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“Elling” (28-10-14) – [Visioni 101]

“Elling” di Petter Næss (Norvegia 2001)

Dopo due anni trascorsi in una clinica psichiatrica Elling e Kjel hanno la possibilità di rientrare nel “mondo”. Ai due è concesso l’usufrutto di un piccolo appartamento a Oslo ma dovranno dimostrare di saper… Leggi la scheda completa del film

 

 

 

 

 

 

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  1. Luigi
    29 Ottobre 2014 a 12:21 | #1

    Ho avuto un approccio progressivo con le vicende di Elling. Dapprima le sensazioni di Viviana che aveva letto il libro, poi la visione una prima volta del film, successivamente la lettura del romanzo e ieri sera una seconda visione cinematografica.
    Tempi e ritmi totalmente diversi, come ormai sappiamo tra parola ed immagine. Nel mezzo però, o se si preferisce, al di sopra, c’è l’essenza della storia, delle situazioni descritte e della capacità dei due autori (scrittore e regista) di voler affrontare temi così intimamente “indescrivibili”. I “diversi”, quelli che la società ad un certo punto definisce tali, sono lontani da noi, al di là del cancello, dall’altra parte. Ma siamo sicuri che i “non diversi” siano dalla parte giusta? E come si dovrebbero chiamare questi ultimi? I “normali”? Quelli che vanno bene? I saggi?
    Guardando Elling e il suo compagno di vita Kjel qualche dubbio sulla verità mi viene. L’attraversamento di percorsi confusi e disordinati seminano voglia di vivere, di riscoprire e scoprire la bellezza delle cose infinatamente piccole. La lettura di un libro, un bicchiere di vino, una gita fuori porta, il calore di una casa, l’affetto disinteressato.
    Onore al regista e allo scrittore di “alleggerire” questa follia apparente con una grazia e un disincanto piacevolissimi. Avvicinare e non allontanarsi. Avere il coraggio di essere quello che si è, e quindi, “normalmente diversi”.
    Le immagini del film si sono intrecciate con i tempi della lettura del romanzo. Le necessità cinematografiche hanno velocizzato le sospensioni delle parole.
    Però che bello vedere Elling alla fine (inizio?) andare per strada, misterioso poeta della sua vita.

  2. Rita
    29 Ottobre 2014 a 15:44 | #2

    Tra il disagio di Woody Allen (“Alcuni sciano da soli verso il polo nord mentre io devo raccogliere tutto il mio coraggio per attraversare la sala di un ristorante e andare al gabinetto”) e il dolore lucido Di Alda Merini (“Sfido che ci siano stati dei malintesi, se la mia poesia e il mio stesso linguaggio erano nascosti dentro di me”) e in mezzo: stereotipi, pregiudizi e falsi miti della nostra cultura, la difficoltà di accettare l’imprevedibilità dei comportamenti, le condizioni e le umiliazioni dei malati, il viaggio dal manicomio alla vita, la difficoltà di riadattarsi perchè la vita là fuori, nella dimensione reale, non lascia spazio al sogno, alla rivisitazione per quelli precipitati nel buio della mente, che fanno fatica ad affrontare il quotidiano, ad uscire di casa, a fare la spesa, a gestire la vita. Tutto questo è Elling. Un film lieve che affonda le mani nel groviglio dell’animo umano, nei sentimenti, nella malattia, nella diversità, nella poesia. Lieve, non leggero e divertente come definito da alcuni critici – con quei suoi tratti di umorismo legati alla vulnerabilità e all’incongruità dei comportamenti che tratteggiano con grande tenerezza i profili dei due straordinari protagonisti. L’avventura di due uomini “diversi” usciti da un istituto che iniziano una coabitazione e una nuova vita, spaesati e incerti, si tengono compagnia, si raccontano, si sostengono, litigano, si aggrediscono, ridono di sé e degli altri, diventano compagni di vita; un film che parla di solitudine, di amicizia, del senso della vita, così poco universale, con grande rispetto. Un film che indaga, con una visione positiva e ottimistica della vita le infinite possibilità di espressione dell’animo umano proprio attraverso la diversità di tutti i personaggi, la donna incinta che si innamora in modo naturale del bonaccione, stravagante e primitivo Kjel, il poeta che diventa amico dell’ossessivo Elling; l’amore e la poesia, due linguaggi che comunicano oltre le forme e le parole. Un film che dietro la gradevolezza della forma apre a più ampie riflessioni e interrogativi: Che sarà di loro fuori dalla stanza con i letti allineati e vicini, nel mondo dei “normali”, freddo e indifferente? la follia esiste o è soltanto un’altra dimensione della vita? Chi ha deciso che il nostro è l’unico modo di vivere? La depressione di Michelangelo, le allucinazioni di Van Gogh, la sindrome schizoide di Munch, lo smarrimento e la follia di Ligabue, il genio autodistruttivo di Pollock, come sono classificabili? Esiste un modo sano di percepire la realtà o ci sono possibilità di percezioni infinite? E che cosa le distingue, il fatto di essere o meno condivise? Chi stabilisce il confine tra pazzia e genialità, tra malattia e normalità e ciò che definiamo patologico perché non ne comprendiamo il senso? E chi non ha mai oltrepassato anche solo per un attimo o non ha mai almeno pensato di oltrepassare quel limite che ci inchioda alla cosiddetta “normalità”! O sentito “quell’anonima voce delle silenziose strade della notte!"

    ”la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibio sopra la follia” cantava Vasco

  3. Piero
    29 Ottobre 2014 a 16:51 | #3

    Innanzitutto, i riferimenti alla serie tv di cui ieri non ricordavo il titolo.
    Si tratta di “Detective Monk” serie americana trasmessa da Mediaset anche su Rete 4.

    Vi segnalo le caratteristiche del personaggio e della serie, prendendole da Wikipedia:
    “Detective Monk narra le vicende di Adrian Monk (Tony Shalhoub), ex poliziotto sospeso dal servizio a causa di una serie di disturbi ossessivi-compulsivi, con tratti autistici, aggravatisi a seguito della tragica morte della moglie Trudy, uccisa da una bomba che si ritiene destinata a Monk. Nonostante i comprensibili problemi relazionali che lo affliggono, la polizia ricorre alla collaborazione di Monk quale consulente esterno nei casi più difficili, contando sul suo grande spirito di osservazione e la sua intelligenza.
    Nel corso delle sue indagini, Monk è spesso ostacolato dalle sue precarie condizioni mentali: tra le sue fobie più ricorrenti vi sono l’acrofobia (paura dell’altezza), l’agorafobia (paura degli spazi affollati e dei luoghi aperti), la cinofobia (paura dei cani), l’emofobia (paura alla vista del sangue) e, indubbiamente, la sua nemica principale, la misofobia (paura dei germi). Queste fobie, associate con la ripetitività tipica del disturbo ossessivo-compulsivo, creano dei siparietti umoristici che alleviano la tensione generale.
    Adrian riesce a lavorare come detective privato solo grazie all’assistenza materiale ed affettiva della sua infermiera-assistente, Sharona Fleming (Bitty Schram), di cui non riesce a fare a meno. A metà della terza serie Sharona lascia il posto a una nuova assistente, Natalie Teeger (Traylor Howard).”

    Ovviamente, il paragone con Elling è solo accidentale. La messa a confronto con la serie gialla americana (pur interessante) non fa che esaltare le caratteristiche positive del film norvegese.
    Casomai dimostra che i distributori italiani hanno perso un’altra buona occasione di far conoscere una pellicola interessante in maniera meno becera.

    Come in politica, è un periodo in cui detesto gli estremismi (anche quelli cinefili) ed apprezzo i bei film di buona qualità, bella recitazione, lunghezza giusta e -soprattutto- temi interessanti.
    Ed Elling è di questo tipo. Ed anche poetico (una poesia dei crauti…)

    Lunga vita al cinema norvegese (e a quello finlandese)!

  4. Irene
    29 Ottobre 2014 a 17:42 | #4

    un grande grandissimo dono: ce lo avete fatto voi di Visioni nel permetterci di vedere questo film
    Irene

  5. Viviana
    29 Ottobre 2014 a 19:57 | #5

    Ho letto “Fratelli di sangue” con grande piacere, commozione, divertimento. La penna felice di Ambjørnsen (ad oggi riconosciuto come uno dei più importanti autori norvegesi contemporanei) è riuscita a coinvilgermi emotivamente più di quanto io stessa mi aspettassi.
    La paura, le ansie, le fobie, la gioia di Elling sono coincise in maniera impressionante con alcuni aspetti del mio sentire e mentre ne parlavo sbalordita e sincera a Luigi è nato tra noi un gioco buffo e divertente. In alcune occasioni mi chiama “Elling”. Io ne sono “fiera” e lui lo sa…
    La stanza che Elling fatica ad attraversare è stata in alcune occasioni la stessa che anche io non avrei mai voluto attraversare. La casa rifugio, mondo, cuccia, utero da cui Elling fa fatica ad uscire è stata ed è anche la mia casa. Però….nessuno è più felice di lui (me) quando ha un gatto sulle ginocchia e una poesia in tasca (come scritto in un passagio del libro). Elling incarna tutti i “poeti dei crauti” del mondo. Tutti quelli che hanno provato ad attraversare la propria vita ed una pagina bianca vestendola di poesia perchè nella poesia hanno cercato un rifugio per essere ciò che loro stessi volevano. Credo che il film sia riuscito a rendere la complessità e la bellezza del racconto. Penso non sia facile portare in immagini accadimenti dell’anima più che fatti o situazioni. E’ indubbio però che i “poeti dei crauti” o “del cavolo” (italianizzando) e chi li racconta in prosa o tramie un film parlino solo a chi “riesce a sentirli”.

  6. Antonio
    29 Ottobre 2014 a 20:21 | #6

    Sono capitato per caso ieri sera al cineclub e per caso ho assisitito al film. Ho trascorso così una serata inattesa e piacevolissima in compagnia di un film altrettanto imprevisto ed intenso. Devo fare i complimenti all’organizzazione, al modo di presentare il film (senza verbosità e con la giusta dose di informazioni) e alle persone che hanno creato un atmosfera “aggregante”.
    Sono stato in Norvegia anni fa e ho anche ritrovato un clima a me noto.
    Complimenti ancora per la scelta e buon lavoro a tutti coloro che creano questi momenti
    Antonio

  7. gianni
    30 Ottobre 2014 a 0:53 | #7

    Oltre l’aspetto narrativo che ci racconta una storia di umanità, sentimenti e vita ordinaria in una città del nord dell’Europa geograficamente distante, ma umanamente vicina, c’è sicuramente un aspetto del film Elling che fa riflettere: in fondo i due personaggi (Elling e Kjel), disadattati alle relazioni sociali per motivi diversi, non ci sembrano così distanti da noi “normali”. E il film lo dimostra proprio con la voce fuori campo dello stesso Elling che, in diverse occasioni della storia e soprattutto quando si trova in difficoltà, parla con se stesso e si racconta i motivi delle difficoltà che di volta in volta incontra nelle relazioni interpersonali. Esattamente come facciamo noi “normali”. La differenza sta soltanto nel fatto che, “noi normali” ci raccontiamo i fatti attraverso un’interpretazione “convenzionale”, “diffusa ” e “riconosciuta” e quindi “conforme”, anzi direi “conformista”, mentre lui, il pazzerello, segue una logica un po’ differente, magari influenzata dalle sue fobie oppure da paranoie provenienti da vicende trascorse. La differenza sta nel fatto che noi “normali” ci sentiamo al sicuro, allineati e coperti, scevri da ogni responsabilità del nostro comportamento perché “normale”, perché “per bene”, perché in fondo “così fan tutti”, mentre lui, Elling, è lì che annaspa davvero, si espone, fatica, s’imbarazza, fugge, ritorna, prova, risponde al telefono (… che manco sotto tortura avrebbe fatto) … e questo ci fa sorridere, ci diverte, quasi come se stessimo vedendo un film comico.
    Ma non ne usciamo molto bene noi “normali” perché in fondo la persona vera, umana, combattente, fragile e forte allo stesso tempo, colui che ha il coraggio di osare, di vivere le esperienze sulla propria pelle, di crescere, di giudicarsi, è lui, non noi. Noi ce ne restiamo lì seduti sulle nostre comode sedie a guardare quest’omino che si agita, che soffre, che gioisce, che s’imbarazza e abbozziamo un sorriso contenti di guardare la vita fluire attraverso lo schermo.

  8. Sergio
    2 Novembre 2014 a 18:19 | #8

    Come mai se dimentico il cellulare a casa mi sento perso come Elling…
    Elling insieme a Kjell è cresciuto in un istituto psichiatrico e dopo due anni viene ritenuto dal sistema sanitario norvegese idoneo per affrontare la società che offre a lui la possibilità di vivere in un appartamento al centro di Oslo.
    Ora è libero di andare a fare la spesa, di rispondere al telefono, di andare al ristorante e alla toilette, di scoprire il cinema, di incontrare altre persone, di innamorarsi.
    E’ finalmente pronto ad affrontare il mondo di fuori. Elling ci condurrà alla scoperta della nostra stessa società con occhi di chi ha vissuto solo con la madre per circa 40 anni. La sua è una visione del mondo puro. Il suo punto di vista infantile evidenzia un modo diverso di guardare dentro la società, dentro le nostre contraddizioni quelle in cui siamo da così tanto tempo immersi da non accorgercene più.
    Perchè deve essere il sistema a dare l’idoneità alla vita in società?.
    Perchè per comunicare dobbiamo utilizzare il telefono? Il mondo è progredito lo stesso senza mezzi di comunicazione.
    Come si accennava in pizzeria il film riporta alla mente il film Bad Boy Buddy.
    Qui Buddy ha trentacinque anni e vive in uno scantinato e come Elling non ha mai messo il naso fuori casa, perché convinto dalla madre che nel mondo esterno si può sopravvivere solo con una maschera anti-gas. Senza amici e interessi, totalmente passivo e dipendente dalla madre subisce le sue attenzioni. Un giorno dopo anni di assenza ritorna suo padre che con il suo arrivo lacera il rapporto madre-figlio. Buddy capisce che non occupa più un posto nel cuore di sua madre e scappa. La vita vera gli è ora davanti. Diversamente da Elling Buddy è un ragazzo selvaggio che non sa né leggere e né scrivere, e senza alcuna nozione sulle regole del vivere in comunità ci racconta le sue vicende fino a cantare in una band dove la gente credendolo un poeta underground ne è affascinata.

    http://www.youtube.com/watch?v=qM6ywLCcLf4

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