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“Reality” (27-5-14) – [Visioni 99]

“Reality”

Regia di M. Garrone (Italia 2012)

La discesa del pescivendolo Luciano nel mondo infernale della tv, dove tutto luccica e dove tutto illude.

 

 

Scheda completa del film

Video importato

 

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  1. Luigi
    28 Maggio 2014 a 12:32 | #1

    In un film di Dino Risi, “Anima persa” il protagonista esce fuori di senno perchè è convinto che la sua faccia, giorno dopo giorno, scende verso il basso. In “uno, nessuno e centomila” di Pirandello Vitangelo Moscarda scopre che tutti lo vedono in modo diverso da come lui immagina di essere. Nel film di Garrone, Luciano Ciotola è sicuro che prima o poi parteciperà al famoso reality che lo renderà famoso. L’idea fissa, la convinzione che non ti abbandona, il sogno/incubo che ti attanaglia, fanno perdere i contatto con le “realtà”.
    L’innesco si avvia e la vita cambia e tutto diventa incomprensibile o, se preferite, paradossalmente più lucido.
    Garrone però racconta una storia e ne evidenzia altre. Riporta a galla le parole di Pasolini (http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaP/Pasolini_01.htm)
    e denuncia la squallida adesione dell’uomo/spettatore alla onnipotenza del messaggio televisivo. Le regole sono sovvertite, gli equilibri cambiano, i valori si capovolgono. E non c’è più rimedio. Non basta la fede, non basta neanche un grillo (che non parla e non ravvede).
    Essere e apparire diventano “essere è apparire”. Il vuoto, la velocità del consumo, la scoperta del nulla. Il reality si sposta dall’altra parte dello schermo, la finzione si veste della vita di tutti i giorni.
    Ad una seconda visione, il film di Garrone (che gira benissimo) acquista, secondo me, valore, complessità e diventa introspettivo e provocatorio.
    Ciotola entrerà nella casa e uscirà dal mondo.

  2. Tano
    28 Maggio 2014 a 15:10 | #2

    Il film di Risi è tratto dall’omonimo romanzo di Arpino, che ha dato tanto alla letteratura, al cinema e al calcio. Il protagonista lungo il cammino esistenziale è invaso da un irreversibile “spavento di vivere”. Innumerevoli i nostri scrittori che ci hanno fatto calare con loro (con la loro protezione) nel buio delle anime che si perdono. Marco Tobino, fra i tanti, Italo Svevo, fra i più amati, Pirandello, appunto, che ci ha segnato in gioventù; e ancora reggiamo per le sue ossessive spirali nel mondo del nulla. Solo padri italiani, ma lo stuolo è folto e sarebbe bello riavventurarci e scoprire le ragioni della perdita della nostra ragione nell’ossessività banale del quotidiano.
    Del protagonista del buonissimo film di Garrone ne parliamo perché per scelta del regista su lui s’impernia la storia, ma sono decine le anime morte che attorno a lui girano e si avvitano. Ognuno ha dietro una distorsione sociale che, se non provoca, acuisce la condizione di alienazione. Vivono in un mondo parallelo, con serenità o soggezione o con leggerezza sofferta e rassegnata.
    Luciano è, necessariamente, per copione, quello che nel toboga (quanti toboga nel film!) scivola verso la perdita della propria condizione (sociale e fisica). Per lui la causa è la modernità: quella modernità livellante delle tv commerciali che unificato linguaggi, comportamenti, modelli sociali e punti di arrivo. La modernità da cui eravamo stati messi in guardia da PPP, agnello sacrificale, mito innocuo, rimpianto continuo e doloroso.
    Penna grassa e mano contadina per Garrone. Non è una critica: è la sottolineatura di uno stilema indispensabile per narrare questa materia e le altre di Gomorra e dell’Imbalsamatore. Nel suo curriculum tantissime cose belle colte e intelligenti. Mai banale, sa scrivere e farsi capire. Non è cosa da poco. Conquista il Grand Prix al Festival di Cannes e questo ci introduce “morbosamente” curiosi nel mondo meraviglioso di Alice Rohrwacher, che ricordo nella sua opera prima “Corpo Celeste”, tanto attesa, e che ora andremo a rivedere nella nuova fatica.
    Se qualcuno dice che il nostro cinema langue merita di andare al Grande Fratello e di restarci.
    Vi voglio bene.
    Tano

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