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“Il cineamatore” – (25-11-14) – [Visioni 103]

In occasione della nascita di sua figlia, il timido impiegato Filip
(che lavora come addetto alle vendite in un’azienda di una grigia cittadina polacca) acquista
una piccola telecamera super8. Quando lo vengono a sapere, i superiori gli chiedono di
realizzare un documentario sui festeggiamenti previsti per l’anniversario della ditta…

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  1. Luigi
    26 Novembre 2014 a 9:50 | #1

    Le chiavi di lettura del film sono molteplici e non distanti l’una dall’altra. La messa in scena in apparenza “semplice” è in realtà una complessa indagine su diversi aspetti. C’è la funzione sociale del cinema, la passione che diventa ossessione, la realtà che cambia quando viene filmata e quindi i percorsi interiori dell’essere umano attraverso lo “specchio” delle immagini.
    Piccole cose si snodano durante le vicende del film in situazioni minimaliste, dettagli semplici, piccole gioie, in una vita di un paese dell’est negli anni ‘80 che oggi sembra lontana anni luce. Se si ripensa a quanto accaduto soprattutto dalla caduta del muro (dieci anni dopo) sembra di vedere una storia in cui tutto deve ancora essere scoperto ma dove ci sono però “piccoli segnali” di identità di presa di coscienza.
    Alcune scene sono bellissime e significative. Il dottore che in ospedale apre una tenda e scopre “un mondo da filmare”, il lancio della pellicola che deve essere distrutta, la sequenza dei giochi nel quartiere che “montata” in un documentario diventa testimonianza sociale, l’ossessivo gesto del protagonista di incrociare le dita come a riprendere anche quando vede la moglie andar via mentre lo abbandona.
    E nonostante tutto questo mi chiedo provocatoriamente…. “ma di cosa parla veramente questo film? cosa voleva veramente raccontare Kieślowski? E soprattutto….cosa ne pensano i miei amici visionari?

  2. rita
    27 Novembre 2014 a 10:49 | #2

    Uno dei tanti piani di lettura.
    Al di là e oltre il senso percepito dei livelli diversi di letture che il film propone (già così largamente ben illustrati da Luigi): dalla funzione sociale del cinema, sottolineata dall’esercizio del meccanismo del potere e dalla censura che esercita il controllo sociale, al rapporto realtà-immagine, dal percorso inizialmente amatoriale dietro l’occhio attento della telecamera, alla trasformazione intima del protagonista con quello sguardo consapevole sul cortile, sulla fabbrica, sulle situazioni quotidiane, sul mondo, allargando gli orizzonti fino a perdere la dimensione dell’intimità, del privato, della famiglia, forse il film si propone anche come riflessione sul concetto di identità in paesi e regimi dove l’appiattimento di una società chiusa, rigida, utopistica, che propone e impone un modello perfetto a tutti i costi, rende più difficile definire e affermare un ruolo e un posto nella società. Filip è infelice, potrebbe avere “la tranquillità” di una vita rassicurante con la moglie e la figlia appena nata, ma restare chiuso nel perimetro angusto delle mura squallide del piccolo appartamento statale non gli basta, alza lo sguardo oltre la finestra, oltre il muro, verso il cielo, verso l’infinito (a cui lancia la pellicola che si srotola, che si apre….). Tutti i passaggi essenziali della storia sono caratterizzati da sottolineature forti, il mondo da scoprire appare improvvisamente dietro lo squarcio di una tenda, l’inizio di una nuova dimensione della vita avviene alla stazione con un addio plateale attraverso il volto della moglie solcato dalle pieghe di un’espressività da film muto accompagnato da una gestualità estrema, fino a quella pellicola lanciata che si perde nel vuoto … il futuro, il destino dell’artista?
    Grazie ad una sceneggiatura essenziale e credibile ma non provocatoria e grazie alle ambientazioni in una Polonia triste, grigia e nebulosa con ricostruzioni di ambientazioni di interni e dialoghi che sembrano fotografie e registrazioni di quando era davvero così, Il film è una citazione della storia e di un passato nazionale non così lontano.
    Un film profondo, intenso che si avvale di una recitazione altrettanto intensa, dura e al contempo fragile nel lento cambiamento del protagonista in una cornice storica ben delineata, in cui il ruolo dell’arte è intimamente legato al concetto di libertà.

  3. gianni
    27 Novembre 2014 a 11:16 | #3

    “Amator” di Krzysztof Kieślowski: con la camera da presa che si muove a spalla, si avvicina e inquadra i volti dei personaggi da vicino, si muove in mezzo ad essi e alla scena, coglie le espressioni, i dettagli, gli oggetti, e poi … l’altra macchina da presa, quella di fabbricazione russa, strumento delle riprese nelle riprese, quella che, manovrata dal protagonista con fare dilettantistico, coglie la vita minuta, immediata così prossima alla vita quotidiana, a quei gesti che, se non fossero fermati nei fotogrammi della pellicola scivolerebbero via come se non fossero mai esistiti … i piccioni che beccano le molliche di pane e poi il volo, e quelle automobili d’altri tempi … come antichi giocattoli … il sorriso di quelle persone che si muovono quasi a scatti nello sfarfallio fra un fotogramma e l’altro … tutto sembra raccontare una storia semplice, di cose semplici, forse già vissute in altri tempi, tante volte viste nei filmini super8 dei nostri ricordi … tutto sembra così naif da parer vero … ma è così?
    Non ci credo.
    Credo invece che il film sia una raffinata opera intellettuale, rigorosa nell’esecuzione come nella progettazione, attenta ai dettagli tanto da suscitare il plauso di quel perfezionista quale S. Kubrick (v. scheda del film), e ne sono testimoni le espressioni, i primi piani da film muto, il sentimento di gelosia colto sul volto di Irka (la moglie di Filip), le immagini e le parole del personaggio Osuch (del comitato d’impresa) o del direttore, tutti fatti che non possono essere frutto di uno spontaneismo amatoriale così come potrebbero apparire se ci soffermiamo a una lettura superficiale del film o alla ricerca di una storia o di un racconto. Tutto porta invece là dove il regista vuole veramente condurci: a farci provare la visione della sua passione, questa forma espressiva di comunicazione che è il cinema. Dietro una macchina da presa c’è sempre un occhio, è quest’occhio che sceglie le inquadrature, i tempi, le luci, le ombre, e quest’occhio non è mai neutro, mai imparziale, ciò che coglie è sempre il suo modo di vedere, ciò che coglie è solo la verità, la sua verità, una delle tante verità, quella che lui ha deciso di farci vedere.

  4. Piero
    28 Novembre 2014 a 11:02 | #4

    A che serve Visioni?
    Di sicuro a poter vedere una serie di bei film, al cinema, e con un gruppo di amici che condivide le tue stesse passioni. Poi serve ad incrementare le vendite della pizzeria all’angolo, a giustificare l’esistenza di questo blog. A scambiarci DVD come fossero figurine…

    Ma nel caso del “Cineamatore” ha avuto due ulteriori funzioni.
    Primo, un bagno di umiltà: pensavo di conoscere tutte le opere di Kieslowsky, e invece me ne mancava una, fondamentale.
    Secondo, un tuffo nel mio passato remoto. Anch’io –come il protagonista- ho avuto due cineprese. Per fortuna ero abbastanza piccolo da non dover sopportare tutte le passioni e le vicissitudini di Jerzi Stuhr, ma anch’io con una Kodak Brownie (una scatola di plastica con un buchino per obiettivo) mi aggiravo come un invasato e filmavo di tutto.
    Poi anch’io ho avuto una cinepresa “quasi vera”, con lo zoom e tutto. Ed ho addirittura provato a mettere su dei film asoggetto.
    Ma, evidentemente, non avevo la stoffa di Kieslwsky…

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