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La grande bellezza

Un film di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, Carlo Verdone,

Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso

Italia 2013

Scrittore di un solo libro giovanile, “L’apparato umano”, Jep Gambardella, giornalista di costume, critico teatrale, opinionista tuttologo, compie sessantacinque anni chiamando a sé, in una festa barocca e cafona, il campionario freaks di amici e conoscenti con cui ama trascorrere infinite serate sul bordo del suo terrazzo con vista sul Colosseo

 

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  1. Luigi
    30 Maggio 2013 a 22:30 | #1

    Sorrentino mi conquistò con il suo primo film “L’uomo in più”, un film che amo molto. Spazzava via in un solo colpo anni di cinema italiano deludente e fiacco. Un vento di originalità e di coraggio. Ho apprezzato i due successivi “Le conseguenze dell’amore” e “L’amico di famiglia” anche se si è innamorato troppo del modo di girare e di una tecnica ostentata a danno delle storie. Tecnica e surrealtà che invece hanno esaltato il modo di raccontare la politica e la figura di Andreotti nel “Divo”. Di “This Must Be the Place” non so fornire indicazioni non avendolo ancora visto.
    “La grande bellezza”, ahimè, non mi ha fatto ritrovare il Sorrentino che spiazza, che inventa, che distorce e che conquista. I primi minuti sono molto belli, preceduti dalla citazione di Celine da “Viaggio al termine della notte”. La bellezza raccontata dal regista è inquinata da feste con vario bestiario umano, di intellettuali(?) e ricchi(?) imprenditori, donne vuote, esasperate. Tutto intorno al personaggio di Servillo (che fa il Servillo) Jep Gambardella. Una bellezza immacolata, quella di Roma e dell’arte, che subisce in silenzio la volgarità e la distrazione di chi si esalta con trenini festaioli, droga, delirio di onnipotenza e via dicendo. E da qui cardinali che decantano ricette di cucina, sante centenarie, bambine artiste, spogliarelliste ignoranti (la Ferilli, che fa la Ferilli è decisamente credibile e quindi brava).
    Ma Sorrentino, pur disponendo di grossi mezzi, Bigazzi alla fotografia, movimenti di macchina da presa eleganti, montaggi serrati, non crea, al massimo cita. Il peggio è se ha creduto di raccontare non volendo citare. Il peggio ancora è che risulti scimmiottare e prendere a piene mani da chi, anni addietro, ha creato.
    Ho rivisto, pochi mesi fa, 8 e 1/2 di Fellini quando ancora non sapevo del film di Sorrentino e l’ho riscoperto folgorante, dissacrante, surreale, onirico. In poche parole un capolavoro. La “bellezza” della grande magia creativa scorre solo di riflesso nel film di Sorrentino che addirittura si immerge in Via Veneto quasi ad esorcizzare la dolce vita facendo perfino comparsare il paparazzo Barillari.
    Un continuo rimando ad altri film. Alle atmosfere di Bellocchio ne “L’ora di religione”, alle kubrickiane immagini dei festini di Eye Wide Shut, alle dilatate e silenziose sequenze all’Antonioni, alla prostituta matrona di “Roma” (sempre di Fellini) che si ergeva mani nei fianchi nelle rovine fuori Roma, richiamata dalla sfatta immagine di Serena Grandi.
    Mi sono detto: “Ma Sorrentino, di suo, che ci ha messo?”. Dove sta l’originalità, dove sta il nuovo, dove sta la sferzata che mi attendevo. Bravo è bravo, sa girare, sa aggregare, ma mi è mancato il graffio della creazione.

  2. Tano
    30 Maggio 2013 a 23:24 | #2

    Non avrei molto altro da aggiungere all’analisi di Luigi, se non due o tre cose che mi hanno colpito. Prima fra tutte il personaggio di Verdone, immerso anche lui in questa melma eterna di una Roma sempre uguale a se stessa; ma ai margini. Tanto che prima ancora del viaggio di Gep (con ritorno?) alla sorgente del suo malessere (chiunque ne sarebbe uscito se fosse vissuto in ambiente meno malsani o avesse avuto più amore verso per stesso e non l’idolatria dissacrante di un generone ormai cadavere vivente e puzzolente replica di sé stesso); ancor prima di un viaggio per una mare mai dimenticato (mare delle origini e amore dei vent’anni), ancor prima saluta, consapevole del suo insuccesso, ma soprattutto consapevole dell’inutilità della sua scalata (vi ricordate il “portaborse”?), saluta l’unica persona in cui ancora c’era, profondamente nascosta e solo a tratti viva, una parvenza di vita; saluta e torna al suo paese, dove forse l’aspetta l’amica della sorella, merciaia, con la quale, finalmente, probabilmente mette su famiglia. Ordinaria vita di eroi.
    Questo esito lascia uno spiraglio per far uscire l’aria appestata e far entrare un po’ d’aria, mista di mare e dei Castelli. Per il resto mi sembra un ostentato riuso di Fellini, e non solo, ma senza vivida genialità, che da sola apre al futuro ed alla speranza. La fotografia bellissima, ma cupa, acida, notturna o appena albeggiante, le inquadrature a mostrarci location conosciute e da tutti noi amate, sembrano complici strumenti di conquista dello spettatore. Ma forse non è sempre e tutto così. E poi il film sembra finire due o tre volte e in sala rianimazione ricomincia, riparte con scene che reiterano e non sono conclusive. La vecchia santa a immagine e somiglianza dell’altra di cronaca, Teresa di Calcutta, che nel torpore dei sui cent’e pass’anni dice cose sconclusionate di cui è impossibile anche la più bonaria delle interpretazioni; è il ritratto patetico ma veritiero di istituzioni che dovrebbero dire qualcosa ma biascicano e sconcludono. Con 40 minuti in meno ci saremmo divertiti di più, anche se il giudizio sul film non sarebbe cambiato di tanto. Chi mi riporta il Sorrentino di “This Must Be the Place” riceverà adeguata ricompensa.

  3. Lorenza
    31 Maggio 2013 a 9:45 | #3

    Ero arrivata al Mignon com molti pregiudizi: Le conseguenze dell’amore e Il Divo mi sono sempre parsi molto sopravvalutati (vorrei tanto vedere This must be the place, si può proporre una visione ‘visionaria’?) ed invece appena il film è partito ho abbassato la guardia e mi sono goduta ogni minuto. Le prime sequenze sono stupende con quei volti grotteschi in primo piano, se ancora potessi cambiare i miei tre minuti per Cinema e Musica sceglierei i minuti delle prime sequenze.
    Il film mi ha folgorato mentre lo guardavo, poi certo a ripensarci i dubbi vengono, ma due cose mi sento di dire quasi a caldo. C’è una differenza enorme di fondo con i film del passato che Sorrentino cita: ed e la qualità diversa, più profonda, della disperazione dei protagonisti. Ai tempi di Fellini si sperava, oggi non più. O almeno oggi bisogna cercare una speranza diversa. Sorrentino è un regista freddo come i suoi colori, non ci sono mai momenti di vera poesia, di vera profonda commozione, o forse la sua pietà a me non arriva (quella di Fellini sì).
    E quindi è perfetto per ritrarre la Roma di oggi, i suoi ambienti in cui mi ritrovo perfettamente. Ricordo un programma radiofonico di alcuni anni fa in cui Sorrentino doveva scegliere 5 libri a lui cari di cui parlare. Uno naturalmente fu Viaggio al termine della notte di Celine. Ricordo che sentendolo parlare di quel libro mi ero commossa, avevo le lacrime agli occhi. Aveva colto tutta la pietà di Celine per la vita e i suoi personaggi disgraziati, tutta la profonda umanità dietro l’apparente durezza e il cinismo. Credo anche che quell’umanità di Celine, Sorrentino l’abbia messa nel suo primo film, poi dopo quasi se ne è vergognato. Ha spinto il lato estetico (che pure corrisponde ai tempi) il virtuosismo della macchina da presa. Ma un giorno, chissà forse con gli anni, sono convinta che ritroverà il Celine dentro di lui.
    Un po’ forzata mi è sembrata la fine. Come sempre nel caos della vita, nella vacuità degli incontri la grande speranza di trovare un senso risiede nella possibilità di raccontare storie.
    Nelle storie ben raccontate un senso si trova sempre. E allora il protagonista tornerà a scrivere i suoi romanzi, ma perché quel sorriso finale che è un ghigno, perché dire "è tutto un gioco". Non credo che per Sorrentino fare film sia un gioco, io credo che fare film gli salvi la vita, e allora perché toglierci anche quest’ultima speranza, perché non lasciare anche agli spettatori la possibilità di salvarsi la vita?

  4. Tano
    31 Maggio 2013 a 17:43 | #4

    Ora dire che sono anche d’accordo con Lorenza può sembrare opportunista, ma siccome ne abbiamo parlato già ieri sera, l’accusa mi sarà risparmiata, o dovrò chiedere a Lorenza di prendere le mie parti? Il fatto è che le tre note critiche (di Luigi, di Lorenza e mia) sono abbondantemente sovrapponibili ed insieme formano un quadro molto completo e credibile dell’indiscutibilmente interessante film di Sorrentino. Se qualcuno di buona penna riuscisse a tirarne fuori un unico scritto io credo avremmo il ritratto completo del film.
    Al netto sempre di quello che dirà Sandro, il quale si sta prendendo la rincorsa e da "rustico" a sangue freddo ragiona, pondera, alambicca e poi ci versa nelle nostre coppe asciutte l’elisir del cinema di lunga vita.
    Al netto anche di quello che Sergio spero stia facendo, e se no, lo prego di farlo: elenco dei tributi, richiami, riferimenti, citazioni, consolidati punti di partenza del cinema di Fellini, Antonioni, Bellocchio, Kubrick e quant’altri.
    A chiudere: possono Luigi e Lorenza permettersi il lusso di non aver veduto (e gustato, che da gustare è) "This must be the place", con un immenso Sean Penn e con contributi a filmografia precedente che visionari più colti di me sapranno cogliere e raccontarci, ma ruminata e digerita meravigliosamente; possono non averlo visto? Ed allora propongo una serata di post-grande-bellezza con This ecc. in proiezione. E a Lorenza chiedo: possiamo non prendere in considerazione, come prossimo libro, il bellissimo libro di Céline?

  5. Sergio
    1 Giugno 2013 a 0:10 | #5

    Una Roma magica, ipnotica, surreale. Scorci incredibili. Una Roma che uccide con la sua bellezza (chi di foto ferisce, di foto perisce) mentre il cannone del Gianicolo spara il suo colpo a salve sotto la statua di Garibaldi che recita ROMA O MORTE. Sara’ proprio Roma e la morte il filo conduttore del film. Stacco sui busti dei patrioti del Gianicolo: il regista ci anticipa che vedremo un film corale di bellimbusti personaggi che ricordano i Cafonal di Dagospia (sito cult).
    E’ la dolce vita di oggi, quella felliniana decaduta, con i vitelloni peracottari ripuliti, snob e radical chic che fanno il trenino che non porta da nessuna parte. Un’Italia ignorante, vuota, gonfiata dal botulino e da parole volgari che riecheggiano nei salotti della borghesia. Esplicito l’omaggio a Antonioni (la Notte), a Scola (La terrazza) e a Federico Fellini (8 e 1/2 e Roma) nelle sequenze condite da uno stile visionario che a tratti ricordano persino Lynch. Ritroviamo la Roma sacra e profana cara a Pasolini. Prostitute lungo via Piccolomini e cardinali incapaci di comunicare, suore di clausura che ammiccano con pudore gli indigeni religiosi. “Far l’amore”, remix del successo di Raffaella Carrà firmato Bob Sinclair, si giustappone all’aura sacra e mistica del coro all’inizio del film.
    Sotto l’insegna al neon della Martini va in scena il circo ipocrita della festa di compleanno del protagonista. Nani e ballerine, spogliarelliste e cubiste, imprenditori e politici, attricette e intellettuali di sinistra. Non manca la torta con sorpresa. Sorprende il totale disfacimento della resuscitata Serena Grandi, coraggiosissima nel rimettersi in gioco nella performance più masochista che ricordi. Bravo Toni Servillo. Jep è uno scrittore dedicato al giornalismo (come Mastroianni) autore di un unico grande romanzo e di un grande fallimento (il primo amore mai consumato). Di origini napoletane, a 26 anni si trasferisce a Roma con l’obiettivo di diventare il re della vita mondana della capitale “in grado di poterle rovinare” con la sua assenza. (Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Ndr da Ecce Bombo). In quella mondanità vive disincantato, malinconico e un po’ assonnato: vede il mare della sua gioventù sul tetto della camera da letto.
    C’è la spogliarellista che ha superato gli anta che conquista Jep con la sua coatta spontaneità (la sequenza dove la Ferilli passeggia di notte vestita con un mantello nei posti più nascosti di Roma è un omaggio al mitico Il Segno del Comando). C’è il vicino di casa silenzioso che nasconde un segreto, il cardinale esorcista che parla solo di cucina (oggi in tv ci sono solo programmi di cucina), la bambina prodigio pittrice quasi posseduta che vorrebbe solo mangiare bignè. C’è l’illusionista invecchiato che si allena ancora a far scomparire le giraffe a Caracalla, orsi giganti di pelouche, cani di terracotta, i fenicotteri sulla terrazza. Non manca il re del botox un po’ mago e astrologo, la santa Teresa di Calcutta resuscitata (a vederla la facevo più vecchia) che campa di radici. Sa perché io mangio radici? No, perché? Perché le radici sono importanti! C’è il Caronte azzoppato che apre le porte dei palazzi nobiliari di Roma e i nobili decaduti che vendono a prezzi modici la loro presenza nei salotti, noleggio auto a vostro carico. Ah, dimenticavo il personaggio di Verdone, che fallito a Roma vince scappando dalla città. Le radici sono importanti. Il quadro si arricchisce così via via di dettagli. Feste per il divorzio e funerali che sono una recita. Pettegolezzo e chiacchiericcio. Chi manca ancora? Cameo di Venditti. È poi? Il giornale sportivo che titola di Totti. Ed anche il fazzoletto da naso di raso nero!!! Fotogenica la Fanny bionda. Penso che il ritratto dell’Italia sia riuscito.
    “Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte”.
    Alla fine manca il finale, ma poco importa, perché Roma è eterna.

    La terrazza di Scola
    http://youtu.be/OdoYhaF4CIE

    La notte di Antonioni.
    http://youtu.be/NPkzQJo9ByE

    TANO, piaciuta la falce e martello sul pube rosso che si getta a capofitto contro un muro dell’acquedotto romano a rappresentare una sinistra italiana autolesionista?

  6. Tano
    1 Giugno 2013 a 4:55 | #6

    Grandissimo. Ma per entrare nella Galleria Romana degli Eterni manca l’elenco dei siti, delle location; con Patrizio ne abbiamo individuati molti durante il correre del film. Ma … non siamo così entrati nel gioco del film? Non abbiamo accettato le sue regole ed ora non parliamo di noi e del film, ma del film e di Sorrentino. Anche il nostro trenino è partito; ma ci porterà da qualche parte? Sicuramente partito di notte da La Grande Bellezza, potremo giungere di notte a This Must Be The Place: ho già organizzato una visione privata del film per chi non lo ha visto e per chi lo ha già visto e vuole rivederlo in sessione comune, grazie ad Antonella che ci ospita e ci mette a disposizione sala ed attrezzatura. I giorni? l’8 o il 15. Passo e chiudo e trasferisco la comunicazione sulle mail, ma prima la risposta alla domanda esplicita di Sergio: no! I riti di dolore e morte non mi appartengono; sono cresciuto a pane e tragedie greche, non morirò con riti nichilisti e autodistruttivi. Il mio cuore di vecchio ha sempre un po’ di spazio per la speranza, quella dura e tenace della volontà, che combatte contro il disperato distacco che la ragione ha ormai compiuto. E’ per questo che mi metto in fila con Romano ed esco di scena … voterò PD o lista civica, ma nel paesino, ricominciando ancora una volta, con pazienza, a tessere la tela lentissima ma fugace della vita.
    Sorrentino è molto bravo. Sa usare come pochi i materiali che sono a disposizione e sa trovare chi gliele mette insieme assecondandolo. Questo è già tanto. E si merita una rilettura. Naturalmente, come ha già fatto Sandro, vecchio marpione … che appollaiato su un ramo se la ride guardandoci nella buca a filosofeggiare, così come aveva immaginato e progettato.

  7. Sandro
    1 Giugno 2013 a 5:10 | #7

    La figura del dandy è sempre stata scomoda, ed intimamente fastidiosa: definisce il personaggio cinico e disincantato che si pone come critico del mondo in cui vive, mentre nella stessa broda sguazza con apparente piacere. Non solo Oscar Wilde, o Petronius Arbiter (come quello di Fellini-Satyricon); anche Jep(pino) Gambardella.
    Ma l’iniziale fastidio diventa progressivamente indulgenza – forse anche complicità – se si comincia a guardar meglio. Si ritrovano allora la fatica di vivere e il rovello della ricerca del senso, che sono più o meno comuni a tutti; e si conclude che siamo tutti un po’ dei “dandy della vita”; ne parliamo male e la definiamo ‘valle di lacrime’, ma – per dirla con Pio IX – …ci piangiamo così bene!

    Si fa fatica, ad entrare nel film di Sorrentino, per quell’incedere spezzato, episodico che a tutti ha ricordato il vagare felliniano, di scena in scena, chiedendo a ciascun personaggio la sua verità. Nessuna delle quali è definitiva né in grado di aiutarci. Perché in questa ricerca ognuno è solo e si ricomincia sempre da capo.
    Poi, specie a quelli che lo rivedevano per la seconda volta – come a Piero e a me stesso – sono state più evidenti le parti ridondanti, la lunghezza di alcuni episodi, la dispersione di altri, ma anche al second look (è un eufemismo dal gergo dei chirurghi che devono ‘riaprire’ un paziente), il film tiene, la visione è gradevole, il messaggio passa.

    E ancora… Trovo anche che la cinefilia dev’essere un valore aggiunto, non valore sottratto.
    Che senso ha confrontare le singole scene e i vari personaggi – la nana, il prelato, la femme fatale – se aver rilevato le somiglianze ci fa perdere il senso del messaggio? Quando mai Fellini, tra le motivazioni profonde de La dolce vita o di Otto e mezzo (per dire solo dei due film più citati; ma anche Ginger e Fred, per il discorso sulla volgarità dei tempi, o Roma) ha tirato in ballo la umanissima fatica di vivere che questo film ci mostra, pur nel rumore di fondo della vita, quotidiana o esagerata che sia. Eppur si cerca di farsi forza e coraggio a vicenda e ci si sostiene con l’intuizione fuggitiva di una grande bellezza, di una calda amicizia, del ricordo di un amore.
    Questo il film di Sorrentino mi ha lasciato. E non è poco.

  8. Sergio
    1 Giugno 2013 a 13:14 | #8

    Voci fuoricampo

    “La più straordinaria scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto 65 anni è che non ho più tempo da perdere a fare cose che non voglio fare”.

    “Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire!”.

    “A questa domanda i miei amici rispondevano sempre nello stesso modo : la fessa. Io invece rispondevo : l’odore delle case dei vecchi. La domanda era : cosa ti piace di più nella vita? Ero destinato ad una diversa sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore : Jep Gambardella!”.

    “Ad un funerale, non bisogna mai dimenticarlo, si va in scena!”.

    “Finisce sempre così, con la morte. Prima però c’è stata la vita, nascosta sotto il bla, bla, bla… Altrove c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Allora che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo un trucco. Solo un trucco!”.

    Trailer
    http://youtu.be/Iw_7bVkheeU

    Backstage
    http://youtu.be/5It4vIw_JpY

    Scena tagliata: il maestro di cinema
    http://youtu.be/PQgAcsTy0Nk

    Scene tagliate
    http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Video/?key=49042-11743

    Estratti
    http://youtu.be/h4rTc_LS6J4
    http://youtu.be/QBU_Zr-BhzQ
    http://youtu.be/C0I-zcOJMqs

    Intervista a Paolo Sorrentino e Carlo Verdone
    http://youtu.be/Mq1zpdMw3qw

    Colonna sonora – video “A far l’amore” con Caterina Murino e dj Sinclar
    http://youtu.be/eqZLDGyHfYM

    Buona visione

  9. Tano
    2 Giugno 2013 a 16:08 | #9

    C’erano tante altre scene da tagliare. Secondo me ed altri amici con cui giovedì sera abbiamo visto il film e poi goduto della pizza (Piero, Sandro) c’erano almeno 40′ da togliere per dare la giusta fluidità al film che sembra morire e poi, intubato, riprendersi.
    Il prezioso lavoro di Sergio ha tirato fuori alcune scene; quella di cui aggiungo il link è una scena tagliata: l’intervista di Jep al famoso anziano regista. La trovo bellissima, anche se estranea al film (e per questo probabilmente sottoposta a cesura): è firmata Sorrentino, ma un Sorrentino con un attimo di debolezza, di rammarico ed un lampo di grande bellezza.
    Scena tagliata: il maestro di cinema
    http://youtu.be/PQgAcsTy0Nk

  10. Ambra
    2 Giugno 2013 a 19:30 | #10

    Ho visto il film ieri pomeriggio: come capirete, non mi era più possibile aspettare oltre !!!…Leggo perciò ora e tutti insieme i vs interessanti commenti. Vi dico subito: il film non mi è semplicemente piaciuto, mi è piaciuto moltissimo.
    Era troppo tempo che non mi capitava di vedere un film italiano pensando che finalmente il regista è riuscito a porsi più in alto e più lontano degli usuali dieci centimetri oltre il suo naso, ed è riuscito a fare un film che vola (sulla ns città, ma più propriamente sul ns Paese), con una vista aerea, con lo sguardo distante ma profondo di chi vuol studiare e mostrare qualcosa di specifico, usando lo zoom quando c’è da zoomare e il grandangolo quando c’è da prendere fiato, ponendosi da una prospettiva, quella di chi c’è dentro, che, sola, può essere credibile.
    Le citazioni di cui parlate è evidente che ci stanno tutte, e in abbondanza, è fuori discussione che Sorrentino le abbia appositamente usate, ma per poi, a mio parere, rovesciarne il senso ultimo, per farci vedere con gli occhi ben aperti com’è andata a finire.
    E’ il nostro tempo, purtroppo, a connotarsi come la dolce vita dei poveri, ed è questo che Sorrentino ha voluto cogliere e stigmatizzare.
    Non mi trovo d’accordo con Luigi quando dice che Servillo…ha fatto Servillo. Il calibro finora ricorrente di Servillo è stato lo sguardo fermo, serio, rigoroso, accigliato. Direi che fanno reale eccezione Il Divo, dove Servillo E’ Andreotti, e l’ultimo gioiellino Viva la libertà (spero che chi l’ha visto concorderà). Qui Servillo interpreta invece magistralmente il gagà, l’uomo di mondo, l’ambizioso oltre ogni pudore e rispetto di sè, il cinico disincantato che si distrae (considerandole probabilmente un occasionale tentativo di evasione…senza crederci molto neanche lui) con domande di natura spirituale, il giornalista di costume ex scrittore con poco talento, una stupenda terrazza e tutte le conoscenze che contano, alle quali, alla prima occasione utile, con un sorriso ironico e disarmante sbatte in faccia le nefandezze della loro vita tanto per ricordargli come se la sono costruita. Si esprime con leggerezza, è sofisticato, elegante, affascinante, un pò decadente, certo, ed ha ahimè 65 anni compiuti proprio ora, da esorcizzare veloce veloce con una gran festona…Il sorriso finale (e la frase che lo accompagna) non può che essere un ghigno, la consapevolezza del trucco, perchè chi mai, alla sua età, nutrirebbe speranze serie di trovare il senso della vita se non c’è riuscito sino ad allora ? Ciononostante Jep c’è ancora qualcosa che cerca appassionatamente, sinceramente (ed è questo l’elemento che a mio parere separa abissalmente la poetica del film da quella di Fellini), come vera e unica compensazione agli orrori di cui si circonda: la grande (forse la vera ?…) Bellezza, che restituisce dignità e umanità a chi ha la fortuna e la sensibilità di parteciparne, e che aiuta a sopire la nausea di restare vivi in quel mondo artificiale, degradato, disperato, botulinato, sgraziato, drogato, in cui Jep, come tutti coloro che ne fanno parte, sguazza come si sguazza nel fango, cercando cioè di restare il più possibile con la testa fuori, preferibilmente bella abbronzata.. .
    Forse è questa sorta di sensibilità, che rende apparentemente Jep meno disumano rispetto ad altri del suo stesso giro, ad essere colta, così, a pelle, dai due personaggi di Ferilli e Verdone, che gli consegnano entrambi il loro estremo commiato, l’una dalla vita e l’altro da Roma.
    C’è anche molto altro di cui avete riferito già, ed è tutto “troppo”, come in una villa dannunziana, ma è questo il modo in cui Sorrentino ha voluto rappresentarci questo pezzo di società, e l’ha fatto con sguardo acido, razionale, spietato, con il dito puntato addosso a questa gente fino alla fine, senza appello, senza compassione e compatimento: anche la grande Bellezza di una Roma per pochi, godendo della quale Jep cerca di compensare l’orrore intorno e dentro di sè, in realtà non potrà salverlo da se stesso…e Sorrentino ci dice che è giusto così, e che non c’è santa che si addormenti nella tua casa e cicogne che si posino sul tuo terrazzo che possa redimerti quando ormai sei marcio dentro, nonostante tu sia ricco, ironico, affabile, affascinante, hai una grande terrazza con affaccio siul Colosseo e organizzi tante belle feste a cui partecipa tutta la città che conta…

  11. Alessandro
    6 Giugno 2013 a 6:11 | #11

    “La grande bellezza” è un sottile gioco di cinico autolesionismo. La molle lascivia di chi prova piacere nell’accogliere su di sé le proprie debolezze, perversità. Senza alcuna soluzione di continuità, senza quasi opporvisi. Lo praticano i suoi surreali personaggi, nel loro accanimento triviale, e lo subisce la stessa città, Roma, ormai preda cedevole di forestieri saccheggiatori di immagini e atmosfere rarefatte e metafisiche.

    Tutto il film si sviluppa (o inviluppa) su tesi e antitesi, unione e contrapposizione. Sull’inconciliabile dialettica tra sacro e profano che, tra l’altro, connota anche tutta la pellicola. Le infinite contraddizioni di una società-generazione sul baratro, alla deriva dei sensi e delle emozioni. Rappresentazione da Basso impero di una Roma contemporanea che non trova la chiave di volta di un suo sistema etico e morale.
    Stupenda la scena delle due figure che si contrappongono su uno sfondo pittorico di immagini che si fronteggiano. L’armonia è solo ideale, formale: la pittura murale, la musica sacra. La vita è altra cosa: lotta incessante di opposti, di rivalità, viltà, vacuità. E’ di questa stessa vacuità ormai si ha piena consapevolezza e si tenta invano di esorcizzarla attraverso lo scherno, la disperazione, che può essere ostentata o celata. La sequenza del quasi monologo di Jep/Toni sintetizza bene questo disagio esistenziale: uno dei rari momenti di lucidità di tutto il film. Tutta la distanza che intercorre tra parola e azione la si rintraccia nella futilità dei dialoghi dei personaggi, nella loro illusoria volitività.

    Ma la Sodoma e Gomorra di Sorrentino non è la rappresentazione plastica della Roma di un Pasolini, Fellini; oppure della Roma poeticamente trasfigurata nell’”Assedio” di Bertolucci.
    Il film è anche scadente nel suo uso e abuso di citazioni letterarie e filmiche. Nell’eccessiva ostentazione del regista di presentare un quadro degenerato della società romana. Un dire, citare, che alla fine stona con la comunicazione vera dell’arte, della poesia; che spesso è fatta di cose non dette, di sottintese realtà. Sì, c’è la denuncia del degrado dell’arte, della pittura e letteratura contemporanea, ma per far questo non basta aprire le porte dei musei di Roma e mostrare le glorie del Rinascimento italiano. E’ banale e scontato. Forse il limite principale del film risiede proprio nell’eccessiva ricercatezza che spesso conduce allo scadimento nello stereotipo e nella macchietta.
    La premessa della volgarità e trivialità del film è già nel suo esordio verbale: “mo’ m’hai rotto il cazzo”. Questo anticipa anche come quella solennità che quasi ossessivamente percorre tutto il film attraverso la musica sacra, colta, sia continuamente insidiata dall’”apparato umano”, dalle sue bassezze, debolezze, incontinenze.
    Il nonsenso e la perdita della razionalità caratterizza una sceneggiatura priva di uno svolgimento che non sia altro che puramente rappresentativo, descrittivo. E’ come se il film rimanesse in medias res, sottoposto ad un movimento circolare, concentrico.
    Impeccabile tecnica registica, ma discutibile esempio di scrittura creativa.
    A.S.

  12. Johnny Palomba
    15 Giugno 2013 a 0:18 | #12

    “STRAVAGANZE ROMANE”

    chenfatti arfontanone cestanno certe pischelle che cantano na canzone damedeominghi enfatti more un giapponese eallora poi cestà na festa de mignottoni mignottonissimi e poi cestà erpiù mignottone de tutti che se chiama gep che è tipo no scrivitore che viè da afragola e che se penza: ma che cazzo ne sapete voi io so gep e voi nun sete ncazzo io so er più granne de tutti e ve lo posso dimostrà cuanno che me pare er probblema è che nu mevà eallora poi gep vangiro pé roma sur tevere vicino ai palazzi palazzissimi però solo arcentro enfatti incontra tutti dei personaggetti colle ogan chenfatti allora gep cammina e vede le sore e se da na grattata eppoi va aristorasnte e cestà antonellovenditti coi capelli ripassati colluniposca nero che magna da solo eallora ariva inesorabbirmente nantra grattata e poi la morte apportasse via umpo’ deggenete eallora infatti gep sta inzieme allamichi sua e parlano sur terazzo de casa de scaiola della vita der monno dellarte de tutta na serie de argomenti argomentissimi poi ariva na sora secca e antica che sta ai carci de rigore colla morte mapperò so tutti morto scoiionati eallora lui fa tutta na riflessione trassé essé e se penza: alla gente normale morta de fame che abbita tipo sua prenestina sur terazzino ie ce vanno i piccioni o i gabbani envece sur terazzo mio è pieno de merda de fenicottero. voi mette?

    chenfatti navorta so annato a nafesta de gep affreggene.
    cestava serenagrandi arenata sulla spiaggia.

  13. Gerry
    9 Ottobre 2013 a 22:33 | #13

    A quanto pare la grande bellezza è difficile da trovare anche per Sorrentino. E credo che il “graffio” di cui tu giustamente parli non lo si debba scovare passando in rassegna l’infinita lista di corrette similitudini con Fellini e Kubrick e Antonioni e chissà chi altro… Imitazione non significa per forza mera copia o furto. In fondo “è solo un trucco”

  14. Sergio
    17 Dicembre 2013 a 0:48 | #14

    :-)

  15. Sergio
    3 Marzo 2014 a 22:44 | #15

    Strano ma vero. I visionari vanno di rado tutti insieme al cinema a vedere i film appena usciti nelle sale ma quelle poche volte che lo hanno fatto ha portato bene: The Artist, Amour e la Grande Bellezza.

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