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“La città ideale” (14 gen 14) – Visioni [92]

Un film di Luigi Lo Cascio – Italia 2012

Michele Grassadonia è un fervente ecologista. Molto tempo fa ha lasciato Palermo per trasferirsi a Siena, che lui considera, tra tutte, la città ideale. Da quasi un anno sta portando avanti un esperimento nel suo appartamento: riuscire a vivere in piena autosufficienza, senza dover ricorrere all’acqua corrente o all’energia elettrica. In una notte di pioggia, Michele rimane coinvolto in una serie di accadimenti dai contorni confusi e misteriosi.

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Il protagonista di La città ideale è un innocente perseguitato, un uomo di buona volontà che per essersi comportato da bravo cittadino – ha soccorso nottetempo un uomo riverso sul ciglio della strada – finisce tra le maglie di una giustizia kafkiana, e diventa il sospettato numero uno. Molti si sarebbero accontentati di costruire un film su questo solo spunto narrativo, solidamente radicato in una tradizione novecentesca. Ma Luigi Lo Cascio, esordiente regista e sceneggiatore, sceglie di caratterizzare il suo protagonista Michele Grassadonia anche come un ecologista fanatico. I primi dieci minuti di film descrivono la sua vita, il suo lavoro, le sue fisse: produce l’energia di casa con una dinamo, ricicla l’acqua piovana per farsi la doccia, è un maniaco della raccolta differenziata. E qui si comincia a capire il metodo di Lo Cascio.

In una sceneggiatura, la sovradeterminazione è spesso un rischio e una scorciatoia: per caratterizzare un personaggio, cosa c’è di meglio che attribuirgli una professione curiosa, che consente di riempire con curiosi aneddoti una decina di pagine di sceneggiatura o di riprendere location suggestive? Capita spesso nel cinema italiano: basta vedere quante guide turistiche ci sono nelle commedie degli ultimi tre anni. Lo Cascio però fa qualcosa di molto diverso e meno facile. Da una parte sceglie una caratterizzazione ambivalente: l’ecologista è per definizione un puro, un idealista; ma potenzialmente è un fanatico, un rompiscatole; e uno che si fa il vuoto attorno a sé. Grassadonia, in quanto fervente ecologista, è tutto questo. Ma la caratterizzazione non conferisce solo le necessarie sfumature e contraddizioni che servono a rendere vivo un personaggio e a negoziare in modo non banale l’adesione dello spettatore: è funzionale anche al tema narrativo portante.

Perché Grassadonia soccorre un uomo nottetempo? Perché è abituato a comportarsi da bravo cittadino, per quanto scomodo possa essere. E il fatto di finire stritolato nella macchina allucinante della giustizia, diventa un paradossale e amaro contrappasso alle sue virtù civiche ed ecologiste. È come se la società, la burocrazia e la stessa opinione pubblica si accanissero contro di lui, proprio in quanto ecologista, e lo punissero per la sua ostentata e antipatica purezza. Godono nel macchiarlo di fango: per vedere se, una volta sporcato, Michele conserverà i suoi ideali.

Ma non è finita: e qui interviene un terzo livello di caratterizzazione del personaggio. Lo Cascio tiene a farci sapere che Grassadonia è un palermitano che vive a Siena, e ha perso anche l’accento della sua regione. Considera Siena la città ideale, la città in cui Ambrogio Lorenzetti ha affrescato l’Allegoria del Buon governo (e anche quella del Cattivo). Palermo, in cui torniamo alla fine, agli occhi di Michele è invece il caos, la città dove la giustizia si piega con l’arte della retorica, come mostra l’avvocato Scalici. Ma Michele, che cosa ha trovato a Siena? Ha trovato l’Italia: il Paese dove gli adagi più diffusi sono «Io gliel’avevo detto», «Sta prendendo la cosa troppo a cuore», «Gli uomini vanno sempre in cerca della vittoria, quasi mai della verità»; dove è meglio lasciare le cose come stanno, fare finta di niente, non impegnarsi. E dove essere puri non serve a niente, anche perché c’è sempre qualcuno che pretende di essere più puro di noi: come l’avvocato Chiantini, che lava i piatti delle cene altrui alla ricerca impossibile dell’«ultimo bianco, il bianco definitivo»; o, su un piano meno teorico, come il collega ecologista di Michele, una specie di epitome ante litteram del grillino viscido e saccente, che lo abbandona vigliaccamente appena i sospetti si addensano su di lui.

La città ideale, uscito in un numero misero di copie dopo un’applaudita presentazione alla Settimana della critica a Venezia, è un film sull’Italia di oggi. Sull’Italia delle macchine del fango, di quel fango che unisce alla fine Siena e Palermo – il fango dei fossili, dei cadaveri in via di trasformarsi in combustibile che Michele si cava dalle tasche in un incubo, e il fango di cui è teorico sopraffino Scalici: «Tutti sono fatti di una certa porzione di fango, tutti hanno una fogna dentro». Di questa Italia, Lo Cascio parla in modo mai didascalico, per via di metafora e di exemplum. Perché il suo film è lievemente acrono: non cerca la cronaca spicciola o la lettura a chiave (pensiamo a Viva la libertà); ambisce all’universalità, e la raggiunge.

Girato prima dei fattacci del Monte dei Paschi di Siena (che, per ironia della sorte, appare nei titoli di testa), della marea dell’antipolitica e della paralisi postelettorale, La città ideale contiene tutti questi eventi posteriori alle riprese, riassumendo al contempo l’atmosfera degli ultimi dieci anni di questo Paese. Ed è notevole che non lo fa con la satira e la caricatura, con i personaggi bigger than life (e alla fine sempre assolti) del cinema di Virzì e di chi, più o meno inadeguatamente, si rifà alla tradizione della commedia all’italiana. Ha vari elementi di commedia, certo, La città ideale, e non si tira indietro, per fortuna, di fronte al divertimento immediato e pungente, alla caratterizzazione sapida. Ma il taglio è generalmente cupo, la fotografia di Pasquale Mari è quasi sempre notturna; e Piazza del Campo si vede solo una volta, deserta, in un’alba livida. Ci sono almeno quattro sequenze oniriche, e incubi con il grandangolo che sembrano venire da un film degli anni Settanta. Ma non è neanche un film grottesco, sopra le righe, fatto di caricature. Ha un tono giusto e oserei direi miracoloso nel descrivere la vera faccia, lo spirito di un tempo che abbiamo appena vissuto e che stiamo vivendo, e dove c’è poco da essere solari e da ridere, anche se succedono cose tragicamente ridicole.

La città ideale è un film civile: e, in sintonia con quanto fanno Sorrentino, Garrone e a volte Moretti, è anche (ciò che non si richiede per forza a un film civile, anche se per molti talebani dell’estetica è sempre stato un minus) un film di invenzione, di creazione fantastica. È un film che assomiglia un po’ a Michele Grassadonia: non perché sia ingenuo e idealista, ma perché fa le cose che nessuno ha più il coraggio di fare. E per questo non viene capito. «Deve tirare fuori gli attributi», dice Scalici a un Michele ormai disorientato e quasi sull’orlo della resa. «Lei pensa di avere fatto bene? A tornare indietro, alla luce tutto quello che ne è venuto, lei lo rifarebbe?». Da regista, Lo Cascio ha le risposte chiare. Rifarebbe tutto, e si mostra ben più coraggioso di quello che si fa spesso da noi: dei film benpensanti, manichei e beati delle proprie certezze, di quel politically correct di sinistra di cui Un giorno speciale e Il comandante e la cicogna sono stati la pietra tombale.

La critica comparativa contiene certo una dose di ingiustizia e di parzialità, ma viene spontanea data la pigrizia, l’indifferenza, l’avarizia di gran parte di recensori, che procedono coi paraocchi o parlano benevoli di “esordio promettente”, rilevando per altro l’eccesso di ambizioni o la troppa carne al fuoco (ma che c’entrano i disegni animati? E la gigantessa felliniana? Mentre se Lo Cascio avesse fatto un film a tesi e didascalico, dove non si lascia alcuno spazio allo spettatore, lo si sarebbe rimproverato del contrario: di una sceneggiatura troppo programmatica…). Siamo abituati a un cinema talmente piccino che quando arriva un film come quello di Lo Cascio, si arriccia il naso e si rimane diffidenti. Siamo tanto abituati ai soliti quattro nomi che quando sullo schermo appaiono attori di formazione teatrale come Massimo Foschi, Alfonso Santagata e Luigi Maria Burruano (oltre a sua sorella Aida, esordiente, e ovviamente a suo nipote Luigi), che pronunciano i dialoghi meglio scritti del cinema italiano degli ultimi cinque anni, non si è capaci di aprirsi al godimento della parola, ad apprezzare i paradossi retorici, il gioco finissimo di livelli enunciativi e di punti di vista.

E alla fine non ci si accorge che questo film di sceneggiatura e di parola sfugge alla didascalia, e gioca tutto sul visivo (contenti?), come avviene nel finale: Grassadonia incerto in primo piano, alle sue spalle tre impiegati del palazzo di giustizia che si lanciano faldoni, e alla fine li lasciano cadere, li prendono a calci. Il film finisce così: potrebbe essere una scena immaginata da Elio Petri e Ugo Pirro, ma non è una citazione esibita, scolastica e pedante, è solo un legame sotterraneo, un nesso profondo e probabilmente inconscio, che in un film di creazione (un film che significativamente non è tratto da qualcosa di preesistente) stabilisce una sintonia ideale con il nostro cinema migliore.

di Alberto Pezzotta (da Cineforum – Aprile 2013)

 

 

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IL REGISTA

Luigi Lo Cascio  (Palermo, 20 ottobre 1967)

Si diploma al liceo classico Garibaldi di Palermo. Subito dopo si iscrive alla facoltà di medicina, ma dopo qualche tempo l’abbandona folgorato dal teatro. Nel 1992 si diploma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico con un saggio su Amleto, diretto dal Maestro Orazio Costa.

Dopo aver recitato in due lavori classici: Margherita Gautier e Romeo e Giulietta, diretti da Giuseppe Patroni Griffi, ed essersi fatto notare in un Aspettando Godot messo in scena da Federico Tiezzi, comincia una carriera, teatrale e poi cinematografica, intensa e brillante. Nel giro di pochi anni è diretto da registi quali Carlo Quartucci in Ager Sanguinis, Elio De Capitani in La sposa di Messina, Roberto Guicciardini ne La morte di Empedocle, La figlia dell’aria, Il figlio di Pulcinella, e da Carlo Cecchi in due straordinari allestimenti di Amleto e del Sogno di una notte di mezza estate.

È nipote dell’attore Luigi Maria Burruano. Come ha ammesso lo stesso Lo Cascio durante un’intervista a Parla con me, fu proprio lo zio a consigliarlo a Marco Tullio Giordana per il ruolo di Peppino Impastato ne I cento passi.[1]

Nel 2000 vince il David di Donatello, come migliore attore protagonista per I cento passi, film che rappresenta il suo esordio cinematografico, regia di Marco Tullio Giordana che lo dirigerà in seguito nel pluripremiato La meglio gioventù (2003), che gli vale il Nastro d’argento 2004, ex aequo con tutti i protagonisti maschili del film.

Nel 2001 vince la Coppa Volpi come miglior attore al Festival del Cinema di Venezia per Luce dei miei occhi di Giuseppe Piccioni.

Nel 2005 dirige ed interpreta Nella tana, un monologo tratto dall’ultimo racconto di Franz Kafka, La Tana, di cui cura anche la riscrittura e l’adattamento. Per il suddetto spettacolo vince il Premio UBU, quale migliore attore. Nel 2006 lavora con Luca Ronconi nello spettacolo Il silenzio dei comunisti, vincendo nuovamente nell’edizione 2006-2007 il Premio UBU, sempre come migliore attore protagonista.

Tra gli altri suoi maggiori lavori per il grande schermo, ricordiamo: Buongiorno, notte, regia di Marco Bellocchio, La bestia nel cuore, regia di Cristina Comencini, Il dolce e l’amaro, regia di Andrea Porporati, e Sanguepazzo, regia di Marco Tullio Giordana.

Esordisce come regista nel 2012 con La città ideale, film presentato alla 69ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

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  1. Luigi
    15 Gennaio 2014 a 8:43 | #1

    L’incubo kafkiano in cui si ritrova il protagonista del film è ben rappresentato dalle atmosfere cupe e surreali delle immagini. Una onirica visione delle sensazioni che il “puro” Michele Grassadonia attraversa nel cercare di spiegare, capire, difendersi.
    Certo che gli eventi sono tutti irrimedibilmente contro di lui ma fa impressione come la giustizia, verso la quale Michele non vede l’ora di parlare e chiarire (a dispetto di tutti, avvocato difensore compresi), sia così ottusamente accusatrice, frettolosa nel chiudere, sorda alle parole o, se preferite, attenta solo a quelle che possano accusare l’indagato.
    Intelligente la scelta di Lo Cascio di far attraversare questi accadimenti ad una persona che è, più di tutti, al limite nella sua scelta eccezionale di vivere “contro” l’era del consumismo e dello spreco. Situazione questa che lo pone ancora più ai margini della comprensione da parte di giudici e avvocati che lui vede sorridere e scherzare insieme nei corridoi non comprendendo di come ciò sia possibile. Anche alla moglie della vittima intima di non andare via, domandandosi di come sia possibile che non stia vicino al marito in ospedale. Insomma a Michele il “mondo ideale” sfugge di mano, è una utopistca isola inarrivabile, è qualcosa che addirittura gli si ritorce contro. La ferita procurata alla mano infilata nel raccogliere la carta erroneamente buttata nel contenitore del vetro disegna sul viso del protagonista un’espressione incredula, meravigliata. Lo stesso ghigno di fatalità nella splendida scena finale quando davanti ai suoi occhi i faldoni della giustizia “volano” tra le mani di maldestri impiegati. La fragilità di un sistema legata al caso, all’incuria, alla superficialità.
    Per un film italiano non è poco. Si ritrovano nelle scelte di Lo Cascio echi delle atmosfere del cinema di Elio Petri, Bellocchio oltre naturalmente di quelle del “Processo” di Welles.

  2. Sergio
    17 Gennaio 2014 a 19:20 | #2

    La città ideale è Siena per Michele architetto palermitano che ci vive da parecchi anni realizzando il suo sogno di vita: rispetto dell’ambiente, energia pulita, differenziata. Un paranoico che fa la doccia con l’acqua piovana, inventa apparecchiature quasi sculture per creare energia elettrica o deviare quella solare. Sport preferito lo jogging non usando ovviamente la macchina e riprendere i concittadini che buttano i rifiuti per terra.
    Cittadino modello in una città ideale.
    Ma in quale Stato si trova a vivere?
    Incappa in una storia inverosimile e surreale ed è l’occasione per il regista per denunciare il malessere attuale dell’italiano medio. Con il rifiuto del rispetto dei più banali principi ecologisti, fino alla denuncia del sistema giudiziario dove gli avvocati la fanno da padroni.
    Promettente esordio.
    “Lo rifarebbe se potesse tornare indietro”.

  3. Alessandro
    18 Gennaio 2014 a 11:50 | #3

    Nella città ideale di Luigi Lo Cascio le idee non mancano e i temi e gli stili cinematografici si accumulano, sovrappongono, spesso contaminano.
    Durante tutta la durata del film si ha come la percezione di un vacillare e se non fosse per l’eccellente interpretazione di alcune figure come Alfonso Santagata e Luigi Maria Burruano, la trama filmica probabilmente si perderebbe completamente nell’onirico e nel nonsense tipico della stessa letteratura che ha ispirato l’attore-regista. Anche la musica, che accompagna la pellicola, da’ un contributo positivo benché a volte, volendo caratterizzare certe immagini, si protrae troppo nel tempo.
    Ma le premesse sono buone e la conflittualità tra ideale e reale che viene a configurarsi, e che comporterà la compromissione del virtuoso Michele Grassadonia, ha i connotati del paradosso e del parossistico che a noi appaiono tali solo perché questa antitesi ci viene dimostrata attraverso una sua rappresentazione cinematografica; tanto è, ormai, ciascuno di noi assuefatto a certe pratiche e abusi, a certi reiterati soprusi da parte di una amministrazione nostrana che è tutto fuorché “ideale”. E allora può accadere che chi è “pulito” rischi di “sporcare” questo sistema asservito e autocompiaciuto, ricercando semplicemente la verità e non la vittoria a tutti i costi, ricercando invece le differenze che intercorrono tra le parole e le cose. E quindi l’ingenuità del protagonista, che a tratti quasi disturba lo spettatore, non è altro che una forma di difesa nei confronti di questo mondo che contrasta con la rappresentazione ideale che egli si è fatto.
    Ma il film è anche la manifestazione di una involuzione. Quella che in un certo senso vive il protagonista nella sua ossessiva volontà di ecologismo, nelle sue manie compulsive, nel suo integralismo. “Un tipo un po’ fissato” si reputa, ma la sua dissociazione è una forma di violenza, di rifiuto del sociale e non solo di salvaguardia della natura. La sua vicenda è anche la dimostrazione di come non si possa vivere completamente fuori del proprio tempo, anche se questo non è gradito.
    Egli finisce per investire un cavallo per non inquinare l’ambiente con il calore artificiale prodotto dallo sbrinatore dell’automobile, divenendo quindi pericoloso per sé e per gli altri. Per un caso soccorre un uomo riverso a terra, che inizialmente aveva confuso per un sacco: perché nell’universo ideale di Michele Grassadonia il reale non ha diritto di cittadinanza, tutto il suo agire è subordinato alle sue fisime, alle sue ossessioni, a questa vana aspirazione di ideale perfezionismo che prima o poi dovrà condurre anche lui “all’ultimo bianco: il bianco definitivo.”

Codice di sicurezza: