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“Giulia non esce la sera” – (13-1-15) – [Visioni 105]

di Giuseppe Piccioni – Italia 2009

Guido è uno scrittore emergente che con il suo ultimo libro ha avuto un discreto successo di vendite, ma che non riesce a trovare in se stesso nulla che lo identifichi col suo lavoro. Non ha molta fantasia, non legge mai niente ed è soprattutto privo di quelle idee che dovrebbero dare vita ad un romanzo degno di questo nome…

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  1. Luigi
    14 Gennaio 2015 a 9:10 | #1

    Dopo 42 minuti di film scopriamo perché Giulia non può uscire la sera. Ed è una scoperta amara, spiazzante, dura. La storia da allora cambia perché è la figura di Giulia che ora si prende in mano il film, è lei il cuore pulsante della storia, è lei che imprime una svolta a tutto. E prima dei 42 minuti? La vita di sempre, con gli alti e bassi, quella di Guido scrittore senza parole, di sua moglie che sta lì in un angolo, della figlia che combatte con l’adolescenza, di Filippo che sembra già aver capito tutto, dell’editrice che naviga nell’ipocrisia della società. Poi arriva Giulia. Si potrebbe ipotizzare che non sappiamo se è reale, se esiste davvero o è un’altra proiezione delle fantasie dello scrittore, ma per noi cambia poco. In entrambi casi la vediamo nel film. Arriva Giulia, con la durezza di chi ama la vita avendone eliminata una, con il desiderio di essere madre per una figlia che non la rimpiange, con una giornata passata al mare che le riaccende paure ma anche passioni. Quando rientrerà in carcere dopo aver passato una notte fuori, la vediamo correre verso il cancello disperatamente. Ora c’è differenza tra dentro e fuori. Prima diceva di no, che era lo stesso.
    Di Piccioni si potrà dire (e si è detto) che non si esalta, non fa decollare i film, non accende come si dovrebbe. Ma si insinua, e non poco, nelle turbolenze della vita.
    Una vasca, poi ancora un’altra. E chi non sa nuotare, cerca di non andare giù, di tenersi a galla….

  2. gianni
    15 Gennaio 2015 a 12:43 | #2

    Giulia non esce la sera.
    Sembra che non ci sia una storia. Sembra che l’incontro fra Guido e Giulia non porti a niente, a nessun cambiamento, a nessuno sviluppo, a nessun passaggio, a nessuna trasformazione.
    Guido continua la sua vita abbastanza noiosa, circondato di personaggi banali, che siano i protagonisti dei suoi romanzi o che siano i componenti della sua famiglia, non cambia la monotonia. Anche dopo l’esperienza vissuta con lei, nessuna traccia sembra restare nella coscienza. Giulia tornerà al suo carcere part-time, forse con una esperienza in più, forse con una amarezza in più, ma anche lei rassegnata a dover galleggiare in una vita che non riserva speranze.
    Monotonia, banalità, rassegnazione, mancanza di speranze … ma che storia è questa? Ci domandiamo. E questo può non piacerci. Forse noi abbiamo sempre bisogno di una storia, che sia la nostra storia, quella personale, o la storia di qualcun altro o qualcos’altro. Ma una storia ci deve pur essere!
    O no?
    E se la storia servisse solo per appagare la nostra immaginazione? Quella immaginazione che fonda il SENSO di tutte le cose, che relativizza la nostra esperienza con quella degli altri, anche quando gli altri sono personaggi immaginari come quelli dei film. Quella immaginazione che ci racconta la NOSTRA STORIA, che ha bisogno di confrontarsi con la storia degli altri viaggiatori del nostro tempo, per prendere le misure, stabilire la graduazione dei valori e la qualità delle nostre azioni. Quella immaginazione che immagina noi stessi.
    Possiamo dunque far a meno di una storia? Che sia nostra o altrui non importa, ma … una storia ci deve pur essere.
    Eppure il film corre fluido. Le immagini non si soffermano. Gli occhi e l’attenzione dello spettatore inseguono una scena dopo l’altra, in attesa che accada qualcosa … qualcosa che noi vorremmo accadesse. La nostra immaginazione ora ci precede quasi volessimo noi scrivere le storie di Guido e Giulia, ma …. questo non accade. Con un colpo di mano il regista ci toglie il finale al romanzo che stavamo immaginando e, quasi per dispetto lo cancella del tutto.
    Ora siamo contrariati! Ce l’abbiamo con il regista. Ora diciamo semplicemente: il film non ci è piaciuto. É con queste semplici parole che adesso sì, abbiamo scritto noi qualcosa, in barba al regista. Se lo merita quel presuntuoso!
    E quando si afferma una cosa con le parole, alla fine ci crediamo veramente e dalla nostra mente si cancellano tutte quelle esperienze vissute, soltanto perché contrarie alle nostre aspettative e all’idea creata dalla nostra immaginazione.
    Ci siamo allora già dimenticati di quelle scene che valgono un’esperienza: l’incontro fra madre e figlia con dipinti sul viso di entrambe tempeste di sentimenti non detti, parole dettate dalla rabbia repressa per tanti anni, amarezze, speranze che irrompono come tsunami ancora trattenuti da una diga che vorremmo crollasse …
    Ho apprezzato molto l’interpretazione delle due attrici in questa scena, la vera scena che, a parer mio sostiene l’intero film.
    Poco? Non lo so, però io NON mi sono annoiato e soprattutto ho deciso di prendere quel che l’autore ci propone (con una fotografia di alta qualità) senza lasciarmi tentare dal voler cambiare sceneggiatura, storia o qualsiasi altra cosa della sua opera.

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