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Visioni [83] – Il mio domani

Un film di Marina Spada (Italia 2011)

Una regia leggera, un modo poetico di raccontare storie, un cinema di atmosfera.

 

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  1. Cinzia
    8 Marzo 2013 a 10:53 | #1

    Perplessità. Imbarazzo, un filo di disagio… ma sono io che non capisco?
    Eppure, se Luigi l’ha scelto, deve essere un film di una certa dignità, mi dico, ancora all’inizio …..
    Le scene si susseguono, troppo brevi e taglienti, vorrebbero essere matrice di uno stile che non riesco a comprendere, il racconto mi sembra troppo frammentato, la cifra stilistica del piano sequenza alla lunga mi stanca, perché spesso fine a se stesso.
    L’interpretazione della Gerini mi appare sciatta ed opaca, dove è finita la mitica Jessica del buon Verdone, almeno lì era più autentica. Forse il personaggio? Ma nei ruoli seri aveva dato buona prova di sé ne"La sconosciuta"…
    E la storia? Il finale per lo più si intuisce, ma con fatica.
    Porprio non so. Eppure Luigi ….

  2. Luigi
    8 Marzo 2013 a 10:58 | #2

    Secondo me la vera protagonista del film è Marina Spada, cioè la regia, quella che viene detta comunemente “messa in scena”. Nel “suo domani”, scritto oltre che diretto, pensato in tempi dove il cinema corre e ammicca ruffianamente, ha seguito le sue sensazioni, sicuramente femminili, ma anche coraggiosamente sospese in quelle sfumature che attraversiamo nel quotidiano, quando tutto sembra superarci e ci costringe a reagire per non soccombere.
    Il cambiamento-rinascita, la possibilità di forzare gli equilibri consolidati, le paure e la sofferenza. Temi che al cinema hanno avuto fior di film che ne hanno trattato la dinamica ma il cinema di Marina Spada non si è lasciato suggestionare dalle facili acrobazie o da compiacimenti visivi.
    La sua macchina da presa “si perde, si sospende”. Cerca risposte in un “non luogo e in un non tempo” (riuscire a rendere per esempio una Milano così sfuggente non era facile…) e sospende di conseguenza lo sguardo dello spettatore che , se non tratto in inganno dal cercare una facile e accomodante narrazione, può meglio comprendere la poetica dello sguardo, l’importanza del dettaglio, il pudore del mostrare anche da parte della stessa macchina da presa. In fondo, Monica (una intensa Claudia Gerini) viene abbandonata dalle riprese solo nella scena finale, una sorta di passaggio, di fuga verso un nuovo destino.
    Le riprese del film quasi rubano, accompagnano con discrezione i protagonisti. La passeggiata che Monica fa ”scorrendo” accanto alle mega-costruzioni della Milano da bere, dell’Expo, sono molto significative e splendidamente accompagnate dalla musica di Paolo Fresu.
    “Il mio domani” va inseguito nei giorni e nel tempo. Lo si ritroverà dentro, quando qualche nuvola ci catturerà

  3. Adriana
    8 Marzo 2013 a 11:33 | #3

    A me il film è piaciuto molto. Tutto giocato sulle contraddizioni, del paesaggio, della protagonista, delle relazioni, mi restituisce il groviglio fra desideri e impasse dove so di stare. Quel cielo sempre nuvoloso e grigio eppure così bello, quei palazzi in costruzione, sprofondati sul vuoto, tra cartelloni pubblicitari che accostano l’umano ai suoi disumani prodotti, quella campagna antica, depositaria di una religiosità senza tempo nè fede, tutti quei rapporti impossibili, in cui lei riesce ad essere autentica solo per sottrazione. Il vuoto nella sua doppia versione di spazio per incontrare il nuovo e di buco nero che rischia di inghiottire tutto. Solo con il padre e il nipote l’affetto circola, al di là delle convenzioni. L’incomprensione è la vera protagonista di questo film duro e leggero insieme, poetico e amaro, per me molto evocativo

  4. Lorenza
    8 Marzo 2013 a 13:12 | #4

    Non mi sono mai annoiata, né mai distratta durante il film, e con tutte le preoccupazioni di questo periodo come Gianni non ha mancato di ricordare ieri sera, non è cosa da poco.
    Scherzi a parte non entrerà forse nella mia lista dei film del cuore però sono stata molto contenta di averlo visto. Mi piace molto attraverso Visioni poter vedere film che raccontano storie in modo diverso, poco commerciale forse. Ripensandoci il tono e anche il tema del film mi hanno ricordato Shame, film che mi parve bellissimo.
    Ci sono gli stessi colori freddi a parlare di non comunicazione, il sesso che non avvicina ma crea gelide distanze siderali, professioni di successo che in realtà trasformano gli uomini in pedine di strutture e manovre rivolte a ben altri fini. Però nel film americano quanta più estetica , quanta più innovazione, quanti momenti se non di leggerezza almeno di tenerezza allegra, perché, mi chiedo , noi italiani diventiamo così seri (e alla luce degli eventi attuali mi sembra l’unico momento in i cui scatta in noi la serietà ) quando parliamo di drammi. ? Perché all’improvviso si perde ogni sfumatura e tutto diventa nero? Dico una risata scappa a tutti anche nei periodi più neri, o un sorriso, un ammicco. La stessa regista nei minuti iniziali sembrava così ironica e poi dopo i titoli di testa l’ironia e sparita.
    Quanto alla leggera delusione del finale ho capito solo stamani a cosa era dovuta: la mancanza di un’amicizia vera o di una relazione normale. O almeno che si intraveda la possibilità per questa ragazza in futuro di stabilire rapporti più diretti con gli altri e nulla sembra suggerire questa possibilità : lei è sempre li ad insegnare e gli altri , discosti, separati , ad ascoltare.
    Nonostante queste notazioni ripeto sono stata felice di vederlo. Di vedere soprattutto quella Milano e quindi di nuovo grazie Luigi

  5. Tano
    8 Marzo 2013 a 14:07 | #5

    Nel dopo film in pizzeria (cambio gestione con risultati positivi) Gianni ha definito il film con tre parole, che lascio a lui presentare con la perizia e la cura del dettaglio di cui è maestro. Io vorrei battere il primato ed utilizzarne una sola, estrema sintesi per il contenuto e per come la storia è raccontata: algido. Algida la storia, algida la fotografia, algida la protagonista fino a quando non decide di appropriarsi decisamente e definitivamente del suo passato e altrettanto decisamente, e speriamo, definitivamente, del suo domani. Monica colma il grande vuoto che la riempie tutta, “donando” al nipote, nipote della colpa, (fino a che grado di parentela le colpe debbono ricadere sui nipoti di Adamo?), donandogli la terra di suo padre, tanto tempo prima tradito ed abbandonato, che intubato – temiamo da quando la moglie “giustamente” l’aveva lasciato per andarsene col cugino in Grecia -, intubato a Radio Maria non pensa che a morire, finché finalmente (per tutti) muore. Da quel momento, la protagonista comincia la rimonta: si sdegna dei contatti umani che ha; si sdegna dell’essere strumento di persuasione per permettere “dolci” licenziamenti; si sdegna della città, che non si vede mai, ma si sente; si sdegna, lascia l’oggi inconcludente, vuoto, e si ficca in un domani, forse incerto, ma che sarà comunque il “suo” domani, perché l’ha voluto, fortemente voluto, e scelto.
    Il forte legame fra zia e nipote è un legame strano (mica tanto, poi!), che tiene fortemente legati lei, cui manca il pezzo di sé e della sua storia con la madre, e il ragazzo, cui manca il pezzo di sé e della sua storia con il padre.
    E’ un film, quello di Marina Spada, che racconta questi nostri giorni strani, ribollenti ed algidi al contempo, con attese interminabili e speranze necessarie. Che racconta di palazzi acidi, ancor più che freddi, svuotati ritmicamente delle “risorse umane”, che non servono più, perché il Moloch della grande crisi ha bisogno continuamente di vittime, da ingoiare vive e in bella età possibilmente, di troncare esistenze e storie. Il percorso di vita e di lavoro che aveva portato la protagonista dal sindacato (lauil, lacisl, lacgil?) alla multinazionale trova sbocco innaturale nella fuga all’aria aperta, forse in una precarietà nuova, facendola approdare ai lidi affollati dove legioni di “risorse umane”, di “unità”, stazionano nel limbo che non meritano, in attesa di un futuro che è già passato.
    Pur trattando un tema del giorno d’oggi, il film non colpisce alla “pancia”, non urta e non indigna; ma spinge a ragionare, dopo, poco a poco, per restituirgli una dignità, che nel suo svolgersi non s’era colta, frastornati dal brusio e dall’algore. E’ un film molto al femminile (gli uomini non ci fanno una gran figura), da donna a donna; e forse è il migliore rametto di mimose, che possiamo regalare alle nostre amiche visionarie, compagne e sodali nelle nostre escursioni nel mondo del cinema.
    Complici o antagoniste, ma sempre meravigliosamente donne. Evviva!!!

  6. gianni
    9 Marzo 2013 a 3:59 | #6

    L’incomunicabilità. Scelgo anch’io una sola parola per cogliere la sensazione provata nella visione del film "Il mio domani". L’incomunicabilità di Monica (la protagonista mirabilmente interpretata da Claudia Gerini) con il mondo che la circonda, con il padre così chiuso e profondamente distante da tutti, con la sorella schizzata e persa in un mondo tutto suo. L’incomunicabilità con se stessa. Una se stessa che non riesce a trovarsi né vedersi come persona, ma soltanto come ripetizione rituale di gesti quotidiani, formali, convenzionali, vuoti di significato, di senso, come le parole che deve ripetere nei suoi seminari di formazione, come i panni che deve portare in lavanderia, vuoti come le relazioni che quasi meccanicisticamente intrattiene con i suoi amanti. Persino il pianto di Monica, più che per il dolore della scomparsa del padre, sembra dovuto a uno sfogo nervoso. Quella persona la cui identità è ormai confusa con un onnipresente rumore di fondo di una città che anch’essa ogni giorno, per esistere, ripete le stesse vuote gestualità. Una persona e una città le cui fisionomie esistenziali si sovrappongono e si confondono, riflesse sui vetri dei palazzi.
    Detta così è difficile pensare che possa crearsi una qualche empatia da parte dello spettatore verso un film che non lascia speranze. Tuttavia si aprono a vote degli squarci e lo sguardo (della cinepresa) s’immobilizza per qualche istante ora su delle nuvole, ora su degli oggetti, ora sulla campagna della bassa milanese, ora su un pollaio, quasi a cercare un attimo di tregua, fuori dal rumore di fondo, in quel silenzio della mente che ci riconcilia come persona intera, non più frammentata in ruoli, categorie, definizioni, convenzioni.
    E questi momenti trovano nel film un riscontro su qualcosa di più vero nella sfera emozionale della protagonista: per esempio, il rapporto più profondo con il nipote, l’incontro ormai fuori dagli schemi con quel collega (ormai licenziato e fuori dal gioco) nel garage dell’azienda.
    Non vedo invece una speranza nel finale del film che, seppure vede Monica recidere il suo legame con quel mondo formale cui apparteneva ed replicare le probabili orme della madre in un altro luogo (la solare Grecia?) ed in un altro lavoro (operatrice turistica?), non sembra riuscire a trovare se stessa in un "another earth", ma a ripetere gesti e rituali diversi in categorie e luoghi diversi.
    Vuole la regista dirci forse che non è il luogo dove viviamo, il lavoro che facciamo, le maschere che indossiamo che ci restituiscono l’interezza della nostra identità?
    Vuole forse dirci che l’incomunicabilità è la madre di tutte le solitudini?
    Forse.

  7. Tano
    9 Marzo 2013 a 13:32 | #7

    Diciamocela la verità, mio caro Gianni, diciamocela: con i nostri interventi abbiamo voluto praticare la respirazione bocca a bocca al film, alla regista ed alla protagonista (che è toccata a te, mollicone!). Perché il film, come tanti altri film simili, non regge, nonostante i buoni propositi, i dichiarati riferimenti ad Antonioni. Non basta pensare a grandi temi, come la vita, la morte, l’incomunicabilità, la guerra, il sesso, i rapporti fra persone ecc. per fare un grande film o scrivere un grande romanzo. Come non basta saper sciogliere i colori ed avere la mano ferma per diventare grandi pittori. Ci vuole quella strana ed incomprensibile capacità, che trascende il mestiere, di interpretare il tema, di fagocitare i personaggi, di rivoltare le storie, di tirare da tutte le parti il canovaccio fin quando, misteriosamente si ottiene il bel film, l’indimenticabile romanzo, il quadro che ci portiamo nel cuore.
    La storia non è male, la figura di Monica è abbastanza ben delineata e discretamente interpretata, ma mi ha dato fastidio la fotografia, che fa un uso eccessivo dell’espediente di inquadrare un muro, una parete per metà del fotogramma e lasciare il resto alla prospettiva, o mettere un pilastro o un grosso oggetto fra sé e l’oggetto della ripresa. Ottimi espedienti fotografici, ma usati in continuazione in tutto il film diventano monotono e monocorde alfabeto.
    La catatonica figura del padre è quasi caricaturale, nonostante l’ottima presenza di Raffaele Pisu – che ha la bella età di anni 88, portati benissimo. Ma troppo di maniera, quel mostrarcelo giorno e notte alla canna di Radio Maria, intento a lavorare anche di notte alla propria bruttissima bara. In tempo di stelle concesse con eccessiva nonchalance, posso concederne 2 e mezza, più mezza in onore di Luigi.
    Ci sono altre cose su cui discutere, ma per un P.S. è abbastanza. Mi ritiro e comincio a prepararmi in spirito e in corpo al Lanuvio Day.

  8. Luigi
    9 Marzo 2013 a 19:35 | #8

    Non credo che il film della Spada abbia bisogno delle stellette solo per aver proposto il film. Vi ringrazio ma cercherei di liberare i giudizi tenendomi fuori altrimenti ogni volta che intervengo sembra che voglia difendere il film ed invece voglio solo dire la mia :-)
    Detto questo pensavo che ci sono anche le vie di mezzo. Voglio dire, non è che se si richiamano le atmosfere di Antonioni o similari, significa che siamo a quel livello. Sono convinto che il cinema di Marina Spada sia una di quelle esperienze che dovranno essere valutate nel loro insieme perchè ogni film è una sfumatura diversa di uno stesso modo di sentire e vivere la vita. Il messaggio e il disagio della storia stanno proprio nel modo in cui la visione viene percepita, e cioè scomoda, algida e portatrice di incomunicabilità. Più volte quest’anno abbiamo discusso di questo. Oltre ad esserci detto che tra le boiate ed i capolavori ci sono anche buoni film, è accaduto che il desiderio forse di avere qualche speranza dalla storia, ha tradito le attese e quindi, il malessere e il dolore dei protagonisti, non ripaga uno spettatore che vive magari tempi non esaltanti. Il cinema ha un suo ruolo nella storia, e nelle sale ci rifugiamo anche per sfuggire a tante banalità e scontrini dei centri commerciali. Ma l’arte , si sa, non sente ragioni.
    Sinceramente non credo che il film e la sua struttura siano in fin di vita. Considero questo film, soprattutto se paragonato a tanti altri recenti, un’operazione coraggiosa, sentita ma anche, tecnicamente, molto raffinata laddove proprio la ripresa sembra ridondante e fuori posto.
    Il disagio non paga la regia. Però rende la condivisione visionaria molto interessante :-)

  9. Sandro
    10 Marzo 2013 a 8:47 | #9

    Volevo spostare leggermente l’analisi del film, dai contenuti alla forma.
    Forse una delle difficoltà per noi di apprezzarlo al meglio è collegata alla scelta stilistica della regista – scelta, non incapacità – di non usare segni di interpunzione. Come se in un romanzo non si operasse alcuna suddivisione in capitoli, né spazi, né punti e a capo.
    In una inconsueta (per noi) presentazione, scorre la vita della protagonista… Eventi diversi, senza alcuna preparazione né sottolineatura sono presentati all’attenzione di noi spettatori come un flusso di coscienza filmico: una lezione in azienda, la colazione a casa col padre, uno sguardo dalla finestra sulla campagna, un colloquio con la sorella. E ancora… un funerale, un incontro sessuale, una rivelazione sulla natura del proprio lavoro, la passeggiata in un cantiere, un altro lavoro in un altro paese. Tutto (volutamente) appiattito, senza enfasi né echi interni.
    Non dico sgradevole; sottolineo che è un modo di raccontare cui non siamo abituati e che ci ha esposti ad un disorientamento ‘da prima volta’. Sarebbe interessante – o Venerabile! – selezionare qualche altro film con caratteristiche simili e appaiarlo a questo …per vedere di nascosto l’effetto che fa

  10. Tano
    10 Marzo 2013 a 11:17 | #10

    Non sempre, nel declinare di questo tardo periodo italo-capitalistico, nell’incertissima attesa di un’alba che si prevede livida e senza sbocchi, non sempre si è di umore accettabile. Tendiamo a scaricare nelle parole, dette e scritte, i lividi scoli del nostro animo. C’è tanta confusione. Profeti che ci indicano il cammino, che già in sogno abbiamo pre-visto e sappiamo che ci porteranno alla perdizione definitiva, senza ritorno. Ci sono rimasti pochi, pochissimi denari del nostro intelletto e del nostro cuore da spendere, per comprare, al mercato dell’usato e del deja vu, le poche bocce d’aria che, forse, ci permetteranno di arrivare fino in fondo ed essere premiati con pallidi raggi di sole filtrati da nubi, basse e minacciose, viola come gli ematomi, gonfie come le pustole, nemiche come il dolore.
    L’incomunicabilità è la pastoia, che all’uomo viene imposta, perché impari prima di ogni altra cosa a parlare con sé stesso, senza mentire, senza chiedere. E’ stata la malattia della seconda metà del secolo breve. Essa compare quando ci sono, dentro, cose che ribolliscono e devono essere dette per essere capite. L’importante non è il primo atto della comunicazione, da noi all’altro, ma l’eco che essa riverbera battendo sull’interlocutore, e tornando a noi; il rimbalzo che fa sull’oggetto, e tornando a noi. La perizia consiste nel lancio esatto: scelta dell’interlocutore, scelta della forza da imprimere, della sua traiettoria, dell’effetto da dargli. Non sempre la nostra parola ci ritorna, per esserci – modificata – utile. Spesso si perde e noi sentiamo il fruscio che emette, come un brusio, come un lontano rombo, come il rumore di fondo di una città lontana, ostile, incomprensibile (che non si può comprendere, cioè includere, contenere in sé ….).
    I colori che ci sono imposti dall’incombente copertura viola sono inusuali: freddi, algidi, acidi, onirici, metallici. Solidi. Fanno rimbalzare l’eco, i colori, come se avessero una loro struttura e non fossero sovrastrutturali, come se fossero ossa e carne e non pelle, come se fossero pietra e cemento e non intonaco, come se fossero pagine di libro e non copertine.
    La solitudine, inerte esistenza nell’incomunicabilità, è la conquista fatta nell’Eden, per aver ignorato il limite impostoci, il limite della conoscenza, che l’uomo non sa e non può accettare. Siamo chiamati a librarci, lib(e)rarci, come Prometeo, per cercare, oltre le gravi nubi viola, da cui piovono piogge acide, il Sole, la Luce, l’Io con il quale ed attraverso il quale si compie l’atto superiore e definitivo della conoscenza, della piena comunicabilità, dell’irradiazione. Bisogna farlo per rispettarci come uomini, soli e disperati, ma con la forza oscura, ignota e dolorosa che l’ansia di conoscere ci dà.
    Per poterlo fare dobbiamo percorrere i tre momenti fatali, ineludibili; i tre momenti del percorso dialettico (tesi, antitesi, sintesi): “parlo, ascolto [quindi sono, cioè esisto in quanto sono in relazione], conosco”.
    Monica ha trovato e scelto il suo alter ego, il muro su cui far rimbalzare le sue domande, il nipote. La loro complementarietà di moduli di costruzioni fatti apposta per incastrarsi (il vuoto dell’una corrisponde al pieno dell’altro e viceversa), permette lo scambio, la conoscenza, la scelta “cosciente”, la palingenesi. Non per niente Marina Spada sceglie la Grecia e di questa sceglie, per la conclusione, del logos, proprio Epidauro, il luogo sacro della tragedia, il luogo in cui per prima lontani nostri progenitori hanno compreso le gabbie in cui siamo rinchiusi, le ansie che ci fanno vivere, e suggerito le strade dolorose per evadere da esse.

  11. Sergio
    10 Marzo 2013 a 19:07 | #11

    Voglio scrivere e fare un film che tratti di incomunicabilita’, di solitudine, di rapporti familiari interrotti, di frustrazioni, di lavoro ambiguo, di crisi, di licenziamenti, di rapporti algidi. E per rappresentare tutto questo uso una fotografia fredda e inquadrature parziali tali da creare un disagio nello spettatore come quello che vive la protagonista. Magari mi diverto anche a creare piani sequenza alquanto articolati, a simulare l’automavision (*) oppure come spesso accade nei corsi di fotografia a riprendere immagini nell’immagine – vedi appunto la sequenza della macchina fotografica mentre scatta una foto. Forse e’ questo quello che e’ passato nella mente della regista quando ha deciso di girare Il suo domani.
    Il film inizia con Monica quale manager docente che spiega ad un corso aziendale come il vuoto sia un valore positivo, un qualcosa da riempire quando si presentano all’orizzonte delle nuove opportunità. Ma lei per prima non riesce a farlo. Intraprende nuove relazioni ma la sua vita è sempre più vuota. E’ stata abbandonata fin da piccina dalla madre mai perdonata, si occupa del padre molto anziano e un poco rincoglionito; ha una sorellastra piena di odio e di problemi, è zia di un nipote ribelle in preda a crisi esistenziale. Un po’ sfigata dalla vita che neanche la Fiammiferaia di Aki. Monica si sforza di credere a cio’ che insegna ma si accorge sempre di piu’ che la sua è solo ipocrisia. La morte del padre la libera dal passato e per Monica e’ arrivato il momento di fare tabula rasa, di cambiare scarpe, di cambiare vita. Soggetto non originale, ma non è un difetto. Film per nulla noioso, anche se a tratti un po’ lento. Per fortuna che c’era di tanto in tanto un po’ di vento che dava aria fresca alla riflessione e scacciava le nubi della perplessità. Si consiglia il noleggio in giornate piovose come in questo momento.

    PS:
    (*) L’automavision è un’innovativa tecnica di ripresa cinematografica che utilizza una camera fissa senza nessun operatore dietro. La camera è comandata da un computer che decide, in maniera del tutto casuale che cosa riprendere, se fare uno zoom o una panoramica, un primo piano o un piano americano.
    Così facendo non è raro che nelle inquadrature gli attori appaiano con il viso, o parte della testa, tagliato. Con questa tecnica quindi le colpe di eventuali errori o riprese che seguono canoni estetici a dir poco discutibili, sono totalmente imputabili ad un computer.
    Il primo regista a far uso di questo motodo di ripresa è il regista danese Lars von Trier che lo ha utilizzato per il film Il grande capo:

    http://www.youtube.com/watch?v=GLRs65xNzYw

  12. alessandra
    20 Marzo 2013 a 12:40 | #12

    inserisco, con ritardo, la mie opinioni su "il mio domani" perché l’ho visto solo l’altro ieri. Il film di Marina Spada mi è piaciuto anche se non è di quei film che ti riconciliano con la vita. E’ un film in cui protagonista è la solitudine. Non c’è nessuna scena in cui la Gerini non sia sola con se stessa. Senza vittimismo, senza autocompiacimento, probabilmente anche senza rassegnazione, ma consapevole che quello sia lo stadio per lei previsto. L’ho trovato veramente triste perché anche se alla fine lei si libera dal contesto abituale e riscopre una qualità migliore della vita facendo la guida turistica in Sicilia (così mi è sembrato), scelta che anch’io trovo bellissima, lo fa rimanendo nella sua solitudine. Il film non dà vie d’uscita. Rispecchia purtroppo la mia visione, ma spesso preferisco mentire a me stessa. Aiuta.
    La regista è molto brava nel far comprendere ogni situazione anche solo proponendo qualche secondo di scena. Lo spettatore riesce comunque a seguire la trama narrativa. In alcune parti ho trovato anche brava la Gerini come attrice, compromette la mia valutazione la scena in cui piange in macchina, fatta al di sotto della sufficienza.

Codice di sicurezza: