante dell’autore, pur se, nel suo protagonismo, si fa vedere riflesso su una vetrata all’inizio del film (e questo non mi è dispiaciuto molto)

A dire il vero ero anche molto scettico di vedere Dogville, ma devo dire che la particolarità dell’impianto scenico non ha limitato la storia del film che è risultato nel complesso positivo

Saluti Fabrizio

[ViSiOni 8] – L’assedio

20 Dicembre 2006 5 commenti


Cinema! Cinema! Cinema!
L’assedio è uno di quei casi in cui viene mostrato come si fa il cinema!
Ho scoperto questo film di Bertolucci, anni fa, d’estate, in una di quelle arene estive dall’atmosfera rilassata. Arrivai a proiezione iniziata e non avevo letto né il titolo né chi fosse il regista. Piano piano, durante la visione, le immagini, i silenzi, la raffinatezza dei movimenti e dei colori, e la storia, quasi nascosta, mi catturarono e rimasi colpito dal film. Avrei saputo all’uscita che era una “creatura” di Bertolucci. Il cinema fatto da chi ama il cinema non può tradire le attese.
La spirale disegnata dalla scale di un palazzo borghese (così simile ad una chiave di violino), al centro di roma o del mondo, tra due mondi diversi, si insinua tra le radici africane di Shandurai e quelle distaccate di Mr.Kinski. Si incontrano musiche diverse, si attraggono e si respingono. Il mondo racchiuso nello spazio di sguardi rubati, di solitudini da riempire, di desideri nascosti.
La regia è sofisticata, leggera, tecnicamente ricercata, con dissolvenze e brevissimi rallenty. Il “cinema delle immagini” che ancora una volta toglie voce alle parole, sostituendole con atmosfere intense che provocano sensibilità allo sguardo.
Difficile non pensare ad “Ultimo tango”, pur con i dovuti e necessari distinguo. Ma necessario per capire come Bertolucci ami il cinema e come lo senta scorrere dentro intriso di passione, di ricerca, di curiosità.
“L’assedio” rilascia inquadrature e movimenti di macchina perfetti, intonate come note suonate al momento giusto, con il tocco migliore. Ecco allora le dissolvenze che ci portano dal rombo di un aereo nel cielo africano ad una notte tormentata di Shandurai a Roma, la schiuma di un bicchiere di birra che si sparge su un pavimento da lavare, un fiore dal colore lilla che ritroviamo in un ombrello appoggiato a terra.
Surreale e originale la scena di Mr Kinski che diverte i bambini lanciando in aria delle mele passeggiando in un giardino senza tempo tra canti di rondini e innocenza intaccata. Il movimento veloce e l?accelerazione delle riprese richiamano le vecchie comiche di un tempo, il vecchio cinema da non dimenticare.
“L’assedio amoroso” portato con tutte le armi che la musica può offrire.
Attaccare amando, difendersi cedendo.
La casa si svuota di oggetti per far posto solo ai sentimenti. Shandurai alla fine , dopo aver scritto cento volte “thank you”, non riesce a scrivere altro che “i love you”. E scompare da qualcuno, entrando nel cuore di un altro. Chissà di chi. Noi la vediamo solo andar via, riempendoci lo sguardo della sua assenza, nel suono atteso e forse rifiutato di un campanello suonato all’alba di un utlimo/primo giorno.
Non so quanti abbiano potuto vedere questo film e non ricordo quanto tempo rimase nelle sale cinematografiche. Ma non credo siano stati molti. Ed è un peccato.
Luigi

CINEBIMBI – La fabbrica dei sogni

11 Dicembre 2006 Nessun commento

Cinebimbi è la fabbrica dei sogni per i più piccoli.

Per informazioni e prenotazioni: cinebimbi@gmail.com

Poiché la saletta ha un un numero di posti limitato, è necessario confermare la presenza
Il costo del biglietto è previsto solo per i bambini ed è di 3,50€.
Ora di inizio:  16:30
Cineclub DETOUR via Urbana 107 c/o negozio solidale Oasi Urbana (www.cinedetour.it)
il cineclub si trova a circa 200 metri dalla fermata metro CAVOUR.

 

 

 

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Diario di lavorazione: Mamma Roma

28 Novembre 2006 1 commento

Diario di lavorazione del film Mamma Roma dell’aiuto regista Carlo di Carlo  

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VIsIOni [7] – L’uomo che non c’era

22 Novembre 2006 2 commenti


Quante storie che non ?si vedono? ci sono intorno a noi? Quante persone attraversano la vita come fantasmi senza lasciare traccia? Ed Craine fa il barbiere. Taglia capelli e pensieri. Loro, i capelli ed i pensieri, crescono senza chiedere permesso, insinuando domande e dubbi.
Nel cinema dei fratelli Coen i personaggi sono quasi sempre dei perdenti, figure marginali della società. ?L?uomo che non c?era? fila via fluido e sinuoso. Apparentemente lento, detta il ritmo della storia in modo incessante, accelerato anche dal ?montaggio? della ?voce off? del protagonista. Il taglio bianco e nero della fotografia, esalta l?omaggio al cinema noir degli anni 40. La storia contiene tutti i protagonisti classici del genere: lui, lei, l?amante, l?avvocato, il detective, l poliziotti incapaci, l?amore impossibile, il sogno che svanisce?
La storia è raccontata con eleganza e si snoda tra il fumo della sigaretta perennemente accesa da Craine. Il tempo è sospeso e il protagonista lo attraversa indenne e con indifferenza. Nella scena in cui ci racconta come ha conosciuto sua moglie mentre la guarda con occhi assenti, si alza per rispondere al telefono, esce di casa, compie un omicidio, ritorna a sedersi ai piedi della moglie sdraiata sul letto e riprende a raccontarci la sua storia: Ed Craine è senza passione. Quando l?insegnante ed esperto di musica francese gli parla di come nasce la musica, di come il cuore smuove il mondo, sembra più che stia parlando di lui che non della ?carina e vuota? Birdy.
Bellissime le scene del monologo in carcere dell?avvocato Riedenschneider tra una prigione di luci e ombre, la scena dell?incidente dove la memoria di Ed Craine, nell?attimo in cui lui sta forse perdendo la vita, lo rimanda ad un particolare momento di mancata intesa con il mondo e con la moglie che gli nega la parola: chissà cosa è successo quel giorno e perché quel momento torna a galla come la cosa più importante di una vita?
?Un barbiere non può essere l?autore di tutto questo? dice l?avvocato nella sua arringa finale. Non può un uomo che non ha brividi, passioni, slanci, carattere, provocare omicidi, suicidi, truffe, crack finanziari?Ed Craine è solo un barbiere. Osserva i tagli dei capelli dei bambini alle audizioni, e sfiora con gli occhi i capelli dei testimoni della sua esecuzione. Finalmente vedrà la luce e forse riuscirà a parlare con la moglie.
Beethoven scrisse la sua composizione ascoltandola senza sentire. Si può guardare senza vedere, ma soprattutto si può essere e conoscere anche senza essere là. Un uomo che non c?è.

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[ViSioni, i percorsi] – Big Fish

7 Novembre 2006 Nessun commento


Fabrizio arriva e mi “passa” il dvd di Big Fish. “Ricordi? Ne avevamo parlato in pizzeria…?
Mi ha sempre attratto il cinema di Tim Burton. Estroso, fantasioso, surreale, sconfinato, sognante. ?Big fish? è una favola. Come del resto lo è il cinema. In questa storia ritrovo il bravissimo Albert Finney che qui impersona “colui che le favole le inventa”?. o forse no. La storia infatti è imperniata sulla vita di un uomo che vive apparentemente sfuggendo alla vita ed ai ricordi, rimanendo un pò bambino, disseminando alle sue persone più care, racconti fantastici e impossibili. Suo figlio, più introverso e razionale, con il tempo se ne allontana, pur essendo cresciuto tra quei racconti e quelle storie che lo hanno cullato, addormentato ed anche impaurito.
Il film suggerisce alcune domande:”Dove finisce la realtà e dove comincia la fantasia? Una vita è più bella se si colora con le favole? Raccontare e viaggiare sono la stessa cosa?” La risposta è si. L?apparente semplicità della storia, inframmezzata da racconti fantastici e inverosimili, traccia il segno di quella non comune capacità degli uomini, di godersi la bellezza della vita, della sua possibilità di essere vissuta con trasporto e ottimismo, con curiosità e passione. E ancora: ?Quando si finisce di essere figli e quando si comincia ad essere padri? Il figlio alla fine della storia, vicino al letto sofferente del padre, dopo avere per anni ascoltato è ora lui a farsi narratore ed a raccontare una storia fantastica a quel padre che sembra ancora di più un bambino. Più di quello che la moglie sta per dargli.
Il sogno americano che corre verso il progresso e conserva le tradizioni delle piccole città, della famiglia e del bisogno indispensabile dell?amicizia per non sentirsi mai soli.
Un padre assente, presente, immaginario, un pò? uomo un pò pesce, anzi un grosso pesce. Durante la visione mi tornavano immagini di altri film (Moulin Rouge, Beetlejuce, Edward mani di forbice, La storia infinita, Il signore degli anelli?.). Il cinema mischia le carte in tavola e rende tutto così speciale.
La capacità di saper raccontare, di saper far volare le parole nel modo migliore, per aggrapparasi ad esse e guardare tutto dall?alto. E per un attimo tutto ci appartiene.

Grazie a Tim Burton, al cinema e ovviamente a Fabrizio

VISiOni [6] – Mamma Roma

6 Novembre 2006 4 commenti

Ancora una volta la visione di Mamma Roma mi spiazza e mi sovrasta. Un grido sferzante, una speranza che muore. Pasolini e quel suo linguaggio unico e indefinito. Pieno di tutto, anche di quello che non riusciamo a vedere. Il suo linguaggio; impetuoso e irriverente, vero e sempre attuale. Poesia, romanzi, tragedie, cronaca, pittura, alla fine sfociano nelle immagini del suo cinema, in modo apparentemente semplice. Per molti il suo cinema è tecnicamante discreto, scomposto e grezzo. Ma il suo cinema parla d’altro e si ricompone in una forma di comunicazione originalissima. L’amore per la vita e la bellezza interiore di chi, ai margini della società, vive di sensibilità inesplorate, di slanci puri e commoventi. “Mamma Magnani” sullo schermo emana tragedia e forza, vita e sofferenza, bellezza e dolore. Quel bianco e nero così pieno di sfumature. Un sole bianco e cocente, sui rovi della periferia, lì negli angoli più nascosti dell’anima di quei corpi che si muovono su montarozzi di terra come lucertole che scappano al rumore di passi. Sullo sfondo la struttura inquietante dei palazzoni, sfregia il panorama allontandandosene più che completarlo. Le immagini di Pasolini sono l’eco della sua poesia, così struggente e indifesa. Aveva ragione Moravia quando gridava in piazza nel giorno della sua morte, che i poeti non dovrebbero mai morire. Alla fine del secolo avremmo rimpianto Pasolini e la sua poesia. Beh, siamo da un pò nel nuovo secolo, e Pasolini manca a tutti, anche a chi non sa niente di lui. Qualcuno scrisse che, Pasolini «più moderno d’ogni moderno», sigillò la chiusura di un’epoca e di un secolo, ben prima del reale compimento cronologico. Mamma Roma: il piano sequenza della Magnani che solca la notte, lungo i marciapiedi, in quell’incessante passeggiata durante la quale prende a pugni la vita, rimane una delle pagine più intense del suo cinema e di tutto il cinema. Sembra quasi che Mamma Roma tra poco si avvicinerà a noi, che, impreparati, non sapremo parlarle. Lei così apertamente vera e colpevolmente dalla parte della ragione. Pasolini omaggia il neorealismo italiano con la corsa disperata nel finale verso il vuoto di Mamma Roma che corre verso una “città aperta” solo all’impossibilità di viverla. La partecipazione brevissima di Lamberto Maggiorani a cui stavolta non rubano una bicicletta ma una radiolina in ospedale, e reagisce con lo stesso grido del viso urlato nel film di De Sica. Pasolini e la musica. Vivaldi e Bach, Mamma Roma e Accattone. Bellezza e povertà, il sublime su vite intrise di polvere. Un contrasto così forte ma così inscindibile, soltanto da capire senza spiegarlo. Pasolini e la pittura. Quel “povero cristo” di Ettore che si trasforma nel dipinto di Mantegna, e poco tempo prima portava a spasso sulla testa dei clienti in pizzeria, un vassoio di frutta di caravaggesca memoria. “Stupenda e misera città …” Pasolini vive di Roma come mai nessuno è riuscito. Pasolini che muore di Roma. Pasolini ancora da scoprire, vivo più che mai, e nonostante la morte fosse stata sempre presente nel suo pensiero, lui la sbeffeggiava con il sorriso di chi sa: “L’intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da uno dei milioni d’anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l’ha mai liberato. Mostrare la mia faccia, la mia magrezza – alzare la mia sola puerile voce – non ha più senso: la viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, nella più strana indifferenza. Io muoio, ed anche questo mi nuoce.”

Luigi

 

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le mie VIsIOnI – io, Truffaut e la Cina

25 Ottobre 2006 3 commenti

Vorrei iniziare con un sentito ringraziamento a Luigi e Viviana: come tutti lavoro tutto il giorno, e certe chicche come Fahreneit 451 o La strada verso casa avrei continuato a ignorarle (già: ma dov’ero, nel 1964? Troppo occupato dalla mia tata, o dall’imperante Disney-estetica di cartapesta?). Perciò W Visioni, che produce stimoli e reazioni culturali in un mondo pieno di … anzi vuoto di … spero mi abbiate capito. Ciò detto, cerco di esprimere qualcuna delle mie reazioni a questi due capolavori. Dal punto di vista delle nostre serate, un film “riuscito” è quello che quando esci per strada c’è fretta di commentare, di scambiarsi opinioni, di confrontare intuizioni. Il che è appunto ciò che è successo: il confronto è nato mentre ancora spostavamo sedie, sfollavamo, salivamo le scale o impegnavamo il corridoio, accendevamo qualche sigaretta. Oramai ho accettato questa regola: non giudico quello che ho visto finchè il mio sistema non mi ha restituito, nei suoi tempi fisiologici, il suo inappellabile responso. Un film (e un film di Luigi e Viviana) per me è “riuscito” se nei giorni successivi, mentre preparo un powerpoint o incontro un cliente, involontariamente continuo a vedere scorrere dentro me certe scene, perché un mondo che era di Truffault o di quel cinese impronunciabile è diventato anche un po’ il mio mondo. Il che a me in questi due casi è successo, involontariamente quanto nettamente. Non sarebbe di certo successo se, come si usa fare, mi fossi seduto per caso, distrattamente, davanti a un infernale televisore, e avessi per coincidenza visto iniziare uno di questri film, con o senza pubblicità. In quel caso: nessun incantesimo, nessuna libertà mentale, zero aspettative e disponibilità a apprezzare un messaggio. Il primo dei due, Fahreneit (basta una acca?) 451, è un film immenso, contraddittorio, disturbante, insicuro, orgoglioso, assediato … aggettivi che metto in fila conscio di non poter facilmente racchiudere tutto quello che ho trovato in questa distopìa (come mi insegna mia figlia Matilde: distopìa, ovvero utopia negativa). Anzitutto ho trovato una familiare aria di casa: sono cresciuto in una casa intrisa di libri, asserragliata in un mondo deciso a non più rispettare le leggi della gravità e della rotazione terrestre, abitata dall’impaccio di intellettuali perennemente fuori posto, pervasa dall’orgoglio, dall’arroganza, dal malcelato complesso di inferiorità e dalle excusatio degli innamorati di Omero e Aristotele, Agostino e Tommaso d’Aquino, Machiavelli Shakespeare e Moliere, Voltaire e Kant, Bach e Beethoven, Toqueville e Lawrence, Shirer, Chaplin, Huxley, Orwell, Arendt, Quasimodo, Solzenitsin: un sontuoso minestrone di polvere e pagine stampate, immagini e parole di uomini morti da tempo ma ancora vivi nelle nostre menti: grazie ai libri, e a prescindere oramai dai libri, perché quello che questi morti ci hanno mostrato è parte di noi da decenni, mandato a memoria. Per cui per dirla alla Truffault io sono certamente Brave New World di Huxley, oltre che tre o quattro altri titoli della mia microscopica biblioteca interiore. E voi, ognuno di voi, chi siete esattamente? Siete le Libere Donne di Tobino, o la Dalia Nera di Ellroy, o …? Le donne, anzitutto. La moglie è un classico incubo dei nostri giorni. Bella, regolare, intrisa di non-dialogo, desideri comuni e tanta, troppa marmellata televisiva. Scontata e accettabile: assomiglia pari pari a tante, troppe persone che ho incontrato, frequentato, evitato, sposato. Meno accettabile l’altra, la cospiratrice. In lei il film ha continuato a alimentare e deludere la mia aspettativa di sbrigliamento delle emozioni, tenerezza, eros, o anche molto molto meno, anche solo l’invano atteso rilassamento dei suoi muscoli facciali. Troppo algida, troppo interessata, troppo poco diversa dal mondo che combatte: Truffault ce la serve come un dessert ricoperto di glassa, ma il cuoco ci ha tirato lo scherzo di dimenticare quasi completamente lo zucchero. La donna del film mi propone una alternativa poco attraente alla moglie ufficiale (inquadrata, invasata, obbligata all’autodifesa, delatrice) perchè, seppure su un piano intellettualmente più mio, è ugualmente inquadrata, ugualmente in fuga dal contatto umano e dal sentimento. La salva, e salva tutti i ribelli del film, l’eroismo della cospirazione, l’innamoramento per i libri: che non sarà un granchè, ma è pur sempre un mondo in più rispetto all’imperativo della felicità castrata del regime rappresentato dai pompieri. Geniale la trovata dei pompieri che accendono gli incendi. In fondo, che male c’è? Un lavoro come un altro. In cui giustamente non c’è motivo di acrimonia. Il capo pompiere ha il volto e i modi di un padre premuroso, che svolge un compito per il bene della società. Ha senso la sua perfetta insensibilità di fronte alla vecchia che muore fra i libri. Ha più senso e appare meno violenta del suo assassinio poco dopo da parte del protagonista: il nostro biondino inespressivo che trova insieme la libertà di pensiero e quella di sovvertire, e di delinquere. Il film nasce nel 1963-4: in piena elaborazione degli immani cambiamenti intervenuti con la trentennale Guerra Europea 1914-1945. L’Europa ha appena partorito e in parte abortito i primi sistemi totalitari nella storia dell’umanità. La tecnologia ha dischiuso la mente dell’uomo mettendo tutto alla sua portata (abbiamo appena imparato a volare, a comunicare via etere, a uccidere ventimila persone con una sola bomba, a portare il mondo con la televisione nelle case, e fra 5 anni andremo sulla luna). L’intuizione di una identità insufficiente, la voglia di una umanità migliore, hanno portato prima Lenin e Mussolini poi i loro epigoni a tentare la scorciatoia della felicità con la camicia di forza. Grande è l’impressione degli intellettuali, grande il loro imbarazzo per la perdita di un ruolo almeno consultivo presso i potenti, inaccettabile la perdita della libertà di parola (e in molti casi di movimento, di vita). Grande per Truffault soprattutto l’esigenza di elaborare il lutto per la morte della società plutocratica, classista, preclusa alle masse, riservata agli eletti. In questa società che sparisce si è persa l’opportunità del posticino notabilare che da sempre spetta agli Intellettuali, sacerdoti del rito della legittimazione del vero e del bello. Gli intellettuali di Fahreneit 451 ne escono bene e male. Li vediamo liberi innamorati della realtà, capaci anche contro la legge di comportamenti socialmente essenziali come la ricerca del bello, la coltivazione della libera critica, la conservazione del passato. Che strano, però: c’è molta conservazione in questi intellettuali, che oppongono i secoli di cultura al nuovo che avanza, anziché usare propri argomenti e proporre nuova cultura, specifica per i tempi della società di massa. E come si conviene a un punto di vista intelligente, c’è anche il contrario, e il contrario del contrario. C’è per esempio che Truffault espone come un vanto personale le copertine dei libri di Jean Genet (ripetutamente ostentati in cima alle pile oggetto delle attenzioni dei vigili del fuoco). C’è che questi intellettuali li vediamo ridotti a memorie ambulanti, condannati a essere “solo” Giulietta e Romeo, oppure Guerra e Pace: neanche un intero autore, un genere, una variante. La società di massa ha già spopolato, con i suoi schermi piatti che ti frullano il cervello. Gli uomini-libro sono come le vestali: sacrificano tutto alla preservazione “a paroletta” di grandi capolavori, come se una cosa di quel genere fosse possibile. Come si direbbe oggi: una cazzata, una provocazione e basta, per dire che anche la cultura è finita in un bel vicolo cieco. Comunque il Regime e gli Intellettuali su un punto sono perfettamente d’accordo: dio è davvero morto (ci viene il dubbio: ad Auschwitz? a Porta Pia? In una o l’altra delle molte arcinote nefandezze compiute dalla religione?). Dio è morto e ne il regime ne gli intellettuali (ne Truffault) ne sentono minimamente la mancanza. La sfida è tutta umana, e l’uomo rivendica una matrice senza immanenza, ovvero con una sola immanenza, costituita dalla sua migliore produzione creativa. Non c’è in tutto Fahreneit 451 un campanile, una porpora, un crocefisso, un amen. Per la serie: a volte un film si nota anche per quello che non c’è. È la prima volta che mi capita che un artista presenti un affresco sociale (e di una società non libera) in cui dio, la Chiesa, non svolgono un qualche ruolo: di oppressori, di oppressi, di complici dei potenti, di avvocati dei deboli, etc. Qui non c’è un vescovo che benedice la Gestapo, ne un frate che aizza la polizia, non c’è nulla. Non c’è neanche, per intenderci, il prete che difende contro il sistema la libertà di scelta di Alex di Arancia Meccanica. Un flash. Commovente la scena più volte ripetuta della incantata lettura di qualche classico, in cui il protagonista scopre, molto stupito, quanto siano belle le parole, la lingua scritta (e non a fumetti). Scena già vista quando il selvaggio declama Shakespeare (sempre lui …) nel già citato Brave New World, del 1932, che anticipa con insuperata visione e di molti lustri le descrizioni distopiche di un Orwell o di questo Truffault. Per chi non l’avesse letto, consiglio caldamente di farvi questo regalo(n.b.: in italiano è stato tradotto a volte come “Il mondo felice”). I flash da citare sono davvero troppi per la vostra pazienza, e ve li risparmio. Fahreneit 451 è un film talmente ricco di simboli segnali e dettagli allusivi che andrebbe rivisto enne volte per smontarne almeno gli strati principali. E manca altro, nel film. Manca del tutto la povertà: l’uomo vive in un mondo finalmente al riparo dalla fame (tutti hanno una collocazione nel sistema), dall’incertezza (i ruoli sociali sono stabiliti, anche le case non possono bruciare). L’uomo, pensate, è finalmente libero dalle emozioni: perniciose, causa tristezza, di sentimenti di superiorità, quindi di attriti e di conflitti sociali. Vince la visione materialista più chiaramente espressa dal Comunismo (ma in genere da una certa cultura moderna) secondo cui l’uomo tende a soddisfare i propri bisogni materiali, ed è felice (ma lo è?) quando riesce a soddisfarli. Quindi finita la povertà, che è sostituita da un senso (molto più angosciante) di bisogno materiale indotto dalla società, dalla televisione, oggi diremmo (diciamolo, per favore) da Sky-Rai-Mediaset. Manca il bisogno, ma la moglie impeccabile sarebbe più felice se potesse permettersi una casa più grande, uno schermo in ogni stanza, etc. Poco importa che le persone non si parlino più, o si scambino ovvietà. Pensateci: non è questo il mondo in cui viviamo? La ricetta di Truffault per risolvere tutto ciò non si vede, o è ben nascosta fra le pieghe del film. La satira sui pompieri è feroce, trasparente, smargiassa. Ma non lo è di meno quella dei ribelli, di coloro che dovrebbero incarnare l’alternativa, la soluzione. Anche costoro sono gente che non esprime una convincente umanità, un progetto, un calore qualsivoglia. La ricetta di Truffault ce la dobbiamo immaginare, perché il film si limita a contrapporre due risposte delle quali la seconda è soltanto un po’ meno errata della prima. Passando al film cinese, vi confesso che a me è accaduto, in forma se possibile ancora più intensa, lo stesso meccanismo di esplosione tardiva di quando Luigi e Viviana ci hanno temerariamente piazzati a vedere Dolls di Kitano. La Strada verso Casa è una storia semplice semplice, raccontata per quella che è, in chiave assolutamente minimalista. Bella la fotografia (quasi ma non esattamente a livello di Dolls), ma non è questo il punto. In genere il presente è a colori e il passato remoto in bianco e nero. Qui è il contrario. In una Cina che potrebbe essere casa nostra si presenta la situazione banale di un morto da seppellire. L’incipit non promette scintille: il figlio che torna è un manager, guida un fuoristrada decisamente capitalistico (ma non eravamo in Cina?), arriva in un villaggio-buco-del-culo-del-mondo, viene accolto da un capovillaggio gentile e qualunque. La mamma neo-vedova stranamente non è in casa, non si vede subito, è subito oggetto della preoccupazione della storia. Come l’ha presa? Sta morendo di dolore? Neanche il morto è in casa. La storia cambia presto marcia. La mamma non sente ragioni, pretende una cosa assurda come il trasporto a braccia del defunto dal lontano ospedale. Apprenderemo che la marcia richiederebbe una intera giornata, e decine e decine di persone valide, che nel villaggio non ci sono. Assurdo, la madre dovrà cedere. Facciamo la sua conoscenza nel freddo antistante la catapecchia della scuola. Prima un corpo rannicchiato, poi una maschera di rughe asiatiche e autentico, irrimediabile dolore. Per me il film inizia qui, con la frustata che passa in me di questa donna che all’alba del 14 ottobre 2006 mi trasmette il miracolo di una persona genuinamente affranta per la perdita di un’altra persona: come se cose del genere esistessero ancora, oggi e qui. La donna è mossa da un impuslo assoluto, non negoziabile. Il morto verrà seppellito, ma il suo legame con il morto impone una procedura in cui c’è tutto il film. La seconda frustata: la donna rifiuta il trasporto meccanico. La terza: la donna, spossata, tesse per il morto, ripetendo un gesto già compiuto da ragazza. E il figlio inizia il racconto. La camera da presa fa un salto indietro di 50 anni, compaiono i colori, la vedova è una ragazzina che amerò anche io come il regista fin dalla prima inquadratura. La sua è una storia kitsch, davvero banale come è banale l’amore. Il percorso di avvicinamento e di aggancio dell’amato è presentata con particolare discrezione, pudicizia, esagerazione. E coraggio. Nella Cina rurale degli anni ’50 una diciottenne sta effettivamente scegliendo liberamente il proprio sposo. Niente pressioni familiari, niente tentativi di combine da parte di padri-zii-anziani. La ragazza è avvenente, semplice. Prenderà di mira il nuovo maestro e io tremerò per tutto il film per l’incompatibilità di gusti (lui dalla città) e il gap di cultura (lei analfabeta, lui insegnante). Da buon europeo, da provetto occidentale, mi aspetterò le differenze pesino, e che prima o poi arrivi sul sentiero la pietra d’inciampo, la curva troppo stretta, insomma la realtà che si vendica e fa giustizia di un sogno d’amore, dunque banale. Ma questo evidentemente non è per nulla un film europeo, o americano. Qui è già sufficientemente difficile la vita in se perché le persone guastino tutto con inutili impoverimenti dei contenuti, nelle relazioni. Davvero come si vedrà questo film ci presenta una qualità di tradizioni, di relazioni, che mi fa venire una gran voglia di Cina in Italia. Il nuovo maestro. Il regista, la macchina da presa ce lo fanno vedere bello, come se lo vedessimo attraverso gli occhi di lei. Un attore talmente bravo da non farci accorgere che per due ore reciterà. La scuola, il riscatto di un popolo da millenni asservito. Il maestro lotta per costruirla. La ragazza tesse la tela augurale. Le manovre per accalappiarlo si prolungano, ci conquistano. Vorrei che i corteggiamenti fossero tutti come questo. Penso che forse a me è successo – ma solo perché sono molto fortunato – una volta sola, forse. Il tema del film, visto da occhio europeo, non può che essere quello della fedeltà. Questo film è la fotocopia esatta di Dolls di Kitano, sotto il profilo macroscopico della fedeltà degli individui alle cause. In Dolls: i fidanzati incatenati, il fan e la pop star, la donna e il gangster, ma anche la fedeltà di Kitano al non detto, al potere espressivo dei colori. Tutti esempi di fedeltà incondizionata, estrema, commovente, definitiva. In Kitano, una fedeltà disperata e sola. In La Strada verso Casa: una fedeltà ancora più profonda, positiva, religiosa. La fedeltà dell’amore fra la ragazza e il maestro, la missione educativa rappresentata dalla scuola, la vecchia che accompagnerà il marito verso casa, il villaggio dapprima recalcitrante e poi fedele alla tradizione, e grato al suo maestro per 40 anni. Anche il figlio è fedele: arriva dal progresso, ma accetta l’impuntatura della madre, onora il padre e il villaggio con quell’ultima lezione, “per un giorno”. Tutto qua. A volte un regista semina e nasconde decine di simboli, come pepite, affinchè lo spettatore non si annoi, affinchè capisca bene il messaggio. Questa volta i simboli non hanno nulla di intellettualistico, non fanno continuo riferimento come in Truffault a un codice condiviso, che puoi capire solo se ne fai parte. I simboli che mi hanno conquistato arrivano dalla Cina, hanno una connotazione universalmente umana, ancor prima che culturalmente localizzata. Difficilissimo raccontare così bene una storia così semplice. Quel diavolo di un cinese ci è riuscito. Scusate la lunghezza di queste note. Non avevo il tempo di scrivere neanche 5 righe, ma lo dovevo alle due grandi serate passate insieme. Un bacio a tutti, Janusz

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VISiOni [5] – La strada verso casa

18 Ottobre 2006 2 commenti


Quando con semplicità si riescono a dire cose importanti, si ha il piacere di entrare in contatto con quei valori della vita che spesso sfuggono pur essendo vicini. Zangh Yimou ha il pregio della leggerezza, trasportata con un linguaggio tipicamente orientale ma universalmente riconoscibile.
Il solco delle ruote oggi, e quello di un carretto nel passato, segnano la strada che nonostante il passare del tempo resta indelebile, chiara, forte. La forza dei ricordi, colorata più del presente, ritorna in modo confortante ed è portatrice di buoni propositi e di insperate certezze. Le regole della vita, non necessariamente rigorose e fredde, hanno il suono della voce di bambini che le fanno entrare nel loro mondo senza filtro, senza compromessi.
Il regista sembra indicarci che non bisogna farsi intrappolare dalla vita di tutti i giorni, che, pur se necessita di impegni e compromessi, non deve farci lasciare alle spalle ciò che oggi ci consente di avere la nostra identità, tradizioni, affetti e senso della vita (“senza passato non si costruisce il futuro”).
Il cinema ha il dono di farci compiere viaggi impossibili. Andare in luoghi sconosciuti e riconoscerli in maniera sorprendente. Una vita vale più vite. Il tempo si dilata e consente una visione delle cose più pulita e profonda.
L?essenziale di questo tipo di cinema, come quello neorealista italiano e quello iraniano, consente di mediare, attraverso le immagini, l?avvicinamento alla cultura delle persone con un approccio non straziato da pregiudizi e convenzioni.
Sui muri della casa nel villaggio cinese fa bella mostra il poster del Titanic. Ma la scodella rimessa a posto con i chiodi da un personaggio surreale (l’aggiustatore di cocci) riporta tutto ad una dimensione che parla di piccoli gesti, di grandi slanci. Ecco allora il riconoscimento al vecchio maestro del villaggio, la tessitura del drappo rosso, il cigolio del vecchio telaio, la scuola come una chiesa.
La strada verso casa si ritrova con facilità, quando non se ne perde lo spirito cresciuto con noi durante le infinite volte che l’abbiamo percorsa.

I percorsi di VIsIOnI – L’Hitchcockiano Truffaut

9 Ottobre 2006 Nessun commento

"Tutto ciò che viene detto invece di essere mostrato è perso per il pubblico”, questo scriveva Truffaut nella sua lunga intervista "Il cinema secondo Hitchcock", sintetizzando bene l’ossessione primaria sottesa a tutto il cinema hitchcockiano. Ogni sequenza è un’informazione per lo spettatore, e per il regista inglese è l’occasione di ricostruire un mondo più credibile e più coerente di quello reale. Clarissa e Linda , Madelaine e Judy, Il film di Truffaut ci rimanda a “La donna che visse due volte” di Hitchcock. Nel film di Hitchcock l’interdetto che Scottie (James Stewart) rompe è quello di scoprire la perfezione dell’immagine nella morte. Lui non può riconoscere Madeleine in Judy, deve ricostruire Madeleine in Judy: le fa indossare gli stessi vestiti e le stesse scarpe, le fa tingere i capelli e le fa adottare la stessa acconciatura… Scottie non può riconoscerla, perché il suo paragone è un’immagine cristallizzata della donna che ama, un’immagine mentale digitale. Il “complesso della mummia”, Truffaut inizia le riprese de I quattrocento colpi il giorno stesso della morte di Bazin e la fine delle stesse coincide con la nascita della sua prima figlia, eppure il film verrà dedicato a Bazin, cioè alla vita che non finisce, piuttosto che a quella che nasce. Il regista francese riafferma con forza la necessità di questo paradossale culto dei morti, come sarà più evidente in La camera verde. C’è una sequenza di quest’ultimo film che mostra in maniera inequivocabile il legame di ispirazione che lega Truffaut e Hitchcock, in special modo in riferimento al tema del lutto. Julien Davenne (François Truffaut) va a ritirare una statua di cera raffigurante la moglie morta, del tutto simile alla mummia della signora Bates in Psycho: seduta, volto severo (paralizzato in rigor mortis), con i capelli raccolti in uno chignon. Naturalmente Julien la trova orribile, non vi riconosce la moglie e, nella sequenza successiva, la mpd, posta fuori dall’edificio, riprende attraverso le finestre il creatore del manichino che, prima di distruggere la sua opera, la prende fra le braccia, esattamente come Norman Bates fa con la mummia della madre prima di portarla in cantina. Julien Davenne è Hitchcock, ma rappresenta anche la volontà di Truffaut di superare il regista inglese e la sua disperazione. Confrontiamo alcune osservazioni di Truffaut su Hitchcock con una frase di Julien, troveremo una identificazione pressoché totale del regista inglese nella figura del malinconico cronista di provincia. “Il cinismo che può essere reale in un uomo forte, non è che una facciata nelle persone sensibili. Può nascondere un grande sentimentalismo, come nel caso di Eric von Stroheim, o semplicemente del pessimismo come in Alfred Hitchcock. Louis Ferdinand Celine divideva le persone in due categorie, gli esibizionisti e i voyeurs ed è evidente che Alfred Hitchcock appartiene alla seconda. Non si immischia nella vita, la guarda” oppure “Quando si è reso conto, da adolescente, che il suo fisico lo metteva in disparte, Hitchcock si è ritirato dal mondo e l’ha guardato con una severità inaudita”. Questo è ciò che François Truffaut scrive su Hitchcock, mentre, in un dialogo con il suo direttore, Julien Davenne arriva ad affermare “Ho capito che per certa gente la vita è una lotta feroce dove tutti i colpi sono permessi. Allora mi sono ritirato dalla gara e […] sono diventato un semplice spettatore della vita”. Julien non ama la vita, è un necrofilo, dietro il suo culto dei morti c’è l’amore della morte in sé. Un ulteriore passo avanti e, negli anni ’90, il necrofilo solitario si trasforma nel gentile serial killer Hildich. La donna, l’ingenuità Nell’universo immobilizzato di Julien, la comparsa di una donna, Cecilia (Nathalie Baye), come nei casi di Norman Bates o di Hilditch, porta disordine. La donna, in Truffaut, genera vita, è l’elemento pulsionale, vitale. Julien decide di morire nel momento in cui la donna stessa tende a sacrificarsi per lui. Accettare di desiderare il sacrificio di Cecilia vuol dire accettare la fine di ogni ipotesi di vita stessa e, come Hilditch, non può sopportare che tutto svanisca, ma, prigioniero della usa stessa impotenza, non può nemmeno reinserirsi nel ciclo vitale. In Hitchcock la donna, severa nei suoi tratti più austeri e nordici e spesso inquadrata di profilo, ha un lato nascosto, potenzialmente distruttivo, proprio in quanto inconoscibile. Il suo erotismo è sempre raggelato e quindi esplode nella pulsione di morte. Lo scatenamento della follia porta alla catastrofe, mentre in Truffaut la follia possiede un’accezione liberatoria, positiva, proprio perché riconosciuta e utilizzata. Il mondo, anche e soprattutto dei sentimenti, nel regista francese è sempre visto attraverso gli occhi di bambino (anche quando i suoi personaggi crescono), tanto da poter affermare che la marca di riconoscobilità dei suoi film è proprio un punto di vista vergine, ingenuo. L’ingenuità di Truffaut è comunque cercata, voluta, per mantenere l’incanto su ciò che ci circonda (il cinema è un atto d’amore). L’elemento amoroso incanala la pulsione pura e semplice, che in Hitchcock era naturalmente violenta, in sentimento dell’esistenza. Truffaut in pieni anni ’70, forse proprio in virtù del suo sentire anarchico, quindi umanistico, riesce a trovare una risposta sia allo scetticismo hitchcockiano, impregnato di sfiducia nella natura umana, sia all’amarezza di Egoyan di fronte alle solitudini irrisolte dei suoi personaggi. INTERVISTE "François Truffaut, professione cinema", Estratti dell’intervista-fiume di François Truffaut concessa ad Aldo Tassone. Alfred Hitchcock La sua attrazione verso Hitchcock era un modo per lei di controbilanciare l’influenza di Rossellini? Al contrario di Rossellini, Hitchcock era una persona inquieta, uno che funziona sulle paure infantili. Tutta l’opera di Hitchcock illustra delle paure: paura del vuoto, paura di cadere, di perdere l’equilibrio. È riuscito molto bene a trasformare tutto questo in sceneggiature che funzionano bene. Non ha mai preso la patente né guidato la macchina per paura di incidenti, viveva ritirato dalla vita, anche a causa del suo fisico non ha mai fatto sport, mai sciato, mai nuotato, non si riesce ad immaginare Hitchcock a cavallo. Se Rossellini faceva parte della vita, Hitchcock, al contrario, era fuori dalla vita. Era entrato nel cinema come si entra in convento… Disegnava scrupolosamente ogni inquadratura, disegnava tutti i suoi film da solo e seguiva fedelmente i modelli… Penso che l’influenza di Hitchcock sul mio cinema sia stata maggiore di quella di Rossellini, non nella scelta dei soggetti ma nel modo di trattarli. Pensare a come farebbe Hitchcock piuttosto che pensare a come farebbe Rossellini mi aiuta di più, anche perché Rossellini non amava la fase dell’esecuzione. L’esecuzione era molto accurata nei suoi primi film, ma anche abbastanza frettolosa e disinvolta, Roberto voleva finire al più presto; non amava fare un film, amava finirlo. Io ho sempre pensato che la vera vocazione dell’ultimo Rossellini era la televisione, il posto dove avrebbe dato il meglio era la direzione di un canale televisivo. Sarebbe stato bravissimo nel concepire progetti d’insieme, da affidare ad altri, lui avrebbe curato la coordinazione e il montaggio finale. Lì avrebbe esercitato in pieno i suoi doni pedagogici. Hitchcock non amava Rossellini e il neorealismo… Si può amare svisceratamente (come fa lei) Hitchcock e Rossellini allo stesso tempo? Hitchcock era molto polemico con questo movimento che scosse il cinema dopo la guerra, quando i grandi film neorealisti arrivarono in America; e poi Rossellini gli rubò l’attrice, Ingrid Bergman, ragione di più per polemizzare. Ingrid aveva girato con Hitchcock dei film che per lei rappresentavano l’artificio, pensava che andando da Rossellini avrebbe dato un’immagine di verità, voleva che i film somigliassero alla vita. Penso che oggi avrebbe un’opinione diversa; i film che ha fatto con Rossellini sono buoni, ma una star, per definizione, deve rimanere una star, un mito; il fatto di aver lasciato Hollywood non ha giovato alla sua carriera, Rossellini è stato obbligato ad aggiustare i film per lei, doveva sempre inventarsi un personaggio di anglosassone; pur amando molto Stromboli, Europa ’51, personalmente preferisco i film che Rossellini ha fatto senza di lei, anche nel periodo in cui erano sposati, come Francesco giullare di Dio. Cosa apprezza di più in Hitchcock? La cura e la capacità di farsi capire al meglio, di realizzare i propri sogni e farli incontrare con quelli dello spettatore. Ha fatto un’analisi del cinema che credo buona. Non che tutta la produzione cinematografica debba somigliare ai film di Hitchcock, ma lui è quello che ha riflettuto meglio sul cinema. Nei film c’è una parte enorme lasciata al caso, ma nei suoi lavori lui ha cercato di eliminare il più possibile la casualità. Le letture di François Truffaut Gli scrittori più importanti nella sua formazione? A parte quelli molto noti come Balzac, Proust, hanno contato molto per me Queneau, Audiberti… Quello che rimarrà della letteratura francese del ventesimo secolo sono probabilmente Proust e Céline; alcuni li ammirano entrambi, io sono sempre stato dalla parte di Proust, lo preferisco perché il suo pensiero è completamente articolato, concluso, mentre la follia di Céline non mi appassiona. Proust è morto dieci anni prima che Céline diventasse famoso, e ci sono molti testi di Proust in cui condanna quelli che scrivono con i puntini, che sono invece il punto di forza di Céline. Alla musicalità di Céline preferisco quella di Proust, la sua grande delicatezza e acutezza nel rappresentare i sentimenti mi appassionano. Proust inoltre si interessa agli altri, mentre Céline gira sempre intorno a se stesso e basta. E non posso apprezzare la sua follia antisemita, la paranoia, la persecuzione. Persone come lui le evito anche nella vita, se mi si dice che qualcuno è "perseguitato" evito di frequentarlo, quindi non vedo perché dovrei frequentarlo in letteratura. Detto questo, il mio giudizio non è equilibrato: c’è di sicuro un grande talento in Céline, ma non riesco ad appassionarmene. Mi piace molto la lucidità, le persone che cercano la chiarezza. Non è mai stato tentato di portare sullo schermo La recherche? È impossibile trarre un film dalla Recherche. A meno di prendere un solo episodio… Forse solo Visconti sarebbe stato capace di fare qualcosa di decente con La recherche; Proust fa parte credo del tipo di scrittori che è meglio lasciar stare. Il cinema Per un regista hanno importanza le teorie, oppure non servono? All’inizio specialmente si ha "bisogno" di crearsi delle teorie. Non mi convince quel regista che non ne ha mai avuta nessuna. Queste teorie sono valide solo per lui, ma è importante averne. Persino Fellini deve avere avuto delle teorie. Se ci si fa caso, ogni scena di un suo film è costruita come un numero di cabaret, di circo: inizia con un personaggio – l’assolo di uno strumento –; poi ne entra in scena un secondo, poi un terzo e così via, e intanto nella colonna sonora intervengono nuovi strumenti (Rota fa bene il suo lavoro); a un certo punto appaiono davanti alla cinepresa oggetti bizzarri (veli, fumoni, cose anomale che fanno sì che tutto diventi misterioso), in una crescente progressione visiva e musicale. Alla fine la sinfonia esplode in una sorta di apoteosi. E si passa alla sequenza successiva. L’amore per il circo, per il cabaret deve averlo indotto a costruirsi una specie di teoria. La quale, evidentemente, vale solo per lui, perché Bresson, ad esempio, cerca esattamente il contrario: fare un film che formi una sola linea, come Dreyer… Come vede, i registi lavorano con delle teorie. Alcuni stanno attenti ad alternare scene di giorno e scene notturne, per cui a momenti molto chiari si alternano sullo schermo altri più sfumati; invece registi come Bresson o Dreyer fanno in modo che lo schermo sia grigio o bianco dall’inizio alla fine del film. Funzioniamo con le teorie. È coraggioso continuare oggi a voler fare del cinema classico, come fa lei… Non so se è coraggioso, diciamo che c’è una certa pressione da parte degli intellettuali, e trovo che si debba resistere a questa pressione. Nel 1930, in Francia, c’era un movimento d’avanguardia piuttosto importante nel cinema, c’erano pittori che cominciavano a fare film, c’erano dei fotografi come Man Ray, un’avanguardista come Germaine Dulac, un intellettuale come Louis Delluc… Sapete cosa faceva invece Jean Renoir? Girava delle commedie popolari come On purge bébé e Tire-au-flanc! [ride]. Beh, trovo che aveva ragione. Gli altri stavano facendo un’esperienza interessante, ma che non aveva futuro. Cercavano di trascinare il cinema altrove, di corromperlo intellettualmente. Quando si dice «Truffaut è un regista autobiografico, romantico», come reagisce? Non faccio commenti… Sono ormai così restio alle definizioni e alle polemiche che mi lascio attaccare senza ribattere. Detesto la violenza, l’idea che i registi si accusino l’un l’altro, che è poi un modo per dire subdolamente «sono più bravo io!». Si abbassano gli altri per mettersi in mostra, tutto questo è meschino e assurdo. Ci sono stati in Francia molti regolamenti di conti tra scrittori famosi, tra Mauriac e Cocteau ad esempio, e anche tra registi. Siccome ognuno ha le proprie idee, quando si fa lo stesso lavoro è molto difficile apprezzare quello degli altri perché si notano sempre le differenze – «io avrei fatto così» –, ma non è una ragione per far delle sordide polemiche assurde, perché del tutto estranee all’arte cinematografica. Truffaut e la religione So che la Rai una volta la interpellò per proporle di dirigere un film su Gesù… Ho risposto che mi era impossibile: sarebbe stato disonesto da parte mia, non sono credente. Sono di un’indifferenza religiosa tremenda. La mia religione è sempre stata il cinema, e siccome non sono un tipo polivalente – confesso di non essere mai riuscito a prendermi sul serio – non ho mai considerato necessario concedermi il lusso di una seconda religione. Il Messia per me è stato Charlie Chaplin, e la sua morte mi ha traumatizzato come quella di un padre. Chaplin mi ha realmente aiutato a vivere, e ho creduto in lui religiosamente. Ma anche se da ragazzo non ho mai sentito l’esigenza di entrare in una chiesa, non è che io sia anti-clericale. Rispetto tutto e tutti. In Francia siamo obbligati a chiudere le chiese perché non c’è più nessuno per sorvegliarle, in molti villaggi non ci celebra più la messa che una volta al mese perché non ci sono più preti, c’è un’enorme crisi, che non è meno forte della crisi del cinema. E non è senza rapporto… Mi ricordo di un film di Bergman, Luci d’inverno, che amo molto: alla fine il pastore celebra la messa nella chiesa vuota. Ho avuto l’impressione – o mi è piaciuto interpretarlo così – che Bergman lanciasse un messaggio "professionale" ai colleghi registi: anche se non c’è più nessuno nei cinema, bisogna continuare a fare film. E questo mi ha dato molto coraggio. Quattro o cinque anni fa, passeggiando sugli Champs-Elysées, non si vedeva più nessuno davanti ai cinema; poi il pubblico è tornato… Quindi, come vedete, c’è un rapporto.

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VIsIOnI [4] – Fahrenheit 451 – Proiezione in libreria

29 Settembre 2006 7 commenti


L?uomo lib[e]ro ritrova la sua identità nella foresta fuori dalla città dove un potere ottuso e asfissiante ruba l?anima al desiderio di leggere, pensare, immaginare e amare.
Il finale di Fahrenheit 451 ci lascia con la speranza che nessun libro verrà mai cancellato dalla memoria degli uomini e si possa così ricostruire un altro futuro ricco di un passato dove la conoscenza non trovi mai fine. Il film di Truffaut, fedelissimo nello spirito e nell?immaginario al romanzo di Bradbury, a tratti trasmette sensazioni soffocanti quando avvertiamo la sensazione che qualcuno ci possa togliere la possibilità di lettura. Il tema di questo film, sempre attuale, rimanda ai tentativi continui e oppressivi di inquinare le menti degli uomini per programmare, pianificare e dominare ogni scelta. Una società diversa: senza sorprese, senza emozioni, senza passioni. Ecco allora che tutto diventa piatto, freddo e incolore. Ritroviamo nel film personaggi che si accarezzano da soli, che sentono questo bisogno di calore ma lo chiedono a loro stessi incapaci di cercarlo negli altri. Sono tutti uguali e tutti pensano allo stesso modo. La scelta di Truffaut di far recitare a Julie Christie il ruolo della moglie di Montag e di Clarissa è veramente singolare. Come se l?uomo non distinguesse più l?amore per la donna sposata e la voglia di vivere della sua stessa immagine proiettata nella ribellione al sistema. Poiché tutti sono uguali, la differenza va cercata nel fuoco che sprona la conoscenza e non in quello che brucia la carta. Commovente la scena della lettura di David Copperfield da parte di Montag. Quel dito tremante su ogni parola del libro che ruba lettera dopo lettera e che si immette nella strada di racconti fantastici e mondi inesplorati.
Originale la scelta iniziale dei titoli di testa del film che sono rifiutati alla lettura anche allo spettatore. Le antenne sui tetti delle case che regnano incontrastate, dovrebbero farci sentire meno soli ma in realtà indicano, in maniera lungimirante, la necessità di difenderci da ogni tentativo che induca a farci sentire, in maniera subdola e solo apparentemente, esseri pensanti e liberi.
Volevo sottolineare infine come sia stato emozionante e coinvolgente vedere questo film tra i libri, in loro compagnia, nel regno del pensiero e della conoscenza. Ritrovarli tutti sui loro scaffali al termine della proiezione è stato confortante: come sapere che i vecchi amici godono di ottima salute e aspettano sempre di chiacchierare con noi.

LANUVIO DAY

20 Settembre 2006 Nessun commento

Al ridente risveglio della natura o ai crepuscolari toni ottobrini, trasferiamo le nostre carabattole, computer, videoproiettore e dvd nel capiente salone del Casale, nella disposizione d’animo adatta alla delibazione di raffinatezze cinefile e gastronomiche. Si tratta di una ‘full day immersion’, preferibilmente tematica, con proiezioni in tarda mattinata, pomeridiana e serale.

Gli intervalli sono densi di chiacchiere, libagioni e puntate all’esterno, tra i campi, per gli amanti della natura…

LANUVIO DAY
LANUVIO DAY
LANUVIO DAY
LANUVIO DAY

 

Abbiamo avuto finora:

I° Lanuvio Day: 13 ottobre 2007) – Incantesimo napoletano cortometraggio “Piccole cose di valore non quantificabile” (dai contenuti speciali del dvd del film); Tim Burton’s shorts (Vincent’; Frankeneweenie; Funny Games, di Haneke);

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II° Lanuvio Day il 15 Marzo 2008: “Germogli di Cinema in primavera” – La Jetée, L’esercito delle 12 scimmie, Ed Wood)

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III° Lanuvio Day: “L’Italia bum bum”, il 27 sett. 2008 – ‘Mamma Roma Addio’ di Remo Remotti (corto); Il sorpasso, di Dino Risi; “Adua e le compagne ” di Antonio Pietrangeli

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IV° Lanuvio Day il 21 Marzo 2009 “Festa di Primavera” – Corto sulla gioia (spezzoni vari da film sul tema della felicità) Appuntamento a Belleville; Mon Oncle di Jacques Tati; Pane & Tulipani, di Soldini)

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V ° Lanuvio Day  (26 settembre 2009) “Le età della vita”: Corto sull’età della vita (spezzoni vari da film) – Stand By me (Usa 1986 di Bob Reiner) – Due per la strada (Usa 1967 di Stanely Donen) – Una storia vera (Usa 1999 di David Lynch)

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VI° Lanuvio Day, 20 Marzo 2010 – Olè..Olè – Donna Flor e i suoi due mariti– il film (Bruno Barreto –Brasile 1976) – Orfeo negro ( 1959)  Regia: Marcel Camus – Come l’acqua per il cioccolato – Messico 1992, Regia: Alfonso Arau

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VII° Lanuvio Day, 25 Settembre 2010- “Trovarsi un pò…ricominciare”‘Il figlio della sposa’ di Juan José Campanella (2001); 123 min.-  ‘Meduse’ – di Shira Geffen e Etgar Keret (2007); 78 min.-  ‘A scanner darkly’ di Richard Linklater (2006) con Keanu Reeves; 96 min. (da un racconto di Philip Dick)

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VIII° Lanuvio Day, 2 Aprile 2011- Spezzoni vari – “2^ presentazione dei film preferiti – Film:”Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo. Titolo originale: It’s a Mad Mad Mad Mad World. Commedia, durata 154 (175) min. – USA 1963 di Stanley Kramer  

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IX° Lanuvio Day, 19 Maggio 2012 -  “Video by Luigi”  sulle origini del cinema. Citazioni da:  J. Vigo (Taris ou de la natation ); G. Méliès (Voyage dans la lune) ; Hans Ritcher (Vormittagsspuk – Fantasmi del mattino) ; Giuseppe Berardi e Arturo Busnengo (Inferno) . Film: “I fratelli Skladanowsky”  di Wim Wenders (Germania, 1996); 1h  20;- “Dr. Plonk”  di Rolf  De Heer (Australia, 2007); 1h  20’

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X° Lanuvio Day, 29 Settembre 2012 -  “Blade Runner” di Ridley Scott, (Usa 1982) – “Metropolis” di Fritz Lang (Germania 1927)

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“Lanuvio winter”: 29 dicembre 2012: Rassegna al casale di “corti”. Passando da Erri de Luca, Disney, Dalì, Hitchcock, “Ai confini della realtà”, Paolo Genovese e Luca Miniero

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XI° Lanuvio: La commedia del cinema. Leggerezza e raffinatezza. 1) Rumori fuori scena  (di Peter Bogdanovich, Usa 1992) – 2) Victor Victoria (di Blake Edwars, Usa 1982) – 3) Vogliamo vivere (di Ernst Lubitsch, Usa 1942)

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XII° Lanuvio: Cinema d’aMARE – Capitani e Tempeste. 1) Moby Dick  (di John Huston, Usa 1956) – 2) La tempesta perfetta  (di Wolfgang Petersen, Usa 2000) [ Gli ammutinati del Bounty (di Lewis Milestone, Usa 1952) - poi non visionato' per limiti di tempo]

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XIII° Lanuvio: “Dentro il cuore di Napoli”-  Film:“Passione”di John Turturro (Italia-Usa , 2010) “Maccheroni” di Ettore Scola (1985) con Jack Lemmon e M. Mastroianni “Operazione San Gennaro” di Dino Risi (1966) con Totò e Nino Manfredi

 

 

 

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I film visti e i commenti

11 Agosto 2006 Nessun commento
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[Visioni] i percorsi, i richiami, la scala di Odessa:"Everything is illuminated"

10 Agosto 2006 2 commenti

L’occasione di fare due chiacchiere sul cinema, ha portato Sergio a consigliarmi la visione di Everything is illuminated (Ogni cosa è illuminata, di Liev Schreiber Usa 2005). Il film è tratto dal libro "Ogni cosa è illuminata" di Jonathan Safran Foer. E’ la storia di Jonathan, un ragazzo ebreo americano di origini ucraine, che si mette in viaggio nell’ex-paese sovietico per conoscere la donna che salvò il nonno dal massacro nazista. Jonathan ha un maniacale approccio alle cose che lo spinge a collezionare (imbustando in asettici sacchettini di plastica) tutto ciò che segna la sua vita appendendole ad una sorta di muro della memoria. Da cosa è illuminata ogni cosa? Dalla luce della memoria del passato, dalle radici che illuminano e rendono più consapevole l’affrontare del presente. Il film racconta dunque della ricerca di questa donna, Augustine, che Jonathan affronta viaggiando in una vecchia Trabant azzurra con un giovane di nome Alex, il nonno di questi (un cieco immaginario) e una “cagnetta pscicopatica” di nome Sammy Davis junior junior. I tre diventano così protagonisti di questo road movie dall’humor spiccato che rappresenta per ognuno di loro un viaggio differente quanto a significato e senso di marcia. Per i due ragazzi si tratta di un viaggio alla scoperta di un paese e della sua storia (significativa la scena in cui si passa davanti alla famosa scalinata di Odessa immortalata nella storia dal più volte citato film La Corazzata Potemkin). Un viaggio quindi di conoscenza del presente in funzione di un passato ad entrambi sconosciuto, un viaggio indietro nel tempo, nella memoria di radici ignote ma proiettato in avanti, verso un futuro da costruire in modo più consapevole. Alex è un divertente ragazzo, colorito ed estroverso, che stravede per l’America, le ragazze e il ballo. Jonathan ed Alex arriveranno a conoscere un passato che non potevano immaginare e che li costringerà a riconsiderare completamente la loro esistenza, di “quello che si è” che ogni road movie che si rispetti trasforma. Per il nonno al contrario si tratta di un viaggio verso una dolorosa e straziante riappropiazione di un passato rimosso, di una memoria schiacciata sotto una pesante coltre di antisemitismo tanto feroce quanto sofferto. I pochi personaggi, in scena praticamente dalla prima all’ultima inquadratura, riempiono il film in una serie di quadretti surreali che si succedono caratterizzando le personalità dei tre compagni di viaggio ed il rapporto che si costruisce tra loro. L’attore che impersona Jonathan è un inedito Elijah Wood (l’hobbit del Signore degli anelli). Alex è interpretato da Eugene Hutz, front men del gruppo Gogol Bordello, attore esordiente al cinema ma da dieci anni animale da palcoscenico con il suo gruppo di musicisti-teatranti-gipsy-punk-ucraino-americani, e scusate se è poco! Il regista confeziona insomma un racconto leggero, ironico, divertente, ispirato da uno spirito yiddish con un richiamo (mai semplice) all’orrore dei pogrom e alla persecuzione degli ebrei in Ucraina. Everything is illuminated resta tuttavia un film godibile che non manca di richiamare l’attenzione ad una Storia troppo spesso dimenticata o risolta in quella celebrazioni rituali che vorrebbero mettere in pace la coscienza.

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InterVIs(IOnI)ta: Valeria Golino (…attrice nel frullatore)

5 Agosto 2006 Nessun commento

Il David di Donatello vinto recentemente per la splendida interpretazione de La guerra di Mario di Antonio Capuano corona un periodo di intensa e poliedrica attività per Valeria Golino che ultimamente si divide senza sosta tra set italiani e stranieri. Dopo oltre 20 anni ricchi di bei personaggi interpretati a Hollywood e in Italia (a partire da quello di Storia d’amore di Maselli che le è valso la Coppa Volpi a Venezia), giunta alle soglie dei 40 anni la Golino ha recentemente conquistato anche la Francia.

Dopo il grande successo locale del suo Respiro di Emanuele Crialese ha infatti girato quattro film in due anni a Parigi e dintorni – di cui tre con Gérard Depardieu – e ne sta ultimando altri due.

Intervista all’attrice di Respiro – 9 maggio 2006

E’ inutile dire quanto sia soddisfatta per aver vinto il mio primo David di Donatello proprio con un film a me particolarmente caro come quello di Capuano in cui ho potuto recitare finalmente nella mia Napoli: è bello sentirti arrivare l’ondata di affettuosità degli amici, delle persone a cui tieni, della gente che ti vuol bene che è altrettanto contenta, è una bella onda di emozioni. E poi la serata dei David è stata un’occasione per indossare finalmente un abito lungo.., esordisce.

Che cosa racconteranno i film che l’aspettano di Zanussi, Bentivoglio ed Angelopoulos?
Zanussi in Sole nero ambienterà in Sicilia da metà maggio la storia di un lutto e di una vendetta da parte di una donna, a cui viene ucciso il marito il giorno dopo il matrimonio, che viene seguita nella sua elaborazione della morte e nella vendetta che mette in atto. In Lascia perdere Johnny, l’opera prima di Fabrizio Bentivoglio ambientata negli anni ’70 tra Caserta, Capri, Napoli e Milano, reciterò al suo fianco in estate nel ruolo di una parrucchiera campana solare, allegra e buona. The Dust Of Time di Theo Angelopoulos che girerò da ottobre tra Russia, Italia, Germania, Stati Uniti e Inghilterra con Harvey Keitel, Bruno Ganz e Willem Dafoe racconterà invece la storia di una famiglia che si svolge in 40 anni di vita ma anche la storia di due uomini che amano contemporaneamente la stessa donna. Attraverso le loro vicende si racconteranno i cambiamenti della Storia del secolo scorso e si vedrà quanto questi eventi abbiano inciso sulla vita delle persone.

Che ruoli ha avuto invece nei suoi recenti impegni italiani?
In A casa nostra di Francesca Comencini sono Rita, un capitano della guardia di finanza che sta alle calcagna di un ricco corrotto (Zingaretti) in una sorta di giallo politico ambientato nella Milano di oggi. E’ un film corale dove mi fa molto piacere dar vita per una volta ad un personaggio complesso ed approfondito, che viene seguito anche nella vita privata in tutte le sue avventure e disavventure. Rita è una donna mascolina, lavora in un mondo molto maschile (le donne sono entrate nella caserme della guardia di finanza da non più di 45 anni) ed io strada facendo credo di essermi adattata a queste caratteristiche esasperando una certa mia mascolinità latente. Mi piace molto questa donna ambivalente, da una parte dura, decisa e quasi aggressiva nel lavoro e dall’altra molto più fragile e vulnerabile nella vita privata, perché ama un ragazzo molto più giovane di lei. Mi ha fatto molto piacere anche prendere parte a Vieni a casa mia, l’opera prima di Andrea Molaioli prodotta da Nicola Giuliano e Francesca Cima per la Indigo Film perché mi ha offerto l’opportunità di recitare sia pure per pochi giorni accanto a un ‘mostro sacro’ come Toni Servillo. Il mio personaggio si chiama Chiara, è separata dal suo uomo (Fabrizio Gifuni) e vive il dramma di un lutto profondo, la morte di suo figlio avvenuta un paio di anni prima, mentre il protagonista Servillo è un commissario che va ad interrogare lei e la sua famiglia che rappresentano una chiave molto importante nella soluzione del giallo che viene messo in scena.

Che cosa la spinge a scegliere un certo progetto piuttosto che un altro?
Se mi cercano dei grandi autori che stimo accetto a scatola chiusa, quasi sempre funziona il binomio regista autorevole + copione valido, poi se ci sono anche dei bravi attori ben vengano. Negli ultimi mesi c’è stata una serie di coincidenze che ha fatto sì che i miei impegni si ravvicinassero molto tra loro, ad esempio si è concretizzata solo in extremis la possibilità di recitare nel film di Francesca Comencini con cui volevo lavorare da tempo e non me la sono lasciata scappare… Anche se ovviamente preferisco l’attività concreta allo star ferma, un minimo di ordine ci vorrebbe, non mi piace girare un film dietro l’altro. In genere se si susseguono a breve distanza progetti diversi cerco di concentrarmi completamente su quello del momento senza sovrapposizioni e confusioni e dedico ad ognuno l’attenzione che merita, ma negli ultimi tempi tutto questo è un po’ più difficile…

Come spiega il fortunato periodo di lavoro che sta attraversando, specialmente in Francia?
Non esiste un filo conduttore, né in Italia né all’estero, i film francesi che ho girato sono molto diversi tra loro, una volta che sono stata scelta in un cast spesso gli autori adattano a me le caratteristiche del personaggio che mi affidano. Conosco il francese piuttosto bene ma è una lingua difficile da recitare, lo parlo meglio nella vita. Anche se mi ritengo molto fortunata perché sono aumentate le belle occasioni, in Francia non ho ancora interpretato il film decisivo che mi possa rappresentare pienamente…

Che ruoli ha avuto nei film francesi che ha finito di girare nelle ultime settimane?
Sono una scultrice sposata con un uomo infedele (Francois Cluzet) in Ma place au soleil, una storia corale di Eric de Montalier in cui si intersecano le storie di alcune coppie tra amori, separazioni e riavvicinamenti mentre sono un personaggio immaginario, una specie di fantasmino frutto dell’ immaginazione della protagonista, in Actrice, il secondo film da regista della mia grande amica Valeria Bruni Tedeschi che ne è anche la protagonista (accanto a Louis Garrel e molti altri), nel ruolo di un’attrice quarantenne, Marceline, single e senza bambini che si prepara a recitare la pièce di Turgeniev, ‘Un mese in campagna’, in un clima di commedia agrodolce non troppo realistica…

InterVIs(IOnI)ta [3]: Respiro (oops Oscià)

2 Agosto 2006 Nessun commento

Scogli bianchi e grandi, piatti, aguzzi e a precipizio. Acqua celeste, a volte verde, oppure blu. Cielo: azzurro, terso e luminoso. Case: bianche anche quelle; e le finestre? Turchesi. Viottoli di paese e strade sterrate. Al porto stanno i pescatori, sugli scogli si inseguono le bande di ragazzini. Le donne in casa, nel cortile o alla fabbrica del pesce. Questa è l?isola di Lampedusa che fa da sfondo al film di Emanuele Crialese.
La storia di Respiro gira intorno ad una donna, moglie e madre di tre figli, due di questi sono i ragazzini delle bande mentre la più grande è un?adolescente. Grazia, la madre interpretata da Valeria Golino è considerata pazza dagli abitanti dell?isola, ma è adorata dai figli e dal marito che giustificano i suoi comportamenti bizzarri.

Intervista al regista di Respiro:

Emanuele Crialese per questo film ti sei ispirato ad una storia vera, puoi raccontarla?
La storia nasce da una leggenda, che io ho ascoltato a Lampedusa, che parlava di questa donna madre di famiglia che ad un certo punto, secondo la comunità, ha dato fuori di testa. Però nessuno sull?isola mi sapeva spiegare che cosa volesse dire ?andare fuori di testa?, anche perché non sembrava che la donna facesse delle cose particolari, ma la gente premeva per farla mandare a Milano a curarsi. Un giorno la donna è sparita dall?isola e non se ne è più avuto notizia. La comunità si è sentita in colpa e ha pregato così tanto che un bel giorno questa donna è ricomparsa.
Questo è lo spunto iniziale di ?Respiro?, io poi gli ho dato una visione più laica, cercando di dare un luogo e una spiegazione alla sua scomparsa. Ho voluto dare una visione molto personale di quello che secondo me poteva essere successo a questa donna tra la sua sparizione e la sua ricomparsa.

Com?è questa donna? Il volto è quello di Valeria Golino ma quali sono i caratteri psicologici più evidenti?
E? una madre giovane, molto giocosa e anche lei molto bambina, che viene capita perfettamente dal mondo dei suoi figli ma non viene né compresa né accettata dal mondo degli adulti.

?Respiro? è un film pieno di simboli e di immagini già viste nel vasto repertorio di cinema ambientato in Sicilia, ma il taglio sembra essere più raffinato, anche nello scontro tra bande molto giovani che abitano sull?isola di Lampedusa.
Il mondo infantile è descritto in maniera molto primordiale e selvaggio, così come in realtà io l?ho trovato. I piccoli protagonisti sono bambini che stanno nelle campagne, fanno le trappole, cacciano gli animali. Sono dei bambini che non stanno di fronte a dei televisori, sono bambini che vivono la natura anche nella loro crudeltà. Loro sono dei piccoli uomini dell?isola, quindi io ho dovuto e voluto descriverli, concentrarmi su di loro. Sono bambini particolari che fanno una vita sana, ma anche un po? dura.

Chi sono i giovani attori che li interpretano?
Il protagonista assoluto si chiama Francesco Casisa, è un ragazzino, 15enne di Palermo, molto intraprendente, fa il fruttivendolo e la domenica se ne va a vendere il cocco a Capaci portandolo sulla testa. Quando l?ho visto mi ha subito affascinato, pur non capendo neanche una parola di quello che diceva perché parlava in gergo strettissimo. Ha una forza incredibile ed è un bambino molto intelligente, è stato molto commovente vederlo recitare con i tempi e le intenzioni giuste pur non essendo mai stato al cinema, mai in una sala per vedere un film.

E lui è il figlio di Grazia, la protagonista, ma è anche un capo banda.
Sì, lui è un capo banda che si scontra con un gruppo antagonista, ma ad un certo punto si trova coinvolto nel dramma della madre, di cui un po? si vergogna ma la vuole proteggere e farà di tutto per difenderla dagli attacchi esterni.

Facciamo un salto temporale sui tuoi lavori precedenti. Tu hai vissuto un?esperienza non molto comune per i registi italiani, quella del Sundance Film Festival di Robert Redford, con quale film avevi partecipato?
Bè, diciamo che sono stato il primo regista italiano in assoluto della storia ad essere in competizione al Sundance Film Festival e questo è già di per sé un premio. Avevo fatto un film a New York completamente indipendente, raccogliendo finanziamenti qua e là e quando ho raccolto 100mila dollari ho fatto un film in 35 millimetri. Poi il film ha avuto miracolosamente questo riconoscimento, e dico miracolosamente perchè un film indipendent non deve avere necessariamente un budget da 200 milioni, ormai vengono considerati indipendent anche film che viaggiano con budget di 5 miliardi.

Qui non si è mai visto il tuo film precedente?
Dopo Sundance il film è uscito in Francia, in Belgio e in Spagna, ma non è mai uscito in Italia. Anzi spero che prima o poi arrivi, perché è un film che parla di noi che siamo partiti per cercare qualche cosa da qualche altra parte; racconta di un italiano che faceva il cuoco in America in un ristorante italiano con la sua storia d?amore impossibile con una ragazza americana e parallelamente c?è la storia di un indiano che fa il lavapiatti e che vede arrivare dall?India la promessa sposa scelta dai genitori e che lui non aveva mai visto. Sono due storie d?amore molto diverse, vissute sentimentalmente in modo differente da tutti i personaggi e paradossalmente la storia che resiste di più è quella del matrimonio combinato. Questo film è una commedia girata a New York.

Torniamo ancora a ?Respiro? perché volevo sapere da dove viene la suggestione del titolo.
Originariamente il titolo doveva essere ?oscià?, che è un modo di dire dei lampedusani, soprattutto tra gli uomini. Quando ci si incontra si dice ?oscià?, che significa ?respiro mio?, ?gioia mia?; è un modo molto tenero di salutarsi. Io volevo intitolarlo così, poi il produttore Domenico Procacci mi ha consigliato di trovare un titolo un po? più comprensibile per tutti e così lo abbiamo tradotto con Respiro.

Peccato era bello oscià
Eh lo so, lo so?

Crialese al Festival del Cinema di Venezia

1 Agosto 2006 Nessun commento


The golden door di Emanuele Crialese rappresenterà l’Italia al concorso: in primo piano Ellis Island e ciò che significa

Il film sull’emigrazione italiana negli Stati Uniti rappresenterà l’Italia nella grande kermesse internazionale insieme a La stella che non c’è di Gianni Amelio.

La storia narrata nel secondo lungometraggio del regista di Respiro è ambientata agli inizi del Novecento: il sogno di una famiglia di contadini siciliani è quello di fare fortuna oltreoceano. Una traversata per abbandonare Agrigento, carica di speranze e aspettative per l’avvenire, apre solo le porte dell’ufficio immigrazione statunitense. The golden door per Crialese è il molo di Ellis Island, dove molti emigrati sbarcavano per rincorrere i propri sogni; qui veniva deciso il destino per molti italiani e non, ricevendo i documenti necessari per iniziare una nuova vita o il via come ospiti indesiderati. Per la famiglia siciliana raccontata nel film è andata male, ma il suo destino continua nella lontana Argentina.

Il secondo film di Crialese, girato nello scorso autunno tra Sicilia e Argentina ha nel cast attori siciliani (Vincenzo Amato, Paride Benassai, Rory Quattrocchi che affiancano la giovane Charlotte Gainsbourg) e vede in evidenza anche numerose comparse italo-argentine, che impersonano se stesse e la propria storia.

L’idea del film è nata in seguito a un viaggio di Crialese proprio a Ellis Island, oggi trasformata in museo dell’emigrazione e della memoria: il regista ha scelto di raccontare proprio il molo, come simbolo di un viaggio della speranza che spesso ha cancellato i sogni di molti emigranti. Un simbolo è anche la scelta della Sicilia come regione di partenza: gli emigranti siciliani sono in assoluto tra le componenti maggioritarie dei flussi transoceanici dell’emigrazione italiana.

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Sinossi
Inizi del Novecento.
Sicilia. Una decisione cambierà la vita di una famiglia intera: scegliere di lasciarsi il passato alle spalle, e iniziare una vita nuova nel Nuovo Mondo. Salvatore vende tutto: la casa, la terra, gli animali, per portare i figli e la vecchia madre in un posto dove ci sarà più lavoro e più pane per tutti.

New York. Salvatore, è uno delle migliaia di emigranti italiani che misero in gioco tutto. Non è un eroe, è un uomo semplice, ma guidato da una lucida consapevolezza che lo spinge ad affrontare il lungo e pericoloso viaggio attraverso l?oceano, per giungere a New York agli albori del XX secolo. Non va in cerca di grandi fortune, né di gloria. Trovare un lavoro e una casa per i suoi familiari sono il suo unico obiettivo.

Identità e distacco. Una consapevolezza rafforzata da un radicato attaccamento alle proprie tradizioni, usi, costumi e credenze, caratterizza tutta la famiglia. Mancuso, in nome di una forte identità culturale, talmente insita dentro le loro anime e i loro corpi, che loro stessi non sanno nemmeno di possedere. Una forza nascosta che permette loro di affrontare ogni avversità, e di confrontarsi con gli stranieri, e la piccola Lucy.

Mistero. Una sottile e allo stesso tempo fitta atmosfera di mistero avvolge l?intero viaggio. Dai riti prima della partenza, alle cure che Donna Fortunata, la madre di Salvatore, riserva agli abitanti del villaggio affetti da strane patologie, riconducibili ad arcane presenze e spiriti, che da sempre accompagnano la vita dei contadini siciliani. Esseri viventi che convivono con le anime dei morti, che non sempre sono soddisfatte delle decisioni dei vivi: perché abbandonare la propria Terra, per andare a vivere in un posto che non appartiene, non è mai appartenuto e non apparterrà mai alla propria famiglia? Salvatore prima della partenza, vede e sente presenze inquietanti, ma non ha paura, perché fanno parte della sua vita di sempre, sono segni che lui sa leggere perfettamente. Niente spaventa i Mancuso, nemmeno le minuziose analisi fisiche psicologiche a cui gli immigrati dovevano sottoporsi una volta sbarcati, che sentenziavano il diritto a rimanere nel Nuovo Mondo o l?obbligo a tornare nel Vecchio.

Recensioni [3]: Respiro

31 Luglio 2006 Nessun commento


Allego interessante recensione trovata nel web del film di Crialese.

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Grazia è una giovane madre, moglie di un pescatore, che vive a Lampedusa, un’isola brulla, battuta da un sole abbagliante, circondata da un mare di smeraldo. Non vuole invecchiare prima del tempo, gioca spesso con i figli, ascolta le canzoni di Mina, si dipinge le unghie, ama fare il bagno in mare seminuda, girare, guardarsi intorno, a differenza delle altre donne del paese, che se ne stanno chiuse in casa, oppure in fabbrica a lavorare il pesce, in obbedienza alla tradizione.

Pasquale, il figlio maggiore, ha tredici anni, ed è innamorato della madre, gioca con lei, la protegge. I ragazzi si fanno la guerra fra le case in costruzione, relitti ancora non finiti e già abbandonati di un sud epocale e quasi metastorico, che sintetizza e simbolizza gli anni dello sviluppo, dei vecchi pregiudizi accanto al nuovo benessere, gli anni delle speculazioni interrotte, l’arcaico accanto al moderno.

Non è facile per una donna ancora abbastanza giovane vivere dentro una comunità ancora così arcaica, e il suo comportamento viene considerato stravagante, disturbato. I ragazzi imparano giochi crudeli, divisi in bande rivali, si picchiano, spogliano gli sconfitti per umiliarli, fanno e si fanno del male. Gli uomini faticano, parlano fra loro e non vogliono donne fra i piedi, le ragazze non possono scambiare neppure uno sguardo con gli sconosciuti.

Un giorno, Grazia va sulla spiaggia con i figli e, nonostante le proteste dei due ragazzi, si spoglia e si tuffa in acqua, ma dalla barca i pescatori la vedono e il marito è umiliato, compatito. Decidono di mandarla a Milano, in una clinica, ma lei protesta violentemente, scappa di casa e con l’aiuto di Pasquale si nasconde in una grotta, sopra un dirupo dove nessuno la troverebbe mai. Pasquale, inconsapevole Edipo, vorrebbe conservare la madre tutta per sé e, lasciando un suo vestito sulla spiaggia, fa credere a tutto il paese che sia morta. Ecco allora che Grazia diventa una santa.

La differenza fra i pazzi e i santi è difficile, si sa, e questa donna, straniera fra i suoi stessi compaesani, è una discendente delle grandi figure rosselliniane: la Karen di Stromboli, anch’essa prigioniera dentro un’isola di pescatori poveri e diffidenti, o d’Irene, la protagonista di Europa ’51, che viene internata per la sua curiosità, per il suo amore indifferenziato, per la sua “pietas”.

Tutto il paese si raccoglie a pregare sulla spiaggia; mentre il marito non sa rassegnarsi alla sua perdita, e quasi la confonde con la Madonna che ogni anno viene collocata in fondo al mare per proteggere i pescatori. Quando, un giorno, durante un episodio di caccia con il furetto (ancora un ricordo di Stromboli), la scorge o crede di scorgerla lontano nel mare, gli altri credono che abbia le traveggole.

Ma, a differenza dei film rosselliniani, così tetragoni nella descrizione di conflitti senza speranza, il film di Crialese finisce bene. Viene la festa di san Bartolo, la Madonna è posata in fondo al mare, i ragazzi accendono i grandi mitici falò, simili a quelli di Pavese, ed ecco che Grazia ritorna dal mare, proprio come una grazia ricevuta. Il marito, che è il primo a vederla, le va incontro nell’acqua, seguito poi da tutti, e con una veduta subacquea dal basso di tutti i piedi che si agitano formicolando intorno a lei, finisce il film.

La comunità, almeno così sembra, ha imparato ad accettare questa straniera, a riconoscere in lei non una pazzerella, ma un simbolo della differenza, senza di cui non esiste nessuna identità, la normalità si apre al riconoscimento dell’alterità.

Girato con pochi mezzi e con una stupenda Valeria Golino, che dopo molti anni di buio, o di cinema banale, ritorna al cinema di ricerca, Respiro è un film un po’ calligrafico, ma quel poco che basta per far capire che anche la bellezza fa soffrire, come quella di Grazia che non vuole accettare la sua età. Ma è un film coraggioso, forte e duro, che sa intrecciare la realtà e il mito, il quotidiano e la favola.

Sono stati sufficienti cinque o sei film come questo per fare la breve stagione felice del neorealismo cinematografico italiano, e in questi anni di sofferenza del cinema italiano e del cinema in generale, speriamo che Respiro non resti solo.

Gli articoli su Cinebazar di Piero Nussio

26 Luglio 2006 Nessun commento
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Respiro, la Corazzata Potemkin!! e…

9 Luglio 2006 Nessun commento


La scorsa giornata di VisIOnI è stata caratterizzata dalle prime Diserzione (la mia) e atti di Evasione dalla sala. La mattina seguente da Luigi sono state avviate prontamente le opportune attività di indagine. Appena sono stato rintracciato l?ho rassicurato, l?atto di infedeltà era giustificato da impegni e stress accumulato. Persino le gesta del giorno prima della Nazionale non mi avevano aiutato a scaricarmi, anzi. L?attività di investigazione ha interessato tutti i partecipanti alla serata di Respiro. Testimoni hanno prontamente denunciato che i primi atti di Evasione si erano manifestati appena 22? dopo la fine delle proiezioni dei titoli di testa. L?inchiesta cmq si è subito chiusa con l?ammissione da parte dei Fuggiaschi dell’atto di fuga verso il vicino baretto di Via Cavour, movente: l?altra semifinale dei mondiali Portogallo-Francia.
Il respiro è il primo e più fondamentale mezzo attraverso cui avvengono lo scambio e la comunicazione tra l’essere umano e l’ambiente che lo circonda: da questo punto di vista inspirazione ed espirazione corrispondono a due facoltà essenziali, la prima alla capacità di ricevere e di accogliere, la seconda a quella di abbandonare, di lasciar andare, di distaccarsi, di evadere.
Respiro, quindi, come forma di Evasione? Neanche Fantozzi era arrivato a tanto con la proiezione del film La Corazzata Potemkin, anche se aveva avuto il coraggio di portare la radiolina in sala per ascoltare la partita della Nazionale. Respiro come La Corazzata Potemkin?.
Mario ha polemicamente proposto la perquisizione all’entrata, lo sbarramento delle porte e il dibattito alla fine della proiezione: ?Se non si soffre che Cineforum è…??. Il dibattito è aperto. Che sia stato per i Fuggiaschi un tentativo di rivoluzione o uno scontro di passioni?. La magia del pallone cattura e coinvolge, come quella del grande schermo. Chi è appassionato diventa goloso di emozioni e non si ferma davanti a nulla. Chi si appassiona scruta in profondità, vive le emozioni dei protagonisti, elabora teorie per spiegare certi significati, sogna ad occhi aperti ed immagina un lieto finale.
A proposito di Finale. Italia Forza. Regalaci un?altra partita da ultimo Respiro

Visioni [3] – R e s p i r o

6 Luglio 2006 4 commenti


I ?respiri? del film sono improvvisi e indefiniti. Uno di questi è il tempo. Non si capisce con certezza in che periodo si svolge la storia. Ci sono solo pochissime tracce: un mangiadischi anni 70, qualche vecchio modello di Vespa , Una Fiat Uno. Indizi di tempo su un luogo innominato: un?isola? Si sa solo che è Sud e che siamo dopo gli anni 60. Uno spazio bianco in cui si muove l?orizzonte di Respiro che vive di vita sua, intensa, bellissima, incontaminata. Non c?è distinzione tra città e campagna, tra centro e periferia, sviluppo e arretratezza. Tutto è semplicemente puro.
La forza del film è proprio in questa sviscerata visione della natura che vive nel cuore e negli occhi degli uomini. Quasi come se ogni legame con la terra sia viziato da una impossibile scissione tra origini e desideri.
Grazia (una eccezionale valeria Golino) sente quella forza che spinge e non da spiegazioni. Forse è l?unica che sente l?energia di quei luoghi così liberi. Ci vuole poco a definirla follia.
Non dimentichiamo il particolare che il film è stato concepito e girato in Italia. Un film italiano quindi che fa eco da lontano al cinema di Rosi e Visconti, alle atmosfere di un neorelaismo vestito di un nuovo colore e una nuova forza visiva.
La prima volta che ho visto Respiro, mi sono ancora una volta reso conto di come il cinema riesca spesso a far esplodere in poco spazio e piccoli dettagli, gli universali temi dell?amore, della libertà, della follia.

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Luogo delle proiezioni

23 Giugno 2006 Nessun commento

Per ogni film nella programmazione è indicato il luogo della proeizione.

Di solito le serate si svolgono PRIVATAMENTE al  Cineclub Detour che si trova a Roma in Via Urbana 107. (http://www.cinedetour.it/).

Spesso anche presso libreria Mondadori in Via Piave 18 Roma

Sono state effettuate proiezioni:

all’ Azzurro Scipioni che si trova a Roma, in via degli Scipioni 82

e al Teatro Tordinona, in via degli Acquasparta 16, Roma

 

 

Mappa Detour

Mappa Azzurro Scipioni

Mappa Teatro Tordinona

Mappa Libreria Mondadori

 

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Recensioni [2]: City of God

22 Giugno 2006 Nessun commento

Ho trovato in Internet un articolo della Revista de Libros de El Mercurio (pubblicazione cilena) che tratta di Paulo Lins, l’autore del libro da cui è tratto “City of God”. Per chi è interessato all’originale, si tratta dell’articolo “Historias violentas” di Pedro Pablo Guerrero e l’indirizzo è: www.letras.s5.com/lins.htm, per gli altri traduco e riporto i brani che mi sono sembrati più interessanti, anche rispetto al film:

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La Città di Dio, il sogno, la speranza ovvero… dov’è la via d’uscita

12 Giugno 2006 1 commento

La proiezione dello scorso mercoledì 7 giugno mi ha lasciato alcuni interrogativi circa le intenzioni del regista.

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Visioni [2]: City of God

8 Giugno 2006 5 commenti


City of God non da respiro. E neanche speranze. Sudore e angoscia investono lo spettatore senza mezzi termini. La "gioventà bruciata" delle favelas è allo stesso tempo violenta e paradossalmente commovente. L’innocenza negata fin da subito e quel mare, lì dopo la spiaggia, è azzurro e irrangiungibile. Meirelles (autore prima di questo film di migliaia di videoclip) gira strizzando l’occhio al cinema americano. Ma ha il Brasile nel cuore e nell’anima. Velocissime accelerazioni e montaggio frenetico. Il samba e i colori del brasile sono nascosti dalla polvere delle strade e dalla paura di fermarsi. "Chi corre muore e chi rimane fermo pure". Non c’è tempo per perdersi o per sognare. Una pallottola ti può raggiungere in ogni momento e da chi meno te lo aspetti. Alla fine la scritta "tratto da una storia vera" spinge la mente di chi si fosse illuso che la storia fosse solo esageratamente inventata. Si esce dalla sala con le immagini che ancora ti inseguono. Mentre i nuovi eroi "randagi" stanno creando altri miti nelle strade della città abbandonata. Tutti sono sconfitti. Nessuno si salva. Un "click" soltanto accende la vita. La morte, nella città di dio, è più viva della vita stessa.
Riferimenti: Vai al sito di VIsIOnI

La città incantata. Il Giappone infinito.

5 Giugno 2006 Nessun commento


I percorsi avviati con Dolls, hanno indotto Gianni ad invitarmi alla visione del film d’animazione giapponese “La città incantata” (2001) di Hayao Miyazaki, noto anche come Spirited Away. Il film, ideato da quello che è stato definito il più grande regista d’animazione del mondo, ha vinto, oltre vari premi, l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 2002. La storia racconta del viaggio di Chihiro che ,con i suoi genitori, parte per raggiungere la sua nuova casa. Una scorciatoia imboccata per errore, porterà la piccola Chihiro in un mondo di rara bellezza ma anche di straordinaria pericolosità. La favola per adulti, o per quelli che non lo sono diventati mai, sforna una miriade di personaggi fantastici e surreali. Il mondo dell’animazione permette di vivere ogni possibile avventura e come tale riesce a farla rendere credibile pur se rimaniamo appesi in un mondo onirico da cui cerchiamo di destarci per tornare alla vita reale. Chihiro, poi ribattezzata Sen, nonostante la sua giovanissima età, scoprirà di avere una forza ed un coraggio insospettabili, oltre ad un grande altruismo e capacità d’amore. L’innocenza dei bambini è l’unica arma per comprendere come il fantastico possa coesistere con la ragione. Nel film la battaglia è contro l’ingordigia, contro la voglia di potere, contro l’incapacità di non saper più vedere con occhi limpidi, la reale bellezza dei sentimenti. Tutte le creature del film, pur se minacciose, non riescono a spaventare. Come il sogno crea una difesa naturale dalle minacce, ci sentiamo avvolti in una dimensione che ci induce a trovare quella solare visione della vita che abbiamo abbandonato negli anni dell’adolescenza,. “Siamo usciti dal tunnel”, dice il padre di Chihiro alla fine della storia. Ma non sa che il tunnel è il mondo reale dove il pericolo e la cattiveria degli animi, sono pronti ad aggredirci senza scrupolo. Chihiro all’ingresso del tunnel era una bambina. All’uscita è diventata donna. “la città incantata” è la storia delle perdita dell’innocenza (un po’ mi fa venire in mente “Stand by me” di Bob Reiner del 1986: quattro ragazzini partono per un’escursione di 50 chilometri lungo la ferrovia, affrontando varie avventure per cercare il cadavere di un ragazzo scomparso giorni prima. Uno dei film più belli sull’adolescenza) Negli ultimi anni in Giappone, molte eroine sono ragazze di 12-13 anni. Vengono definite Shojo. Si tratta di una donna-bambino, una creatura sospesa tra l’infanzia e la società adulta, consapevolezza e innocenza, mascolinità e femminilità. Questa figura riveste un’importanza centrale nella cultura nipponica. Rappresenta un corpo sospeso tra realtà e fantasia che incarna un nuovo modello di femminilità giapponese. Un’amazzone senza femminilità. Anche nella storia di Miyazaki il classico eroe maschile finisce per essere mero supporto al personaggio femminile. La donna di Miyazaki viene privata di connotazioni erotiche. Il bacio finale solo accennato tra Chihiro e Haku ne è la prova evidente. Le scene e la colonna sonora, completano il quadro fantastico dell’intera visione. Mai il film d’animazione è così intrigante e struggente. Ritornare bambini per riscoprirsi maturi. Ma quanto è alto il prezzo pagato per diventare adulti!

Dolls e ….la Corazzata Potemkin!!

29 Maggio 2006 5 commenti

Il simpatico commento di Laura su Dolls (“..una cagata pazzesca…), di fantozziana memoria (vedi commenti su Dolls) ,mi ha indotto, con rinnovata curiosità, a rivedere la Corazzata Potemkin per la quale il Villaggio nazionale coniò la dissacrante battuta. Cerchiamo di fare un po’ di giustizia (qualora il film ne avesse bisogno). La Corazzata Potemkin è un film sovietico del 1925 girato da un signore che tanto ha dato al cinema è alla sua innovazione stilistica: Sergej Michajlovic Ejzenstejn. La storia, narra dell’ammutinamento degli uomini della corazzata prima e degli abitanti di Odessa dopo contro il potere zarista. Siamo nel 1905. La visione oggi di un film che ha più di ottant’anni (girato quando il cinema era poco più che maggiorenne) dovrebbe essere accompagnata dalla capacità di intuire quali tecniche di ripresa , di montaggio, di ritmo, sono state utilizzate in modo innovativo dal regista. Il dramma della storia è incalzato dalle scene tutte intense e piene di espressionismo. La capacità di anticipare la posizione della macchina che ritroveremo in tanti film futuri. La Corazzata Potemkin, per ben due volte , è stato definito , da una commissione di cineasti e critici, il più bel film del mondo. La grandiosità dell’opera trova il suo culmine nelle scene della repressione militare contro la folla sulla scalinata di Odessa. Sequenze drammatiche, incalzanti, violente, hanno reso questa scena un brano da antologia. Qualcuno ha detto il “massacro degli innocenti” della storia del cinema. La caduta della carrozzina con il bambino staccatosi dalla madre uccisa, è una vera trovata stilistica, che perfora lo schermo.(Negli anni novanta, De Palma negli Intoccabili, ne farà omaggio inserendola nella sparatoria sulle scale della stazione all fine del film). LA più geniale trovata del regista fu quella di aver messo al centro del film non un “eroe”, ma una folla anonima. Infina una nota che ho trovato sul film: Ejzenstejn è stato molto influenzato dal teatro kabuki giapponese…. Dolls, il commento, e l’influenza giapponese: alla fine, tutto torna…!

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Recensioni [1]: Dolls

12 Maggio 2006 Nessun commento


Per chi è interessato a capire i profondi contenuti del film di Kitano, allego recensione trovata nel web. La sorpresa è che alla base del film c’è la tradizione antica dell’Haiku (*;?!?) _°_ Il freddo è acuminato Bacio un fiore di prugno In sogno (Sôseki) Tre versi e diciassette sillabe racchiudono il candore dell’Haiku(*). *_* Dolls Tre storie che compongono un film fatto di Haiku. Dolls ultimo lavoro di Takeshi Kitano non è un semplice avvicendarsi di eventi, ma una poesia d’amore fatta di immagini suggestive, di simbolismi profondi e di denuncia sociale. Un linguaggio di figure umane che comunicano direttamente con il nostro io più profondo, oscillando tra una realtà frustrante e costrittiva e la ricerca interiore della propria dimensione umana che conduce inevitabilmente alla fine dell’esistenza. L’immagine emblematica diviene una pallina di plastica rosa, il proprio io, sospesa a mezz’aria tra la luna e la protagonista, la coscienza dei personaggi non ancora delineata in equilibrio tra due mondi antico e moderno, materiale ed onirico, in un’ evoluzione che li condurrà alla morte e alla fine del sogno. La pallina viene schiacciata da un’auto, come la farfalla che osserva Sawako, la tragedia raggiunge la perfezione della bellezza, l’immacolatezza si manifesta al termine di ogni cosa, poiché combacia col principio. La libertà è nella scelta di morire, non potendo decidere quando e dove nascere. Questa è la linea di pensiero che unisce ogni personaggio: ognuno ha perduto qualcosa, ognuno cerca qualcosa. Kitano ci mostra la cultura di un mondo che può sembrarci lontano, ma in realtà parla dell’universale, dell’uomo e della sua esistenza. Si confronta con la tradizione giapponese e porta in scena le storie del teatro Bunraku, all’inizio in maniera poco dichiarata per giungere al metateatro tra gli avvenimenti del Meido No Hikayaku, un classico di Chikamatsu, e la pellicola. Un parallelismo che sottolinea ulteriormente il tema di equilibrio tra universi differenti, ma che apre la strada anche alla forma di doppio suicidio d’amore ‘shinju’ capace di rendere eterno il legame tra due amanti. Il richiamo alla tradizione non vieta al film di denunciare la situazione sociale del Giappone presente attraverso il vissuto dei personaggi. La prima storia si apre con un matrimonio, la sposa non indossa il tradizionale kimono, ma ha un abito bianco e la cerimonia si celebra in una chiesa cattolica, la scena richiama le scelte religiose del popolo nipponico, che nasce scintoista, si sposa cattolico e muore buddista. Sempre nel primo episodio abbiamo Matsumoto, obbligato dai genitori a sposare la figlia del suo capo e ad abbandonare Sawako. Nel secondo è presente Hiro, un capo Yakuza ovvero l’attuale incarnazione del Feudatario, mentre nel terzo conosciamo il fenomeno delle Idols, adolescenti che raggiungono la fama. L’amore diviene il punto di partenza per mutare la propria vita, ma è contaminato dal formalismo e di conseguenza non raggiunge la sua totale perfezione; esso è solo l’inizio del viaggio e non l’arrivo. Prendendo il personaggio di Nakui, l’ammiratore della idol Haruna si può facilmente comprendere tale concetto. La passione di quest’uomo è tormentata, non può avere la donna che ama perché lei è una cantante molto popolare e le uniche occasioni che ha di vederla sono gli incontri con i fans. Quando la ragazza si ritira prematuramente dalle scene, Nakui come Edipo si rifiuta di guardare la realtà e si cava gli occhi. Haruna sfigurata da un incidente non vuole farsi vedere da nessuno, ma accetta di incontrare il suo ammiratore più fedele perché cieco. Solo quando l’amore formale viene finalmente a macchiarsi a corrompersi diviene reale e nel momento stesso in cui esso acquisisce tale qualità raggiunge la pienezza della perfezione, come il campo di rose in fiore che toccano l’apice di bellezza pochi attimi prima di morire. Tutto l’ambiente del film è un susseguirsi di estremo candore, il rosso degli aceri, i fiori di ciliegio, il luccichio del mare e la neve. Ogni ambiente è lo scenario ideale del dramma che si consuma. Kitano ha dichiarato di aver adattato la scelta delle location ai costumi di Yamamoto che riproducono l’ immagine surreale del teatro bunraku trasformando lentamente i due protagonisti in marionette. Tutti gli attori sono pupazzi guidati dal saggio Kitano e si muovono lungo un percorso di cui lui è artefice, un burattinaio stranamente nascosto dietro la macchina da presa. Diversamente da quanto siamo abituati a vedere in Dolls la parte onirica si muove in concomitanza con quella reale, ma più si prosegue più diventa difficile distinguerle. Sawako rinuncia alla ragione tramite un tentativo di suicidio, mentre Matsumoto abbandona la propria condizione sociale per seguire un ideale. Il loro vagabondare è un cercare la felicità, evidenziato dagli abiti che si confondono con l’ambiente e in particolare nel momento in cui i due abbandonano l’autostrada per entrare in un bosco di ciliegi in fiore, ribellandosi al destino per la libertà. L’avvenimento sottolinea la trasformazione dei due che diventano burattini di carne e quindi sogno. L’inizio della primavera è l’inizio di una nuova vita, di una nuova realtà. La corda rossa con cui si legano è un classico nella mitologia giapponese ed è lo strumento di congiunzione tra due esseri, mondi e universi. La sensibilità di un grande autore, un Giappone da mitologia fanno di questo film un capolavoro del cinema, un gioiello senza tempo che sarà difficile non amare. _._._._ (*): Che cos’è questo HAIKU ? In parole povere, è un tipo di poesia giapponese. Le sue caratteristiche sono: – la sua struttura in 17 sillabe (5-7-5); – il modo estremamente conciso in cui vengono espressi i concetti; – il contenuto rivolto sempre alla natura, alla quotidianità e alla semplicità. Ciò deriva dal concetto che ogni emozione è un singolo, indivisibile e perfetto insieme che può essere espresso da poche, significative parole. L’Haiku è stato molto influenzato dal buddismo, esprime una visione serena della natura e della vita, colte nella loro caducità e mutevolezza. La caratteristica fondamentale dell’haiku è quella di fare riferimento a una delle quattro stagioni attraverso un termine, il “kigo”, (riguardante la flora, la fauna, avvenimenti popolari o cibi) che stia ad indicare una precisa stagione).

Visioni [1]: Dolls

5 Maggio 2006 13 commenti


Ieri sera al cineclub, abbiamo dato il via alla nostra iniziativa. Desidero subito ringraziare tutti per l’entusiasmo La serata è stata molto piacevole e per coloro che sono venuti al dopo-cinema è stato un momento di prima riflessione sulla visione che ha aperto commenti e spunti molto interessanti. Immagino che tutti i partecipanti alla serata avranno una loro idea da esprimere, e spero che la si condivida. A tal proposito sul blog aspetto la vostra visita per commentare, proporre, suggerire, dissacrare, provocare, e ancora e ancora. Ma sono aperte tutte le forme di iniziativa che possano consolidare il gruppo e l’iniziativa. Personalmente penso che Dolls di Kitano, sia uno di quei film che, per la sua struttura e visionarietà, pagherebbe un prezzo alto nei casi di rapida definizione e accelerate conclusioni. E’ uno di quei film che provoca un gioco di riletture continue che vanno misurate e riproposte. Ma ne parleremo in seguito. Un saluto a tutti
Riferimenti: immagini di Dolls

Contatti, segnalazioni, prenotazioni

9 Marzo 2006 Nessun commento

Per contattare VIsIOnI, inviare una segnalazione, prenotarsi alle serate ed essere aggiunti alla mailing list invia una mail all’indirizzo visioni@gmelies.it

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