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Visioni [85] – Un piccolo monastero in Toscana

I cinque monaci entrano uno dopo l’altro, con la precisione tranquilla di chi ripete queste azioni una quantità innumerevole di volte. Si inchinano all’altare, poi si dispongono due per lato, e quello che sembra essere la loro guida si pone davanti, al centro. Poi si sposta da un lato, batte un oggetto a mo’ di segnale e inizia il rito con il segno della croce. I cinque monaci intonano un canto gregoriano, in latino, ma con un forte accento francese.

vedi la scheda completa del film

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  1. Luigi
    19 Aprile 2013 a 8:19 | #1

    Sembra facile posizionare una macchina da presa, seguire dei frati nelle loro preghiere, osservare il lavoro nei campi dei contadini, “lanciare”un sguardo nella campagna toscana.
    Quando si fa cinema, come si diceva nell’introduzione prima della visione, nulla è casuale. Ma cosa ha mai voluto riprendere il regista e cosa voleva “portarsi” via. La spiritualità dei gesti, siano essi dei frati o dei contadini, la ritualità delle azioni, la “religiosità” delle intenzioni. Il tempo viene scandito da un ritmo lento ma non si è schiavi delle ore che passano, seppure tutto sia così legato all’alba, alle mattine, ai tramonti, alle sere. La semplicità della vita di paese, di una regione italiana invidiata dal mondo intero, “rubata” da un regista che fa “non recitare non attori” ma che nel momento in cui vengono ripresi recitano a loro insaputa e a loro insaputa saranno attori. Magia della pellicola. Le immagini vere diventano una finzione che riproduce il vero. Ho ripensato, durante la visone, ad un tipo di cinema analogo e cioè a quello di Franco Piavoli che con le sue opere (Il pianeta azzurro, Nostos, Voci nel tempo) ha voluto cogliere lo scorrere del tempo, nelle stagioni e delle stagioni. La natura e la naturale vita di tutti i giorni, sembrano per i due registi, un film già scritto perfettamente ed allora basta andare lí, riprendere ed il gioco è fatto. Ma, come si diceva, all’inizio, non tutto è casuale. Scopriamo così che la musica accompagna le scene scambiandosi di ruolo, la musica popolare si accosta ai frati, quella religiosa ai contadini. Si coglie un continuo passaggio di testimone tra le due vite e tra i due mondi. Una sorta di continuità e promiscuità. L’alternanza della vita semplice con quella dei signori del paese, il quadro che riprende l’avo sopra la scrivania del suo erede che, in forma diversa, fa le stesse cose del suo lontano parente. Le donne impellicciate la domenica per andare a messa, il rito del vino e del pane del sacerdote e nel tavolo della campagna, i piedi nelle scarpe lucide della domenica e quelli insanguinati del Cristo sulla croce.
    Un piccolo monastero in Toscana, una serata piacevole al Detour.
    Un grazie a Piero per la sua proposta e per l’invito ad approfondire il cinema di Iosseliani.

  2. gianni
    20 Aprile 2013 a 17:09 | #2

    La completezza della scheda del film e il commento di Luigi esauriscono tutto e anche di più di quanto potrei ulteriormente scrivere.
    Mi limiterò quindi solo a sottolineare il mio personale gradimento per lo stile cinematografico adottato da Iosseliani che ci restituisce un’opera originale, curata nei dettagli e nei particolari che solo all’apparenza può sembrare semplice o addirittura casuale.
    La sua è narrativa pura che racconta storie come lo potrebbe fare un avvincente romanzo. Le immagini, i suoni arrivano ai nostri sensi come se fossimo presenti in quei luoghi, come se vivessimo quegli attimi ed è allora che la mente c’inganna e, attraverso l’associazione di ricordi e sensazioni provate in altri tempi e luoghi, ci riporta perfino all’olfatto gli odori di una campagna antica e uno strano senso di nostalgia.
    Altro che il cinema in 3D!!!

  3. Tano
    24 Aprile 2013 a 19:07 | #3

    Sarà che i giorni della Locusta hanno morso le frattaglie, e le terga risentono di ripetuti assalti, vincenti; sarà che la primavera, così com’è invita più al letargo che alla gemmazione; sarà che più tempo passa e con più desiderio aspetto che qualcuno mi svegli, come quando bambino, dolcemente mia madre mi faceva passare dal sonno alla luce, attraversando lei stessa, che dava il profumo e i colori al giorno; sarà che sono invecchiato ed ormai mi porto i miei secoli addosso come fossero ere geologiche; sarà che i morsi della carne sempre meno mi distolgono dal verde acido del rancore e della bile; sarà tutto questo ed altro ancora, ma io guardo con occhi acidi e disillusi alla poesia facile, come quella di Iosseliani. Un bravo guaglione, con buoni sentimenti ed una storia pesante alle spalle. Un fuggiasco dal paradiso mancato del socialismo realizzato, che finalmente gode della pace della vecchia Europa, dei suoi angoli remoti e protetti, delle sue storie antiche, antiche e rinnovate fino alla bulimia, per decantare il mito. Nella patria del Brunello, con l’Italia ancora contadina di 30 anni addietro, con gli aratri a chiodo, come quelli che ancora si usano nell’altopiano eritreo e una lingua masticata e strascicata, che sembra più un dialetto africano, che un linguaggio affine a quello, che con le misture alchemiche l’Allighiero trasformò in lingua nova, poco dissimile da quella che torturiamo noi in pubblico o che microniziamo nelle caverne metastoriche della rete. Dove le donne non sono ancora le donne che noi conosciamo, belle anche ad un’età in cui mia nonna era una vecchia e le nostre compagne sono bellissime compagne di vita e di diletto. Grasse, sfatte, scassate da gravidanze a mitraglia, storte da fatiche e da privazioni, dal freddo troppo freddo e dal caldo troppo caldo, dai fuochi del camino e dal giaccio delle lenzuola lavate nell’acqua di gennaio e stese alla tramontana che taglia a fette anche il monte Amiata. Vita campestre, bucolica, ma Virgilio è già scappato, dopo aver venduto per pochi sesterzi il poderone etrusco. Ci sono rimasti i pochi sottoproletari analfabeti, con la massima ambizione di vincere una partita a tressette, qualche aspirante signora con pellicciotto in similplastica “comelattivvu”. C’è anche un poveraccio venuto dal paese di Tito a vivere una vita ancora più magra, con più stenti, ma con tanti rifiuti da riutilizzare. Quelli si, col nuovomiracoloitaliano e Milano 2 che di lì a qualche anno avrebbe suonato il peana della riscossa: tutti ricchi … tanti buffi a tutti! In mezzo a costoro ci sono cinque fraticelli. Ma mica vero! Ci sono 4 robusti provincialotti francesi in assetto frategico ed un caporale di mezzetà, furbacchione, che confessa in pubblico a “una sega un’avemaria”, che dormono in un bel castello, marcondirodirondello, marcondirodirondà, si fanno campare dai contadinazzi in cambio di battesimi cresimi eucarestie estremunzioni e di qualche salvifica confessione. Storia di ordinario provincialismo.
    Il regista è bravo; anche mio zio faceva dei filmini ini ini, in cui tutti ma proprio tutti salutavamo con la manina. Da allora abbiamo perso l’occasione di essere normali. Povero zio, chi glielo dirà ormai che la colpa di tutto era tutta e solo sua?
    Amen.

  4. Lorenza
    2 Maggio 2013 a 19:32 | #4

    Ormai fuori tempo un pochino pochino sarei d’accordo con Tano però non vorrei neanche dirlo troppo forte perché l’ entusiasmo con cui Piero ce lo ha presentato vale come dieci bei film e pure di più Ecco a volte, e questo vale in modo particolare per Visioni, scoprire i gusti degli altri le altrui passioni i film sui cui altri hanno fatto notte per studiare singole inquadrature e sentire spiegazioni appassionate per me diventa più prezioso che trovare film che mi appassionano

  5. Piero
    3 Maggio 2013 a 12:30 | #5

    Caro Tano (e Lorenza pure)
    sono d’accordo con voi.
    Magari in maniera meno barocca di Tano, ma anche io sono convinto che i “bei tempi di una volta” siano stati poco belli per la maggioranza della gente, che arrivava sfatta ai cinquant’anni. Ed anche per la minoranza, che credeva di vivere nel lusso, ma moriva comunque troppo presto e senza molle di sospensione nelle carrozze dorate.
    Ma che c’entra questo con il film di Iosseliani? Casomai il buon Otar ce lo mostra e documenta (e nel farlo, con tutta la tristezza solitaria del serbo, la “sfattezza” delle contadine e la plastichetta delle borghesi piccole piccole, fa un’opera politica e non soltanto un documentario).
    E questo vale anche per i frati, ritratti “in chiaroscuro”, ma mai resi nè santi nè poeti. E’ gente che per la maggior parte del tempo canta in gregoriano, poi ciascuno lo giudica come meglio vuole.

    Il film è stupendo (a mio modesto parere), mica la gente che vi appare!
    E Iosseliani (a mio ancor più modesto parere) documenta con attenzione e fornisce materiali di prima mano, ma non nè neutro nè neutrale, ci mente i contenuti “politici” del suo modo di vedere.
    Tant’è che Tano e Lorenza li ritrovano.

  6. Luigi
    3 Maggio 2013 a 13:54 | #6

    La frase di Piero “Il film è stupendo…. mica la gente che vi appare” citata nel suo commento, mi riappacifica ancora di più con le considerazioni fatte in passato (specie per Funny Games e Amour).
    Ci si ritrova spesso a parlare della storia del film, dei suoi personaggi, di quello che insomma accade e va a finire che se non ci piace, giudichiamo male il regista.
    Insomma tra contenuto e tecnica le cose cambiano.
    Anni fa mi arrabbiavo con Piero Angela quando faceva vedere il leone che sbranava la gazzella. Ma le riprese servivano a documentare :-)

  7. Tano
    4 Maggio 2013 a 16:12 | #7

    Io trovo tutto questo dibattito, infervorato ma anche contenuto, rispettoso e prudente nella valutazione delle ragioni degli altri (del regista, ma anche dei con(di)visionari), molto bello e lasciatemelo dire – ad ogni vecchio le sue fissazioni – molto “politico”. Il bisturi al laser con cui Piero scontorna il racconto per “raccontare” la posizione del regista è fine chirurgia, che ammiro ed invidio.
    Rimango convinto, però, che l’occhio che guarda per raccontare è inumidito da nostalgie lontane e da fiamme di nuovo amore per quest’Italia dei grandi viaggiatori, da Goethe a Stendhal, in cui le rovine erano rappresentazione delle passate glorie, e la povertà e l’arretratezza, folclore. Liberissimo Iosseliani di raccontare le sua attrazioni, i suoi interessi, con linguaggi autentici e trasporto. Liberissimo io di sentirmi urtato da queste visioni romantiche di un’epoca d’oro che non c’è mai stata. Il film è indissolubilmente intrecciato di contenuti e di tecniche, e queste ultime sono (devono essere) di servizio ai primi. Quanto a Funny Games, e soprattutto ad Amour, devo dire che se tornano anche quando si parla di Carosello, vuol dire che stanno facendo il loro mestiere: che è di far pensare la gente. Soprattutto alle cose che non ci piacciono, la morte, la malattia, la privazione, la miseria, la violenza, il tradimento.

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