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“Blow-up” (10 mar 14) – Visioni [95]

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  1. Sergio
    11 Marzo 2014 a 1:54 | #1

    Antonioni mette in scena un fotografo che involontariamente è testimone di un delitto. La fotografia interroga la realtà, la immortala e interpreta il momento. Ma il Cinema rompe gli schemi. Intorno, la Londra degli anni sessanta, dove l’alienazione consumistica riduce le persone alla solitudine e all’indifferenza. Arrivano a bordo di una jeep, gridando e gesticolando, tutti con i vestiti colorati, eccentrici, quasi teatrali e con le facce imbiancate come i mimi; l’auto fa un giro della piazza e si ferma. Scendendo i ragazzi si riversano sulla via principale, corrono tra passanti indifferenti e obbligano gli automobilisti a rallentare, con le loro urla e i loro corpi. Sono i padroni della città. È la prima scena del film e parla di una nuova aria che sta attraversando da tempo la città di Londra. Siamo negli anni Sessanta. Londra è in fibrillazione, è la capitale che guida l’innovazione nella musica, nella moda, nella fotografia, nel cinema, nel costume. Questa è la swinging city nata nel 1965 e ripresa in Blow-up da Antonioni.
    Dopo gli anni Sessanta londinesi il mondo non è stato più lo stesso. Dopo Blow-up il cinema non è stato più lo stesso nel bene e nel male. Ad Antonioni non piacciono i grigi, o si ama o si odia.

  2. Tano
    11 Marzo 2014 a 7:42 | #2

    Non sono d’accordo, Sergio. Io non amo Antonioni, ma neanche lo odio. L”ho sempre trovato eccessivamente “intellettuale”. In lui la metafora è sempre sublimata, diafana, essenziale, perché solo quelli che parlano la sua lingua la decifrino e la assumano. Se per capire un film ho bisogno di leggere due libri e andare a ripetizione, il film ed il suo autore si mettono fuori ab origine dalla comprensione dei più. Tornerò, riportando giudizi di altri e approfondendo il mio. Per ora penso alla professione reporter, che avrei voluto intraprendere e che è rimasta nel cassetto dei sogni. un operazione di Blow up” l’ha riportata indietro. Grazie a Luigi e a Sergio, che ci costringono a ri-vedere, per ri-comprendere.

  3. Luigi
    11 Marzo 2014 a 9:17 | #3

    Non sono convinto che per capire Blow-up occorrano due libri e andare a ripetizione. Non sono convinto altresì che occorrano a Tano :-) . Il film di Antonioni, questo film, seppur nella forma che caratterizza lo stile del regista, a me sembra piuttosto leggibile.
    Il meraviglioso finale (una delle scene per me più belle mai viste al cinema) può essere utilizzato come punto di partenza, una sorta di rewind. La fotografia, la realtà, il nostro immaginario, i desideri sono dipinti da Antonioni attraverso la metafora delle vicende di Thomas, che si sente più sicuro con una macchina fotografica in mano e forse più fragile senza di essa.
    Il cinema è così, è metafora, è uno strumento che deve veicolare un messaggio e l’artista lo fa nel modo che gli è più consono. Il dilemma infinito della bellezza e della sua comprensione, della sensibilità e del gusto, della curiosità e del coraggio, sono tutti lì sul tavolo, giocano con noi, tra noi e l’arte.
    Molti hanno azzardato definendo Blow-up uno dei film più importanti del cinema. Non so se è così, ma di certo si avverte tutta la sensazione spiazzante di un grande genio creativo, di una grande originalità, di un raffinata miscela di elementi (la musica, le scene rumorosamente silenziose, la fotografia di Carlo di Palma, un’ambientazione in linea con quegli anni).
    Devo confessare che ad ogni visione del film si scoprono nuovi dettagli, disseminati nelle scene. Come abbiamo sempre detto nulla è casuale e Antonioni, nel pieno della sua maturità cinematografica, cura al massimo la messa in scena del film.
    La scena finale, di cui ammetto nuovamente la grande ammirazione, sotto questo punto di vista vale da sola tutto il film e anche più. Il volto incredulo di Thomas che senza indugio raccoglie una pallina da tennis che non c’è, lui che poco prima ha visto un cadavere che c’era e che ora è scomparso, lui che finalmente si lascia andare e restituisce ai mimi (metafora estrema dell’immaginario) la palla, la macchina da presa che non si sposta sul campo da tennis ma che restituisce a Thomas (e allo spettatore) il ruomore dei colpi delle racchette che all’improvviso rieccheggia pur con una pallina che non c’è.
    E se non bastasse, Antonioni poi effettuta uno zoom out (tanto per rimanere nel linguaggio anglosassone) salendo verso l’alto e facendo diventare Thomas un puntino nel verde del parco, un elemento del tutto, rimpicciolendo anzichè ingrandendo, allargando però la visuale e forse far capire che tutto è relativo, tutto è più grande di noi.

  4. Tano
    11 Marzo 2014 a 11:32 | #4

    A Thomas l’opportunità viene offerta, fresca di conio, a sipario ancora in movimento. Ante litteram. Solo un antefatto e poi l’offerta. L’antefatto è costruito con una scena polo, nel senso che è di apertura e poi di chiusura, con poche differenze, ma con missione importante: assolvere alla funzione del Coro nella tragedia greca, parla per la città, per il poeta; un polo antefatto ed un polo conclusivo. È la prima, la scena della Land Rover piena zeppa di figli dell’Old England, nuovi oppositivi creativi, con nuovi linguaggi e nuovi schemi (compresi Beatles e tutta la musica che ancora oggi ci segue e ci precede). I protagonisti della rivoluzione culturale giovanilistica che cambia tanto il costume ma poco infine la sostanza, la struttura sociale. La Land Rover nata anche per i contadini e l’impero, usata come trattore e come camioncino rurale, che nella scena imbarca giovani in grande quantità. La Land Rover che in Inghilterra (nell’impero inglese) svolge la stessa funzione della 2C in Francia, del “Maggiolino” in Germania e del binomio 500/600 in Italia. Anch’io riempivo, pochi anni dopo la mia 500 con quantità di giovani; mai come nella Land Rover, che la 500 era debole di reni e mal sopportava gli affollamenti. Questo giovani nuovi e “freschi” (anche napoletanamente) pieni di gioia di vivere ma preda ben presto delle scappatoie, cui pochi di quella generazione sfuggirono. Scendono e scorazzano, infettano gli altri di amore per la vita, spontaneo, naturale, primigenio.
    Il protagonista non è fra la loro, lo conosciamo più tardi nel suo studio mentre da ordini e si ripulisce. Di cosa? Della notte passata in un ospizio, a caccia di “belle” foto, fottute a chi di bello ha poco, a cominciare dalla vita di reietti che conduce a margine della società londinese opulenta, che permette ai propri giovani l’esplosione dei vent’anni, ma relega le morene sociali in ospizi (almeno ce li avevano, grazie al Welfare di Churchill, noi siamo andati avanti con la Caritas). Si traveste, si sporca, cerca di diventare uno di loro e ruba la loro intimità dolente, i loro guasti irreparabili, i loro destini perduti, le loro rinunciabili povertà. Non stabilisce nessun rapporto, nessun legame con i soggetti delle sue foto. Ruba le immagini, ma non si impossessa del triste messaggio che questi poveracci portano in sé per chiunque voglia raccoglierlo. Esce all’alba in parallelo con la scorribanda dei giovani, si appoggia ad un muro, lacero, sporco e ladro, sale sul suo cabriolet (Roll Royce, naturalmente: noblesse oblige).
    Fine dell’opportunità. Non gli rimane che scoprire morti, fuori e dentro di sé. Accoppiarsi per noia. Infastidirsi perché Londra non lo cerca.
    È un altro capitolo del viaggio di Antonioni nel tedium vitae borghese, cugino del distacco dei giovani amanti che vivevano nell’altro film fino all’ultimo respiro. Ritornano, inoltre, dai suoi film precedenti il motivo dell’incomunicabilità, il grigiore dei toni e dell’atmosfera, la difficoltà dei protagonisti a rapportarsi con il mondo, la sospensione della trama e l’estrema cura e raffinatezza delle inquadrature. Sembra interessargli soltanto il rapporto fra l’individuo ed il fuori di se, la realtà, che comunque esiste a prescindere. Il tema e la propensione danno luogo, inaspettatamente, almeno per noi, ma non per Antonioni, ad un film per certi versi neorealista.
    Prima che arrivino mazzi di lattuga e uova marce, riporto un giudizio che condivido, almeno per buona parte. Non è mio, stento a farlo mio ma me lo pongo come case study: “Per me Antonioni è il regista che ha liberato il cinema, ancor più di Fellini … ” ha dichiarato Martin Scorsese in un articolo sul New York Times. Blow up (1966) è uno dei film cardine non solo nel percorso antonioniano, ma in generale nel percorso di liberazione del cinema dalle catene strutturali della letteratura e del teatro. Un percorso verso lo specifico linguaggio cinematografico che Antonioni ha portato ai livelli più alti sotto l’aspetto visuale – come Robert Bresson, sotto l’aspetto sonoro – evidenziando il potere comunicativo delle immagini (altro che “incomunicabilità”…), le potenzialità dell’immagine nel generare significato. Tanto che, come si è sempre detto, nei film di Antonioni i dialoghi sono superflui, perché tutto è già espresso dalle immagini; basti pensare al finale di Blow up …
    Tornerò.

  5. Liliana
    11 Marzo 2014 a 17:40 | #5

    ll film l’ho trovato bellissimo. E non solo riconducendolo a cinquant’anni fa, alla novità di racconto e di scrittura che Antonioni ha allora rappresentato. E’ bellissimo perchè ci parla ancora oggi di un vivere separati da noi stessi e dal mondo che ci circonda. I luoghi, gli spazi, l’architettura della città, i silenzi, il vento che soffia e sembra che venga dal ventre della terra, la cadenza dei passi sull’impiantito inquandrano una solitudine delle persone che non trova rimedio nei dialoghi insensati, dove l’altro risponde alla domanda che non è stata fatta, nei gesti che non riscuotono l’effetto desiderato, nelle aspettative di comunicazione che restano sospese, tradite. La musica, la droga, il sesso facile, l’offerta di sè che le ragazzine fanno, la frenesia dello spostarsi nella città e del ritrovarsi in tanti, uno sull’altro al party, la corsa al consumismo, la sirena del benessere si accavallano senza respiro, senza un momento di pausa e di riflessione. La Londra degli Anni Sessanta di Antonioni è l’antesignana di quello che vorrebbero essere oggi le nostre città, del silenzio calato fra le persone che comunicano via twitter o cose del genere senza più guardarsi in faccia nè sforzarsi di dare corpo ai propri pensieri oltre il numero di sillabe consentito, antesignana della Roma attuale che la Grande Bellezza avrebbe voluto farci attraversare. Ma qui c’è la morte, il mistero del dialogo fra sconosciuti, in un lampo l’anelito alla verità. Thomas fa il fotografo. La realtà in cui vive vorrebbe raccontarla. La sua macchina fotografica è la sua arma e la sua difesa. Lui è altro da quello che racconta. Lui lavora. Lui si muove nel mondo in cui vive nella maniera che gli consente di essere libero. Questo crede di sè. Questo vorrebbe essere. Ma alla fine anche lui gioca con la pallina che non c’è, sente il suono della racchetta che non raccoglie un bel niente, e diventa un puntino appena nel mezzo del grande prato verde – deserto – in cui è finito.

  6. Rita
    11 Marzo 2014 a 18:23 | #6

    Su Antonioni: coming out di un rapporto irrisolto.
    L’inadeguatezza di fronte ad un regista così straordinario e complesso come Antonioni, che io amo ma “non comprendo”, mi fa tornare agli anni del liceo, quando con gli amici più grandi, più preparati e appassionati di quella generazione anni 70, si andava al cinema (per lo più ai vecchi cinema Rubino, Rialto, Nuovo Olimpia, Farnese ) e all’uscita, tra i commenti colti e impegnati, le discussioni sulle proposizioni e interpretazioni filosofiche della realtà, tra cinema e metacinema, io rimanevo… senza parole, con quel senso di difficoltà a cogliere i significati artistici più nascosti e intimi e le sfumature tecniche innovative. Non tutto riuscivo a comprendere, ma ne ero attratta. Allora pensavo che si dovesse studiare il cinema di Antonioni, con i suoi silenzi, i suoi personaggi smarriti di cui non si conosce mai il reale stato d’animo, sui quali tutto passa oltre senza sfiorarne l’esistenza, con quel senso sempre di incertezza ed enigmaticità. Ho ancora addosso quel senso di straniamento la prima volta in sala davanti alla proiezione di Blow up, nella scena della partita a tennis senza pallina, quando l’unica emozione inebetita che riuscivo tirare fuori era una risata con cui risolvevo il disagio del “non aver capito” (dalla mia solo i 16 anni). Eppure lo amavo, inconsapevole e muta e l’ho amato attraverso tutti i suoi film (perché come dice Tano “tutto è già espresso dalle immagini”) che ti entrano nella pelle e parlano alle emozioni. Poi, Zabriskie Point, la folgorazione: il tema del viaggio, la dissacrante scena nella death valley, l’esplosione finale delle note di “careful with thath Axe Eugene”- i Pink Floid e Jerry Garcia di colpo squarciavano quel velo di impenetrabilità, parlavano il mio linguaggio, entravano nel mio tempo e io …entravo in punta di piedi nel “suo” cinema – e successivamente in sala, con Professione Reporter, finalmente mi emozionavo davanti a tanta bellezza. Ancora oggi non oso commenti sulla complessità a volte inafferrabile, nelle sue diverse sfaccettature “dell’illusionistica linea di confine tra realtà e finzione” e mi perdo nello sguardo di quella cinepresa che sa cogliere immagini oltre lo spazio, il tempo, il significato fisso delle cose, e non oso, ancora pagando la mia vaghezza adolescente, permettermi commenti o giudizi su una così grande genialità.
    Molto è stato scritto e detto di Antonioni, definito marxista, astratto, distratto dai problemi sociali, puro esteta della bellezza, pessimista compiaciuto, nichilista, irrazionale, intellettuale sprezzante, pittore dello schermo; su tutte mi ha colpito una definizione di Roland Barthes che forse meglio descrive e ci aiuta a decifrare il suo cinema, che personalmente ho trovato perfetta e vorrei girarvi: “Quando tu, Antonioni, dichiari in un’intervista con Godard: ‘Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici’, tu testimoni una corretta percezione del senso: non lo imponi, ma non lo abolisci. Tale dialettica conferisce ai tuoi film una grande sottigliezza: la tua arte consiste nel lasciare la strada del senso sempre aperta, e come indecisa, per scrupolo. E’ proprio in questo che tu assolvi il compito dell’artista di cui il nostro tempo ha bisogno: né dogmatico, né insignificante”.
    Forse proprio in quella strada lasciata aperta noi ci perdiamo.
    Non c’ero ieri sera, l’influenza mi ha fatto mancare un’occasione d’incontro importante per ascoltare i vostri commenti, guardare il film attraverso occhi attenti e diversi, coglierne le tante sottili sfumature che mi sfuggirono allora e anche dopo, ma vi sto leggendo attentamente sul blog e penso che se anche Antonioni ci sembra “eccessivamente intellettuale” lontano e impenetrabile, a noi offre ancora oggi la possibilità di condividere un’emozione e comunicare. Un saluto a tutti i visionari in attesa del prossimo incontro.

  7. Luigi
    11 Marzo 2014 a 18:45 | #7

    Pensieri sparsi….
    ieri sera durante la visione mi veniva in mente di come qualche anno fa il 30 luglio del 2007 in poche ore qualcuno si portò via Antonioni e Bergman. E’ stato difficile accettare che il cinema da un giorno all’altro si potesse ritrovare senza loro due. E forse, con gli amici visionari, dopo Antonioni, sarà fondamentale rivedere un film di Bergman…

    Sul nostro blog campeggia la scritta “E’ buffo come i colori del mondo divengano veri soltanto quando uno li vede sullo schermo (Alex in “Arancia Meccanica” – S.Kubrick G.B 1971)”. E’ una perfetta sintesi della realtà che Thomas cerca nelle foto. Tutto gli sembra tangibile e reale solo dopo quando la pellicola gli restituisce le immagini, quella realtà che forse gli sfugge e che sfugge a tutti….anche la ragazza del negozio di antiquariato vuole andare via…in Nepal o chissà dove…

    La scena dello sviluppo delle foto, i gesti del tecnicismo e il rapporto con gli strumenti influenzeranno quelli di Gene Hackman ne “La conversazione” di Coppola e dichiaratamente quelli di John Travolta in “Blow Out” di Brian De Palma….Tutti alla ricerca della verità attraverso il filtro di un artificio…

    Però…. Antonioni, Bergman, Coppola, De Palma…..quando il cinema fa sul serio ..è un vero piacere

  8. pino
    11 Marzo 2014 a 22:26 | #8

    Siete così bravi che mi lasciate sempre senza commento. Dovrei ripetere quello che ha detto Sergio, Tano, Luigi,soprattutto Liliana ed anche Rita su Londra anni ’60, Antonioni, mode, linguaggio filmico, finale in cui Thomas scompare ecc.. ecc.. Ripeto solo una parola illuminante (come dice Luigi) rarefatto. Di questi film se ne vedono pochi.

  9. Sergio
    12 Marzo 2014 a 1:12 | #9

    Mi piace soffermarmi sul taglio dell’inquadratura, sull’uso della scenografia, sugli oggetti (chi si sarebbe comperato in Italia nel 1966 un’elica gigante come complemento di arredo?).
    Sulle scene girate in automobile alla Kubrick.
    Sui silenzi che aiutano a percepire i rumori della natura.
    Sul finale. Se tutti vediamo una cosa che non c’è, in realtà quella cosa esiste.
    La fantasia, l’immaginazione sono un dono dell’uomo. Se solo ci crediamo possiamo veder tutto, sognarci qualsiasi cosa, da un corpo morto disteso nel prato a una pallina da tennis che magicamente cade vicino ai piedi.
    Lynch come Antonioni?

    Forse il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. L’odio può essere considerato come una variante impazzita dell’amore. L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro in quanto non esiste.

  10. Tano
    12 Marzo 2014 a 6:43 | #10

    L’avrei comprata io quell’elica, caro Sergio, e la comprerei anche ora, Inps permettendo, perché l’elica non è soltanto un oggetto insolito, ingombrante, che non si usa, ma è un piccolo piede di porco, un inusuale apriscatole, che serve ai feticisti anonimi, come io lo sono e fui, per scappare alla velocità del pensiero in luoghi lontanissimi e inarrivabili persi nelle distanze e nei tempi. Luoghi di cui ho bisogno per vivere, per entrarvi ed uscirne come un ago in una stoffa, portando legato alla vita il refe che mi unisce ai mille mondi lontani e vicini che miei non sono e che miei devono essere per poter vivere e vivendo vivo sentirmi.
    Un’elica, un barattolo, un mazzo di vecchie chiavi, dozzine di matite ridotte a moncherini, ognuna con una storia appesa come fossero canne da pesca tese sull’acqua grigia per tirarne recalcitrante fuori un pesce colorato. E le mie macchine fotografiche di quel tempo e di molti anni dopo, conservati come carne vitale, per trapianti improbabili. Non sono le Nikon e le Hasselblad che Thomas usa, ma lui è londinese io non lo sono e non lo fui. E con le mie Minolta 101 ho rubato in giro – reo confesso – i silenzi che nessuno voleva, le intimità di cui tutti si vergognavano, i sorrisi gelosi, gli abbandoni e le cose, gli oggetti, i luoghi i muri, i legni ed i ferri. Tutti i magneti che attirano la vita e la conservano in strati sottilissimi sono oggetti inutili ed ingombranti, corpi non vitali, presenze incomprese, ma da essi con segrete operazioni di ingrandimento tornano a vivere le vite di tanti ed i rosari dei fatti e delle parole. BLOW UP. Le vite, come i morti, scompaiono e sparati nell’iperspazio, ciechi cieli senza vita, li perdiamo di vista e di cuore, ma –blow up – ci tornano indietro e ci parlano. Ci riconciliano, se non con noi stessi, coi pochi o tanti giacimenti di vita abbandonati senza coscienza lungo il cammino. Blow up. L’invito è palese.

  11. Luigi
    12 Marzo 2014 a 11:54 | #11

    Peccato che coloro che non hanno apprezzato il film non ne espongano esaustivamente i motivi. Sarebbero altrettanto interessanti i punti di vista perchè potrebbero aprire argomenti che sfuggono o che non vediamo. Tutto, come sempre, nel rispetto di ogni giudizio.

  12. Alessandro
    15 Marzo 2014 a 7:41 | #12

    Thomas vive in un mondo fatto di immagini. Le cose e gli eventi non contano, la loro ragion d’essere e l’immagine che di sé danno: la loro bidimensionale riproducibilità.
    Thomas vive in solitudine, benché sia sempre circondato da persone, oggetti, suoni, colori.
    Thomas non ricerca la verità, ma una sua plausibile imitazione: le modelle, le pose, gli sfondi colorati, le improbabili giocate a tennis.
    Tutto riproduce un mondo verosimile, e non ha importanza che questo esista o meno.
    E’ il cinema. Il suo mondo di immagini e suoni che si compenetrano, perché preordinati. E’ una falsificazione della realtà, avendo questa l’enorme privilegio di poter essere predisposta a proprio piacimento: anticipando o slittando gli eventi. Assumere la morte o decidere ad un certo punto di farla sparire.
    E poi, scegliere quale dovrà essere il finale…
    Il film indaga le relazioni tra un singolo uomo e la realtà e tra la realtà e la sua mimesi. I rapporti di relatività tra oggetti e contesti, tra ritualità e simbologia.
    Occorre guardare il reale con occhio critico. Bisogna imparare ad osservare senza lasciarsi influenzare da immagini preconcette, che preesistono nella nostra mente: surrogati della nostra esperienza. La vista, come qualsiasi altro senso del nostro corpo, risente notevolmente delle esperienze vissute e delle conoscenze acquisite ed è soggetta a condizionamenti. Essa semplifica i propri processi: la visione subisce lo stereotipo.
    Occorre un’adeguata “distanza” per poter comprendere le cose che ci circondano, che accadono. Solo attraverso il distacco spaziale e temporale è possibile comprendere il reale significato. La stretta vicinanza produce illusione non chiarezza, frammentazione non unità. Spesso la massima oggettività corrisponde alla totale incomprensibilità: l’indagine estrema che devia la realtà.
    Il film vuole anche svelare “l’inganno” che spesso fuorvia la ragione, l’apparenza che falsa la realtà. L’illusione ottica di cui si nutre l’arte.
    E poi ci sono i suoni, o loro assenza, che ritmano tutto l’andamento del film. Spesso sono rumori che aggrediscono, contestualizzano; ma anche improvvisamente tutto tacitano, attraverso un silenzio irreale. Questa modulazione focalizza l’attenzione su particolari, su significati: metafore che però il regista mantiene inesplicate. L’ambiguità è la sintesi totalizzante di tutto il percorso filmico, dove spesso i dialoghi strampalati ne aumentano il contenuto ermetico.
    Inoltre, in Blowup sembra che i veri protagonisti siano gli oggetti non i sentimenti, non le relazioni umane. Gli oggetti predominano ovunque: la macchina fotografica – strumento tecnologico che arriva fin dove la nostra vista non è in grado di arrivare -,le foto, i rullini, l’elica, il manico di chitarra, le donne-mannequin e infine la pallina da tennis che non c’è.
    A chiudere un enigma irrisolto, ma forse mai esistito.
    Alessandro

  13. Bruno
    15 Marzo 2014 a 14:10 | #13

    Premessa che parte da lontano

    Sono del profondo Sud che tutto ha sofferto sulla propria pelle e le cui ferite sono in gran parte sanguinanti perché ancora si soffre. E non poco. Ma se vi è una cosa che il dolore non ha mai potuto cancellare è il dono di saper parlare con gli altri. Noi del Sud-Sud siamo dei comunicatori “in pectore”. Il silenzio non è nostro abito. Noi siamo fatti di passione, slanci, sorrisi, strette di mano, parole e pacche sulle spalle. Siamo “gli altri o gli alieni” perché l’altro a volte fa paura. Si introduce nelle vite. Ti obbliga a esporti. A dire chi sei.
    Un’altra mia peculiarietà: qualsiasi cosa per piacermi deve partorire in me emozioni. Devono essere coinvolti mente, cuore e organi vitali. Vi deve essere una scintilla, si deve accendere una “lucecita” come dicono i cileni e l’animo deve essere terremotato .
    Volete sapere per noi del Sud-Sud che cosa è la comunicazione? Confrontate Papa Benedetto XVI e Papa Francesco.
    Benedetto: tedesco (nord-nord). Il suo corpo non dava spazio al comunicare. Il dialogo con i fedeli era incomprensibile. Il suo sorriso: una sottilissima striscia che minimamente si estendeva sul suo corpo diafano.
    Francesco: Argentino (sud-sud) Ogni parte del suo corpo comunica . Le sue parole sono quelle di tutti. Il suo sorriso, i suoi occhi hanno il profumo dell’empatia.
    (N.B. Lungi da me dare un giudizio in questo ambito su i due papi. E’ solo un esempio di comunicazione)
    Fatta questa lunga premessa e prima di scrivere un poco del film voglio aggiungere una cosa: con l’incomunicabilità non c’è immortalità. Non ci sono ricordi .
    C’è solo il silenzio delle parole senza suono.
    IL FILM
    Non lo capii e non mi piacque nel lontano 1966 , l’ho capito e non mi ha coinvolto nel 2014. Mi ha lasciato vuoto, sospeso fra bianco e nero e colore, fra corpi che ci sono e non ci sono. Suoni di tacchi sull’impiantito, porte che si aprono su stanze che danno su altre stanze e prati verdi e domande che non vogliono risposte perché non sono domande. A chi si domanda se non c’è nessuno che ascolta? Vedendo il film fa freddo. E’ come camminare per una strada di notte senza sapere dove ti porta. E i mimi ? E’ la finzione della vita . Un miraggio. Uno specchiarsi in se stesso. Senza accorciare la distanza fra le persone con la parola, la vita diventa un monologo interiore. Una non vita. L’incomunicabilità filmica è stata come un regredire allo stato catatonico
    CONCLUSIONE
    Oggi. Giovani maturi e anziani si perdono nei social network e non dialogano. Petr me questo non è non comunicare è onanismo mentale

    Bruno

  14. Tano
    15 Marzo 2014 a 20:56 | #14

    6Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamar. 7 Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire. 8 Allora Giuda disse a Onan: «Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per il fratello». 9 Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello. 10 Ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui.
    La verità è che sotto il termine “onanismo” la chiesa e la cultura medico psicologica hanno trasferito la pratica del piacere solitario, quello che in Cioccolata a colazione di Pamela Moore (chi ha la mia età lo ricorda certamente e chi non la ha vada a leggerlo) si cercava leggendo certi libri “piccanti”, i libri che si leggono, appunto, con una sola mano.
    Onan, secondogenito di Giuda (nulla a che vedere coll’Iscariota, che rende possibile l’immensa tragedia dell’uomo dio che muore – dicono i vangeli – per salvare, pia illusione, gli uomini) costretto a sposare la moglie di Er, fratello maggiore, Onan che aborre (sì aborre!) dal possedere (si possedere!) la vedova Tamar, in mancanza di altri strumenti atti a preservare la donna dalla fecondazione, fa quello che miliardi di maschi hanno fatto. Fa marcia indietro. Atto che preserva ma spesso lascia insoddisfatti. Ahimé!
    Il piacere solitario, che Bruno sposa alla incomunicabilità, è altra cosa. Ben altra cosa. Ma l’incomunicabilità è un male antico, antichissimo, di cui già parla il mio quasi paesano Gorgia da Lentini (485 a.c. – 375 a.c.). Che diceva Gorgia? Che la verità non esiste e se anche esistesse non si potrebbe conoscere e se anche si potesse conoscere non si potrebbe trasmettere. Un secolo dopo ad Elide nasce il mio omonimo Pirrone (365 a.c. – 275 a.c.), filosofo e caposcuola dello scetticismo. Che diceva, in estrema sintesi questo mio lontanissimo nonno? Ricorro, in epoca di web, alla fonte collaudata di Wikipedia: Il principio essenziale del suo pensiero è espresso nella parola acatalepsia, che implica l’impossibilità della conoscenza delle cose nella loro intima natura. Contro ogni affermazione, un principio contraddittorio può essere espresso con egual ragione. Secondariamente, è necessario per questo fatto mantenere un atteggiamento di sospensione dell’intelletto, o, come espresse il concetto Timone, nessuna proposizione può essere conosciuta come migliore di un’altra. In terzo luogo, questi risultati sono applicati alla vita in generale. Pirrone conclude che, dato che nulla può essere conosciuto, l’unico atteggiamento adatto alla vita è l’atarassia, “libertà dalle preoccupazioni”.
    L’impossibilità della conoscenza, anche riguardo alla nostra stessa ignoranza o dubbio, dovrebbe indurre l’uomo saggio a ritirarsi in sé stesso, evitando qualsiasi eccessiva propensione o partecipazione per una attività particolare, e praticando il controllo sulle emozioni, che non hanno fondamento nella realtà e appartengono al mondo delle vane fantasie. Questo scetticismo drastico è la prima e più totale interpretazione di agnosticismo nella storia del pensiero. I suoi risultati etici possono essere confrontati con la tranquillità ideale degli stoici e degli epicurei.
    La via propria del saggio, diceva Pirrone, è di farsi tre domande. Per prima cosa dobbiamo chiederci cosa sono le cose e come esse sono costituite. Secondariamente, ci chiediamo come noi siamo legati a queste cose. In terzo luogo, ci domandiamo come dovrebbe essere il nostro atteggiamento nei loro confronti. Riguardo a cosa sono le cose, possiamo solo rispondere che non sappiamo nulla. Noi sappiamo solo come le cose ci appaiono, ma sulla loro essenza intrinseca siamo ignoranti.
    La stessa cosa appare differentemente a persone differenti, e di conseguenza è impossibile sapere quale opinione è corretta. La diversità di opinioni fra i saggi come fra gli ignoranti, dimostra ciò. Noi possiamo avere opinioni, ma la certezza e la conoscenza sono impossibili. Di conseguenza il nostro atteggiamento verso le cose (la terza domanda) deve essere la completa sospensione del giudizio. Non possiamo essere certi di nulla, neanche delle affermazioni più banali.
    Venendo da così lontano, più a sud del sud-sud bruniano, confesso che ogni tanto astenersi dal giudizio è segno di saggezza e di prudente rispetto.
    Ignoro Antonioni, pertanto, ed attendo l’epifanico 25 marzo. Quel giorno rinnegherò il mio avo e parteciperò al volemose bene visionario.

  15. gianni
    19 Marzo 2014 a 14:47 | #15

    Questa indagine intorno alla conoscenza, mi appassiona.
    Ciò che vediamo è reale o è un inganno? Sono sicuro che molti diranno: la verità è la verità! come si fa a non riconoscerla? Saprò ben discernere se, quella che Thomas raccoglie a terra è una pallina da tennis oppure aria fritta! È evidente che non c’è nessuna pallina a terra da raccogliere e da giocare e quindi il film è incomprensibile!
    Ma … noi sappiamo che la verità è soprattutto ciò che noi comprendiamo. Ovvero per comprendere cosa sia, quella cosa deve assomigliare a qualcosa che già ci sia familiare, che sia già passata per la nostra esperienza, tramandata per cultura, e che sia già stata consolidata come concetto nella nostra mente. Altrimenti non esiste! Oppure è un UFO! E sicuramente è sbagliata o pericolosa. Ad ogni oggetto, simbolo, evento, corrisponde un concetto ed ogni concetto ha una gerarchia nel nostro archivio mentale che lo colloca nell’opportuno scaffale, fra gli altri oggetti belli o brutti, giusti o sbagliati. E così via. Questi concetti poi li utilizziamo giornalmente per confrontarli e per valutare quello che vediamo intorno.
    Avere la consapevolezza che noi ragioniamo in questo modo (e vi assicuro non potremmo fare diversamente) sembra un’ovvietà, ma non è così! Chi avrà il privilegio di sapere (avere consapevolezza) che noi (tutti) ragioniamo solo per concetti già esistenti, non potrà non ammettere che ciò che vediamo intorno come forme fisiche sono soltanto oggetti e cose che assomigliano a ciò che noi già conosciamo e che dunque per questo motivo ri-conosciamo e accettiamo. Insomma, non ricordo chi l’abbia già detto, ma posso citare: “noi vediamo solo cose che già conosciamo”. Le altre non le vediamo o le alieniamo.
    Il film Blow Up è dunque un viaggio attraverso queste forme (la pallina, l’elica, le macchine fotografiche ecc…) che, seppure esistono nella materia fisica, assumono nella nostra coscienza valori e significati diversi, così come lo stesso film, assume nel gradimento dei visionari valori e significati diversi.
    Ma allora la verità non esisterà mai? Sarà per sempre un concetto soggettivo? Mutevole da persona a persona? Ognuno avrà una propria risposta a ciascuna di queste domande. Tuttavia credo che una risposta possa appartenere a tutte le possibili risposte: quando nella nostra mente operiamo una scelta, noi ne siamo responsabili e, che questa sia conforme o difforme ad altre scelte già fatte da noi stessi o da altri, che essa sia giusta o sbagliata bella o brutta nella comune accezione dei termini, essa sarà la nostra scelta e di per se perfetta. A sostenerne la dignità sarà la nostra responsabilità.
    Il discorso, se volete, resta ancora aperto. Ci vediamo nel “giorno della libertà”.
    Gianni

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