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“Il servo” (21 ott 2013) – Visioni [88]

Un film di Joseph Losey Con Dirk Bogarde, James Fox, Sarah Miles, Wendy Craig

Titolo originale: The Servant, G.B. 1963

 

Tony (James Fox), un ricco giovane londinese, assume come servitore Hugo Barrett (Dirk Bogarde). Inizialmente quest’ultimo sembra assolvere con zelo al proprio incarico e i due sembrano calarsi perfettamente nei rispettivi ruoli, ma all’apparire sulla scena della fidanzata di Tony, Susan (Wendy Craig) che si dimostra subito sospettosa nei riguardi di Barrett, la loro relazione inizia a trasformarsi.

Hugo Barrett, uno splendido Bogarde, è “the Servant”. Siamo a Londra, lontani, ma non troppo, dai tempi dei processi a Oscar Wilde, ed è palpabile quel sottile disagio che impone di reprimere inconfessabili pulsioni in gesti compassati, la comunicazione verbale in formulari rigidi, la gestualità in spazi claustrofobici, il fluire delle scene in specchi bloccati dentro cornici barocche. E’ un ordine mentale che si riflette in un ordine sociale, il ribaltamento di quest’ordine non produce la risata liberatoria della commedia. Qui il gioco è al massacro, il vincitore ha diritto di vita o di morte sul vinto, chi era servo prima sarà poi lui a schiacciarti, basta solo che sia capace di arrivare fino in fondo. Barrett il raffinato proletario, riesce. E’ evidente fin dalla prima scena chi sarà il vincitore, Losey e il suo grande fotografo Douglas Slocombe usano con maestria movimenti di macchina, giochi di luci e ombre, bianco e nero. Tutto è fatto percepire a fior di pelle, sembra un racconto ma non lo è, in realtà non succede nulla, eppure per 116 minuti abbiamo la sensazione continua che stia per accadere qualcosa di tremendo. Dal romanzo di Robin Maugham, sceneggiato da Harold Pinter, tutto si concentra lungo i tre piani di una casa-feticcio, straniante e alienante come si conviene ad un’abitazione di buona borghesia o nobiltà in declino di un’Inghilterra tra gli anni ‘50 e ‘60, dove arriva Losey in fuga dal maccartismo degli States e trova che si può licenziare dal lavoro qualcuno per omosessualità. Tony e Barrett, Vera e Susan mettono in scena un gioco delle parti in cui, con movimento circolare e progressivo, queste si ribaltano, e il dominus diventerà il servus, le donne resteranno figure-spalla, importanti per segnare tappe successive e inserire uno dei due assi dell’azione, la logica sessuale come meccanismo di gestione del potere, ma l’asse centrale resta il potere fine a sé stesso, e questo finisce tutto nelle mani di Barrett. “La mia sola ambizione è servirti”, dice Barrett a Tony. Partendo da questa specie di ossimoro, Barrett condurrà il gioco fino al limite estremo, là dove i due termini si conciliano e potrebbe dire, ma non ce n’è più bisogno, “La mia unica ambizione è dominarti”.

La rappresentazione di psicologie a rischio in un luogo bloccato, uno dei tratti distintivi del Losey migliore, qui trova la sua espressione più lucida e immaginifica, Barrett s’insinua nella vita di Tony con una maschera perfetta, tanto quanto è perfetta la maschera di un film che sembra ancorato alla realtà, indugia con minuzia su oggetti tangibili di una quotidianità rassicurante, ma si svolge tutto nell’involucro mentale dei personaggi, di cui seguiamo le evoluzioni come se fossero reali, salvo chiederci, alla fine, chi siano veramente, di dove vengano, che progetti abbiano. Metafore, violenti rapporti di classe, tensione erotica uomo/uomo che si riproduce e si autocompensa, rimossa, in quella uomo/donna. Alla fine ci rendiamo conto di aver vissuto l’esperienza straniante di uno spazio claustrofobico, intorno al quale lo spazio esterno è solo un pretesto descrittivo, gli alberi scheletriti della strada lo avvolgono come una ragnatela, tutto è succube di quello che accade dentro, dove la macchina si muove agile, sottraendo fisicità ai corpi e assegnando loro i caratteri propri di un incubo.

 

*****

 

“The Servant” fa parte di quel ristretto gruppo di film che si possono e si debbono vedere a ogni manciata di anni sempre con piacere e rinnovata ammirazione. I motivi? La metafora dei rapporti di classe è attuata lucidamente attraverso la storia devastante del padrone e del servo i cui rapporti finiscono per invertirsi in un gioco psicologico profondo che raggiunge momenti di grande tensione e crudeltà : un discorso lucidissmo che raggiunge il suo scopo (mostrare la crisi di una classe, quella borghese, che ha perso il suo prestigio morale di un tempo e la dialettica servo-padrone in cui non c’è un vero vincitore, anche se il padrone viene ridotto a una larva) senza nessun pistolotto sociologico. Il dialogo è invece controllatissimo e si avverte la mano del finissimo drammaturgo e sceneggiatore Pinter che è sempre alieno da qualsiasi sbavatura. I due interpeti principali sono semplicemente formidabili, guidati benissimo: si è soliti lodare – giuustamente – Bogarde, ma penso che non sia da meno l’apporto del giovane James Fox, fra l’altro perfetto fisicamente. La regia è sorvegliatissima, così come i movimenti di macchina e l’uso esaltante della profondità di campo in quella casa a tre piani che è la vera protagonista del film, come una creatura umana. Molto viene detto, ma molto viene anche sapientemente suggerito – il latente rapporto omosessuale fra servo-padrone- in un groviglio di sentimenti e personaggi ambigui (ci sono anche le due donne che completano il gioco al massacro dei due protagonisti)che qualche anima bella a suo tempo potrà aver trovato scostante, ma che è uno dei pregi del film, della sua coerenza, della sua modernità, della sua ormai raggiunta ‘classicità’.

 

 

 

Il regista

Joseph Losey (La Crosse, 14 gennaio 1909 – Londra, 22 giugno 1984) è stato un regista e sceneggiatore statunitense. Operò sia nel cinema sia nel teatro.

Mentre si trova in Italia per girare “Imbarco a mezzanotte” (1951), Losey viene chiamato negli Stati Uniti a testimoniare di fronte al Comitato per le attività antiamericane della Camera dei Rappresentanti, il comitato incaricato di “sradicare” i “sovversivi” comunisti nell’industria cinematografica. Non volendo sottomettersi alle note tattiche intimidatorie del comitato, Losey decide di autoesiliarsi in Gran Bretagna. Ma anche lì incontra problemi e difficoltà: il suo primo film inglese, La tigre nell’ombra, un thriller diretto nel 1954, non porta il suo nome nei titoli, ma uno pseudonimo – Victor Hanbury – poiché i protagonisti del film, Alexis Smith e Alexander Knox, temono di finire sulla lista nera di Hollywood.

Successivamente Losey riguadagna il suo prestigio con i thriller L’inchiesta dell’ispettore Morgan (1959), Giungla di cemento (1960), ed Eva (1962).

Il suo film Messaggero d’amore, tratto dal romanzo L’età incerta di Leslie Poles Hartley, e realizzato in collaborazione con Harold Pinter, vince il Grand Prix come miglior film al Festival di Cannes 1971.

 

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  1. Luigi
    22 Ottobre 2013 a 7:42 | #1

    Nel gioco velato del provocatore Losey, volevo partire da tre momenti del film in cui il regista dissemina, in modo sempre più evidente, il gioco diabolico della dissoluzione.
    1. Al pub, tra i tavoli adiacenti alla coppia Tony e Susan, dialoghi rubati: i due preti torvi e ambigui, le due donne che si scambiano parole sospette, gente che va e viene. Umanità che nasconde, che ha una facciata e conserva cupi segreti.
    2. Il tizio che al bancone, tra Tony e Hugo, beve birra e sbotta per una giornata che non va, contro qualcosa che lo abbatte, affogando tutto in dialoghi senza senso. Un senso di svuotamento che si piazza tra i due (ormai uniti) ex servo ed ex padrone.
    3. Susan, cercando di rimediare ad una situazione che sente sfuggire, si introduce in casa di Tony cercando d sottomettere Hugo. Lo pungola, lo comanda, lo provoca. Alla domanda “Che vuoi da questa casa”, la risposta, dominante e vincente, è “io sono il servo”.
    Losey affonda e colpisce. E lo fa tanto più è “velata” la sua messa in scena.
    Una discesa agli inferi, un crescendo di “disordine” sovversivo, una ribellione sfacciata e irriverente.
    Il ghigno diabolico di Hugo per dar vita alla prima e vera avventura che lo spento Tony non avrebbe mai potuto avere. E tutti vengono soggiogati da questo “servo/padrone Mehpisto” che si introduce e si insinua e alla fine domina.
    Un gioco di riflesso, realtà e finzione che si specchiano, verità e ipocrisia che si rincorrono. Basta vedere la scenografia del film che sembra essere uscita dai disegni “deformanti e fuorvianti” di Escher (http://it.wikipedia.org/wiki/Maurits_Cornelis_Escher).
    Allegorie e contenuto. Non è facile fare cinema.
    Losey si “ascolta” e dipinge sullo schermo.

  2. Viviana
    22 Ottobre 2013 a 17:16 | #2

    Il film di ieri sera è partito a note forti e chiare già dal titolo: “Il servo”. Il termine ha in sé una connotazione dispregiativa e torbida. Non mi soffermo su un’analisi approfondita del film in quanto tale, ne abbiamo lette e ne leggeremo di egregie, ma su un aspetto che credo molto importante e cioè sul suo messaggio profetico. Il servo è per antonomasia colui che si piega e si modella ai nostri bisogni ed esigenze. Proprio questo servo nel film si rivelerà la causa di tutti i mali, della dissolutezza, della perdizione, dell’annientamento del suo padrone. Ebbene, oggi credo che il tema sia attualissimo e che anche se diminuiscono all’interno della vita domestica figure di maggiordomi in livrea e guanti bianchi, sia altissima la probabilità di essere vittime dei nostri “servitori”.
    La civiltà dei consumi….
    I consumi che devono ripartire… e noi, padroni della nostra schiavitù, che come pecore narcotizzate ci adeguiamo e seguiamo l’imperativo!
    Sono tutti a nostro “servizio”: le banche ed i loro melliflui tassi d’interesse, “che banca!”
    Compra la macchina! Non preoccuparti siamo ai tuoi ordini, se dopo due anni sfatto dalle rate e assalito dai sensi di colpa perchè non puoi pagare l’università a tuo figlio vuoi restituirla, puoi farlo e noi saremo lì…
    Nell’azienda dove lavoro è categorico il “servizio al cliente”, non importa se è entrato a comprare il profumo alla nonna e non lo trova, basta che esca con uno scontrino, uno qualunque, magari con una cosa inutile e mai desiderata. Il nostro scopo è farla sembrare necessaria.
    E così le carte di fidelizzazione, cappi al collo per tirarti meglio, nei contratti telefonici dove ti promettono minuti veri (perchè esistono quelli falsi??).
    Nelle pubblicità delle immobiliari si vedono bambini che sognano sotto le lenzuola del proprio lettino case vicine all’amico del cuore e l’immobiliare è al tuo servizio pronta ad ogni tua esigenza, pronta a strangolarti quando meno te lo aspetti.
    Che dire… è una società in cui l’asservimento ai nostri desideri e alle nostre speranze non è altro che un inganno per farci essere ancora una volta e sempre di più schiavi di un sistema, vittime e artefici delle nostre sconfitte, rotolandoci in desideri inappagati, in scelte sbagliate ed effimere, affondando in tutto ciò come Tony tra le braccia della cameriera.
    Però ieri sera eravamo lì anche a festeggiare un amico, abbiamo brindato, gustato un ottimo dolce e qualcuno si è anche prodigato a fornire poesie adatte all’occasione per dare a quel momento un afflato diverso, intenso e sentito.
    Viva quindi l’amicizia, viva la poesia, viva la condivisione di passioni come antidoto ad ogni servo che ci vuole schiavo.

  3. Dario Td IX
    23 Ottobre 2013 a 12:54 | #3

    Bel film, un po’ lento per la mia generazione (non voglio sapere quella più giovane)…
    A parte che il tizio al bancone (che poi era l’autore stesso, premio nobel per la letteratura H. Pinter), per me faceva un discorso molto sensato, nel senso che come tutti i dialoghi Pinteriani ribaltava forma e contenuto, facendo diventare la prima il contenuto stesso del suo discorso e raccontando come la crisi fosse più rappresentata dall’uomo che la genera e non fosse il soggetto che la subisce (chissà se io sono stato chiaro ora…).
    Detto questo la fotografia e la scelta di dove mettere la mdp sono molto interessanti in questo film. In un set molto chiuso e pieno di oggetti, la mdp spesso si muove molto facendo lunghi piani sequenza che accompagnano i personaggi anche nello stato d’animo, quando cambiano ambiente e a volte sembra che l’operatore non sappia come girarsi nello spazio o rischi di sbattere contro qualcosa. Questo rende più claustrofobico il film e inoltre cancella l’occhio esterno, perché rende quasi impossibile immaginarsi un operatore in quella stanza oltre ai personaggi. Non a caso le inquadrature più ampie sono quelle più "dissolute", quando ad esempio c’è il "festino" quando ormai l’ambiente e la situazione tra i due è totalmente degenerata.
    Bel film!
    Ma molto cupo, molto girato tutto nella stessa direzione: tutti i linguaggi finalizzati alla stessa idea.
    Forse un po’ troppo…

  4. Luigi
    23 Ottobre 2013 a 14:16 | #4

    Riprendo il ragionamento di Dario che mi sembra molto interessante ai fini della capacità registica di “nascondere” la finzione. In un film di Brian de Palma “Body Double” (tradotto con l’orrendo titolo “Omicidio a luci rosse”) ad un certo punto il protagonista entra su un set dove stanno girando. Nel farlo apre una porta che ha uno specchio e riflessa in esso si vede una macchina da presa (mdp). Tutti pensano e credono che la quella riflessa è una mdp finta ed invece è quella reale che sta usando Brian de Palma che non potendola mettere da un’altra parte, visto l’angusto spazio, la lascia lì facendola diventare finta pur essendo reale. Uno sdoppiamento illusorio magnifico.
    Questo per dire che la bravura di Losey è ancora più evidente nel sottrarre allo spettatore, come dice giustamente Dario, l’ingombro di immaginare come faccia ad essere lì la mdp mentre si insinua e scivola tra le spalle degli attori e gli oggetti della stanza.
    Non solo. Ma le aperture finali e le riprese dal basso o dall’alto della scala risaltano anche la situazione opposta e cioè quella di offrire campi lunghi pur essendo sempre negli stessi spazi ridotti. In questo, come dicevo nel mio precedente commento, giocano un ruolo di amplificazione il ruolo degli specchi e delle ombre (magnifica la sequenza dell’ombra di Hugo in alto sulla porta della stanza quando vengono scoperti dal ritorno non previsto a casa dell’altra coppia ed anche il profilo di Tony dietro la tenda della doccia dove un gioco di ombre allunga e ritira il suo naso, alter ego ed allegorico concetto di bugia e verità).

  5. Alessandro
    23 Ottobre 2013 a 18:24 | #5

    Penso che questo film voglia soprattutto affrontare alcuni e complessi meccanismi che i rapporti interpersonali possono attivare nella psiche umana, piuttosto che il tema di una comune relazione omosessuale tra due uomini. L’omosessualità, benché abilmente celata dal regista, è il sottile filo conduttore di tutto il film ma è anche il pretesto per intraprendere una profonda indagine psicologica dei personaggi, insieme a tutta la loro complessità caratteriale.
    Ma iniziamo dal protagonista, il cameriere, Hugo Barrett; personaggio chiave del film. Figura sinistra e ambivalente, estremamente subdolo e ambiguo. Un perverso, a cui piace recitare il ruolo di dominato e dominatore. E’ lui che regola i rapporti, che gestisce gli spazi, amministra le distanze e determinerà l’inizio e la fine della sfida.
    Tony, il ricco signorotto, è invece la sua vittima. Lo stadio finale di decadenza e perversione in cui precipiterà era già in fieri, ma verrà accelerato dal suo carnefice.
    Una sorta di riscatto sociale che il proletariato consegue nei confronti della borghesia, si poterebbe pensare. Due classi da sempre opposte e antagoniste, l’una tradizionalmente sfruttatrice dell’altra.
    Ma è interessante approfondire l’analisi dei due attori principali della scena, anche in relazione al tema dell’omosessualità che entrambi coinvolge.
    Il cameriere – servo – è omosessuale per opportunismo, mero e bieco interesse personale. La sua è una omosessualità di circostanza, occasionale, di interesse.
    Il ricco e debosciato – padrone – sperimenta invece una forma di omosessualità latente, a lui semisconosciuta. Il suo è un vizio o una forma di debolezza: conseguenza del suo carattere inerme. Egli comanda, ma solo per abitudine, per una sorta di convenzione sociale; ben diversa è invece la sua natura, del tutto passiva e indolente. Schiavo è anche lui, ma del vizio e della depravazione.
    Ma ad un certo punto i ruoli si ribaltano, le gerarchie sociali si invertono, le convenzioni si annullano e le ipocrisie si sovrappongono. Come in ogni forma di regressione umana il gioco, l’aspetto ludico, ha il soppravvento e l’irrazionalità determinerà la scansione degli eventi. L’ultimo quarto d’ora del film è un inno orgiastico alla decadenza: l’epilogo di tutte le argomentazioni messe a disposizione dello spettatore nel corso della visione. E l’esito è ridondante e autolesionista persino per lo spettatore.
    Le donne invece in questo contesto – secondo la visione misogina del regista – hanno una funzione meramente strumentale. Servono a controbilanciare le antinomie dei due protagonisti, a ristabilire i loro ruoli e le corrotte convenzioni sociali.
    L’una, di nobili origini, tenta invano di ripristinare l’ordine gerarchico e classista padrone-servo; l’altra, invece, di umili condizioni, vorrebbe garantirsi – attraverso il ricatto sessuale – una sorta di emancipazione sociale nei confronti della ricca borghesia e riattivare quindi la consueta lotta di classe del proletariato.
    Ma bisogna comunque riconoscere che entrambe rappresentano, in un certo senso, il punto di vista logico e razionale del film, la sua orditura.

    Necessita però porre attenzione anche a quanto, apparentemente nel film, potrebbe sembrare secondario rispetto ai personaggi principali, ma che in realtà non lo è perché concorre alla completezza e organicità di tutta la sceneggiatura. Sintomi dell’esistenza di un ambiente contingente a quello delle figure primarie.
    In molte scene i protagonisti sono costantemente insidiati da interferenze esterne: i disturbatori occasionali, le suppellettili della casa, i rintocchi di un orologio a pendolo, i campanelli, rumori. Persino la musica ha una funzione straniante. Ed è addirittura lo stesso regista a disturbare la scena. Egli è un voyeur a cui piace origliare le relazioni altrui: i dialoghi degli avventori di un locale pubblico. Gli piace spiare i suoi personaggi: nascondendosi attraverso specchi deformanti. Anche egli in un certo senso fa parte di questo palcoscenico: è in mezzo agli attori. Gioca per le scale con loro e per mezzo della camera suggerisce azioni, percorsi, probabili soluzioni.

    Una riflessione finale sul film. Uno dei pregi di questo film, che personalmente ho apprezzato di più, è questa poetica del “non detto”. Ciò che rimane implicito, nascosto e non rivelato apertamente – per scelta o costrizione – da la possibilità all’autore di stratificare i contenuti, moltiplicare le interpretazioni.
    E lascia allo spettatore il piacere di immaginare.

    A.S.

  6. Sergio
    30 Ottobre 2013 a 0:36 | #6

    Film maniacale che ricorda Kubrick. Motivo trainante è la rappresentazione della decadenza della classe aristocratica. Conosciamo fin da subito il ricco protagonista. Appena prende possesso della sua nuova casa georgiana di Londra, Tony, lo pseudo-aristocratico che costruisce città nella giungla brasiliana, si dimentica di togliere il cartello “vendesi” fuori dalla casa e alle tre del pomeriggio si ubriaca con alcune bottiglie di birra chiara (la scura non gli piace) prima di incontrare il suo domestico, lasciando tra l’altro anche la porta aperta. Siamo nel periodo in cui i conflitti sociali stavano iniziando nella Gran Bretagna nei primi anni Sessanta. Il sessantotto è nell’aria. Si ha voglia di riscatto e la torbida scacchiera di inganni e sopraffazione scritta e disegnata da Pinter e Losey manifestano i sintomi di una voglia di cambiamento da parte della classe operaia sfruttata. Anomala è la richiesta da parte di un borghese di farsi arredare la sua nuova casa al primo domestico che si dichiara amante della cucina indiana.
    La casa viene arredata dal servo, ops maggiordomo, con gusto classico. La sola stanza che abbia un aspetto moderno in contrasto con le altre stanze è la cucina. E’ qui che la servitù è libera di bere e fumare, è qui che ci viene rivelata la vera natura di Barrett e del suo rapporto con Vera, è qui che avviene il primo incontro erotico tra Vera e Tony. Essa è il luogo simbolico della modernità. Tutto torna: ecco perché le feste finiscono in cucina. La casa, che appare dalle prime scene un luogo di libertà e di serenità, diventerà man mano un luogo di corruzione e di ossessione. La mdp si focalizza fortemente sulle scale, gli specchi, i bicchieri, la sfera di cristallo che restituisce un’immagine allucinata della realtà: la casa diventa sempre più un labirinto in cui Tony si perderà. Barrett non si limiterà più a mostrare la propria identità solo in cucina, ma sarà se stesso in tutta la casa, di cui diventa sempre più “padrone”. Nella scena finale del festino Tony, stravolto dall’alcol, ha finalmente la percezione di non essere più padrone non solo della casa, ma anche della sua vita e della sua donna. Guarda gli ospiti attraverso una sfera di cristallo che gli restituisce una realtà capovolta. L’inversione dei ruoli si è realizzata.
    Come ricordava un visionario catturano l’attenzione dello spettatore anche i giochi di ombre proposti dal regista come nella scena in cui Tony scopre la verità su Barrett e Vera dove vediamo l’ombra del servo seminudo che fuma dominare sulla figura del padrone di schiena mentre lo rimprovera.
    Anche la musica ha un ruolo importante nel film. Nei momenti di tensione Losey inserisce un suono o rumore regolare, come l’orologio che suona le ore o il rubinetto gocciolante, forse per inserire un tono di ridicolo su quanto sta succedendo.
    Un film sulla crisi dell’imperialismo Britannico. Attuale anche se sono trascorsi 50 anni.
    L’imperialismo non nuore mai. Come la “B”.

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