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“Il matrimonio di Tuya” – (31/1/17) – [Visioni 129]

 

“Il matrimonio di Tuya”- di Wang Quan’an -  (Cina 2007)

L’esistenza di Tuya è scandita da mansioni monotone e pesanti come la gestione del gregge, l’accudimento dei due figli piccoli e le più bieche faccende domestiche, finchè un giorno, a causa dell’ennesimo sforzo che rischia di inchiodarla per sempre sulla sedia a rotelle, il medico del paese non le prescrive un lungo riposo, consigliandole di divorziare e risposarsi con un uomo più giovane e robusto.

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  1. Luigi
    1 Febbraio 2017 a 8:41 | #1

    Quando il pianto irrompe sul bellissimo volto di Tuya, gli schemi si sono rotti, le regole stravolte, la vita si prende se stessa. Anche una donna forte come lei, consapevole del suo ruolo nella famiglia, nella società in cui vive, si lascia abbandonare al suo animo come è giusto che sia, come nello splendido “bacio non dato” giù nel pozzo.
    Wang Quan’an ci racconta di mondi lontani, di strade senza fine, di spazi e di tempi che non ci appartengono. Lo fa in un modo brillante, declinando l’aggettivo nel senso di rendere la visione piacevole, curiosa, fluida. Ci immergiamo in quelle atmosfere e quasi avvertiamo il freddo della tundra, il calore dei vestiti così goffi, l’odore di spezie e di carni arrostite.
    E c’è tanta roba nel film, tante chiavi di lettura. La globalizzazione tanto declamata che si dissolve in quegli spazi enormi, la felicità delle piccole cose, i rapporti tra gli uomini e la dignità degli umili.
    La natura che detta le sue regole dove anche una goccia d’acqua è utile e vitale, dove il gregge è ricchezza, dove un pozzo da sicurezza.
    Mondi dentro mondi, donne forti, paesaggi sospesi.
    Il film ti resta addosso, o dentro se preferite. Sembra di aver fatto un salto temporale e di essere stati trasportati in pochi secondi dall’altra parte del mondo.
    Il tutto con grande dolcezza d’immagini, senza il senso di artificiosi inganni cinematografici. Con tutta la purezza e la forza che il buon cinema deve avere.

  2. Rita
    1 Febbraio 2017 a 16:47 | #2

    “Il film ti resta addosso o dentro” racconta Luigi, oppure per le molteplici sfaccettature o letture a cui si presta, ti prende per mano e ti porta dentro come è stato per me ieri sera, in un viaggio oltre la civiltà, nella natura tribale, originaria, brutale, violenta, animalesca che attraverso le immagini degli stupefacenti scenari immacolati della Mongolia, le suggestioni della vita nomade, il mistero e il fascino delle steppe, riesce a raggiungere una notevole espressione poetica.
    Sullo schermo un’altra idea di uomo, un’altra idea di società, la contrapposizione violenta tra natura e cultura e il ribaltamento dell’ ’idea che i popoli indigeni e tribali siano diretti discendenti di popoli primitivi, ultimi residui di società sospese tra passato e futuro, dell’ opinione comune che l’altro da noi, il non civilizzato, sia soltanto “un selvaggio” superstizioso e ignaro delle leggi che regolano il mondo, un uomo del passato, di mondi scomparsi, duro come la terra che abita, freddo come gli inverni delle steppe.
    Un viaggio in una storia ai confini del reale tra immaginario e favola, sottolineato dall’eleganza del silenzio nei momenti più delicati (cito anch’io la scena del bacio in fondo al pozzo o il pianto così tenero dell’imperturbabile Tuja al compimento della storia), un viaggio che ci riporta alla vita essenziale, al bisogno primario di sopravvivere ogni giorno, dove la terra e la vita umana sono indissolubilmente connesse, dove il rispetto per la terra è incondizionato e vale più del rispetto per sè e per l’altro, dove la vita è la ricerca del cibo e di un riparo per se e per i propri figli, un patto senza compromessi con l’anima della terra, dove la felicità può essere il pozzo vicino casa, una giornata di sole e la carezza di un bambino, dove persino il nucleo stretto e chiuso della famiglia si allarga alla comunità divenendo un tutt’uno col villaggio per condividere un bisogno, un matrimonio necessario. E ancora, una storia al femminile coraggiosa in un paese arcaico e immutabile nella considerazione delle donne, e poi lei, bella, brava, fiera, la dignità e la forza delle donne, la determinazione oltre le convenzioni culturali in armonia perfetta con la straordinaria delicatezza e l’intima sensibilità custodita in ogni gesto. Film molto bello, raffinato nella rappresentazione accennata dei sentimenti, splendido nella fotografia e nel rispetto della natura in cui entra in punta di piedi, che induce ad una riconsiderazione di quei bisogni primordiali così lontani da noi , così lontani dal quel concetto che siamo abituati a chiamare civiltà che ci cambia la prospettiva e lo sguardo .

  3. Dana
    1 Febbraio 2017 a 19:23 | #3

    In grave film esotico Wang Quanan insieme misto di tendenze della moda: tiro semi-documentario e idee dimostrazione antiglobalisticheskih. “Il matrimonio di Tuya” un mito del XXI secolo, è uno sguardo impotente al meraviglioso mondo dei superbi, che lascia il posto a una molto diversa, mondo spietato. Un tale film è “Il coraggio di una donna” ( https://www.filmstreaming.zone/2238-gangor-il-coraggio-di-una-donna-2010.html )… Guardate.

  4. Rita
    1 Febbraio 2017 a 19:42 | #4

    Io non ho capito una mazza! Ma forse sono rimasta fuori moda
    Bello però confrontarsi

  5. gianni
    2 Febbraio 2017 a 0:36 | #5

    Un vecchio saggio mi ha insegnato che se davvero vuoi cogliere l’essenza delle cose, la “verità” più profonda sotto la superficialità delle apparenze, devi cominciare da te, devi fare il silenzio mentale, devi abbattere il rumore che la tua mente ti rimbomba nella testa, cercando di raccontarti il significato, il senso, la morale, lo scopo di quello che stai vedendo o vivendo in quel momento.
    Questo m’è venuto spontaneo fare durante la visione del film di Wang Quan’an: Il matrimonio di Tuya. E soltanto allora ho sentito le stesse piacevoli sensazioni, lo stesso stupore che ricordo di aver provato in un viaggio in Marocco, attraverso i villaggi delle popolazioni berbere ai confini del deserto del Sahara, oppure nelle steppe, anch’esse desertiche, dell’Uzbekistan nell’Asia centrale.
    Come in un viaggio, anche nel film di Wang Quan’an devi estraniarti da te stesso, devi dimenticare giudizi, l’ordine dei valori delle cose ed anche dei sentimenti, la scala dell’estetica, devi solo lasciarti trasportare da ciò che vedi, lasciare che la meraviglia ti pervada ormai libera da preconcetti, pregiudizi, schemi, categorie, classifiche. Il nuovo mondo proromperà in te veloce come un fiume in piena e t’inonderà di luce come un tramonto infuocato incendia la maestosa distesa della steppa mongolica. E’ solo allora che ti accorgi di aver “capito”, ma non riesci a spiegarlo. Senti soltanto di aver vissuto un’esperienza, che non ha bisogno di essere spiegata, nella quale ogni cosa, ogni gesto, ogni emozione trova spontaneamente la propria ricollocazione in un nuovo ordine, più grande di quello di prima, più aperto, più possibilista, in cui senti di essere ora diverso da prima.
    Ma tutto questo nel cinema non accade a caso. C’è un grande rigore nel film “Il matrimonio di Tuya”: i paesaggi a fondo campo nei quali gli esseri umani e gli animali entrano ed escono come appartenenti all’ambiente stesso, i primi piani che restringono l’attenzione e svelano le emozioni umane, i gesti sapienti nelle attenzioni ai lavori contadini come nella ritualità dell’accoglienza, svelano quel nuovo mondo che il regista ti sta raccontando.
    La fotografia capace di cogliere l’attimo significativo, la musica, rigorosamente appartenente a quella cultura e infine il montaggio, sono gli strumenti del linguaggio con il quale il regista sviluppa tutta la sua trascinante narrativa.

  6. Piero Nussio
    2 Febbraio 2017 a 12:43 | #6

    Utilità di Visioni
    La notazione fatta l’altra sera da Françoise circa la “traduzione” nel doppiaggio de Il matrimonio di Tuya della parola “Dio” mi ha fatto fare tutto un viaggio virtuale nella Mongolia, di cui le sono molto grato.
    I mongoli, di cui la versione italiana di Wikipedia dice che sono di “statura è in media 168 cm per gli uomini e 160 cm per le donne, la corporatura è resistente alle fatiche, al forte freddo e al caldo”, sono una popolazione di cui ignoravo molto.
    Posso comunque concordare con l’anonimo estensore che Tuya, sebbene più alta e slanciata del metro e 60, ha di sicuro una corporatura resistente alle fatiche, al freddo e al caldo.

    Per tornare alla domanda di Françoise, posso risponderle che -molto probabilmente- l’originale mongolo (o cinese, non sono la stessa cosa né come scrittura né come lingua) probabilmente citava “Tengri” (Tenger in inglese, Tian in cinese) che è la divinità suprema della religione tradizionale mongola, una sorta di sciamanesimo popolare.
    Nonostante Tuya avesse il capo sempre coperto alla maniera del velo islamico, è molto improbabile che fosse musulmana: sono meno dell’1%. Più diffusi sono i buddisti (ma nulla nel film li ricordava) e c’è anche una piccola minoranza di cristiani nesoriani.
    Addirittura era cristiano il mitico eroe eponimo dei mongoli, quel Gengis Khan che seminò il terrore a oriente e occidente e creò il più esteso impero del mondo (maggiore della Cina, dell’impero romano, di quello persiano o di Alessandro Magno).
    Tanto che i mongoli ancora lo venerano, lo considerano una personificazione di Tengri, ed ereggono templi in suo ricordo.

    Quindi, lo stesso matrimonio di Tuya sarebbe svolto secondo la “religione” mongola, di cui ritengo fosse un rito la distribuzione regolamentata di alcolici. E se così fosse, avrebbe tutt’altro sinistro significato il fatto che il pretendente ritardato mentale fosse, oltretutto, anche astemio. Tuya infatti risponde “Va bene, vuol dire che berrò io al posto suo”.
    Però queste sono mie fantasie, non ho trovato traccia di quest’uso rituale dell’alcool.

    Viceversa, mi sono perso nelle nebbie di una popolazione che, forse ancora per il terrore seminato da Gengis Khan, è divisa in tre stati differenti (Mongolia interna in Cina, Mongolia “centrale” come stato indipendente, e mongolia russa ai confini della Siberia e della Manciuria), ciascuna con lingue e alfabeti diversi, anche se le steppe, il caldo e il freddo sono esattamente gli stessi.
    Poi mi sono messo a pensare che il matrimonio era cerimoniale e cerimonioso, ma che il divorzio invece era laico e burocratico. Perchè, a parte Gengis Khan, i mongoli sono comunque stati investiti e caratterizzati da ottantanni di comunismo, che non li ha particolarmente sollevati dai bisogni materiali, ma che ha dato forma agli uffici della “città”, ai camion “sovietici” e -appunto- alle pratiche di divorzio.
    Viceversa, l’albergo del petroliere, la sua Mercedes, il centro “sociale” e i documentari in televisione mi davano la netta sensazione del capitalismo affannato e un po’ straccione che caratterizza la Cina di oggi. Forse la parte migliore della caratterizzazione cinese stava nei vestiti, sia quelli di gala che quelli di lavoro. Nonostante le durezze e le difficoltà di quella vita rude ed ai limiti della sopravvivenza, c’era un’eleganza in quei vestiti e in quei rasi (anche vecchi e informi) che mi ricordava le raffinatezze della Città Proibita.

    Poi mi sono chiesto quanto fossero oggi nomadi quelle popolazioni, visto che tutti ne parlano in questi termini. Si, le case erano evoluzioni delle tende, e la dispersione nel territorio era massima, ma nomadi proprio non direi visto che i protagonisti parlavano dei “vicini”, dei compagni di scuola, e soprattutto la loro storia era stata pesantemente condizionata proprio dal tentativo di scavare un pozzo per l’acqua il più possibile “vicino a casa”.

    Insomma, non solo vale la pena di rivedere i film, ma avrei tutta una serie di domande da porre a Wang Quan ‘An se solo trovassi una lingua e uno strumento per intenderlo…

  7. Françoise Mouton
    2 Febbraio 2017 a 18:00 | #7

    Grazie Piero per la tua ricerca molto interessante. Me li immagino piuttosto buddisti, ma in effetti non abbiamo alcuna conferma.
    Tuya è una donna molto forte che deve fare delle scelte contro la sua volontà. Quando beve al posto del suo pretendente, l’ho visto piuttosto come una previsione di quello che l’aspettava: cioè che avrebbe dovuto pensare lei per tutti e due.
    La fotografia è magnifica malgrado i posti desolati. Le atmosfere nella casa sono molto studiate e si ha l’impressione di stare nella stanza.
    L’altro giorno abbiamo fatto tutti un bel viaggio… con la mente.

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