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“La voltapagine” (11 nov 2013) – Visioni [89]

 “La voltapagine”

Un film di Denis Dercourt, con  Catherine Frot, Déborah François, Pascal Greggory, Clotilde Mollet, Xavier De Guillebon – Titolo originale: La tourneuse de pages, Francia 2066

 

Mélanie ha dieci anni e una passione: il pianoforte. Una distrazione, provocata dalla presidente della commissione esaminatrice, compromette l’esecuzione e l’opportunità di entrare al conservatorio. Delusa dall’accaduto, Mélanie rinuncia per sempre alla musica. Qualche anno dopo, cresciuta e impiegata presso l’ufficio legale del signor Fouchécourt, la ragazza diventa la balia del figlio, Tristan, e la voltapagine della moglie, Ariane.

 

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Come Chabrol, Denis Dercourt crea una realtà ambigua e irrazionale dentro la quale agisce un personaggio ossessivo e ossessionato. La vita di Mèlanie, che un caso accidentale ha privato della musica, è rimasta sospesa per anni, nell’attesa, mai realizzata e sempre abortita, di una nemesi. Il destino, altrettanto fortuitamente, le fa incontrare di nuovo Ariane, colpevole di avere firmato un autografo dimenticando di ascoltarla. Ritrovarla risveglia la vertigine della vittima per il suo carnefice, braccato con una determinazione implacabile. Dercourt compie a questo punto un’accurata analisi sulla follia quotidiana, attraverso la sua soffocante repressione piuttosto che la sua teatrale esplosione. L’errore di Ariane ieri mette a repentaglio oggi la sicurezza della sua famiglia, Mélanie è la proiezione di quella “colpa” che torna come un fantasma a minacciarla.

La giovane donna che riemerge dal terreno del rimosso ha il volto angelico di Déborah François, la mamma dell’Enfant dei Dardenne, a cui si contrappone la bellezza matura e fragile di Catherine Frot, concertista scostante che finisce manipolata e innamorata. Quello di Dercourt è un thriller psicologico, sotto pelle, che trasforma una vendetta personale in una sociale. Mélanie è figlia di genitori piccolo borghesi che puntano, per “arrivare”, sul talento della loro creatura, condannata dalla vanità alto-borghese a restare invisibile. Il regista, nella sua messa in scena, non ha fretta di rassicurare lo spettatore sulle reali intenzioni della ragazza.

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Accanto alle due ottime protagoniste (esemplare la lucida freddezza che la giovane Francois riesce a conferire alla cinematografica Mélanie), c’è un interprete non dichiarato della pellicola, che tuttavia riveste un ruolo assolutamente fondamentale: la musica. I passaggi principali della vicenda, gli stati d’animo dei protagonisti, le tensioni si traducono in note musicali ed accompagnano la narrazione con un ruolo assolutamente insostituibile. Ciò che lega realmente Ariane e Melanié è la passione per la musica. Una passione consumata per la prima e rimasta insoddisfatta per la seconda. Proprio l’incompiutezza del suo sogno di artista anima la vendetta di Mélanie, che colpisce la rivale, distruggendone non solo la serenità familiare, ma anche e soprattutto la carriera di concertista. La storia avrebbe potuto essere banale se al centro del conflitto tra le due donne vi fosse stato un uomo, anziché la comune passione per la musica. I ritmi della narrazione, l’atmosfera sono quelli tipici della filmografia francese e sono proprio essi, tuttavia, a conferire alla pellicola il suo fascino e la sua delicatezza.

IL REGISTA

 

(Parigi, 1 Ottobre 1964). Laureato in filosofia all’università di Nanterre, Denis ha conseguito poco più tardi un dottorato in scienze politiche. Dal 1988 al 1993, è stato solista di viola all’Orchestre Symphonique Français. Dopo il 1993 è diventato professore di viola e di musica da camera al Conservatoire National de Région di Strasburgo. Debutta alla regia nel 1998 con la pellicola “Les Cachetonneurs”.

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  1. Tano
    12 Novembre 2013 a 13:32 | #1

    La pizza napoli è pesante da digerire e i nuovi impegni pressanti e inderogabili. Ma il cuore pompa solo visioni e nei lunghi rossi fiumi navigano acciughe redivive. La notte si colora e la mattina è l’ultima pagina di uno spartito antico ma ogni giorno nuovo. La giovinezza è un sogno lungo una vita, basta volerlo. O avere possibilità di volerlo.
    La bella e demoniaca protagonista del nostro film credo non abbia avuto possibilità di scegliere il suo destino e che altri lo abbiano fatto per lei, minando il suo futuro ed avviandola ad una vita di vendette. La bambina volitiva e ostinata che perde l’occasione della sua vita è già consumata dentro e rosa dalla rivendicazione. Rinuncia alla bella esecuzione inconsciamente per fare poi la scelta della vendetta? Mi piace pensarlo. Noi siamo fatti di fango e d’ambrosia e rispondiamo alle domande unti e briachi. Poche volte coscienti. Ed allora strani, illeggibili, diversi.
    Vive una vita aspettando una vendetta gratuita, come tutte le vendette, che nulla le da e tutto toglie agli altri.
    Bravo il regista, che conduce la storia in luoghi che sembrano a noi già conosciuti: le grandi siepi di Shining, con il correre della macchina da presa che striscia sulle piante o le inquadra come quinte complici di turbamenti e strane impensabili scie nei cieli dell’attesa ove vivono i grigi sopori del male oscuro; ove il male di vivere è "il rivo strozzato che gorgoglia, … l’incartocciarsi della foglia riarsa, … il cavallo stramazzato".
    I personaggi, tranne i due poli del male oscuro, le due donne, sono spigolosi, incompleti, sono dichiaratamente "altro", contorno, necessità scenica, addobbo. Loro sono invece rotonde e lisce, desiderabili. E danno vita ad un per-corso di seduzione e innamoramento fra i più vivi e strani che abbia mai visto al cinema, o che ne ricordi. Ed il bacio sull’angolo della bocca in un canto del labirinto teatrale è atto di altissimo e raffinato erotismo. Che, figlio dell’inganno e della vendetta, fugge e sfugge, e vive di per sé.
    La gabbia della musica disegnata in volute originali ed accattivanti contiene la storia, ma lascia che essa ci pervada e ci turbi.
    Il male genera dolore, sofferenza, disturbo, ma l’atto produce piacere, sublimazione, feconda seduzione. Vita, insomma.

  2. Ivano
    12 Novembre 2013 a 16:00 | #2

    Il film ti porta in risonanza con vendette che non hai messo in atto, ma che, nel tuo profondo estremo, avresti voluto compiere ciao

  3. Luigi
    12 Novembre 2013 a 18:45 | #3

    La vendetta di Mélanie non da soddisfazione, non "accende" l’anima, non ci appaga. Vedendola andar via lungo la strada con un ghigno di sorriso appenna accennato ci si chiede: e adesso? che ne sarà di lei? cosa farà? Il suo futuro sarà più morbido o ci saranno nuovi gesti clamorosi? Sarà una ragazza "normale" o "peggiorerà" nella sua lucida follia? Eppure nell’incontro che lei ha con il suo amico, mentre nel negozio sceglie un vestito con Ariane, l’abbiamo scoperta allegra, piena di vita, insolitamente come deve essere una ragazza della sua età.
    La storia di Dercourt sembra un pretesto per raccontare altro. La fragilità delle persone, l’instabile desiderio di una vita serena, migliore, accomodante. La danza del destino, che come cupido lancia frecce impazzite, genera incomprensioni, cancella sogni, rende difficile essere felici, ci rende inermi di fronte a quanto vorremmo essere e cosa siamo per gli altri.
    Ecco, sotto questo punto di vista, "La voltapagine" si presta ad avere diversi sguardi, cambiando il contentuto con una breve virata. Un film su una vendetta, un film sulla musica, un film sui figli e la famiglia, un film sull’amore forse, un film sulla cecità nel dare veramente al prossimo.
    I colori "algidi" del film, così come algidi i suoi protagonisti, come assenti negli entusiasmi, tutti spenti in una vita "monotona", creano un velo sulla ricerca di una possibilità diversa, qualcosa che ci renda sicuri e che rigeneri la voglia di vivere.
    Insomma, non è un film che passa leggero e se ne va. Sta lì con le sue diverse finestre sul mondo.

  4. Rita
    12 Novembre 2013 a 19:32 | #4

    Il torto subito, l’offesa, il danno, la rabbia, il rancore, e l’unico modo di chiudere il cerchio: la vendetta. Una reazione elementare e antica, quel sentimento oscuro e poco piacevole del nostro inconscio che si annida nella zona d’ombra della nostra coscienza, nella parte oscura delle nostre emozioni, che spesso non permette di guardare nel pozzo delle proprie paure, di combattere i mostri che si agitano in quel groviglio incomprensibile dei problemi irrisolti. E proprio là, dove accade che le fantasie naturali di una rabbia inespressa si trasformano in quel tratto di follia/ossessione che manda la mente fuori controllo, nasce il progetto vendicativo, difficile da decifrare e controllare nell’insieme complesso degli eventi della vita, tra umane debolezze, sensi di inadeguatezza e incapacità di elaborare i propri fallimenti. Incapace di uno sguardo adulto, le paure e le delusioni di Melanie restano chiuse nel cerchio magico dell’infanzia dove ingigantiscono e si caricano di significati negativi, poi come per incanto, come in una fiaba (nel film tutto avviene come per incanto e tutto trova un incastro troppo perfetto per assomigliare alla vita), la nemesi: la favola si chiude con l’uccisione della bestia cattiva, e su tutto, la freddezza del silenzio, il trionfo del delirio sulle note che magistralmente accompagnano e sottolineano tutte le scene del film. Questi gli ingredienti del triller psicologico visto insieme ieri sera, sottile, raffinato, abilmente costruito sull’eleganza dei volti, delle espressioni e dei comportamenti dei personaggi. Eppure qualcosa non mi ha convinto nello scorrere delle scene,volutamente lente ma mai pesanti, improbabili talune, ma mai inutili, in quei ruoli giocati nell’intreccio di piccoli colpi di scena più tipici forse della struttura della commedia in cui il tratto caratteriale predomina sul dramma psicologico. Mi è sembrato debole dal punto di vista psicopatologico, interamente costruito su una ferita dell’infanzia non elaborata, e il pathos, nella costruzione meccanica delle scene, nei gesti e negli sguardi forse troppo studiati (pur nella eccellente interpretazione) delle due donne protagoniste si perde nella mediocrità delle emozioni. La struttura narrativa e i passaggi attraverso cui prende forma la storia suonano troppo artificiosi per sembrare reali, quel mistero che nel triller psicologico si nasconde nella mente degli attori, nella dinamiche dei rapporti, più che nella storia, non mi ha lasciato col fiato sospeso, non c’è stato quel mantenimento della tensione, quell’imprevedibilità , quel mistero…Qui le ferite e le frustrazioni sono soprattutto l’incapacità di reagire ricostruendo, è soprattutto la scelta di vivere passivamente covando il risentimento per il torto subito fino all’esplosione del rancore e della rabbia, nell’irrefrenabile, narcisistico desiderio di risarcimento e nella messa in atto di una fredda, calcolata, cinica e spietata vendetta. Qui è la colpa dell’altro la leva che muove gli istinti più bassi, che lava la responsabilità personale e privata; qui gioca un ruolo importante l’inganno, l’inganno che Melanie agisce prima di tutto contro se stessa, preda di un perverso e malvagio sentimento più che di una evoluzione spicogena del trauma subito, e l’inganno verso l’altra ,studiato e sostenuto con quel sapore costante e costantemente ricercato di rivincita fino nell’annientamento di colei che ha provocato il fallimento e la mancata opportunità. Strappare la vita proprio a colei che le aveva rubato Il sogno, soffocato il talento, il progetto di vita,la farà sentire finalmente soddisfatta e appagata? ma qual è il sapore della sua vittoria? Nessuno ha vinto, tutto si è perso in quella lunga rincorsa verso la ricompensa, verso il risarcimento del danno, tutto si è consumato nell’attesa di quella vendetta che diventa l’unica ragione della sua vita. La vita può prendere strade diverse, a noi decidere quale percorrere. Melanie si illude di agire e subisce, crede di essere vittima innocente e si rende colpevole con raffinata ferocia, gestisce lucidamente gli impulsi indomabili e le finzioni freddamente calcolate, lotta disperata contro tutto e contro tutti con cinica normalità. la figura di Melanie è tratteggiata dal regista in modo volutamente anonimo e scialbo, imperturbabile e algido, ma il dolore ha una sua forza travolgente che suscita grandi sentimenti e partecipazione emotiva, che ti fa stare dalla parte del cattivo anche se è sbagliato o ti fa odiare e desiderare la sua sconfitta, qui niente di tutto questo, qui i sentimenti sono anestetizzati e su tutto una impalpabile indifferenza. Un film che attrae e respinge, come le due donne si attraggono e si respingono, che ti porta dentro i personaggi nella ricerca e nell’attesa di quello svelarsi oltre l’inganno che non si compie, un triller psicologico spietato e raffinato ma freddo come i protagonisti, scostante perché improbabile, che non ti resta addosso.
    (Senza nessuna pretesa di critica, non ne avrei gli strumenti, è una mia personale lettura del film)

  5. gianni
    13 Novembre 2013 a 0:55 | #5

    Se avessi visto il film “La tourneuse de pages” alcuni mesi prima, lo avrei considerato fra quelli dai quali trarre alcune scene indicative nel rapporto fra musica e cinema. Sì, perché l’originalità dell’opera sta, a mio avviso, nel balletto contrappuntistico fra la musica (colonna sonora e non) e le immagini.
    Non a caso Denis Dercourt è, oltre che regista del film, anche musicista professionista. E nella realizzazione del film si è avvalso della collaborazione, pregiata aggiungo io, del compositore Jérôme Lemonnier, anch’egli ovviamente musicista.
    La musica è di per se un linguaggio artistico autonomo, capace di suscitare emozioni in chi la crea e in chi la ascolta e non ha dunque bisogno di altro per arrivare all’anima. Se ascoltata a occhi chiusi, evoca da sola immagini ed emozioni.
    Denis Dercourt, stavolta in veste di regista, si diverte con questo film a immaginare un balletto fra brani musicali di pregio (sia pur rimaneggiati per esigenze cinematografiche che nulla hanno tolto alla lirica degli spartiti originali, tratti da composizioni di Bach, Schubert e Shostaovich) e cinema di qualità. L’intero film sembra essere concepito come fosse un concerto cameristico di archi, viole e pianoforte, con ritmo, tempi, pause che sembrano nati per scrivere uno spartito, invece che una sceneggiatura.
    Forse non ce ne siamo accorti, o forse sì, comunque le emozioni, allo scorrere delle immagini, erano anticipate dall’enfasi, dai ritmi, dalle sospensioni, dalla dolcezza e dalla poesia delle note musicali, tanto che ci è sembrato, a volte, di conoscere in anticipo l’esito della scena (es. la chiusura della tastiera del pianoforte sulle mani del ragazzino che suonava). In questo balletto è la musica che conduce e le immagini seguono e accompagnano. Una sceneggiatura scritta su uno spartito.
    L’interpretazione delle due protagoniste è poi pregevole e raffinata e aggiunge quindi valore a quel livello di qualità che connota l’intero film.
    L’unico punto debole si potrebbe dire sia la trama, la storia raccontata, che sembra essere fin troppo semplice, al limite dell’elementare, ma … che c’importa della trama? Come in un’opera lirica, il libretto è soltanto un pretesto, un’impalcatura logica sulla quale appendere quadri di lirismo puro, in un film siffatto la storia è soltanto un artificio per tenere insieme momenti (scene) di autonoma bellezza (provare per credere: basta rivedere separatamente alcune delle scene del film e rendersi conto che possono vivere di vita propria anche senza una storia che le racconti).

  6. Sandro
    13 Novembre 2013 a 9:04 | #6

    Qualcosa nel film mi ha fatto pensare a Carlo M. Cipolla e al suo famoso saggio: Le leggi fondamentali della stupidità umana [The Basic Laws of Human Stupidity]; in particolare alla sua III Legge:
    “Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita”.
    Ovviamente mi si opporrà l’interpretazione psicologica della mancata risoluzione del trauma infantile; ma la stupidità rimane!

    In più mi è sembrata una [ulteriore, se ce ne fosse bisogno, dopo il “Teorema” di Pasolini e “Il fantasma della libertà” di Bunuel, si parva licet…] messa a nudo del mondo borghese, ineccepibile e desiderabile all’esterno, ma fragilissimo; dove un granello di sabbia basta ad inceppare irreversibilmente l’apparente perfezione e fa crollare tutto il castello di carte.

    Ma concordo con Gianni che la trama è poco più di più pretesto per mettere in scena “la Musica”, che è il main concern del (l’apprendista) Regista

  7. Alessandro
    15 Novembre 2013 a 10:05 | #7

    C’è una donna animata da un istinto di vendetta ma che non sa come soddisfarlo.
    C’è qualcosa di irrisolto. Un’aspirazione troppo presto silenziata, una carriera irrealizzata. Anche l’ambizione di una vendetta privata, per la privazione subita o autoinflitta – la passione per il pianoforte – ha qualcosa di parziale, quasi indecifrabile.
    E’ Mélanie, una ragazzina la cui adolescenza è stata troppo presto interrotta. E’ una violenza psicologica quella subita, sottile e del tutto ignorata dalla superficialità e vanità degli “adulti”, che troppo presto dimenticano la loro personale infanzia. Hanno già dimenticato il potenziamento delle emozioni, che solo in quella fase della vita si sentono con assoluta e indomita irrazionalità.
    Mélanie ora è adulta e deve riscattarsi, ma non ha ben chiaro come. E’ incapace di pianificare una vendetta lucidamente premeditata. Vorrebbe inconsciamente far del male a Tristan, figlio della responsabile del suo abbandono della musica, Ariane. Vorrebbe compromettere la carriera di lei, sovvertirle la serenità familiare; ma non riesce completamente a portare a compimento nulla.
    Alla fine trova nell’autografo un’occasione per la sua vendetta, lo stesso oggetto del suo originario malessere; ma l’esito è del tutto casuale, determinato dalle parole scritte all’occorrenza dalla musicista. Non si può attribuire a Mélanie la piena autorità del gesto, a parte la voluta manifestazione al marito di lei, Jean. Odia la sua ex esaminatrice, ma ora ama anche la musicista a cui ha scelto di voltare le pagine dello spartito.
    C’è una corrispondenza di sentimenti tra le due donne che non si può ignorare; né la seduzione si può ridurre ad una mera strategia di vendetta da parte di lei, che allora fu vittima e oggi invece diviene carnefice. Mélanie a suo modo ama Ariane; forse solo per una forma di autolesionismo, forse solo perché rappresenta colei che sarebbe voluta essere; ma le sue carezze e le sue tenerezze sono reali. Ariane prova lo stesso sentimento; ma con una intensità di cui nemmeno lei stessa si sarebbe fatta capace.
    Amore e odio, la vendetta viene dopo, ma forse in questa vendetta non c’è solo il desiderio di contrappesare un torto subito, riabilitare il proprio status sociale piccolo borghese contro quello alto-borghese della concertista; forse c’è, soprattutto, la necessità di mettere finalmente a tacere un dolore e un risentimento che alligna da lontano.
    Ma alla fine una vera e propria soddisfazione non c’è. E come spesso accade quando un desiderio è impellente, è più l’attesa del conseguimento di un obiettivo a produrre emozioni, aspettative, ansie che la sua realizzazione.
    Mélanie torna a casa, ma non potremmo mai sapere se ora si riapproprierà del suo sogno infranto.

  8. Dario
    15 Novembre 2013 a 19:16 | #8

    Il film certamente ha dei ritmi molto francesi.
    Ma il modo di “seguire” l’attrice è esemplare. Qui, a differenza dell’altro film, la mdp è molto presente: si muove intorno alla protagonista e invece è meno mobile intorno agli altri attori.
    In alcuni punti è ironico e cinico, anche nel modo di raccontare le cose con la mdp.
    Ci sono pochissimi stacchi ma in una scena, come quella del colpo di violoncello sul piede del musicista è pieno di stacchi (prima lo sguardo di lei, poi la mano sul violoncello, poi l’altra che sale, poi il piede, poi il puntale che scende).
    Come se in quella scena qualcosa fosse diverso.
    Forse perché è la scena che rivela la “cattiveria” della protagonista. La vera natura cattiva, sconnessa…
    che poi viene totalmente rivelata dalla solita mdp che la insegue nel finale, la supera e rivela il ghigno crudele

  9. Sergio
    4 Dicembre 2013 a 23:32 | #9

    Non sono un amante dei film d’oltralpe.
    Prendi un soggetto consolidato, non importa se non abbastanza originale e montaci attorno una serie di coincidenze improbabili. Ecco La Voltapagine. La vendetta è un tema che ammicca ma la storia non mi ha convinto. Ci si aspetta un thriller e ci si trova di fronte a un esercizio sado-maso, esaltato dalle attrici e dalla ottima musica.
    Riflessioni: può una bambina che smette di suonare a 10 anni essere in grado dopo 10 anni di leggere e seguire la musica dei brani complessi eseguiti dalla moglie del suo datore ed essere all’altezza di farle da voltapagine?
    Dove si è visto che durante un esame una persona possa entrare indisturbata per avere un autografo? Se sei determinata e hai una passione non l’abbandoni alla prima difficoltà, non chiudi il pianoforte e butti la chiave.
    Chi di autografo ferisce… di autografo perisce.

  10. Luigi
    5 Dicembre 2013 a 8:21 | #10

    alle domande di Sergio sulle varie improbabilità la risposta sarebbe NO, ma parafrasando Humphrey Bogart (“L’ultima minaccia” ndr) verrebbe da dire: “Questo è il cinema e non possiamo farci niente’ :-)

  11. Sergio
    10 Dicembre 2013 a 1:15 | #11

    La voltapagine è stato presentato a Cannes nella sezione Un certain regard.
    Questi sono i Festival del Cinema (Cannes) e non possiamo farci niente. :-)
    Un plauso al coraggioso direttore della sezione: soltanto chi osa spingersi un po’ più in là scopre quanto può andare lontano.

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