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“La vita è facile ad occhi chiusi” – (11/10/16) – [Visioni 124]

 

Un professore che usa le canzoni dei Beatles per insegnare l’inglese ai suoi alunni viene a sapere che John Lennon si trova in Almeria (Andalusia) per girare da attore il film “Come ho vinto la guerra”.

Deciso a conoscerlo, intraprende un viaggio in macchina verso il Sud, e lungo il percorso offre un passaggio a un sedicenne scappato di casa e una ragazza che …

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  1. Luigi
    12 Ottobre 2016 a 7:51 | #1

    Forma e sostanza. Su questi due punti , come del resto quasi sempre, mi piace analizzare un film, in quest caso quello di David Trueba. La sua scelta di narrare una storia in maniera delicata, accompagnata da una colonna sonora armoniosa, da attori gradevoli, consente una visione “serenamente attenta”, dando la possibilità di seguire lo svolgimento dei fatti in maniera accomodante. Dal punto di vista cinematografico quindi, secondo me, il regista si muove in maniera leggera, non forza la mano. Si prende i suoi tempi, non eccede e non si nasconde nel dare alle immagini un peso “politicamente corretto”, sinuoso e confortante.
    Ciò premesso, la “forma” delicata della messa in scena, consente di raccontare molto di più di quello che si vede. Ieri sera con gli altri, subito dopo la visione, si poneva la domanda di quale fossero le intenzioni del regista, di quale fosse il famoso “fil rouge” del film. Ebbene, per me la parola sostanziale è “cambiamento”. Nella storia narrata, infatti, tutti i protagonisti, in misura diversa, cambiano. Cambia la vita del professore che realizza il sogno di incontrare Lennon. Mette le ali la gioventù del ragazzo, ingabbiato nelle sue prime prigioni e ora pronto a volare su nuovi orizzonti. Nascono nuove speranze per la ragazza, prossima madre e più sicura di prima. Cambia il paese, pronto a ripudiare anni di dittatura, cambiano padri, madri, il proprietario del locale che ritorna a piangere di nostalgia e forse anche lo sfortunato Bruno allarga i suoi occhi. Cambieranno anche John Lennon e i Beatles, la loro musica (finalmente con i testi accanto) e cambierà il mondo.
    Forma e sostanza.
    Leggerezza e cambiamento.

  2. Tano Pirrone
    12 Ottobre 2016 a 12:01 | #2

    Quella è la chiave. Ma mi sono chiesto: che cambiamento è quello che avviene nella storia e nelle storie di ognuno, ormai intrecciate, ormai per sempre interagenti (ognuno alla fine porta con sè qualcosa degli altri)? Mi sono risposto che un cambiamento non traumatico, non violento (come il sistema imperante), un cambiamento per evoluzione, non armato, non distruttivo, ma di modificazione sostanziale ma non radicale. Certo contro il “povero” contadino mi è parso giusto che Prof trovasse il coraggio di dargli una punizione – una risposta sull’unico pentagramma dal bifolco conosciuto. Pure il tetragono poliziotto, padre del giovane protagonista, qualcosa l’accetta, accenna a movimenti che solo i nostri indulgenti sismografi hanno potuto avvertire.
    Tutto leggero, ma messo in primo piano e nel giusto risalto, location ripresa – indulgente e mai prevaricatrice. Ottimo attori ben diretti. Splendida location.
    Prova provata che il grande cinema di oggi lo fanno i piccoli film. Seguiamo questa strada e ad ogni posta ne vedremo delle belle.
    Tano

  3. Rita
    12 Ottobre 2016 a 14:48 | #3

    Si il “fil rouge” è il cambiamento e la delicatezza attraverso cui si manifesta. Un “On the road” sulle strade del franchismo spagnolo con uno sguardo tenero alle piccole cose della vita che usa la metafora del viaggio per sottolineare il valore degli incontri e la condivisione di percorsi anche occasionali come momento di arricchimento, di crescita, di cambiamento. Tre protagonisti in fuga dalla propria solitudine, dalla mediocrità, alla ricerca di un senso contro l’indifferenza, in cerca di leggerezza e libertà di espressione, un percorso che diventa l’occasione per maturare insieme insofferenza e ribellione contro la monotonia e l’appiattimento di un regime politico autoritario che rimane sullo sfondo di tutto il film, che degrada l’uomo e offende la sua dignità, un’occasione per liberare la forza del sogno contro l’inerzia morale, la superficialità immobile che chiude gli occhi davanti alle violenze, ai soprusi, alla violazione dei diritti ( non a caso il film inizia con le parole di Help e più avanti la frase del professore “ognuno deve dire help almeno una volta nella vita” è uno dei punti intorno a cui si sviluppa tutto il film – la richiesta di aiuto è un’apertura al cambiamento -). Un’altra frase bellissima “ogni sera leggo una poesia, mi ripulisce dal sudicio del giorno, è come una doccia” costituisce l’altro punto di forza del film che nella sua struttura semplice e quasi ingenua non ha la pretesa di raccontarci un pezzetto di storia della Spagna ( lo scenario politico, volutamente lasciato da sfondo alla storia affiora solo attraverso i piccoli gesti di violenza quotidiana, lo schiaffo del preside all’allievo, del padre al figlio per esprimere la sua autorità, la violenza del taglio dei capelli, in un clima di indifferenza e paura) ma con uno sguardo sincero e molto umano sfiora le vite delle persone cogliendone i lati oscuri, nascosti persino a loro stessi, respira la felicità del piccolo gesto, la delicatezza del rituale d’iniziazione come atto d’amore, e compie, attraverso l’evoluzione dei personaggi un’indagine critica di quella società e della società in generale con la delicatezza e l’ armonia di un brano di J. Lennon. Piccolo grande film per ogni lettura.

  4. Piero
    12 Ottobre 2016 a 15:52 | #4

    Ieri sera abbiamo fatto anche noi un viaggio su quella scassata 850 SEAT color verdone. E lo abbiamo fatto all’epoca di Franco, quando avevamo fatto la scelta politica di non andarci mai di persona per non dare nessun sostegno al dittatore.
    E abbiamo fatto bene, a non andarci a quel tempo perché, fra tanta brava gente, c’erano quelli che facevano la spedizione punitiva contro il ragazzino capellone e quelli che stavano lì, vedevano e non si impicciavano.
    Ma, per fortuna, a quel tempo c’erano già John Lennon, Richard Lester e Buster Keaton che, senza troppo darlo a vedere, hanno cambiato il mondo più di tanti rivoluzionari di professione.
    E ci si divertivano pure…

  5. gianni
    13 Ottobre 2016 a 10:15 | #5

    E’ vero, il "filo rosso" è il cambiamento. Dapprima ho pensato che il tema portante del film, fosse il sogno, la visione (il sogno del professore d’incontrare John Lennon, il sogno del ragazzo di esser libero e indipendente, il sogno della ragazza di avere una vita tutta sua e non condizionata dalle scelte della madre e della società). E il sogno è il motore portante di ogni nuovo impulso, di ogni desiderio, tendente a vivere una vita che ne valga la pena.
    Ma nel film c’è di più. C’è il viaggio. Il viaggio che ciascuno dei protagonisti affronta per una propria scelta individuale, impulsiva o meditata, comunque una scelta. E’ questa scelta che fa la differenza: la visione e il sogno, se non diventano azione, restano sterili, perdono l’attimo e presto si trasformano in rimpianto. I tre protagonisti la scelta la fanno, partono, scappano, e poi le loro strade, durante i diversi percorsi, s’incontrano così come accade sempre in tutte le avventure. I tre viaggi si trasformano, cambiano e diventano un unico viaggio, una nuova esperienza. Tutto cambia. Resteranno forse i problemi individuali, le incertezze che il futuro riserverà a ciascun protagonista della storia, ma cambierà sicuramente la prospettiva, il modo di vedere, il modo di sentire e quindi cambieranno anche le scelte future di ciascuno. Tutto cambia …. non illudiamoci!

  6. Tano Pirrone
    13 Ottobre 2016 a 11:28 | #6

    Ottimo! Grazie, Gianni: il cambiamento è un viaggio – e di questo ha l’incertezza ed il fascino dell’altrove – alla fine del quale non saremo più gli stessi. E l’ "acqua" che ci ha bagnati adesso – forse – bagni altri. Ed il viaggio – di converso – presuppone il derivato cambiamento: nessun si illuda di essere più lo stesso dopo essere andato e tornato da via Urbana!

  7. Maurizio
    14 Ottobre 2016 a 13:38 | #7

    Un film che lancia un messaggio all’apparenza semplice, il che non significa affatto facile.
    Un professore con il desiderio di poter parlare solo per pochi istanti con John Lennon, una giovane ragazza incinta, scappata da un istituto privato, e un ragazzo stanco dell’oppressione che il padre esercita continuamente su di lui. Tre personaggi che affronteranno un’avventura ai limiti dell’assurdo, che alla fine, renderà più chiari gli obiettivi che vogliono raggiungere, segnando un cambiamento nella loro vita.
    Alla prossima.

  8. Liliana Madeo
    14 Ottobre 2016 a 16:20 | #8

    E’ la solitudine il tema che più mi ha colpito nel film. Sono soli i nostri personaggi. Il Prof che cita i poeti, insegue entusiasta sulla sua auto scassata un cantante, sa guardare e ascoltare chi si trova vicino senza però ottenere risposte, vede i soprusi compiuti sui suoi allievi e non trova la maniera per reagire, è solo alla maniera del ragazzino e della giovane che fuggono da una prospettiva di vita insoddisfacente, umiliante. La loro solitudine non è raccontata come l’habitat del silenzio, della chiusura al mondo, ma come lo spazio in cui ciascuno fa i conti con se stesso, con i fantasmi del sogno, con le proprie insicurezze, le euforie, le depressioni, la rabbia, l’aggressività, la tentazione di arrendersi e la pretesa di farcela. E questo i nostri eroi fanno. Si guardano dentro, trovano in sé una luce che non sapevano neppure di avere e la irradiano tutt’intorno. Sono gli sprazzi di questa luce i fili che collegano i tre personaggi l’uno all’altro e costituiscono la tela, la trama stessa del film. Sì, certo, c’è il cambiamento, un cambiamento che avviene – per primo – dentro di loro e rimodula su un diverso registro le loro vite, le loro prospettìve di vita, li fa ripartire sempre in macchina ma con altri volti. Anche il Prof è cambiato, distrugge i pomodori del cafone che aveva incontrato sulla sua strada, reagisce ridendo ma con animo fermo alla prepotenza, al mondo vecchio e crudele e sordo al respiro del nuovo che pure esiste. Nella Spagna di Franco – ci dice il film – l’acquiescenza al potere non è mai stata totale

  9. Tano Pirrone
    14 Ottobre 2016 a 20:56 | #9

    Un piccolo successo anche personale – soprattutto tecnico – quello di leggere Liliana sulla nostra bacheca. In cui in fretta, spesso, qualche volta tornandoci su per sviluppare un tema che altri hanno proposto, si registrano le nostre impressioni sul film da poco visto insieme; le emozioni che qualche volta ci ha dato. Qualche volta “aspri” contrasti (insanabile quello sulla doppia luna che ha me ha fatto girare le palle!); qualche volta in modo più piano quasi per dovere (“non lo fo’ per piacer mio ma per far piacere a dio”. Buonanotte a tutti.

  10. Luigi
    14 Ottobre 2016 a 21:06 | #10

    Caro Tano, la nostra bacheca ha già ospitato almeno 6-7 volte Liliana ma grazie a te ora non ci saranno più limiti. Grande Liliana, bravo Tano. :-)

    p.s. Quella doppia era la terra non la luna…e i commenti sul quel film andrebbero letti almeno una volta al mese :-) http://forumcinema.blog.tiscali.it/2012/11/14/prossima-visione-another-earth/

  11. Tano Pirrone
    15 Ottobre 2016 a 18:11 | #11

    Caro Luigi,
    tanto evanescente il ricordo del film che non ricordavo più se di lune o di terre si parlasse. Grandi palle che girano, comunque. Mi è rimasto il fastidio di un’appiccicosa approssimazione. Che non tollero. Prima di fare un film bisognerebbe contare almeno fino a 100. Per scrivere un commento senza strafalcioni almeno fino a 77.
    Mi dispiace per il Napoli … anche perché dall’altra parte c’era una squadra della capitale che mi sta sul gozzo come la doppia terra.
    Ciao.

  12. Tano Pirrone
    16 Ottobre 2016 a 22:25 | #12

    L’ossessione della doppia luna – come per la doppia terra di Mike Cahill nella sua opera prima – è un tema presente in uno dei più bei romanzi di Murakami Haruki, “1Q84″. Il mondo onirico e malinconico dello scrittore da vita ad uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi anni.
    Buona notte e buona lettura.

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