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“A torto o a ragione” – (10/1/17) – [Visioni 128]

Regia di Istvan Szabo -  (Francia, Austria, 2001)

Berlino, 1945. La guerra è finita e gli statunitensi stanno attuando un’estesa azione di Denazificazione della Germania occupata. Il maggiore Arnold è incaricato di verificare la posizione, nei confronti del regime, di Wilhelm Furtwängler, il più illustre direttore d’orchestra della sua generazione…

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  1. Luigi
    11 Gennaio 2017 a 9:14 | #1

    Istvan Szabo, il regista del film, sceglie, alla fine delle immagini, di evidenziare quel fazzoletto nella mano del maestro. Lo fa un paio d volte per sottolineare un gesto di pulizia dell’artista dopo che ha stretto la mano al “male”. Non so se è veramente un gesto volontario teso a quello scopo. Quello che conta è che i regista si schiera con Furtwängler, decide che è “dalla sua parte”, gli da una seconda possibilità.
    Noi spettatori rimaniamo, forse, tutti nel dubbio o forse no. Sta di fatto che quell’odore dei campi di concentramento ad un certo punto arriva comunque allo stomaco, al cervello, alla nostra coscienza. Quel gioco di scatole cinesi tra arte e politica viene spazzato via quando si fa mente locale sull’immensa tragedia dell’olocausto, sul una concezione del male così estrema, insuperabile, infinita.
    Questo quanto cerca di raccontare il film. E lo fa bene, secondo me. Con bravi attori (su tutti la tormentata prova di Stellan Skarsgård nel ruolo di Furtwängler) e con una regia “non americana”, essenziale, dove le parole sono pietre, sono immagini, sono suoni potenti.
    La visione del film, ingannevolmente lenta, è invece un lungo combattimento, tra “due pugili potenti” uno dei quali soccomberà ai punti, inevitabilmente, senza un ko anche se la sua dignità sembra ormai irrimediabilmente sconfitta.
    Ecco, la parola sconfitta è la parola madre. L’olocausto non ha vincitori e vinti. Siamo tutti sconfitti, senza ombra di dubbio perchè a perdere è l’uomo in quanto tale, la sua capacità di perdere ogni minima decenza di quella sospirata e sublime sensibilità dell’anima cui il maestro cerca di aggrapparsi quando è perso nelle sua coscienza.

  2. gianni
    11 Gennaio 2017 a 10:58 | #2

    A torto o a ragione di István Szabó.
    Non sono necessari artifici o tecniche particolari per dimostrare che il regista può condurre lo spettatore come e dove lui stesso vuole. Non abbiamo bisogno d’altro se non un film come “A torto o a ragione” di István Szabó, per comprendere a pieno il potere del regista e ritrovarci coinvolti in sala come spettatori non passivi.
    Anzi, per scoprirci protagonisti membri di una giuria, nella quale, che ci piaccia o no, a torto o a ragione, siamo chiamati a pronunciare la nostra sentenza. E non possiamo uscire dalla sala cinematografica senza non sentirci coinvolti da una responsabilità di pronunciamento, di schieramento, come accade talvolta nella vita.
    Quante volte mi sono chiesto se l’arte, in qualunque forma si esprima, è tale solo per l’essenza che porta in sé di contenuti estetici, di proporzione, di armonia, di pura bellezza, di perfezione, oppure perché possiede anche un’anima e dunque valori etici, amore, solidarietà, compassione, pietà, empatia … Ma non sono riuscito a darmi una risposta definitiva. Il nostro linguaggio (non solo quello scritto e parlato, ma anche quello con il quale traduciamo le nostre sensazioni, emozioni e sentimenti in concetti) è troppo limitante perché si riesca a comprendere il significato profondo del concetto di Arte; è come voler descrivere l’universo con una didascalia.
    Ma questa nostra incapacità di comprendere e di esprimerci a pieno, non ci esime comunque dal dovere di scegliere, a torto o a ragione, di fronte a responsabilità che il solo privilegio di esistere, ci obbliga.
    Tuttavia, come in una sorta di tribunale bicamerale, ci troviamo di fronte a due tribunali contemporaneamente: quello della società e quello individuale.
    Il primo sarà il tribunale degli uomini, quello nel quale saranno legittimate le nostre sentenze e nel quale valgono i valori etici condivisi, quelli del nostro tempo, della nostra cultura, quelli delle convenzioni, quelli delle leggi … quelli del vincitore.
    Il secondo tribunale, quello della coscienza, più intimo, più personale, risponde al rapporto fra vittima e carnefice e sarà soggetto solo alla sentenza che l’imputato vorrà pronunciare su se stesso (se vorrà) e soprattutto alla sentenza della vittima, che potrà proferire la condanna definitiva, oppure avrà la possibilità di esercitare la grande facoltà cristianamente rivoluzionaria del perdono.
    Tornado al richiamo del film, siamo invitati a pronunciarci, e allora da buon giurato assolvo il mio compito e, di fronte al tribunale degli uomini, con tutta la relatività e la soggettività delle sue regole e della sua etica, espongo la mia requisitoria:
    Non colpevole, Signori della Giuria! Non colpevole, perché non ha spinto lui lo ZyklonB nelle camere a gas; non colpevole perché non ha dato lui l’ordine; non colpevole perché se lo fosse, lo dovrebbero essere tutti i tedeschi di quel tempo, per il solo fatto di essere tedeschi e di avere accettato, sostenuto, cooperato, vissuto in quel tempo con il sistema e il regime nazista; non colpevole perché se lo fosse, dovremmo considerarci colpevoli per il solo fatto di appartenere alla comunità umana di ogni tempo e di ogni luogo, di ogni politica o religione perché nefandezze e crimini contro l’umanità hanno scritto la storia. E non possiamo nasconderci che non sapevamo (v. la strage umanitaria in corso a scapito dei profughi dalle zone di guerra e di fame del mondo e per le quali ci ripetiamo di non poter fare niente, o non facciamo niente facendo finta di fare).
    Diversa è invece l’eventuale sentenza che ciascuno potrà in segreto pronunciare di fronte al tribunale della propria coscienza, sentenza che non potrà non considerare l’omissione, l’aver fatto finta di non sapere, di non essersi opposto o quantomeno di non essere espatriato come tanti hanno fatto (ebrei e non), la responsabilità di complicità anche per il solo fatto di aver continuato a cooperare col regime come artista.
    Ma di questa sentenza non c’è dato parlarne perché è troppo personale e, diversamente dal primo caso, nessuno di noi è obbligato a condividere.
    Ma ancora per una volta resta appeso il mistero di come possa conciliarsi la struggente bellezza, la rarefatta perfezione, la commovente empatia nella quale entra l’universo umano, di un’opera d’Arte come “Preludio e morte d’Isotta” (https://www.youtube.com/watch?v=SQO7QIgNvA0), con sentimenti appartenenti al lato oscuro dell’umanità di cui sono stati sospettati, più o meno palesemente, l’autore (Richard Wagner) e l’interprete (Wilhelm Furtwangler).
    A ciascuno la propria personale, segreta, intima, ardua sentenza.
    p.s.
    Ascoltate il brano di Wagner che vi ho sopra proposto tutto per intero (18′) e non saranno necessarie altre parole per accedere all’abbagliante splendore dell’Arte; pur tuttavia, ogni volta che lo riascolto, non riesco a non pensare che questa esecuzione avveniva nello stesso momento in cui, poco lontano dalla sala concento, si perpetrava uno dei crimini contro l’umanità più agghiaccianti, crudeli, ingiustificati, deliberatamente inutili anche sotto il profilo della logica della guerra.

  3. Tano
    13 Gennaio 2017 a 11:20 | #3

    Un film che divide, un libro che fa schierare sono sempre di gran lunga più fruttuosi delle opere che riscuotono un generale consenso e che fanno magari incetta di numerosi premi, di quelli che fanno fare tanti dollari, per il maggior piacere delle opulente case di produzione americane (soprattutto, ma non solo).
    Fruttuosi, naturalmente, non per i finanziatori, ma per gli spettatori che vedono il film o i lettori del libro per mero piacere o per conoscere e capire di più, su sé stessi, sul mondo, sulla vita.
    Taking Sides dell’ungherese István Szabó è uno di questi film che mettono il dito in una delle tante piaghe che teniamo ben coperte con crème ed unguenti e di cui spesso ci scordiamo, perché abbiamo altro a cui pensare o altro per cui soffrire (oddio quanto soffro!!). Perfidamente tradotto “A torto o a ragione” (perché non, allora, “Di dritto o di rovescio”?), più appropriatamente, in italiano, il titolo si tradurrebbe Prendere posizione, Farsi coinvolgere, Schierarsi. Il nostro amico István ci chiede, sin dal titolo, di schierarci, di non restare sulla molliccia, nauseabonda, rancida isoletta dell’indifferenza (Bravi gli attori, un po’ lento, carino lui, carina lei … cattivi i nazisti, ma pure i russi … meno male che noi abbiamo sculato alla fin fine … sai mio nonno era podestà del mio paese, ma subito con la DC, sai il nostro zio arciprete …). Ci chiede, l’amico István proprio di scegliere una delle parti in gioco e accoglierne le istanze, non con un piede qua ed uno là d’italico uso. István Szabó è ungherese, di quella vastissima terra di mezzo in cui una volta ha dominato l’Uno e una volta l’Altro; ed è uomo di cultura europea, di solide radici umanistiche, non è certamente né qualunquista né di “destra”. Sceglie un tema aspro, duro, difficile da trattare, come il tronco di certi alberi che non si fanno lavorare con facilità, che resistono alla penetrazione e al taglio, spezzano punte e lame e dicono la loro, sempre. Come quel mio caro amico e compagno di cui conservo devozione, foto e qualche scritto, quello, si, quello che ci scrisse tante lettere dal carcere in cui fu internato e a causa del quale morì, giovane ma immenso. Antonio Gramsci, esattamente, cento anni fa esatti scriveva un’invettiva possente contro gli indifferenti: “Odio gli indifferenti”: L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti… Così grida, forte perché noi si possa ascoltarlo ed essere stimolati a seguirlo.
    István Szabó fa un film, neanche tanto apprezzato (navighiamo controcorrente, come al solito). Per esempio l’oscuro estensore del suo ritratto Wikipedia fra le sue opere significative come regista cita altri film ma non quello di cui ci siamo presi carico noi. Un film sgradevole, urticante, che non fa trascorrere due ore di vacanza trasformandoci in ciarlieri criticonzoli tale e quale a quando andiamo a vedere un vezzoso film hollywoodiano, con il regista di … lo sceneggiatore vincitore a … una storia vera … ecc. Un film che (lo vedevo, martedì, per la seconda volta) mi spintona verso la mia parte di campo, umana, politica, culturale … mi sprofonda nelle appartenenze più lontane, cerca radici nelle volute più riposte del mio DNA.
    Un film aspro, diretto inappuntabilmente, con un intreccio di fine tessitura e personaggi estremamente ben curati e magnificamente interpretati. Scelta degli attori e loro direzione ineguagliabili (dal giorno che ho visto il film la prima volta ho “odiato” Harvey Keitel, e la sua partecipazione ad uno smaltato film di Sorrentino non ha contribuito a migliorare il tono del nostro rapporto). Ne riconosco la bravura, ma essendo ¬ Keitel ¬ uno stakanovista ha lavorato tanto con tante buche. Ed io sono spesso pessimo critico, perché “parteggio” (un mio avo andava all’opera dei pupi con le pietre in tasca per tirarle ai saraceni che combattevano contro Orlando o Rinaldo!). In questo film Keitel è bravo (con qualche fuori riga), rende bene la pedanteria maniacale dell’assicuratore che sta indelebilmente dentro la ben stirata divisa di maggiore dell’US Army di stanza a Berlino impegnato opportunisticamente a creare il mostro da buttare sulla prima pagina. La pedanteria maniacale da assicuratore e la rivalsa, di lui anonimo americano medio salvator mundi del genio tedesco della musica, “compromesso” con il regime nazista, il grande direttore e compositore Wilhelm Furtwängler (l’attore svedese Stellan Skarsgard). Lui con carta bianca avuta dal generale comandante le forze Usa a Berlino (Principe De Curtis, dove sei?!) per avere un capro espiatorio di grande nome e peso (colpirne uno per educarne cento!) e l’altro il musicante che aveva attraversato tutto il periodo del nazismo rifiutandosi, prima, di andar via e giostrandosi per fare il suo mestiere al meglio, senza mai prendere la tessera del partito nazista, barcamenandosi per non compromettersi troppo, vaso di coccio fra funerei vasi di acciaio brunito alla maniera kruppiana; salvando anche molti ebrei.
    Il Maggiore cerca prove, documenti, avvalendosi della collaborazione di Emmi Straube (l’attrice Birgit Minichmayr), figlia di uno dei militari che avevano preso parte al fallito attentato ad Hitler del 20 luglio 1944 e che, in conseguenza di ciò, era stato torturato dalla Gestapo e giustiziato; e del giovane Luogotenente ebreo David Wills (l’attore Moritz Bleibtreu), fuggito bambino con tutta la famiglia per scampare alle leggi razziali, accolto in Usa, cresciuto nella cultura nordamericana, ma con ben radicata la sua cultura originaria europea e israelitica. La ricerca forsennata conduce il Maggiore a comportamenti umilianti nei confronti di Furtwängler, che offendono sempre l’Inquisito e più volte i due collaboratori. Alla fine il bilioso maggiore raccoglie testimonianze e documentazioni sufficienti ad incriminare il musicista, che viene però assolto dal tribunale, tornando per ancora un decennio alla sua musica (alla nostra musica).
    Il film vive di contrapposizioni fortissime, di antinomie non certo superate, che la politica imperialista statunitense e le innumerevoli guerre di “liberazione” combattute in questi successivi settanta anni (dalla Corea al Vietnam, da Cuba al Guatemala, dalla Libia all’Iraq), comprese le guerre oscure combattute come in Italia affinché i “comunisti” non andassero al governo. Vive della contrapposizione fra le scelte di chi (non ebreo) scelse di andar via dalla Germania e chi scelse di restare in un contesto così cupo, disperato convinto che se tutti scappavano cosa sarebbe rimasto al popolo, alla nazione? Quali modelli positivi sarebbero sopravvissuti se per un regime infame, il prezzo da pagare per l’annientamento stesso della memoria di un popolo, della sua tradizione?
    István Szabó firma un film duro, aspro vigoroso, con rara capacità autoriale e scelta perfetta dei protagonisti del film, a partire dalla sceneggiatore Ronald Harwood che abbiamo già incontrato ed apprezzato nel nostro percorso virtuoso nel bel cinema in Il servo di scena di Peter Yates e in Il pianista di Roman Polanski, per cui vinse (e diciamolo!!) l’Oscar nell’edizione del 2003.
    Che questa esperienza non si esaurisca e si alimenti con un altro straordinario film, Il Sole, del Maestro Sokurov, che ci narra della fine della guerra in Giappone, figlia, la fine, martoriata di Hiroshima e Nagasaki, dell’espulsione dal suo Olimpo dell’Imperatore Hirohito e della sua adozione in territorio umano.

    (1) “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
    L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
    L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
    Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
    Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

    11 febbraio 1917

Codice di sicurezza: