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“I lunedì al sole” (15 apr 14) – Visioni [96]

I lunedì al sole (regia di Fernando Leon de Aranoa – Francia, Spagna, Italia 2002)

Una commedia amara e ironica, con grande prova di recitazione da parte degli attori. Uno spaccato di società tra le difficoltà del mondo del lavoro e il precario equilibrio della propria dignità.

 

Scheda “I lunedì al sole”

 

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  1. Luigi
    16 Aprile 2014 a 7:27 | #1

    L’ultima scena del film “sospende” il tempo dei protagonisti della storia. Una nave alla deriva come la vita dei quattro amici, in balia da tempo delle onde, senza legami con “un mondo sicuro”, senza ancore e senza direzione.
    Nei dettagli il regista dà il meglio della sua capacità di affondare, scolpire, tirare fuori quel dolore acuto che attraversa le vicende di Santa e dei suoi compagni. Per loro è sempre lunedì, un lunedì che non li vede impegnati, che li fa ritrovare sugli scogli a prendere il sole, a perdere tempo, agli “antipodi” delle possibilità che hanno invece gli altri di vivere degnamente la propria vita.
    Non è frequente trovare la dose giusta di ironia, dramma, intensità e leggerezza. La regia e la sceneggiatura qui sono usate con tocco delicato e allo stesso tempo deciso, secco, essenziale.
    Complice la recitazione perfetta degli attori ne viene fuori una visione che elimina il superfluo ed è intrisa di sensazioni vibranti, che ci fanno partecipare alla storia rendendola credibile, vera, nostra.
    Oltre alla sequenza finale, bellissime e commoventi quella di un corpo senza vita su una lampada che singhiozza, del canto liberatorio (volare….) nel locale, della scoperta della casa dell’amico da parte di Santa, dei dialoghi senza fine al bar.
    La dignità dell’uomo e la sua ribellione interna nelle parole di Santa che forse è l’unico rimasto lucido anche quando sembra apparentemente più “fuori” degli altri. Traveste e nasconde la sua sofferenza e si dà agli altri mentre in silenzio mastica la sua rabbia che contiene a stento.
    Scapperà in Australia con la venditrice di formaggi? Si prenderà cura della ragazzina del bar? Troverà un nuovo lavoro? Finirà unbriaco sotto un ponte con un cane randagio? Per ora è lì, al sole, di lunedì, su una barca “dirottata” , con i suoi amici…

  2. Lorenza
    16 Aprile 2014 a 12:46 | #2

    Ciao ieri sera davanti alla nostra pizza biscottata fiorivano tanti pensieri. Mi sembrava che ci dovesse essere un nesso tra il film visto e quella pizza, in genere, così buona che ieri sera ci deludeva. Il pizzaiolo si è scusato. Aveva già spento il forno e con il poco calore la pizza viene male. Ha cercato di rivendicare la qualità del suo lavoro, e noi eravamo delusi proprio perché quella pizza non era degna di lui. E così mi è tornato in mente il discorso di Santa al bar. Perché anche Santa e amici quello che rivendicavano era la qualità del loro lavoro. Le navi le sapevano fare bene anche loro quanto e forse più dei coreani, ma la terra dove sorgevano i cantieri navali los astilleros era più appetitosa per alberghi di lusso. Dove i coreani andranno a spendere i loro soldi. La rabbia dei protagonisti e nostra, di spettatori e di esseri umani, viene da lì: che le cose belle e buone e di qualità e fatte bene danno fastidio. Le cose fatte bene non hanno più alcun valore perché in genere la qualità richiede tempo e dedizione. E nel mondo di massa non sono previsti tempi lunghi e dedizione. il pizzaiolo ieri sera ha ribadito il tema del film: senza qualità la pizza fa schifo.
    E i tempi lunghi tolti dal lavoro di lavoro finiscono tutti al bar, dove si sta ore e ore a non far nulla perché non c’è altro da fare.
    Bello il modo in cui il film ritrae l’amicizia tra uomini. In genere quella tra donne è più vista al cinema e più facile da rappresentare, anche quella tra un uomo ed una donna. Ma quella tra uomini è tutta un mistero, (almeno per noi donne) ma di che parlate quando vi vedete? ma possibile che le cose importanti le tacete tra voi , o le accennate solo di sfuggita, per caso, un dico e non dico, lascio intendere e vado via? Tutte le scene del film sono un impercettibile magnifico commosso e commovente studio di queste ineffabili, profondissime relazioni tra uomini.
    Solo quella frase di Luis Tosar a Santa nel locale e lo scambio di sguardi che ne segue. “E se mi lascia?” vale un intero manuale di psicologia.
    Mi piacerebbe tanto sapere come vedete Santa tra qualche anno. Come immaginate le sue scelte? Riuscirà a mantenere lo spirito di gruppo,il piacere di fare le cose insieme agli altri traendone la forza di inventarsi un nuovo lavoro, o la delusione lo avrà schiacciato?

  3. Rita
    16 Aprile 2014 a 14:18 | #3

    Riflessioni sul pubblico, sul sociale, sul privato ieri sera durante e dopo la nostra visione per un film dal messaggio forte che tratta il tema drammatico dei licenziamenti, della disoccupazione, della crisi del lavoro, del precariato, con uno sguardo ironico di imbarazzante attualità. Un dramma sociale dipinto con leggerezza in cui i personaggi mantengono quell’autenticità, quel legame forte con i problemi reali di chi la vita se l’è dovuta sudare, a chi la felicità conservata con cura è stata rubata e calpestata cancellando dignità e diritti. Vite alla deriva, che liberano immediatamente quella partecipazione emotiva che scatena solidarietà ma anche rabbia e consapevolezza di una realtà, quella del mondo del lavoro nell’era del capitalismo liberale, in cui la privazione dei diritti, inevitabilmente precipita i più deboli verso la marginalità sociale dentro quel ghetto di libertà negate che distrugge l’identità e l’autostima. Vite interrotte, scandite dal ritmo dell’attesa, che mette a confronto/scontro le diverse generazioni: le speranze dei giovani e la rassegnazione dell’uomo adulto disoccupato, tutti uniti solo da un tempo dominato dall’incertezza in attesa di quel “le faremo sapere” – e a nulla serve la tintura dei capelli o il maglioncino sgargiante per fermare il tempo e riavvolgere il nastro, lo specchio riflette inesorabile l’immagine di una realtà che ti mette fuori gioco, se smetti di giocare. Senza lavoro, senza la prospettiva di un reddito, di una vita dignitosa, i nostri 4 amici sprofondano in quello smarrimento della coscienza che ti sputa fuori dalla vita nel limbo dell’ emarginazione sociale dove non sei più nessuno, “non sei un soggetto attivo” come dice il bancario esaminando la richiesta del mutuo,non esisti. Ma il ritmo del film ci sorprende, si snoda in un susseguirsi di situazioni tragicomiche che sdrammatizzano ed esorcizzano il dramma. Come antidoto alla depressione, Santa e i suoi amici iniziano a riappropriarsi di un tempo sconosciuto, riscoprono uno spirito di amicizia che li sostiene, esprimono nei lunghi dialoghi improvvisati al bar o in barca ( ormai hanno almeno la libertà del loro tempo) creatività, capacità, inventiva e fantasia e si confrontano rafforzando, ciascuno, la propria identità. È questo scambio, questa partecipazione, questo non arrendersi e non essere soli che li salva, perché insieme hanno ancora l’incoscienza di sognare che le cose, forse, si possono cambiare. Santa con quel suo modo rabbioso e sgangherato eppure sognatore, è li con il coraggio di difendere la sua dignità di essere umano, con la sensibilità dell’offrirsi in aiuto, con l’ironia di viaggiare, attraverso una macchia di muffa sul muro, verso l’Australia. “Siamo attaccati, siamo la stessa cosa” dice Santa agli amici, e forse non solo per lo stesso destino (chi si allontana si perde – muore). Lo sguardo tenero del regista accarezza questa umanità smarrita che la società non riconosce e attraverso quel senso del “noi” recupera il grande valore dell’amicizia e del sostegno della solidarietà. Un film pensato per far pensare, accompagnato dall’ironia amara e tagliente della commedia, sottolineato dai racconti di un privato che assume una valenza universale, una riflessione amara, tra commozione e sorrisi, sulle ciniche e devastanti politiche di interesse ai danni dei più deboli, in una società, la nostra, con una strana idea del lavoro visto come privilegio e non più come diritto nel rispetto dei diritti e delle persone, cancellate come esseri umani dalla logica del profitto.
    Raccogliendo la provocazione di Lorenza (la mia personalissima visione)
    Non voglio immaginare come finirà la nave in balia delle onde o che ne sarà delle vite dei quattro amici oltre il racconto, quello che il regista voleva farci vedere era tutto li ieri sera su quello schermo, un pezzetto di vita in cui ci ha fatto entrare in punta di piedi, in silenzio, con grande rispetto del dolore, della morte, delle speranze e dei sogni in una narrazione condotta senza nessuna enfasi, nessun tono da melodramma, sottolineata dalla bellezza delle scene e dalla struggente tenerezza di quei volti. Non voglio immaginare cosa succederà di quella misteriosa , delicata maschile amicizia, di quel legame così necessario perchè la vita è un percorso di incontri , rapporti che si intrecciano, si annodano, si sfilacciano, si disfano, di momenti in cui succede tutto, e poi riprende il suo corso lento e inesorabile che mai ci è dato conoscere, l’importante è ciò che accade, e quando accade, esserci.

  4. Paola
    17 Aprile 2014 a 10:21 | #4

    Per una volta mi permetto di essere ottimista , Santa è un personaggio positivo in grado di coinvolgere gli altri che sa patrecipare della vita degli amici senza invadere la loro intimità.Credo che la vita gli riserverà belle sorprese: troverà un nuovo lavoro, maturerà l’amore con la ragazzina ormai donna , ma sopratutto la vita degli amici continuerà su quella nave che sognano lidi lontani magari sotto il sole australiano, le notti a bere al bar diventerranno un ricordo.

  5. Tano
    20 Aprile 2014 a 17:57 | #5

    A me sembra più importante sapere da dove si viene che dove si va. In fondo, per comprendere quel presente raffigurato con credibile partecipazione si ha bisogno di un’analisi accurata, di una risalita del fiume alle origini dai guasti di oggi alle lontane foci, dove una volta sgorgavano le acque del nostro futuro. Da dove sono partiti i nostri amici, cosa c’era all’inizio del viaggio, per quali acque hanno navigato, in quali paludi oggi stazionano. In quali mari si inabisseranno, oggi o domani o doman l’altro? Sottoproletariato contadino della Spagna franchista, in precario equilibrio fra servitù della gleba e inesauribile serbatoio di manodopera a basso prezzo dell’asfittica industria in linea con protostoriche memorie artigianali li avrà partoriti, strumenti di mestieri che poco hanno bisogno di scolarità, ricerca, cultura. Anzi. Perfetta disponibilità a lavori ripetitivi, a sopravvivenze con salari minimi e precari. In un brodo tiepido e senza ondulazioni, sommovimenti, tremori; in un tempo sempre uguale, in un rosario interminabile, ripetuto all’infinito, in cui le poste fissate a mente con chiodi indolori, scorrono silenti e inavvertite, lungo uno sfondo sfocato senza che una voce venga mai a destare il torpore. Tutto immobile fin quando ai loro antipodi un leggero tremito, un appena sensibile variare di tono provoca un movimento, prima lento e poi sempre più forte, in crescendo, agli antipodi degli antipodi provoca un terremoto.
    Così il vecchio decrepito cantiere finisce la sua corsa e con lui si fermano le vite che in lui e con lui vivevano. La piccola nave in costruzione si ferma prima ancora di diventare nave e diventa simbolo triste di una storia che cambia e stravolge l’occidente e lo cambia e lo confonde. Tutto cambia: la vita, la storia, il passato, le leggi che legavano a sogni di riscatto. A speranze – per tanti certezze – di cambiamento, di trasformazione. Ma nulla è ormai come prima. Le pagine dei libri si sono confuse, le parole si sono aggrappate a nuove parole e le frasi contorte non significano più nulla. E le parole parlate ci cascano addosso sbavate senza rumore. Uomini senza parole e senza orecchie in cerca di un futuro che è già finito. Solo pochi si salveranno, se avranno saputo barattare le parole con la forza della disperazione; permutare le speranze col desiderio ferale di sopravvivere.
    Non ci sono più australie per i sogni annegati né bambine che crescono già vecchie per i perdenti. Rimangono i salti nel buio per spegnere anche l’ultima luce tremante. E i lunedì saranno all’ombra, fredda e desolata. Senza più sole.

  6. Sergio
    2 Maggio 2014 a 14:49 | #6

    Il film del regista spagnolo de Aranoa affronta il tema della disoccupazione, filone ottimamente rappresentato dal britannico Ken Loach (Piovono pietre, Ladybird Ladybird, Riff Raff, My name is Joe, Paul Mick e gli altri, …) e dal francese Laurent Cantet (A tempo pieno, Risorse Umane).
    Tutti i giorni della settimana, non solo il lunedì, un gruppo di amici che un cantiere navale ha licenziato trascorrono la loro vita in cerca di una qualsiasi occupazione.
    Senza ideologismi (peccato!) de Aranoa racconta il dopo-licenziamento, la sopravvivenza e le tristi conseguenze. Narra dell’eterno conflitto tra oppressi. C’è da una parte chi non si limita alla considerazione dei fatti ma cerca di guardare al di là; c’è chi continua a sperare nei rapporti umani e a ribellarsi nel suo piccolo, rivendicando i diritti sia suoi che quelli dei compagni. Dall’altra c’è chi si rassegna cedendo al compromesso, al quieto vivere; c’è chi reprime quella rabbia in nome di una tranquillità fittizia, più rassicurante.
    Conflitti che conducono solitamente alla “guerra tra poveri”, tema spesso rappresentato in maniera cruda da Ken Loach e che nel I lunedì al sole sebbene le premesse ci siano tutte ciò non avviene per l’amicizia che lega tra loro gli amici.
    Santa un ex-operaio con tanti sogni nel cassetto reagisce alla situazione drammatica. E’ il motore del gruppo perché si arrangia, ha successo con le donne, è un idealista. Gli altri sono più o meno rassegnati. C’è chi si sente inferiore alla moglie che lavora, chi dalla moglie è stato proprio lasciato e trasforma la nuova solitudine in una sbronza perenne, chi tira avanti con un bar i cui unici avventori sono proprio gli ex-compagni di lavoro, chi nonostante l’età “anta avanzata” va a tutti i colloqui di lavoro, compresi quelli dove cercano giovanissimi professionisti del computer.
    Diversamente da Loach, de Aranoa mostra la capacità di sorridere che questi schietti operai spagnoli conservano persino nei momenti più disperati, sintomatica di una speranza che li porta a credere che un mondo diverso sia davvero possibile. Per de Aranoa il lunedì c’è sempre il sole che, nonostante tutto, riscalda le vite di questi eroi. Per Loach “quando piove sui poveri piovono pietre”.
    Che fine farà Santa? Per i sognatori realizzerà il suo sogno di trasferirsi in Australia, magari con la venditrice di formaggi o la figlia del barista. Per Ken Loach finirà sotto i ponti. Per de Aranoa chissà.

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