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“Il settimo sigillo” – (21/2/17) – [Visioni 130]

“Il settimo sigillo”- di Ingmar Bergman -  (Svezia 1956)

Svezia, XIV secolo. Il cavaliere crociato Antonius Block torna in patria dopo dieci anni, assieme al suo scudiero Jons che lo ha accompagnato in guerra. L’impatto non è dei migliori, perchè ad attenderlo sulla spiaggia trova la Morte, che gli comunica di essere venuta a prenderlo: il suo tempo è ormai scaduto. Ma Block sente di avere ancora qualcosa in sospeso, una domanda che smorza la sua fede….

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  1. Dana
    6 Febbraio 2017 a 15:20 | #1

    In questi film, non si sente leziosità. Ma si sentono una certa base teatrale, dove si trovava una buona idea. Questa parte della storia, la parte migliore di esso. Attori anche grande – Gunnar Björnstrand, Bengt Ekerot, Max von Sydow (a proposito, di recente ho visto lui nel film “Molto forte incredibilmente vicino” http://www.altadefinizione.tube/739-molto-forte-incredibilmente-vicino-2012.html ). Ingmar Bergman è un genio

  2. Luigi
    22 Febbraio 2017 a 6:48 | #2

    Non so se esiste la visione ideale di un film, specie quando si tratta di film definiti capolavori. Nel tempo maturano le sensibilità, la voglia di approfondire, la capacità di guardare oltre. Insomma, allenandosi a vedere film, si affina la possibilità di leggere al meglio ogni aspetto di un’opera cinematografica. Vedere ancora “Il settimo sigillo” è semplicemente un privilegio. Rivederlo insieme lo è ancora di più.
    Si può cadere nell’inganno di valutare un film che ha sessant’anni alla luce della moderna tecnologia, degli impegni produttivi, dell’evoluzione di tutte le variabili che completano il “prodotto” film. Ma sarebbe un errore datare un film come questo. Occorre essere immuni al fascino della moderna cinematografia (in questo pittura, scrittura, scultura sono più salvaguardati dal progresso). Il privilegio, di cui si diceva, sta nel poter rivivere il genio di Bergman, il suo pensiero diventato immagine, i tanti temi trattati e l’estrema semplicità di raccontare la complessità della vita, della fede, della morte. E lo si deve fare con gli occhi di oggi e con uno sguardo senza tempo.
    I dialoghi del film sono potenti e chiari. Il bianco e nero “dipingono” al massimo angoscia, paura, amore, fede, virtù, debolezze. Il mistero della vita dell’uomo e dell’umanità sono condensati nelle memorabili sequenze della partita a scacchi, del contrasto tra gli spettacoli dei saltimbanchi e le processioni religiose, tra la gioia di vivere e il terrore della peste. Un “apocalisse” che Bergman “sigilla” nel suo film, immortalando il suo stesso sentire e regalando ai posteri una testimonianza di come si scrive, come si fa cinema, come si cerca la condivisione degli spettatori e quindi degli uomini.
    Tra i motivi per cui un regista decide di girare un film ci possono anche esserci quelli finalizzati ad esorcizzare le proprie paure, la propria visione del mondo, condividendo con altri e sentirsi così meno soli.
    Al termine della visione, resta dentro tutta la forza del film. Una sensazione potente, qualcosa che “pesa con leggerezza”, che provoca riflessioni, rimanda al proprio vissuto e che stimola, senza tentennamenti, a capire di più, a conoscere meglio, se possibile, le regole del gioco della nostra scacchiera e del nostro meraviglioso e tormentato “male di vivere”.
    E allora è necessario, di tanto in tanto, vedere questo cinema e rivedere quindi Bergman, e ancora Bunuel, Pasolini, Fellini, Bresson, Carné, Renoir.

  3. Roberto Pedicino
    22 Febbraio 2017 a 14:30 | #3

    Un film dal fascino immutabile. Il cui valore aggiunto è non tanto il contenuto, ma la forma che lo esprime: il richiamo continuo ad immagini conosciute ma probabilmente rimosse (Durer, ma anche Bosch o, come suggeriva Luigi, Brugel), alle Scritture, ai problemi della metafisica, ne fanno un opera che emoziona sia l’ ateo e che il credente, costringendo entrambi a sentirsi comunità di fronte a domande universali.
    Anche la contrapposizione di dramma e leggerezza ( vedi le scene dei saltimbanchi ), ma soprattutto l’ epilogo, aggiungono un ulteriore elemento scenico che rafforza il tema del film e offre ancora spunti di riflessione.

  4. gianni
    22 Febbraio 2017 a 22:28 | #4

    Per entrare nel film di Ingmar Bergman “Il settimo sigillo”, sono necessari occhi diversi da quelli che solitamente utilizziamo oggi al cinema o in televisione. Sono necessari occhi abituati al teatro, capaci di comprenderne il linguaggio fatto di gesti, di sguardi, di plasticità, di sospensione, di riflessione, di memorie, di maschere, d’immagini che da sole contengono un’intera storia. Il perché lo spiega bene questa citazione che ho trovato sulla scheda del film allegata al blog: ” il teatro è un’immagine del mondo che a sua volta è un’immagine della manifestazione dell’Essere”.
    E allora eccolo questo mondo, che l’immaginario dell’artista percorre con l’inquietudine arcaica della ricerca della conoscenza e si rappresenta e si racconta come un cavaliere reduce da una crociata, quindi da un’esperienza di vita forte, combattuta, e tuttavia ora dubbioso su quale senso debba avere l’esistenza stessa e, soprattutto, se oltre la vita terrena c’è davvero qualcos’altro. E allora l’artista dà forma ai suoi personaggi, facendoli scendere direttamente dai dipinti, affreschi, statue, bassorilievi e figure intagliate delle chiese medioevali, immaginario di un mondo universale, senza tempo, dove la paura, la morte, la miseria, la beatitudine, la santità, la sofferenza, la filosofia, la fede, il mistero, danzano insieme una goffa danza macabra che si appiattisce e riduce ogni personaggio in ombre nere che si stagliano su un orizzonte di un bianco accecante; bianco e nero come luce e ombra, redenzione e perdizione, conoscenza e ignoranza, peccato e innocenza. Bianco e nero come le caselle di una scacchiera sulla quale la vita e la morte muovono i pezzi in un gioco che, prima o poi, vedrà comunque sempre lo stesso unico vincitore. Forse solo l’innocenza, la semplicità di un pensiero leggero, scevro da grandi significati, quasi primitivo, gratuito come l’amore, potrà avere la possibilità di una prospettiva di felicità? Forse, e mentre il carro dei saltimbanchi si allontana, va in scena una nuova storia e si rinnova la rappresentazione della vita.

  5. Sergio
    19 Marzo 2017 a 22:40 | #5

    Bergman con il Settimo Sigillo affronta il tema della guerra e della violenza (l’inutile crociata del cavaliere che ritorna deluso e pieno di dubbi sul senso della sua esistenza e su quella di Dio), della malattia e della morte (la peste che miete vittime), dell’adulterio (la moglie del macellaio che si fa sedurre dall’attore), della collera (lo scudiero che si arrabbia con colui che l’ha convinto a partire per la crociata e che ora deruba i cadaveri), della superstizione (la ragazza messa al rogo perché accusata di stregoneria). Ci dice che la morte prima o poi danza con tutti, inutile sfidarla, vince sempre lei, inutile averne timore. Alcune sequenze sono un cult: la partita a scacchi; la morte che sega l’albero dove si è rifugiato un uomo, tagliando le radici della vita; la danza finale della morte insieme ai protagonisti dopo aver letto le pagine dell’Apocalisse.

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