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Visioni [86] – I giorni del cielo

È la storia di Billy ed Abby, due giovani amanti che lasciano Chicago per andare a lavorare in una piantagione in Texas. Con loro c’è anche la piccola Linda, che, dal suo punto di vista, narra e commenta le vicende dei due ragazzi, interpretando i loro stati d’animo e i loro desideri. Il proprietario della piantagione s’invaghisce della donna e Billy la spinge a sposarlo per cambiare vita.Consulta la scheda del film

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  1. Sandro
    3 Maggio 2013 a 6:38 | #1

    Grande film e grande Malik ieri sera al Detour.
    Di quelli che già si sa mentre li si guarda, rimarranno nell’immaginario, ‘mitici’ al ricordo.

    Mitica, quasi fondante – da nascita di una nazione – la massa dei braccianti che affollano le terre di pochi ricchi; esodi biblici ai tempi del raccolto, fatiche inumane, flagelli biblici anch’essi, come le cavallette.
    Mitico il senso della natura, raramente così presente, pervasiva in un film occidentale …e fotografata in quel modo!

    Mitico il modo di raccontare di Malik, autore sceneggiatore e regista.

    Cito dalla scheda, perché meglio non si può dire:
    “Nei campi del Texas di inizio secolo s’intrecciano, sotto gli occhi di Linda (la ragazzina voce narrante – NdR), infinite storie più tre, tre vite che nell’incrociarsi si ostacolano, cercando spazi più ampi se ne tolgono a vicenda, si distruggono. Direttamente da un quadro di Millet, anzi, da tutti i suoi quadri, acquistano il respiro della cellulosa Billy, Chuck e Abby, ritagliandosi davanti alla realtà della macchina da presa lo spazio che l’illusione della vita sottrae loro.
    Al di là del quadro, fuoriusciti dalla massa di contadini eternati nello spazio del 1914, i tre alieni assurgono a prototipi della sofferenza umana, scherzo e significato della natura.
    In realtà, “i giorni del cielo” sono quelli in cui ogni uomo cerca di migliorare la propria condizione, in cui si batte per essere perfetto, in cui immagina di ampliare i propri desideri al di là dell’orizzonte, tendendosi verso un illusorio paradiso, destinato a perdersi nell’eterna lotta tra l’amore per la vita e l’odio, la prepotenza, l’ignoranza radicata nell’animo umano”.

    Una sorpresa aggiuntiva è stata ritrovare la presenza nella colonna sonora (di Morricone) del sound inconfondibile di Leo Kottke: ancora un ‘mito’ tra tutti quelli che hanno cominciato a suonare la chitarra intorno agli anni ’60.
    Ricordavo ancora, al di là del lag temporale “My feet are smiling”.
    Propongo un suo video da Youtube: i primi due minuti, ma sono certo che continuerete a tenere la chitarra di Leo Kottke di sottofondo.

    Ecco: alcune perle di un film che ne ha profuso a migliaia; tante da non poter essere contenute (e apprezzate) nello spazio delle due ore. Da rivedere e vedere ancora…

  2. Luigi
    3 Maggio 2013 a 8:10 | #2

    Sia durante che al termine della visione nasce dentro lo spettatore la sensazione di aver visto un capolavoro e ci si accorge di quante volte lo stesso termine è stato usato impropriamente per tanti film. Per “I giorni del cielo” no, è assolutamente adatto. Il film è semplicemente epico, intenso, magico e allo stesso tempo commovente, drammatico e pervaso da una vibrante leggerezza estetica.
    Dentro le immagini, dentro la luce, dentro i colori, e ancora dentro le passioni, il sudore, la rabbia, i sentimenti.
    Raramente un connubio delle musiche, della fotografia, dei dialoghi e dei silenzi, della regia e della storia, trovano una ideale collocazione sullo schermo e consegnano il regalo più grande che il cinema può fare allo spettatore: materializzare il sogno.

  3. Tano
    3 Maggio 2013 a 11:52 | #3

    Malik non mi piace. Non ne discuto le capacità organizzative delle componenti creatrici e tecniche, ma non mi piace il suo ecumenismo, che trovo di facciata, e l’assoluta incapacità di drammatizzare i personaggi, proprio perché sempre invasi da questa trasfigurazione cosmica. Eccezionale la capacità di assemblatore di immagini (si avvale dell’immenso Néstor Almendros), che nel loro susseguirsi formano scene, spesso mero esercizio di stile, sfibrante esaltazione onanistica del bello, come nella scena del calice, integro, sott’acqua, presagio della caduta di chi lo aveva usato per brindare alla vita e all’amore. Deboli, i personaggi, la storia, la descrizione del tempo e delle dinamiche sociali, i dialoghi. Mancano, in questo procedere, i nessi intimi fra circostante e personaggi, che vivono, ho avuto l’impressione, solo per dare ragione alle foto seriali. I grandi esodi che hanno percorso l’America e, particolarmente, gli Stati Uniti, che Steinbeck, Dos Passos, Faulkner, Erskine Caldwell hanno raccontato con drammaticità fulminante, capace di rappresentare lo spirito di un tempo, in Malik avvengono con il ritmo e l’approfondimento della sagra popolare, di una fiction di extralusso. Lo stupore verso ogni piccolo aspetto del circostante alla fine suona eccessivo e retorico. Rimpiango i grandi film in bianco e nero, dalla drammaticità indimenticabile e struggente, graffiante, coinvolgente; uno per tutti il film di John Ford, trasposizione del romanzo di Steinbeck, “Furore” (in originale The Grapes of Wrath, che significa qualcosa come I grappoli della rabbia)

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