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“La folla” – (28/4/15) – [Visioni 110]

“La folla” – regia di King Vidor 1928

Formalmente ineccepibile (la scrittura del cinema muto doveva essere necessariamente più rigorosa), il film racconta la storia di un uomo qualunque che vuole emergere a New York e si trova contro alcuni fantasmi che sono l’essenza stessa della modernità …

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  1. Luigi
    29 Aprile 2015 a 6:51 | #1

    E’ stato molto interessante ieri affacciarsi nuovamente al cinema “non sonoro” grazie alla passione indiscussa di Erasmo e Yann, che hanno introdotto la visione del film di Vidor e illustrato i tratti salienti della figura del regista. Ogni passione necessità di curiosità, scoperta e approfondimento. Il cinema apre mille di queste possibilità e rende attuabile il confronto nel tempo di opere che ancora oggi hanno molto in comune. “La folla” di Vidor ha quasi novant’anni ma è, agli occhi dello spettatore di oggi, un’opera ancora potente, intensa, con grandi slanci sia nella scenografia che nella struttura narrativa.
    Il cinema “non sonoro” ha un fascino indiscusso. I nostri occhi sono catturati dall’interpretazione degli attori, che danno spessore ed energia, e sono sorpresi da storie che hanno dettato e segnato il cinema contemporaneo.

  2. Roberto
    29 Aprile 2015 a 8:44 | #2

    Sempre tutto molto emozionante.
    Anche se non sono venuto alla pizza, ho considerato che la condivisione della….visione senza un seguito verbale era assolutamente pertinente dopo un film muto: in fondo la sola presenza fisica, di chi c’ era, aveva di per se un significato, ed era sufficientemente espressiva di un certo modo di approcciare l’ arte.
    Roberto

  3. Tano
    30 Aprile 2015 a 16:32 | #3

    Sono aperto a tutte le sperimentazioni, convinto che gli esami non finiscono mai e che sopravviveranno anche agli stessi prof (non so come, ma lo so). Per uno che a metà degli anni ’70 a Palermo andava nei pomeriggi di domenica al Goethe Institute a vedere il ciclo sul cinema espressionista tedesco con i sottotitoli in gotico, il muto non solo fu, ma soprattutto è.
    BN e mancanza di sonoro hanno “costretto” gli artefici di quel cinema ad esaltare la capacità mimica, espressiva degli attori e a sperimentare “fotograficamente” nuovi linguaggi, correndo faticosamente a fianco di movimenti artistici che contraddistinguevano il lungo e fecondo periodo che va dalla fine dell’800 alla Grande Crisi. Il film che abbiamo visto martedì scorso ci mostra la grande capacità di analisi e di rappresentazione dei fenomeni di urbanizzazione in megalopoli inospitali e della parcellizzazione sociale conseguente. Le immagini della metropoli sono splendide, girate con perizia e capacità narrativa. Si nota e si apprezza il desiderio di allargare il proprio campo di indagine ad analoghe iniziative europee.
    Paradigmatica la storia; scolastica ma svolta con coerenza. E quindi con poco amore e approccio da entomologo. Vidor estrapola dal contesto una possibile storia e la svolge in modo deterministico, senza tanti infingimenti, con evidente distacco dai personaggi e la totale mancanza di “affetto” per essi: li sceglie a caso; li anima in una storia “banale” e li abbandona al turbinio della vita. Di cui comunque non sono mai pienamente responsabili: ogni snodo della storia avviene “nonostante” i protagonisti. Anche l’ultimo snodo, quello in cui la bella moglie/mamma decide (?) di provarci ancora. Il tontolone ride e scherza beatamente incosciente ed irresponsabile avviandosi sulle strade che altri hanno deciso. La Folla si richiude e inghiotte la piccola storia. Avanti un’altra.

  4. Alessandro
    3 Maggio 2015 a 19:41 | #4

    In “The Crowd” l’impatto con la metropoli annichilisce l’individualità del singolo, che viene trangugiato all’interno di una massa anonima e insensibile. Alienazione, omologazione sociale, affermazione della società capitalistica e di massa, automatizzazione dei processi produttivi: questi sono alcuni dei temi che il film sottintende, e con cui l’uomo moderno deve e dovrà confrontarsi. L’agghiacciante realismo delle scene seriali in cui viene mostrata New York alla fine degli anni Venti ci svela un’America inconsueta, rispetto a tanta filmografia dell’epoca: meccanizzata. Massa e città sono rappresentate dal regista per mezzo di dissolvenze sovrapposte che annullano dettagli e diversità: un agglomerato di anonimi, dove uno è nessuno. Tragica premonizione di quello che saranno le frenetiche società future.
    Ma King Vidor ha voluto soprattutto mostrarci la vita dell’ “uomo medio”, anche nelle sue disfunzioni sociali e metropolitane. Con coraggio, e onestà intellettuale, ha osato scardinare il tanto osannato sogno americano.
    La storia, quindi, narra principalmente la vicenda di un uomo. Un uomo indolente e mediocre. Un velleitario, incapace però di soddisfare le sue presunte aspirazioni professionali e di contrastare il flusso degli eventi, determinato dal contesto sociale in cui egli stesso ha scelto di collocarsi.
    Una delle sequenze più significative del film è all’inizio. Una prospettiva dall’alto di una scala converge verso la folla, da cui si stacca lentamente – per assurgere al primo piano – la figura del giovane protagonista, preannunciando così il rapporto conflittuale tra individuo e massa, che sarà il filo conduttore di tutto il film.
    Nel corso della visione si ha come l’impressione che il film sia costruito mediante tutta una serie di prefigurazioni. Tutta la prima metà è anticipatrice ideale della seconda. Una frase o una scena anticipa sempre un evento futuro: la sprezzante battuta sul pagliaccio in strada e la deriva a clown di John Sims, la considerazione sul matrimonio non funerale, ma il drammatico incidente mortale della figlioletta; ora la protagonista è la folla, con tutta la sua empietà e indifferenza. La folla, che è qui rappresentata come rumore prodotto visibilmente – ma privo di alcuna determinazione sonora – è la cassa di risonanza di una indifferenza senza limite. Non c’è compassione per il dramma della famiglia Sims. L’atto di prostrazione di John nei suoi confronti è indicativo del rapporto di sudditanza che intercorre tra l’individuo e la moltitudine e del conseguente fallimento sociale del protagonista.
    Ma il film è anche una storia d’amore narrata con una sentimentalità quasi sconosciuta ai giorni nostri: la scena in cui viene descritto il senso del pudore che assale la protagonista femminile durante la prima notte di nozze, è di una autenticità e semplicità estremamente realistica; dove la notevole capacità recitativa degli attori, sviluppata – ma anche potenziata – dall’assenza del sonoro, contribuisce a questa esigenza stilistica del regista.
    Altra scena di notevole intensità emotiva, ed eccezionale bravura interpretativa, è il sentimento di disperazione e sgomento comunicatoci dalla Boardman in quella sequenza che segue la lite con il marito: la lunga e lenta progressione del dolore è resa in maniera impeccabile.

    Ludìbrio e tragedia. Amore, morte e ironia; per dire con le sole immagini quello che le parole avrebbero fatto più tardi.

    A.S.

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