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“Festen” – (24/3/15) – [Visioni 108]

20 anni fa, nel 1995,  nasceva il documento cinematografico “Dogma 95″.

“Festen” (Danimarca 1998) di Thomas Vinterberg ne è la massima espressione.

Leggi la scheda completa del film

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  1. Luigi
    26 Marzo 2015 a 10:25 | #1

    Volevo questa volta mettere sotto i riflettori di tutti l’ottimo lavoro sulle schede che sta effettuando il nostro Sergio. Quella di “Festen” in particolare è molto ricca e preziosa. Nella nostra versione 2.0 di Visioni spero non si sia allentata la lettura delle ormai mitiche schede. Sergio le impagina con grande cura e stile giornalistico. La loro lettura dopo la visione arricchisce ancora di più la contestualizzazione del film, aggiunge, definisce, spesso aiuta a comprendere meglio sia dettagli sfuggiti che interpretazioni su alcune scelte del regista.
    Un gruppo di amici che decidono di vedersi un film, il piacere di ritrovarsi, una sala accogliente, una scheda ricca, una pizza e un blog.
    Cosa potrebbe desiderare di più per un amante di cinema?

  2. Alessandro
    26 Marzo 2015 a 20:45 | #2

    Penso che “Il fascino discreto della borghesia” di Luis Buñuel possa essere un possibile termine di paragone per descrivere “Festen” di Thomas Vinterberg. Almeno nella feroce critica della classe alto-borghese che accomuna le due opere.
    Onirico, surreale e paradossale il primo. Grottesco, caricaturale e spettrale il secondo. Buñuel però, a differenza di Vinterberg, non ha bisogno di aderire ad alcun decalogo per esprimere la sua satira dissacrante nei confronti della ricca e corrotta borghesia. Cosi come non deve sottostare ad alcun “voto di castità” per salvaguardare la sua visione del mondo. Il suo è un cinema che si serve anche dell’illusione, del sogno; che al cinema spesso ha dato e da nutrimento.
    Come la prospettiva illude uno spazio che in pittura ha fondato una poetica, parimenti la finzione cinematografica può produrre opere capaci di trasmettere forti emotività.
    Non è la pura realtà che necessariamente garantisce la verità e l’autenticità di un’arte. Perché non esiste opera completamente priva di individualità, né storia costituita di sola oggettività.
    Vanno comunque riconosciuti a “Festen” numerosi meriti, che ne attestano il valore artistico. La rarefazione delle immagini e il ritmo incalzante e concitato di tutta la narrazione ottenuti mediante l’uso itinerante della cinepresa a mano. Il formato 4:3, entro il quale la scena scorre a tratti sfocata, sgranata è perfettamente coerente con il tipo di narrazione claustrofobica, fortemente chiaroscurata, che viene ricavata da angolazioni simili a proiezioni anamorfiche e da repentini primi piani.
    Una specie di documentario che riporta molteplici forme e manifestazioni di una violenza tutta interiore. Anche qui, come nell’opera di Buñuel , assistiamo ad un vano tentativo di portare a compimento un pranzo o un banchetto, perennemente interrotto da una qualche interferenza. Ma mentre ne “Il fascino discreto della borghesia” l’elemento di disturbo proviene sempre dall’esterno, ed è quindi estraneo alla volontà dei convitati borghesi, in “Festen” la causa, il male – o meglio il malessere – è tutto interiore: è radicato all’interno di una altolocata famiglia borghese, il cui patriarca si è reso responsabile di due dei peggiori crimini realizzabili: pedofilia e incesto.
    E allora lo spettatore non ha alcuna via d’uscita. Perché una volta compresa la tematica egli non fa altro che sperare la fine del film: quasi non vuole conoscere altro, tant’è insopportabile e disgustoso l’argomento. Subisce inerme la pellicola. È come se, ad un certo punto, il grado di suspense del film equivalesse a zero. Attendere la conclusione; con o senza la soddisfazione finale mediante il riscatto di uno dei figli-vittime del patriarca-stupratore. L’empatia si è pienamente realizzata e quindi il calvario deve giungere a conclusione.
    “Festen” è stata l’opera prima di Dogma 95; un manifesto di rifondazione dell’arte secondo canoni che, piuttosto liberare la produzione cinematografica da regole convenzionali, la costringevano entro codici improponibili per i suoi stessi fondatori.
    Ma ciò non toglie che “Festen” sia un film sperimentale degno di interesse.

    A.S.

  3. Sergio
    27 Marzo 2015 a 0:36 | #3

    Il fascino discreto della borghesia e Festen: il confronto a caldo ci sta tutto, entrambi sono film corali che hanno come protagonisti la classe borghese, ma diversamente il film di Bunuel è volutamente ideologico e politico. L’intento del regista è quello di raccontare le varie sfaccettature della la classe borghese per coinvolgere e colpire l’intero genere umano prigioniero dei suoi vizi e annoiato di vivere.
    Invece in Festen la classe borghese che viene rappresentata è solo quella di un massone e della sua sfigata famiglia. Non conosciamo nessun altro borghese oltre al protagonista “padre-padrone”, alla sua moglie opportunista che poco non importa dei suoi figli (vedi incontro con genero di colore), ai suoi figli considerati dal padre “buoni a nulla”, e infine ai suoi genitori alle prese con l’alzheimer.
    Non penso che Thomas Vinterberg si sia ispirato a Bunuel, in Festen ad essere protagonista è la classe “non borghese”. E’ grazie ai consigli del cuoco e all’intraprendenza delle cameriere che la storia si sviluppa e aiuta i figli a riscattarsi dai soprusi subiti dal padre.
    Festen è un film che tratta di violenza soprattuto domestica, di abusi sessuali verso i minori ma anche di violenza verso le donne, non solo verbale. E’ un film che arriva diretto allo stomaco e che dopo la sua visione difficilmente si lascia digerire.
    La creazione di Dogma 95 è anche merito del tassista di Festen (colui che accompagna il fidanzato di Helene alla festa). Primo selfie-cinematografico nella storia del cinema?.

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