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“Nella casa” (3 dic 2013) – Visioni [90]

Nella casa

regia di Françoise Ozon, Francia 2012

Germain è un insegnante di francese stanco, disamorato del suo lavoro. Incapace di trasmettere ai suoi allievi l’interesse per la letteratura, il docente si limita ad osservarne (cinicamente) la mancanza di curiosità, l’assenza di stimoli, la tendenza al conformismo. La decisione del preside del suo liceo di reintrodurre l’uniforme obbligatoria rafforza ancor più la sensazione di Germain di insegnare a un “branco di pecore”, incapaci di differenziarsi dalla massa. In questo branco, però, inaspettatamente emerge un’individualità degna di nota: è quella di Claude, il ragazzo dell’ultima fila, sempre schivo e silenzioso….

 

La moglie di un professore di letteratura dice al marito: “Tu sai bene che la letteratura non insegna proprio nulla”. In tutto il film di Ozon (da cui è tratta tale battuta) non si parla quasi d’altro che di arte e di letteratura. Ma nello stesso tempo, il film sembra sottintendere se non la convinzione almeno il dubbio, che chi si dedica a tali attività – vuoi come scrittore, vuoi come lettore – sia un ossesso, un malato: senza che la sua ossessione o la sua malattia producano qualcosa che abbia un valore anche per gli altri, per la società. Beninteso: il film di Ozon è per tanti versi raffinato e non esprime una morale così rudimentale e per di più in modo tanto brutale. Ma il film è come immerso in un’atmosfera generata da un “mondo della cultura” che sembra avere perso il senso della propria missione.

L’insegnante scopre nella propria classe – composta quasi esclusivamente di studenti mediocri, intercambiabili fra loro (così almeno lui li considera, avendo ormai perso ogni interesse per la propria professione) uno studente che è un autentico talento letterario. Ora l’uomo è, per sua ammissione, uno scrittore fallito, senza talento. E come si dice che capiti a volte ai genitori con i figli, vuole che quello studente realizzi la sua aspirazione di essere un grande, un vero scrittore. E si adopera ad aiutarlo con accanimento: per esempio, dandogli lezioni di letteratura fuori dall’orario scolastico.

Lo studente si lascia aiutare, ma allo stesso tempo reagisce a un aiuto che rischia continuamente di sconfinare nella prevaricazione, deridendo l’insegnante nei racconti che scrive e che gli fa leggere; facendogli credere reali certe sue macabre invenzioni letterarie; trasformando l’insegnante stesso in un personaggio che egli si incarica di punire, nel racconto che inventa ma poi anche nella realtà.

Attraverso la comune passione per la scrittura si instaura tra i due personaggi una relazione sempre più esclusiva, ossessiva, dove l’uno e l’altro sono alternativamente il carnefice e la vittima.

Tuttavia, non è questa dinamica tipicamente sadomasochistica il centro emotivo del film. Come si sviluppa, secondo la logica del film, il talento letterario dello studente? Egli, abbandonato dalla madre, costretto ad accudire un padre invalido, povero, nutre un’ammirazione struggente per la famiglia normale, magari ordinaria, volgare ma unita, e per di più benestante, di un suo compagno di scuola. Ed è proprio l’ammirazione, mista all’invidia, per un ambiente in cui cerca di introdursi, ma rispetto al quale resta irriducibilmente un estraneo e che finirà per escluderlo – che gli dà il desiderio e la capacità di descriverlo.

Così dal film emerge un’idea di scrittore – non inedita: ha illustri precedenti anche letterari – come di chi, sentendosi escluso della vita “vera”, compensa tale esclusione partecipando con l’immaginazione alla vita degli altri, i “fortunati normali”.

L’insegnante e lo studente si sentiranno finalmente affratellati quando l’insegnante viene abbandonato dalla moglie e perde il lavoro. E seduto su una panchina in un parco accanto allo studente, proprio come due emarginati, si ritrova a fantasticare sulla vita variopinta, attraente, magari anche nei drammi e nelle tragedie, che si nasconde dietro alle finestre della casa di fronte a loro. Ma allora se l’arte non è che il sogno degli emarginati, dei falliti, degli esclusi – se questo non è soltanto il punto di partenza ma anche di arrivo del processo creativo, se cioè la letteratura non ha che una funzione psicologica del tutto privata – è poi davvero un valore?

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Sfogliando l’albo mondiale della letteratura, esiste una quantità di scrittori la cui vita avrebbe i numeri giusti per finire sul grande schermo – e infatti, negli ultimi decenni, sono fioccati i biopic più o meno verosimili di Edgar Allan Poe, Truman Capote, Charles Bukowski, William Shakespeare, Virginia Woolf, Francis Scott Fitzgerald. Ma non occorre scomodare i mostri sacri. Le pose di uno scrittore standard invogliano di per sé all’allestimento di un film. Andando a braccio, ce n’è per tutti: dallo scrittore che si fa possedere da oscure forze demoniache (Shining, 1980), a quello bohemien e squattrinato che scrive per assicurare a sé la donna dei propri sogni (Moulin Rouge!, 2001), a quello che svela gli intrighi del potere e ci resta secco (L’uomo nell’ombra, 2010), a quello che svela gli intrighi dello star system e non ci resta secco (False verità, 2005), a quello rintanato e misantropo che torna a nuova vita seguendo le qualità di un allievo piovuto dal cielo (Scoprendo Forrester, 2000), a quello rapito e tagliuzzato senza misericordia da una lettrice accanita e vendicativa (Misery non deve morire, 1990), a quello mentalmente disordinato e interrogato per ore da un commissario (Una pura formalità, 1994).

In un’epoca in cui si legge sempre meno, in cui anche i lettori forti appaiono sufficientemente impallinati dalla crisi, circola sempre più nell’immaginario collettivo il fantasma dello scrittore – una forma di nostalgia che ha più affinità con gli alieni, cioè con proiezioni fantastiche irraggiungibili, che con il vissuto ordinario, disciplinato e regolare di un uomo o una donna che passano ore e ore a schiacciare tasti e allungare stringhe alfanumeriche sulla rappresentazione virtuale di un foglio di carta. Catturato nell’ambra della vita quotidiana, lo scrittore non garantirebbe plot né chissà quale avventura: i fatti più entusiasmanti sono gli schiocchi infinitesimali che accadono tra le sue sinapsi mentre allinea le parole giuste per comporre un libro e/o un mondo. Ma è impossibile filmare quel momento, o quanto meno metterlo in scena con precisione: lì non ci si arriva se non per continue e sempre provvisorie inferenze e avvicinamenti, risalendo le pagine delle sue opere. La vita esteriore di Kafka o Nabokov, per dire, trasposta in un film, suonerebbe parecchio gracile e noiosa – del tutto indipendentemente dagli eventi, rimirando quelle esistenze, succubi della mitologia di una vita straordinaria a cui tendiamo senza sforzo, viene più facile immaginarla come un turbinio.

In “Nella casa” Ozon, tranne che per la scrittura di una lettera per il giornale studentesco, non inquadra mai Claude mentre compone i temi. La scrittura è costantemente messa in scena: se Germain e la moglie leggono a voce alta il tema, Claude diventa il voice over dell’ispezione minuziosa alla casa e ai suoi inquilini – una soluzione che illumina subito l’ossessività di Claude e la morbosità della coppia Germain, e che ci risparmia una delle più grandi pose dello scrittore standard, la scena che avrete visto mille volte e che conoscerete ormai a memoria, dove lo scrittore scrive, cancella, si alza, strappa nuovi fogli ancora, circondato da innumerevoli palline di carta, uno spaventoso blocco creativo che in Shining Kubrick aveva genialmente spostato nella risma di fogli impilati con cura al lato della macchina da scrivere, tutti attraversati dallo stesso ossessivo righino nero, il mattino ha l’oro in bocca.

Resta da capire che genere di scrittore sta puntando il dito contro la borghesia francese, perché una cosa è chiara: quando un film dipana la vita di uno scrittore, e illumina la costruzione di un’opera letteraria, dieci a uno sta propagandando una certa idea di letteratura, un’idea normativa di letteratura, di cosa la letteratura dovrebbe o non dovrebbe fare. Claude è uno studente, siede all’ultimo banco, osserva gli altri senza a sua volta essere osservato – con le stesse modalità, penetra nello spazio privato di una casa, rovista le sue stanze e, senza alcun dilemma etico, studia la fattura e la disposizione degli oggetti quotidiani e si impossessa delle abitudini, ripugnanti e per questo così modeste e umane, dei suoi inquilini. Nelle ricognizioni segrete di Claude, nella loro riproposizione letteraria, regna il distacco assoluto, e se pure è presente qualche momento di mimesi, di confusione dolorosa tra quelle ricognizioni e la sua vita, è solo perché s’innamora in modo adolescenziale della madre di Rapha – amore che almeno in una scena, quella dove la madre di Rapha, distesa sul divano, è ripresa dalle unghie laccate dei piedi agli occhi chiusi sotto lo sguardo rapito di Claude, Ozon gira come se fosse un remake di Lolita a parti invertite (tra l’altro, il professore di letteratura francese si chiama Germain Germain proprio come Humbert Humbert, e la madre di Rapha è quanto di più vicino alla bellezza vacua e ormai avanti negli anni di Dolores Haze).

 

 

 

Il Regista

Nato a Parigi nel 1967, François Ozon si laurea in cinematografia e poi frequenta la prestigiosa scuola di cinema FEMIS. Ancora studente, inizia subito a misurarsi con la macchina da presa, portando spesso i suoi cortometraggi nei migliori festival di tutto il mondo. Nel 1995 comincia a dedicarsi ai documentari, dirigendo un film su Lionel Jospin, premiato con il Leopard de demain. Nel 1996 conquista applausi e riconoscimenti a Locarno per Summer Dress, pellicola provocatoria sulla sessualità degli adolescenti, mentre nel 1998 dirige il poco riuscito Sitcom, ispirato, come dice il titolo, proprio ai meccanismi narrativi della fiction televisiva. Dopo Gocce d’acqua su pietre roventi (1999), tratto dall’opera ‘Tropfen auf heisse Steine’ di R.W. Fassbinder, nel 2000 Ozon dirige il sottilmente inquietante Sotto la sabbia, mentre nel 2002 mette insieme un cast tutto al femminile davvero eccezionale per il suo 8 donne e un mistero, con Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Fanny Ardant e Emmanuelle Béart. Nel 2003, gareggia per la Palma d’oro alla 56esima edizione del festival di Cannes con Swimming Pool, interpretato dalle sue due muse, Charlotte rampling e Ludivine Saignier.

Filmografia:

Giovane e bella(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2013

Nella casa(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2012

Il rifugio(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2010

Potiche – La bella statuina(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2010

Ricky(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2009

Angel – la vita, il romanzo(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2007

Il tempo che resta(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2005

CinquePerDue(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2004

Swimming Pool(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2003

8 donne e un mistero(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2002

Sotto la sabbia(regia, sceneggiatura)François Ozon – 2000

Gocce d’acqua su pietre roventi(regia, sceneggiatura)François Ozon – 1999

Amanti criminali(regia, sceneggiatura)François Ozon – 1999

Sitcom(regia)François Ozon – 1998

 

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  1. Luigi
    3 Dicembre 2013 a 7:44 | #1

    L’ultima scena del film potrebbe rappresentare la sintesi della storia. Il professore e il suo studente (seduti -vicini- sulla stessa panchina e non più -distanti- in cattedra e all’ultimo banco) guardano, scrutano, ipotizzano le storie nascoste “nelle case” del palazzo di fronte a loro. Penso che a molti di noi è capitato spesso di fare questo “gioco” di rubare dietro le finestre, affacciandoci dalla nostra abitazione, dall’auto, dai finestrini di un treno. “Chissà chi vive in quella casa….cosa fanno…come è arredata….”. In fondo, il film di Ozon si pone le domande fondamentali di una vita: “Chi siamo, come ci giudicano gli altri, cosa cerchiamo, ecc..”. Nella storia si prende lo spunto da un tema svolto da uno studente, per arrivare ad usare la scrittura, il romanzo se si preferisce, per “filtrare” la vita, gli altri, noi stessi. Paragonando il film di ieri sera con altre due “nostre visioni”, mi sono venuti in mente “Another earth” e “Vero come la finzione”. Cos’è la vita se non un romanzo? Possiamo avere una nuova occasione riscrivendo quello che vorremmo essere? E nel gioco delle parti la realtà finge come la fantasia o quest’ultima poi diventa concreta, tangibile, insomma vera?
    Ecco, secondo me, il pregio di questo film è la possibilità di essere filtrato da più punti di vista, essere visto da più “finestre”, ponendo le varie questioni, come si diceva appena dopo la visione in pizzeria, con una “leggerezza sostanziosa” (per citare una frase di Ambra che mi è piaciuta molto).
    Ozon gioca con lo spettatore, che all’inizio si diverte ad inseguire la “rincorsa” del professore Germain (come sempre un bravissimo Fabrice Luchini) sulla probabile realtà delle parole che gli scrive il giovane Claude, per poi passare il testimone a noi, che non riusciamo più a distinguere la finzione e la realtà. Addirittura qualcuno si è anche convinto che tutta la storia fosse immaginata nella testa di un anziano signore che da tempo trascorre il suo tempo su quella panchina, con un passato da dimenticare o un futuro mai vissuto.
    E tanto ancora si potrebbe trovare, scavando nelle immagini e nelle parole del film (il riferimento all’interpretazione nell’arte, i rapporti all’interno di una famiglia, le incomprensioni e i sogni infranti, l’arredamento delle abitazioni e l’abbinamento con i colori della nostra vita, il dolore di non essere bravi figli, o padri, o moglie, o insegnante….la perenne confusione che c’è tra quello che appare e quello che veramente è)
    Insomma, “continua……”

  2. Rita
    3 Dicembre 2013 a 19:35 | #2

    Le proposte di Luigi sono sempre preziosi momenti offerti ai nostri incontri, lontani dalla banalità e dal rumore di un cinema spesso mediocre e di profitto, animano i nostri pensieri e i nostri scambi davanti a una pizza tutti insieme come seduti da soli al computer nelle nostre case, a volte capita di scoprire un piccolo gioiello, come per il film visto ieri sera , personalmente ne ignoravo l‘esistenza. Ho trovato in questo film quell’ironia, quel sarcasmo, quella drammaticità e al tempo stesso quella comicità, quell’allusiva ambiguità tra finzione e verità che raramente si riescono a portare sulla scena proprio così come si incontrano tutte insieme nella vita.
    Meraviglioso Fabrice Luchini nella sua maschera di professore-scrittore frustrato, bravissimo Ernst Umhauer, l’alunno intrigante e seducente, il freddo calcolatore. Due solitudini che si incontrano, che diventano necessarie l’una per l’altra, che intrecciano un rapporto di così pericolosa attrazione da sconfinare nella morbosità, un menage apparentemente innocente che assume via, via le sfumature e il ritmo del triller e trascina lo spettatore nel gioco delle parti. Il professore guida il gioco, studia, immagina, cambia, reinventa le vite degli altri, ma soprattutto fugge dalla propria, il ragazzo spietato e accattivante, incapace di un rapporto empatico e vero con gli altri si limita ad osservarne gli affanni, i problemi, le ansie e le fragilità dal buco della serratura. Un voyerismo che riempie il vuoto della solitudine e accende i riflettori sulle ambiguità e le debolezze di una realtà borghese rappresentata nella totale dissacrazione dei valori convenzionali della famiglia, dell’amore, del lavoro, un microcosmo che si agita tra piccole crudeltà e drammi quotidiani. Una storia a scatole cinesi in cui illusione e realtà perdono i confini, un gioco degli specchi in cui le immagini si scompongono e si frantumano nella molteplicità degli sguardi sul mondo da quel buco della serratura che è il nostro piccolo orizzonte privato.
    Una commedia in cui il tragico e il comico si fondono in una simbiosi perfetta, dove tutto, gioco delle parti, identità e oggettività della verità, dell’arte, della letteratura, l’idea di come realmente siamo e di come gli altri ci vedono, si colora di tinte grottesche e di una “sostanziosa” leggerezza. Le storie disegnate, vere, scritte, dipinte, immaginate, hanno la forza di rendere reale ciò che non esiste, vivono di quella necessaria illusione che ciascuno si crea e compone, di quel bisogno istintivo di colorare la realtà con i propri sogni.
    E il senso del film in quell’ultima scena: Germain e Claude si ritrovano su una panchina, ancora una volta lo sguardo sul mondo davanti a loro, ancora una volta il gioco della narrazione, ancora una volta il romanzo e la vita, il sipario si chiude e a noi resta una domanda: in fondo la realtà è una costruzione della fantasia?

    (e allora se tutto può essere ancora scritto… come dice Luigi “continua”)

  3. Sandro
    4 Dicembre 2013 a 19:23 | #3

    Al film in sala e alla pizza che usualmente segue, il popolo visionario – dopo tanti anni e tanti film insieme – risponde ormai in modi (quasi) prevedibili che possono essere statisticamente studiati e riprodotti in grafico, come in effetti il nostro Sergio N. di tanto in tanto fa.
    Sotto questo aspetto addirittura alcuni film potebbere essere “somministrati” come test!
    Per rimanere solo a due delle tipologia analizzabili, prendiamo a caso (?) le posizioni di “S.” e di “L.”.
    Era prevedibile che a S. il film piacesse molto (come probabilmente il V. poteva prevedere, il marpione!); non a caso ha citato Vero come la finzione e avrebbe potuto anche dire Se mi lasci ti cancello, come esempi di film certo molto costruiti, intorno ad una tesi intellettualistica quanto vogliamo, ma perfetti nel loro svolgimento e a ben guardare anche ‘umanisticamente” necessari, con un aggancio umano e passionale alle persone in carne e ossa.
    All’altro estremo della gamma (barricata?) dei gradimenti c’è L., alla ricerca spasmodica e insistita (vero craving) della “sincerità” a tutti i costi, di lacrime e sangue che sgorghino dal film come (dicono) dalle madonne di gesso.
    Detto questo per riportare gli estremi di un annoso dissidio, e poste le basi per una scenata in famiglia, volevo riportare anche altri commenti emersi a caldo all’uscita. Per esempio quello di Michela – “non scrivente” per posizione presa (?) – che ha rilevato un filo comune nelle ultime tre scelte del Venerabile:
    Ne: Il servo di Losey, La Voltapagine di Dercourt e in questo ultimo di Ozon, il tema comune lei lo vede nel “plagio”.

    Ancora tra le mie impressioni volevo segnalarvi l’estrema rapidità di passaggio da una scena a un’altra, a volte quasi senza soluzione di continuo (pare che nella pièce teatrale i piani siano addirittura sovrapposti) e la notevole interpretazione di Fabrice Luchini (che abbiamo conosciuto a ‘Visioni’ insieme a Sandrine Bonnaire, in Confessioni troppo intime). Di lui ho visto proprio ieri il trailer di un film francese in uscita (per Natale): Molière in bicicletta di tal Philippe Le Guay.

    Infine, avendo perso il buon Tanopirrone – Ahi vita! …sono sempre i migliori che se ne vanno! – indegnamente supplisco, fornendo la principale differenza (nel finale) tra la commedia di partenza e il film che ne ha tratto Ozon:

    Juan Mygorga: “Il ragazzo dell’ultimo banco”, pubblicato da Ubulibri in una raccolta antologica intitolata “Teatro”.
    “La fabula, distraendosi a volte in notazioni di una sociologia un po’ affrettata e superficiale (la casalinga frustrata, il padre che sogna impotentemente il successo e la ricchezza), rotola così quasi inconsapevolmente, ma inevitabilmente, verso il suo finale drammaturgicamente coerente. Germàn caccerà, schiaffeggiandolo, il suo allievo prediletto che attraverso i suoi scritti cerca, compulsivamente quasi, di penetrare ed insidiare anche la sua intimità familiare”.
    (Continua)

  4. Lorenza
    4 Dicembre 2013 a 20:45 | #4

    Ué, ma niente niente quella L. del commento di Sandro sarei io…? Io anelerei a sincerità sanguigne che sgorgano dalle Madonne? Prima di tutto mi è molto piaciuto l’effetto onda che il telo ha impresso alle scene del film sottolineando la loro natura sfuggente e riducendo il connotato intellettualistico del genere. Propongo dunque che d’ora in poi questo genere prediletto da S. venga proiettato rigorosamente solo nella saletta B del Tor di Nona. A seguire posso aggiungere che il film in sé non mi è affatto dispiaciuto, semplicemente non entra nella mia HIT LIST per varie ragioni, ne citerò solo alcune. Non capisco e mi innervosisce l’accanimento di un autore che esalta nei contenuti la potenza e il valore esistenziale delle storie (non è forse anche questo uno dei messaggi del film? Anche un poveraccio può gustarsi grandi piaceri semplicemente immaginando storie) e poi nella forma lotta contro il potere magico delle storie ostinandosi a mostrarci il loro lato fasullo. Continuando a ripeterci: sono solo storie inventate. Dai, insomma non capisco perché uno debba vendicarsi così di una passione da cui trae grande diletto.
    Poi mi sembra anche un modo troppo facile di eludere la complessità dell’esistenza: l’occhio esterno del narratore riesce a cogliere l’ipocrisia di tante circostanze, di tante famiglie. Grazie mille, bella scoperta.
    Dall’occhio esterno mi aspetto qualcosa di più: mi dovrebbe, come succede per i buoni libri e le buonissime storie, spiegare perché dietro ogni ipocrisia c’è comunque tanta umanità. Mi dovrebbe far amare i cattivi o quanto meno far sentire come loro almeno per un po’, avrei voluto sapere qualcosa di più ad esempio del marito di Esther o della moglie di Luchini.
    Forse S. dirà che quello è il sangue delle Madonne, io lo chiamo cercare il fondo delle cose.
    Spero con questo di aver gettato le basi per una vera guerra di famiglia

  5. Luigi
    4 Dicembre 2013 a 22:16 | #5

    Peccato che Michela non intervenga per spiegarci meglio il concetto di "plagio" da lei notato. Mi sembra interessante!
    Non so poi se la guerra proposta da L. scoppierà ma le battaglie possibili sulla "ricerca del fondo delle cose" sarebbero ben accolte.
    Rileggendo anche gli altri interventi si denota come Ozon "scuote" la dinamica della visione con un ritmo intenso (sia cinematografico che di contenuti). Più che concretizzare le storie lui (il regista) sembra proporle, accennarle, come se volesse chiedere allo spettatore di svilupparle. Chissà, forse è anche questa quella sensazione di L. sulla non velata intenzione di "eludere la complessità dell’esistenza".
    Una provocazione insomma, raffinata e frizzante.
    Che dite….continua?

  6. gianni
    5 Dicembre 2013 a 0:26 | #6

    … (continua) … Ma allora basta davvero un po’ di fantasia per costruirci intorno storie, relazioni, innamoramenti, passioni, tradimenti … ? Poi, se sei bravo/a, puoi anche credere che siano vere! Anzi ti ci puoi identificare e, come un attore sul palcoscenico, puoi interpretare la tua “parte” fino in fondo, fino ad “essere” il personaggio che stai recitando. E … non smettiamo mai di recitare, diversamente dagli attori di professione che, una volta terminata “la commedia”, scendono dal palcoscenico, depongono i panni dei personaggi interpretati e si ritrovano in birreria a brindare sulla giornata appena passata.
    Che male c’è a credere che le madonne di gesso piangano davvero, ad accettare che tutto il mondo che conosciamo è chiuso in una scatola di cartone autoreferenziale solo perché ne riconosciamo il contenuto come familiare, a considerare un’opera come Opera d’Arte solo perché è contenuta in un catalogo a tiratura internazionale e tutti, dico tutti, la chiamano opera d’arte. Che male c’è se quattro foto uguali (o quasi) del cielo sopra Pechino sono un’espressione dei diversi stati dell’anima o quattro tagli su una tela sono “il gesto dell’artista che …”. Che male c’è se possiamo prenderci la libertà d’inventarci il mondo intorno … e credere che sia vero. Qualcuno ha ancora dubbi sul vero significato della parola libertà? … (continua) …

  7. Adriana
    8 Dicembre 2013 a 14:50 | #7

    Il film l’ho visto, anche se purtroppo non con voi: mi è piaciuto per la sua sottile e dissacrante ambiguità con cui coglie qualcosa, credo, del "fondo delle cose", la cui complessità rimane certo sfuggente. Non ci dice tanto dei personaggi "nella casa", ma del modo di guardarli da parte di quelli fuori della casa: del punto di vista di chi si proietta da lontano, perché ha difficoltà a stare "dentro" le cose. Anche queste sono lacrime della madonna, forse…
    Ma le cose, gli eventi non si possono risolvere nella nostra fantasia e immaginazione, ci resistono, prevalgono ai nostri contraddittori desideri: le cose sono i confini dei nostri pensieri, dice Nietzsche. La nostra libertà è assai limitata: per tollerare questo limite, questa ferita, ci consola e viene in soccorso la fantasia… L’arte, se è arte, ci dice qualcosa di inesplorato sulla realtà, non solo sulla nostra mente.
    E quando la realtà non ci corrisponde, quando il dialogo con le cose non va,restiamo sulla panchina, un pò sconfitti, a guardare la scena della vita, ad aspettare che lo spettacolo riprenda, continui, con o senza di noi…

Codice di sicurezza: