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“L’intrepido” – (12/5/15) – [Visioni 111]

Antonio Pane è un uomo buono e delicato. Il suo lavoro è fare il rimpiazzo, cioè sostituire sul posto di lavoro chi è impossibilitato ad andare. Antonio è separato e ha un figlio musicista. La sua è una vita semplice. Non si piange mai addosso e si da sempre da fare per guadagnare qualcosa. leggi la scheda completa del film

 

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  1. Luigi
    13 Maggio 2015 a 7:52 | #1

    Ieri sera Gianni (non il regista) in pizzeria ha sparigliato folgorando la vicenda di Antonio Pane (protagonista del film) con una relazione azzeccata agli "angeli sopra Berlino" di Wenders.
    Infatti il nostro "angelo milanese" (siamo sicuri sia reale?) si muove tra le anime vaganti della città, tra lavoratori anonimi, donne perdute, figli musicisti tormentati, mogli lontane, affaristi senza pietà….
    Amelio non ti fa saltare sulla sedia, ma il film visto ieri è, secondo me, più intenso di quanto sembri, più sfuggente, più provocatorio.
    L’assenza nei nostri tempi (la scena delle scatole vuote ne è l’emblema) di verità, etica, coraggio ed entusiasmo, è la vera sfida della storia raccontata.
    I lavori di Antonio Pane sono uan continua ricerca di se stessi, una dimostrazione di esistenza…uno, nessuno, centomila.
    L’angelo sopra Milano, racconta con poche parole, sopporta, mette a proprio agio, consola, guarda tutto e tutti.
    Devo confessare che ieri sera in pizzeria c’era un’intrepida capacità di analisi…. :-)

  2. Rita
    13 Maggio 2015 a 18:04 | #2

    Tra favola e storia, tra sentimenti e vita, la solitudine del deserto metropolitano e la realtà del quotidiano perdono i confini e si mescolano in questo malinconico e sofisticato film che ha i toni di un’esistenza dimessa, i colori della rassegnazione, il sapore di un’attualità disumanizzata.
    Antonio di professione fa il sostituto, sostituisce chiunque ha bisogno di assentarsi dal lavoro, è un “ rimpiazzo”, va bene per qualunque cosa purchè a tempo, è la rappresentazione di un precariato che esce dalla condizione sociale per connotarsi sempre di più come condizione umana, dove protagonisti senza nome e senza identità fanno i salti mortali per sopravvivere e cercano di inventarsi un lavoro o si accontentano di quello che trovano in un paese-mondo globale dove le nuove regole economiche rimpiazzano le regole morali, appiattiscono la vita, lacerano i rapporti, sbiadiscono i sentimenti. Amelio ci presenta una schizofrenica visione della vita: Un day after della società contemporanea disegnato senza spazi di futuro dove generazioni a confronto misurano rabbia e rassegnazione, dove i ruoli si rovesciano e i giovani non sorridono, non sognano, non costruiscono speranze, e un Don Chisciotte in giro per la città a inseguire illusioni, a combattere con fantasia, ironia, gentilezza, la precarietà dei nostri tempi in un paese difficile e soffocante, crudele, estraneo e irriverente. Albanese, bravissimo,veste i panni di un eroe ingenuo dal sorriso imperturbabile, un sognatore irriducibile oltre la volgarità, l’arroganza, i soprusi e le sopraffazioni a cui sembra affidato il compito di risistemare tutti i guai del mondo. Sembra che il regista senta il bisogno, nonostante l’apocalittica visione che ci presenta, di credere nelle persone, nei buoni sentimenti, nelle anime gentili in una visione cattolica del porgi l’altra guancia in attesa del riscatto finale. Non sarei così sicura che quello che vince in mezzo a tanta violenza e tanto orrore è l’umanità delle persone. Ho letto che parte della critica rivede nel film alcuni tratti di Chaplin in tempi moderni, ma di Chaplin a me resta qui solo l’immagine della catena di montaggio, dei giganteschi ingranaggi, dell’operaio senza coscienza sociale e senza nome deriso e sfruttato; difficile raggiungere la poetica e la sognante delicatezza di Charlot, quella geniale intuizione, in anticipo di mezzo secolo sulla realtà, su cui esplodeva la forza dell’ironia, oggi quella realtà è compiuta, la viviamo tutti i giorni, riesce difficile riderci sopra. Quel concetto di rimpiazzo, su cui è costruito il film assomiglia così tanto a “quell’uscita dal sé” propria del concetto moderno di alienazione, di degradazione della coscienza, così tanto reale che si fa davvero fatica a recuperare un senso positivo o ironico ; Chaplin aveva definito i suoi protagonisti ” gli unici due spiriti vivi in un mondo di automi”, Amelio alla fine non salva nessuno, Antonio resta solo, unico rassegnato, surreale esemplare in via di estinzione (nella realtà non c’è angelo che ci salva dall’orrore), e a proposito di Chaplin, l’abbraccio finale di Charlot alla monella e l’incamminarsi insieme per mano verso la strada del futuro sembra essere molto, molto lontano.

  3. gianni
    14 Maggio 2015 a 0:58 | #3

    Amelio si addentra in un percorso che lo porta in un viaggio alla ricerca del senso di esistere, quando l’immaginazione ci abbandona. Il suo personaggio chiave, Antonio Pane, novello “angelo sopra Milano”, ci accompagna nel viaggio all’inferno, una Milano, spersonalizzata, grigia, senza umanità, e soprattutto priva di un qualche senso che giustifichi l’esistenza.
    “Per quale squadra fa il tifo?”
    chiede Antonio a Lucia, la misteriosa ragazza conosciuta poco prima durante un concorso,
    “Io tifo per i tifosi, perché almeno danno un senso alla loro giornata”
    è l’agghiacciante risposta di Lucia.
    Tuttavia, diversamente dagli altri personaggi del film, tutti molto realistici, la figura di Antonio Pane è surreale e troppo distante da noi tutti, poiché la sua capacità d’immaginazione “on demand”, ” a rimpiazzo”, capace di ESSERE a ore (tranviere, attacchino, pescivendolo, muratore …) e crederci fino in fondo, è così lontana da quella poca immaginazione che ci resta e che, con difficoltà, ci tiene ancorati a stento anche solo a una di quelle esistenze che sentiamo appartenerci.
    Antonio Pane non diventa quindi, per lo spettatore, il riferimento credibile per ritrovare uno smarrito senso della vita, ma resta lì, appeso allo schermo come l’angelo sopra Milano che osserva le persone senza avere davvero la possibilità di fare quasi niente per loro. E che non possa fare niente è ovvio, ma quest’ovvietà è fin troppo presente dalla prima all’ultima scena restituendo un’immagine della storia troppo prevedibile.
    É forse per questo motivo che durante la visione del film ho sentito la mancanza di quelle scene che vidi tanti anni fa nel film di Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” e che, trattando un tema con fil rouge simile (ambientato in una Berlino ancora attraversata dal muro), lasciavano agli occhi dello spettatore la piena capacità d’immaginare il racconto dietro e davanti ad ogni fotografia che splendidamente si apriva sulla città e sui suoi abitanti.
    Complici furono anche i riferimenti alla poesia di Rainer Maria Rilke che accompagnava i dialoghi dei protagonisti, ma per capire l’apertura alla speranza, in una Berlino senza più una storia, senza riferimenti, senza immaginazione, bastano queste 2 scene che ho trovato su You Tube:
    https://www.youtube.com/watch?v=5rTLVHlKClA
    https://www.youtube.com/watch?v=lfC8855QRjM

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