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“Il ritorno” – (20/10/15) – [Visioni 114]

Il ritorno (di Andrei Zvyagintsev – Russia 2003)

Andrei e Ivan sono due fratelli adolescenti: si vogliono bene, come fanno i fratelli, e come fanno gli adolescenti trascorrono le loro giornate con gli amici, tra le partite di pallone e le sfide per provare chi è uomo e chi non lo è, anche se in fondo non sono né più né meno che ragazzi. Tuffarsi in mare dall’alto di una torre di legno è fuori discussione per Ivan, il più piccolo e scontroso dei due, che ha paura dell’altezza ma non ci sta a farsi chiamare “codardo”. Una zuffa, una corsa a perdifiato verso casa per arrivare primo a dire alla mamma che è colpa dell’altro. Ma a casa c’è qualcosa di veramente inaspettato ad attendere i due ragazzi…

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  1. Luigi
    21 Ottobre 2015 a 6:55 | #1

    Il paesaggio non da punti di riferimento. Lo spettatore non può che concentrarsi sui volti dei ragazzi, sui pensieri misteriosi del padre, sullo sguardo gelido della madre. Un paesaggio senza tempo e senza luogo. Sappiamo che la storia di svolge nell’est sconfinato di un paese dove gli anni passano senza cambiare quasi nulla. Ma nei pochi giorni del viaggio inatteso col padre, tutto cambierà per i due fratelli. Trascinati da questi improvvisamente ritornato a casa, in loro si accende la voglia (e la felicità?) di essere figli, di parlare con un padre che pensavano perso, di ascoltarlo e materiallizzare finalmente quella foto nascosta nel libro in soffitta, chissà quante volte guardata di nascosto.
    Ma il padre è un povero cristo (“dipinto” sul letto come quello del Mantegna) che chissà quante ne ha passate, indecifrabile nei suoi pensieri, illuso di poter essere ancora il padre che tutti vorrebbero. Ma concentrarsi su di lui, sarebbe un errore. Il cuore pulsante della storia sono gli occhi sgranati dei ragazzi, la loro gioia della fuga, il loro dolore per essere stati abbandonati, le loro grida strozzate quando perderanno ancora una volta il genitore.
    Il tempo e l’anima, sembrano nascosti nelle foto, in quel bianco e nero che tutto rivela e tutto congela. E anche se il regista forse voleva evitare simboli, il film ne è disseminato. Tutti insieme che spingono l’auto che si pianta, trascinano pesanti zaini, si lasciano e si riprendono, salgono in alto e ricadono, affondano, ritornano. Il ritorno del padre, il ritorno dei fratelli a casa, il ritorno del tempo.
    Zvyagintsev gioca anche raffinatamente con la macchina da presa. Un regia che sembra assente ma che appena può si lancia in lunghe carrellate, quasi accarezza la scena, si appoggia ai paesaggi che incontra e ne diventa parte integrante.
    Un film silenziosamente rumoroso, intenso, coraggioso.

  2. Tano
    21 Ottobre 2015 a 14:11 | #2

    1979: Andrej Tarkovskij firma il film “fantascientifico” Stalker, che segue, dopo un intervallo di cinque anni, Lo specchio e precede di quattro anni Nostalghia.
    In questo secondo intervallo viaggia per l’Italia per preparare il film e cercare i luoghi in cui ambientarlo. Lo accompagna Tonino Guerra, bislacco poeta del Cinema Italiano, inventore di storie e di linguaggi.
    Andrej Petrovič Zvjagincev, il regista de Il ritorno, nasce nel 1969 e in quegli anni ha rispettivamente 10, 15 e 19 anni. Gli anni della formazione e della “scelta” di essere uomo di spettacolo, attore in teatro al cinema e in Tv e poi regista. Nel 2003 esordisce con “Il ritorno”, che vince a Cannes – con inaspettata fortuna e per irripetibili combinazioni. Il film costato solo 400.000$ incassa 12 volte tanto.
    Il nostro amico regista dal nome impronunciabile, non certo perché porti jella – anche se qualche motivo potrebbe esserci per sospettarlo – e che chiameremo per comodità A2, per differenziarlo da Tarkovskij (A1) firma altri film di successo Izgnanie nel 2007 (vincitore del Premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes al protagonista Konstantin Lavronenko) ed Elena nel 2011 (che ha ricevuto il premio Un Certain Regard). Nel 2014 Leviathan esce e vince. Fra altro anche il Golden Globe.
    Come in A1, è presente nel film “la nostalgia dell’armonia”; nello specifico come nostalgia di un’infanzia felice con una madre bella e vicina, ma mai opprimente, e un padre presente e fonte di sicurezza. L’inspiegata, lunghissima assenza – lontananza “fantascientifica” – spezza l’armonia e si costituisce come origine, fonte “necessaria” della tragedia finale.
    L’assenza di armonia, peraltro sottolineata dal disarticolato fluire degli elementi –pioggia sole vento acqua terra fango –, definisce l’interiore conflitto interiore che scompagina i delicati equilibri dei personaggi, produce contraddizioni e utilizza le antinomie come dialettici agenti del climax: la riappropriazione delle armonie larvali attraverso il sacrificio del Padre. La spericolata ascesa su per la torre del semaforo troverà piena necessaria conclusione nel dramma, con una vittima comunque necessaria, comunque innocente. Il Padre offre la propria vita, concupita dai figli nella vana speranza di ristabilire la spezzata armonia. È una strada senza ritorno che conclude il lungo viaggio con una biblica offerta sacrificale. Nessun angelo interverrà a trattenere dal gesto ultimo. Nessuna mano fermerà la mano fallace che manca la presa.
    A1 è sempre presente nel film come cifra culturale, filosofica, perfettamente introitata e fatta propria: A2 la interiorizza, la plasma e la rende personale e completa.
    Abbiamo ritrovato quest’anno A2, impegnato, in lande a noi estranee, livide e astruse, sul versante politico e civile che ha fatto di Leviathan oggetto di interesse e discussione, confermando le doti del regista, le sue capacità di misurare fotografia, interpretazione e dialoghi, la sua forza nel distaccarsi dalla storia e da obblighi di fornire risposte, quando risposte non ha. In linea con la magnifica unicità del cinema russo. Lo aspettiamo ammirati alla prossima posta.

  3. Liliana Madeo
    22 Ottobre 2015 a 5:51 | #3

    Il film poteva essere intitolato non “il ritorno” ma “il potere”, il potere esercitato in maniera oppressiva, cieca e crudele nei confronti di chi non è in grado di capire, di difendersi, di contrapporre energie e strumenti di rivalsa a un’entità spesso incomprensibile e misteriosa. Siamo in Russia, in tempi in cui aleggiano in maniera tutt’altro che soffice modi diversi di guardare al futuro, senza che – nello stesso tempo – si spengano le indistruttibili speranze, aspettative, illusorie visioni di un mondo liberato da quella morsa velenosa. Il padre qui è la personificazione del potere. Non sappiamo chi è, perché dopo dodici anni riappare, che cosa vuole dalla sua famiglia, perché si porta dietro i due figli in questa “gita” senza senso, che cosa c’è nella cassetta che tira fuori da una fossa scavata in un’isola deserta …. Non è lui il protagonista, non è la sua storia che dà corpo al film, non sono gli insegnamenti che ammannisce ai bambini (quale lezione dare a chi ti procura un danno, con quali lusinghe farsi servire da una cameriera …) a scandire i tempi del racconto. Le reazioni che i suoi gesti provocano nei figli sono ciò che conta, la luce, il pathos del film. Che lui muoia è un evento occasionale, non sono stati i ragazzi a farlo fuori, non è quel lutto o il senso di colpa per quel lutto che loro si porteranno dentro nel tornare a casa. Non era loro padre, ma una figura simbolica (non a caso presentata, all’inizio, come il Cristo del Mantegna). Proprio questo significa quel titolo, : la vita riprende, l’esperienza fatta – per quanto terribile – non muta la loro storia, la mamma li aspetta, l’assetto del mondo non è cambiato.

  4. Tano
    22 Ottobre 2015 a 14:37 | #4

    Proprio perché non sappiamo da dove faccia ritorno, chi sia stato in quei dodici anni, che cosa abbia fatto, subito o fatto subire, che mi sento di sospendere ogni giudizio. Il suo modo di fare può sembraci strano oggi e qui, ma dobbiamo sforzarci di contestualizzare la storia ed affidarci non ai suoi gesti che noi leggiamo come autoritari o addirittura violenti, ma ai suoi tentativi – forzati, si vede, goffi, quasi, come di chi non è più abituato non solo a farli, ma anche solo a pensarli – di essere padre senza essere padrone, di essere autorevole senza essere autoritario. Se simbolismo c’è – e nell’opera d’ingegno di un russo non può non esserci – è proprio nella efficacissima sintesi di lui stanchissimo sul letto come il cristo morto del Mantegna. Raffigurato non nella sua dimensione divina – e quindi massimamente autoritaria – ma in quella estremamente umana della morte.
    Nulla è dato sapere di quella vita perduta lontano, tutto sappiamo di quelle ore in cui tutti i sentimenti repressi per anni, i rancori covati, le vendette meditate, gli amori umiliati, i desideri frustrati vedono di nuovo la luce e si estinguono quasi senza storia.
    Non sono molte le parole fra loro, ma bastano, come in tutto il cinema russo, le immagini: dei volti, delle acque, pioggia e lago; dei rottami che presidiano il paesaggio, simbolo forse di storie troncate e monito per noi; delle lacrime della madre attese – da lei, da noi, dalla nostra rassicurante voglia, ma mai sgorgate.

  5. Sergio
    25 Ottobre 2015 a 22:08 | #5

    Il Ritorno è stato una rivelazione quando fu proiettato nel 2003 a Venezia.
    Ha sorpreso il pubblico in Sala Grande e la giuria presieduta dal maestro Monicelli, ma ha anche fatto gridare allo scandalo per una parte della critica.
    Ha vinto il Leone d’oro e Premio Luigi De Laurentiis come migliore opera prima. Ma ha deluso le aspettative di chi già pregustava il trionfo del risorto cinema italiano.
    La critica e l’opinione pubblica si è divisa. Da un lato Buongiorno,notte di Bellocchio, film sul noto fatto di cronaca che ha sconvolto la vita politica del nostro Paese; dall’altro il Ritorno appunto con un soggetto esile, una storia ambientata in una dimensione spazio-temporale indefinita e sospesa, una tragedia con riferimenti mitologici (e politici) capace di emozionare.
    TG1: https://www.youtube.com/watch?v=e-HuUQK5R6w
    Il ritorno ha avuto la meglio su Buongiorno,notte perché tocca le corde più profonde dell’animo, mette in scena un legame ancestrale, un rapporto psichico, affettivo e carnale: quello fra genitori e figli. E nulla è emotivamente più intenso. Soprattutto quando lo spettatore viene coinvolto in maniera attiva, è ignaro dei fatti che hanno preceduto l’incipit narrativo. La sua attenzione viene catalizzata da una serie di indizi progressivi, dai diversi punti di vista, da una simbologia (l’inquadratura del padre dormiente adagiato come una salma, la Bibbia dove è custodita la foro del padre, l’ultima cena con il rito del vino, l’uccello morto, il sacrificio, il settimo giorno, il Padre) nascosta dalle omissioni.
    Il padre assente misteriosamente ritorna – non è dato sapere il motivo – ma non riesce a riscattarsi. Il passato è trascorso, ed è impossibile recuperarlo. Così, se il maggiore dei due ragazzini, rassegnato, asseconda il genitore, il più piccolo, il più bisognoso di amore, lo rifiuta e si oppone ai suoi rigidi metodi educativi.
    Si è detto in conferenza stampa che il padre potrebbe incarnare anche il simbolo del comunismo che in Russia nel 1991 è stato respinto ed è miseramente caduto dopo aver cercato di tornare al potere. I figli potrebbero rappresentare la Russia contemporanea (dodici anni dopo siamo nel 2003, anno del film) con una parte che sarebbe anche disposta ad accettare la ricomparsa del socialismo reale, e con l’altra, quella dei più giovani, che lo rifiuta e lo respinge.
    L’influenza di Tarkowsky è evidente nei movimenti di macchina, nella cromia grigio-azzurra, indice della fredda relazione fra i protagonisti, dell’incapacità a comunicare, dell’acqua onnipresente, simbolo di fertilità vitale ma al tempo stesso causa di morte.
    Bellissima fotografia.

    Per approfondire gli accadimenti dell’epoca, dall’archivio storico del Corriere della sera, gli articoli degli inviati alla Mostra del Cinema:

    http://archiviostorico.corriere.it/2003/settembre/03/ritorno_capolavoro_co_0_030903089.shtml

    http://archiviostorico.corriere.it/2003/settembre/07/Zvyagintsev_dedico_Vladimir_che_non_co_0_030907088.shtml

    http://archiviostorico.corriere.it/2003/settembre/07/film_poetico_alto_straziante_co_0_030907085.shtml

Codice di sicurezza: