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“L’immagine mancante” (16/2/16) – [Visioni 120]

L’immagine mancante -Un film di Rithy Panh – Cambogia 2013

“L’immagine mancante” è un film, un saggio teorico, un documento, una testimonianza, un’autobiografia, una riflessione storica, ma anche un canto di rumori, una storia da ascoltare, un racconto poetico. Non è un documentario, non è un’animazione, non è una ricostruzione. Quella del regista cambogiano è un’opera piena. Piena di cose, di suoni, di colori, di emozioni, di parole e di silenzi, di movimento e di immobilità.

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  1. Luigi
    17 Febbraio 2016 a 8:16 | #1

    La funzione “sociale” del cinema, la sua capacità di ricordare e far conoscere, il miracolo della finzione che traduce la realtà e la rende, se possibile, ancora più reale.
    L’operazione e le intenzioni di Rithy Panh hanno centrato l’obiettivo, rispolverando i tragici eventi del popolo cambogiano negli anni della dittatura di Pol Pot. Ma il nostro regista, protagonista delle vicende che racconta, unico sopravissuto della sua famiglia, fa qualcosa di più. Dipinge di poesia l’intera narrazione e si spinge con grazia e raffinatezza anche nei momenti più terribili di quell’orrore.
    La vera forza del film (definizione che in questo caso sfugge….documentario? animazione?…) sta nel trattare il tema cambogiano con la leggerezza di parole piene di vita, suoni, colori e speranze.
    Per assurdo staccandosi da un fine ad effetto che il cinema, per principio, si propone, come mezzo di filtro tra realtà e immaginazione, si ottiene un risultato più vicino alla realtà dei fatti raccontati.
    Raccontati e vissuti, e quindi intrisi da verità assolute e capacità di creare dal nulla.
    Alcuni passaggi della visione sono molto emozionanti. Su tutte la pellicola che scorre nelle mani del regista e le statuine che prendono forma con colori e sembianze. Ad un certo punto, la “staticità” delle figure d’argilla,trasportati per mano dalla voce del regista, prende vita attraverso i nostri occhi.
    L’immagine mancante siamo noi.

    p.s. vi invito ad ascoltare le parole del regista https://www.youtube.com/watch?v=IVbeRz3FJYQ

  2. gianni
    17 Febbraio 2016 a 19:48 | #2

    L’IMMAGINE MANCANTE di Rithy Panh. “Questa immagine mancante ora io vi affido affinché non smetta mai di cercarci”: sono le parole che accompagnano lo scorrere dei fotogrammi che ci mostrano una statuina di terracotta, pallida e con volto di dolore, che viene sepolta in terra.
    L’immagine mancante è la dignità dell’uomo, violata, offesa e alla fine annientata in Cambogia negli anni del regime di Pol Pot. E’ l’infanzia mai vissuta dallo stesso Rithy Panh, in quel furore ideologico che gli ha portato via una parte della vita, i genitori e i fratelli, dei quali ricerca oggi, in vecchie fotografie, le sembianze. E’ il volto di mille e mille persone che lui ha incontrato all’inferno e delle quali non restano più volti ma espressioni di dolore, di tristezza e soprattutto di stupore per l’inumana assurdità della volontà umana; immagini che oggi lui ricerca, incidendo piccole statuine di terracotta, fatte con quella terra che accolse i resti di coloro che non esistono più, se non in un ricordo.
    Sono dunque quelle piccole statuine, con le espressioni scolpite sui volti, i capelli e i vestiti disegnati, a essere protagoniste di un’opera di ricostruzione e di ricerca d’identità e verità perdute. Ma, poiché hanno una fattura molto semplice, minimalista, da sole non ce la farebbero se non fossero inserite nel linguaggio narrativo cinematografico. E allora interviene il montaggio su filmati autentici dell’epoca, intervengono i suoni e i rumori di quei posti, le voci dei bambini, i canti delle donne nei campi, le grida, i muggiti del bestiame, lo scroscio della pioggia battente, il movimento dell’acqua mossa dai pesci … E allora l’immagine appare. La storia si svolge, come fosse estratta da antiche pellicole riesumate. Il cinema ha compiuto la sua magia. Noi che lo guardiamo, non vediamo più statuine, documenti sbiaditi, vecchie fotografie, ma storie vere, agghiaccianti per le verità che raccontano, ma anche dolci e melanconiche come vecchi ricordi di famiglia. L’immagine mancante è ora chiara nella nostra mente.
    E’ sorprendente scoprire, per una volta in più, quali forme e quali percorsi possono seguire i linguaggi dell’arte e della poesia.

  3. Alessandro
    22 Febbraio 2016 a 15:21 | #3

    L’immagine mancante è l’incompiutezza. L’indefinito che sottende ad ogni opera d’arte.
    È l’immagine che manca alla memoria, negata alla storia, ma di cui si ha una drammatica coscienza. E allora l’impossibile rimozione di un’esperienza vissuta costringe ad una sua rappresentazione, manifestazione, la quale – in assenza di immagini concrete – assume le forme necessarie della mimesi: statuine come idoli, che nella loro incessante impassibilità acutizzano la sofferenza vissuta, che diviene testimonianza. Sintesi espressionistica e accuratezza nel dettaglio producono un impasto di dolore che difficilmente una recitazione umana avrebbe potuto rendere più verosimile, insieme a quel dinamismo rovesciato a cui la visione ci sottopone: staticità delle immagini e movimento continuo della macchina da presa. Un montaggio serrato che non concede respiro allo spettatore.
    Oggetti quindi che “narrano” quanto una spietata dittatura si era tanto premurata di far tacere al popolo che soggiogava. Così non c’è propaganda che non possa essere smentita, come voce che possa essere taciuta. Recuperare il proprio passato significa ora restituire dignità ad un popolo che è stato vittima – attraverso la fame, la decadenza fisica e il sogno utopistico delle società collettiviste – di un’opera di pianificata disumanizzazione.
    Ma l’incompiutezza è anche quella dell’infanzia che ritorna in età adulta. Quella violata del regista, che ricostruisce passo dopo passo con gli strumenti ludici della stessa infanzia: i pupazzetti. Perché tutto ciò che rimane incompiuto, irrealizzato ritorna.

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