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“20 Sigarette” – (1/12/15) – [Visioni 117]

20 sigarette (Aureliano Amadei  – Italia 2010)

Senza un lavoro fisso e disoccupato sentimentalmente, Aureliano Amadei sogna il cinema. Per il momento è un giovane filmaker vicino agli interessi dei centri sociali e lontano dalle responsabilità da adulto. Quando il cineasta Stefano Rolla gli propone il ruolo di assistente per un film da girare in Iraq, accetta la proposta, prepara frettolosamente i bagagli e si avvia a intraprendere la sua personale missione. Caso e sfortuna decidono il suo destino: il 12 novembre 2003 si troverà coinvolto nell’attentato terroristico di Nasiriyya…

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  1. Luigi
    2 Dicembre 2015 a 8:13 | #1

    Ho trovato molto “illuminante”, tra le parole del regista (e protagonista della storia) Aureliano Amadei, che ha introdotto la visione del film ieri sera, la parola “onestà”. Onestà, che ha guidato la necessità di racontare una storia del genere. Onestà nel farlo in un modo leggero ma allo stesso tempo incisivo. Onestà nel fare un cinema di qualità senza eccessive forzature, sia di scrittura che visive.
    Sembra quasi che in alcuni passaggi si lavori per “sottrazione”, quasi ad ammettere che l’orrore, per quanto “mostrabile”, non si possa riprodurre. Su tutto, la scena dell’attentato. Quasi la si deve intuire, viene proposta come un incubo indefinito, come un qualcosa che solo chi l’ha vissuta poteva trattenere dentro e al massimo provare a raccontarla.
    Il cinema può. Può fantasticare, re-inventare la realtà. Ma la famosa “onestà” di cui sopra, ha condotto per mano la regia di Aureliano e il tocco è, per assurdo, drammaticamente delicato. I siparietti dei politici, militari, trafficanti di guerra. Un paese che dimentica in fretta. Una guerra televisiva e quella vera che viene vissuta. Il tutto nel nome di una “Missione di Pace”.
    Ottimi gli attori. Tutti credibili. Intrigante il movimento della macchina da presa che sta “addosso” alla storia, muovendosi nervosamente, quasi respirando con il dolore, l”angoscia, la surreale capacità di rimanere vivi con la morte nel cuore.
    Il film scivola via sicuro, la visione non è mai abbandonata a momenti inutili, la testimonianza di Aureliano arriva e rimane con noi.
    Il cinema italiano raramente sa raccontare questo tipo di storie. E’ quasi sempre goffo, finto, ruffiano.
    “20 Sigarette” invece ci riesce. Onesto e vero.

  2. Aureliano
    2 Dicembre 2015 a 14:31 | #2

    Ciao, mi dispiace di non essere più riuscito a passare dopo la proiezione, chiedo perdono. A quel punto della giornata e della cena, sarei comunque stato inservibile… Grazie a Luigi per le parole sul film, che spero abbia comunicato più di quanto non riesca a fare io con le mie, di parole. E, infine, grazie a tutti i presenti, non solo per la serata di ieri, ma per tutte le presenze a questa iniziativa, una perla in una città, oggettivamente, di porci.

  3. Celestino
    2 Dicembre 2015 a 19:22 | #3

    Cosa dire, molto emozionante questa proiezione. Non conoscevo Aureliano Amadei, mi è piaciuta la sua esposizione, ho avuto l’impressione sentendolo, di un regista che si sia fatto sulla sua storia, libro, film, ha cavalcato questo evento straordinario di cui è stato purtroppo protagonista per uscire fuori, realizzando un film diverso da come si è abituati a vedere film del genere. Emozionante sentire dalla sua voce la descrizione di cosa ha realizzato, di come lo ha realizzato e verificarlo subito dopo. Anche gli aneddoti spiegano molto del film. Un regista che viene dal mondo del cinema, dalla gavetta e quello che esce fuori è proprio un prodotto schietto, senza fronzoli, mettendo in sequenza, come ha detto lui, una storia con vari stili che ben si collegano fra loro.

    La scena che mi è piaciuta di più è stata quella dell’attentato. Forse banalmente perché è quella più forte, ma io ci vedo altro. Chiude idealmente la scena iniziale quando si vede questo corpo che lievita in aria al rallentatore. Dal momento dell’esplosione cambia la prospettiva del film, il protagonista diventa la telecamera, gli occhi le lenti dell’obiettivo che saettano tutto intorno. Le immagini convulse, disturbate da questo movimento frenetico raccontano la frammentarietà dei ricordi, i singoli scatti, la ricerca della minaccia, i flash che tornano postumi alla mente e soprattutto … la colonna sonora che accompagna questi momenti, il lamento di angoscia, paura e dolore che viene dalla pancia del protagonista. Questa scena è per me la dimensione del film "vero".

    Come ha detto Aureliano e poi sottolineato da Luigi, un film "onesto", onesto nel raccontare senza fronzoli una verità mai apparsa sui giornali e soprattutto nel raccontarla senza quegli artifici ruffiani e retorici di "imbellettamento" .

  4. Sergio
    3 Dicembre 2015 a 1:55 | #4

    “Per aver saputo raccontare un dolore vissuto in prima persona con grande equilibrio e senza cedere a facili sentimentalismi. Per il rigore stilistico che resta inalterato nel passare dal dramma alla commedia, e per aver coraggiosamente aperto uno squarcio su una guerra che ormai ci vede impegnati da molti anni, al di là di ogni plausibile considerazione sulla sua utilità. Per averci ricordato che il cinema italiano oggi può e deve essere un occhio indiscreto e vigile sulla realtà che ci circonda, per raccontare quello che nessuno osa dire. Per aver mostrato il dolore e la sofferenza attraverso un attento uso del linguaggio cinematografico e un’incisiva sperimentazione stilistica dei codici di genere.”
    Ho quasi sempre condiviso i premi che l’associazione culturale ARCA Cinema Giovani assegna ai film presentati a Venezia. E quando i giovani ragazzi della giuria nel 2010 decisero di assegnare il loro premio come Miglior film italiano presentato nelle diverse sezioni della Mostra al film “20 sigarette” condivisi molto la loro motivazione sopra riportata.

    Ieri sera quando arrivato in sala ho trovato il regista a presentare il film mi è ritornato in mente l’anteprima veneziana. Ero in Sala Grande quella domenica mattina insieme al regista, al cast e delegazione del film a bruciarmi le mani durante la standing ovation. Il film è stato da subito apprezzato dal pubblico e dai critici.
    La forza del racconto sta principalmente in due aspetti:
    - nella scrittura del film: il regista-scrittore è riuscito a raccontare la tragedia di Nassirya con dolore e sentimento e senza mai rinunciare alla satira assistiamo ad un ritratto comico-realistico della società italiana che non mi sembra molto cambiata, anzi;
    - nell’intelligenza dell’uso della macchina da presa: l’idea della soggettiva all’arrivo alla caserma dei Carabinieri è geniale, il regista ci presenta e purtroppo ricorda le vittime dell’attentato (diversamente avremmo visto un altro Salvate il soldato Ryan) come pure la sequenza accelerata delle visite dei giornalisti, politici, clero e Presidenti della Repubblica al Celio che ahinoi ci ricorda in pochi secondi quanto tutti abbiamo subito i Bruno Vespa, Ignazio La Russa e Gasparri dell’epoca.

    Avrei chiesto al regista:
    L’avventura delle 24 ore in Iraq ricorda Sliding Doors, come si immaginerebbe oggi la sua vita dopo aver finito il film di Rolla? Esiste del materiale girato da Rolla in Iraq? C’è stata l’ombra della censura sul film da parte del Ministero della Difesa? Come viene raccontato nel film mi sembra che quando partecipa a cocktail o cene importanti si diverta a sorprendere: dove ha trovato la giacca d’oro della cena di gala all’Aeroporto del Lido? ;-)

  5. Maurizio
    3 Dicembre 2015 a 10:10 | #5

    Due le scene che mi hanno più colpito, e ambedue collocate verso la fine del film.
    La prima è la visita dei genitori del tenente Ficuciello all’ospedale del Celio, dove Aureliano è ricoverato.
    La seconda è quella in cui, durante la presentazione del libro, il suo vecchio amico gli dice di non capirlo più, perché non è possibile mettere sullo stesso piano i soldati e i bambini morti nell’attentato.
    Due modi diversi di interpretare il dolore del protagonista da parte di chi a Nassiriya non c’era.
    I primi però hanno perso il loro figlio, il secondo, militante “duro e puro” dei centri sociali, non può arrivare a capire quello che Aureliano ha vissuto.
    Questo film ha provato a spiegarcelo, ricostruendo con “onestà” la sua drammatica esperienza e i momenti successivi, con politici e militari a farsi belli davanti le telecamere, propinandoci la loro verità sulle modalità dell’attentato, per nascondere magagne, rivalità e conflitti indicibili.
    Una bella serata di cinema, e un grazie ad Aureliano per la sua partecipazione.

  6. Roberto Albanese
    4 Dicembre 2015 a 11:20 | #6

    “20 sigarette” racconta una storia vera. Nella prima parte del film il protagonista, Aureliano Amadei, che è anche il regista, è un giovane un po’ immaturo, privo di una propria identità ben definita. Si lascia trascinare dagli eventi e, per il modo in cui pensa e agisce, sembra più un ragazzo che un uomo. Quando il regista Stefano Rolla lo invita ad andare con lui in Iraq a girare un film, parte e si ritrova per caso vittima dell’attentato terroristico di Nassiriya, avvenuto nel 2003. Aureliano rimane in Iraq per un tempo molto breve, quello necessario per finire un pacchetto di sigarette. In questo periodo, però, la sua concezione della vita cambia radicalmente. “20 sigarette” è molto interessante perché racconta l’attentato di Nassiriya dal punto di vista di una delle vittime. Grazie ad un uso sapiente della telecamera e alla grande bravura di Vinicio Marchioni, che interpreta Aureliano ed è il migliore attore del cast, lo spettatore si immedesima molto nel protagonista. La scena dell’attacco è la più coinvolgente del film e, allo stesso tempo, la più spaventosa. L’attentato è un’esperienza terribile che segna profondamente Aureliano, ma che lo fa anche maturare, rendendolo più consapevole delle proprie responsabilità. Inoltre ai momenti negativi di dolore e sconforto se ne alternano spesso altri divertenti che fanno sorridere e rendono più piacevole la visione. Spesso nei film sulla guerra la violenza e l’esaltazione dell’eroismo sono molto presenti, ma questo non è assolutamente il caso di “20 sigarette”, che sembra invece voler raccontare semplicemente i fatti così come sono stati vissuti da Aureliano, senza alcun tipo di esagerazione. È un film che fa riflettere sulla vita, ma che non annoia o infastidisce gli spettatori. Lo consiglio vivamente.

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