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Django Unchained

Django Unchained        

Un film di Quentin Tarantino. Con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, Franco Nero, Jonah Hill, Quentin Tarntino

Western, durata 165 min. – USA 2013

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  1. Luigi
    22 Gennaio 2013 a 15:17 | #1

    Tutti insieme sulla giostra di Quentin. Si parte! E allora via con la chitarra, le zoomate, i flashback, i flashforward, i rallenty, le canzoni, la violenza insomma…. i giocattoli di Tarantino.
    Django. Sicuramente il nostro regista non ha reinventato il genere western tantomeno ce ne sono le possibilità. Il cinema western ha dei canoni ben precisi, una struttura narrativa così consolidata che è quasi impossibile uscire fuori da certi binari e tirare fuori dal cilindro una diversa magia.
    Quello che ancora una volta vedendo il film è risultato fare la differenza con altre opere sono i dialoghi. Parole dietro parole come miccia accesa su dinamite. I dialoghi stessi dei vari personaggi (qui uno strepitoso Christoph Waltz alias Dr King Schultz) sono "un personaggio" del film. Tengono accesa la tensione fino al botto finale con tanto di estasi per lo spettatore comodamente seduto sulla poltrona.
    Insomma, un bel passatempo stilistico questo nuovo Django e, volendo fare qualche associazione, anche per il tema razziale, andarsi a (ri)vedere i film che hanno generato il genio (?) di Tarantino (Il colore viola, Il buio oltre la siepe, Mucchio selvaggio, A better tomorrow I e II di John Woo, il cinema di Johnnie To ecc. ecc…

  2. Tano
    22 Gennaio 2013 a 17:03 | #2

    La scena più bella è stata, ieri sera, all’uscita dal cinema Europa (il Barberini era inaspettatamente chiuso), quando il plotone di reduci visionari è andato in trattoria e un buontempone alla compìta ed ignara camerierina ha chiesto "una bistecca al sangue"!!
    Abbiamo riso, scherzato e parlato del film, in trattoria, e di altre cose, e di altri film. Poi a casa per il sonno dei giusti.
    Mi ero ripromesso di scriverne oggi e lo sto facendo, sbrigandomi, anche per rispondere a Sandro, che freme e, non potendone più, ha impiattato polmoni e frattaglie varie, al sugo di pomodoro, naturalmente.
    Lo dico subito: il film mi è molto piaciuto. Tarantino ha dato conferma di una maturità narrativa e di una indiscutibile e non comune capacità di sviluppare i vari tempi, portandoli tutti a conclusione e incatenandoli fra loro con "coloriti" estetismi. Non lascia nessuna traccia incompleta e procede fra lavacri di sangue e gemiti alle sue conclusioni, anche questa volta, di "posizione" (non uso il termine "ideologico", caro a Gianni, per evitare schieramenti inopportuni). Di negrieri e carnefici, di traditori e pusillanimi ne fa mattanza, ma tratta gli epigoni bianco-incappucciati dell’odiosa setta KKK, affogandoli nel ridicolo, come, ricorderà qualcuno, si faceva con la soldataglia messicana nei film di Zorro.
    Tutti hanno la possibilità di dire e di fare la loro al Grand-Guignol di Tarantino, ma poi, tutti sono pagati con la loro stessa moneta. Gli oceani di sangue e di dolore che per secoli hanno solcato e scavato profondamente la storia e la coscienza di interi popoli ora scorrono senza più dolore, ma come severo monito sullo schermo di Tarantino. Che bianco è all’inizio, bianco rimane alla fine.
    Si compiace, e lo ringrazio per questo, di alcuni effetti estetizzanti: il sangue di uno dei tre fratelli ricercati, abbattuto nei campi, che schizza sui bianchi batuffoli di cotone, inventando nuovi fiori per vecchi morti; e la candida camelia, portata all’occhiello, all’altezza del cuore, dalla grottesca figura dell’ "imprenditore" agricolo, il "monsieur" che uccideva per noia i suoi costosi Mandinghi, superbamente interpretato da Di Caprio, candida camelia centrata dal piccolo ma letale proiettile sparato a distanza ravvicinata dall’inarrivabile Dott. King Schultz, tedesco di America (Christoph Waltz, che per questa interpretazione si è meritato il Golden Globe come attore non protagonista).
    Scarica, Tarantino, l’ironia beffarda, sulla folla incappucciata di beoti simil-KKK, il sangue e la carne martoriata da centinaia di colpi sui sudici negrieri, ed un silenzio commosso e riverente sugli schiavi, leva economica fondamentale per l’accumulazione originaria americana.
    Quasi 48 anni di distanza fra il Django di Sergio Corbucci (1965, nelle sale l’anno dopo) ed il Django (con la d muta!) Unchained, negro finalmente libero, di Tarantino. E si vedono tutti, anche per i budget incommensurabilmente diversi. La tecnologia e le migliaia e migliaia di film prodotti hanno creato un modo diverso di raccontare per immagini.
    E gli occhi che li guardano, gli appassionati che se ne nutrono sono anch’essi cambiati: più smaliziati e non più innocenti; ma sempre tanto, tanto innamorati…

  3. Sandro
    22 Gennaio 2013 a 17:51 | #3

    Come il polmone per i gatti…

    Gruppo ‘Visioni’ a ranghi ridotti. – …Avanti Savoia! – Eravamo solo in sette al Cinema Europa, tra contrattempi e defezioni, di cui sei in pizzeria; con la (gradita) sorpresa di Patrizia.
    Vedo che nessun si fa avanti per un commento “a sangue caldo” (!) …noi sette sappiamo di cosa parliamo, ma gli altri possono facilmente immaginare…
    Tarantino fa il tarantino, anche se cambia l’ambientazione (western stavolta). Tante citazioni, sangue a fiumi: è un ossessivo-compulsivo che non si sa fermare – lo diceva Tano ieri sera: – Dieci morti ammazzati? Meglio cento! – Anzi 101, che il numero dispari fa più zen!
    A parte lo spettacolo, quando esci ti senti come un gatto che ha mangiato il polmone…
    Li avete mai visti? Dopo tanti soffi e grugniti e ferine avide zampate, che vi guardano interrogativi come per chiedervi: – Ahò, che m’hai preso in giro? Ma che m’hai dato? …Era solo aria o davvero ho mangiato qualcosa?.

    Questo, ripensandoci, l’effetto che mi fa fatto il film ieri sera. Con l’aggravante del tema. Perché con Amistad di Spielberg è stato detta la parola (quasi) definitiva sul grande spettacolo di intrattenimento associato ad un grande tema etico. Ritrovarli, ‘gli sporchi negri’, in Tarantino, appare leggermente blasfemo; come se la sua irriverenza apparisse fuori posto nel toccare un problema che al pari dell’Olocausto continua ad imbarazzarci. Passi per l’ucronia di Inglorious basterds, ma stavolta era più difficile da mandar giù. Preferisco vedere le sue acrobazie stilistiche ‘al sangue’ applicate ai criminali da operetta de Le iene o di Pulp fiction…
    Senza rancore nei confronti suoi e dei suoi fans…
    S.

  4. Tano
    22 Gennaio 2013 a 23:01 | #4

    Tanto per cambiare non sono d’accordo con Sandro, soprattutto sul punto cruciale del suo commento. Quello, per intenderci, sulla “banalità” del film di Tarantino, in quando con Amistad è stato detto praticamente tutto sulla vergognosa storia della tratta degli schiavi, a cui gli “omini” bianchi si sono dedicati con scientificità e strutturale malvagità.
    Non credo che un’opera d’intelletto (un libro, un film, un spettacolo teatrale), per quanto profonda e coinvolgente possa definirsi “definitiva”. Non lo sono state e non lo sono le tragedie greche, affiancate da Shakespeare e da Pirandello, non sono state e non sono libri meravigliosi e apparentemente completi e definitive, commedie umane e divine, perché sono venuti poi altri interpreti a togliere o ad aggiungere, a fornire un’altra angolazione nella visione dei fatti, altre interpretazioni perché mutata la qualità dei dati e la loro numerosità, perché modificata la sensibilità al problema e la riflessione critica generale, perché si sono aggiunte “intelligenze” in senso etimologico di “intus ire”, capacità, cioè, di entrare nel profondo e asportare il senso della storia, di leggere ai moderni con linguaggi più moderni.
    È quello che fa Tarantino: armato di strumenti che Spielberg per sua formazione non possiede o non sa o può usare e mancante, Tarantino, del buonismo spielberghiano (la tiritera finale di Hopkins poteva anche risparmiarsela e si sarebbe seduto due fila più vicino alla verità storica). E quindi canta il blues dei negri ed il loro rap contemporaneo, ma è impietoso e sul trono del cattivo più banale insedia lo zio Tom di turno, l’anima “nera del negriero. Tarantino parla un’altra lingua, suona un’altra musica, che molto semplicemente non è né meglio né peggio. È altra, perché parla per conto di altre moltitudini che rimangono ancora stupefatte sul come orrori come questi siano potuti succedere ed ancora succedano.
    Non c’è il mio orrore ed il tuo orrore quando le vite degli uomini (e delle donne soprattutto!) sono bruciate e vilipese, siano come siano le loro pellacce di vinti della Storia. C’è solo l’Uomo che perde e ben venga chiunque ce lo sappia ricordare, anche divertendoci.
    Grazie Quentin

  5. Sandro
    23 Gennaio 2013 a 8:42 | #5

    Per Tano,
    senza scomodare le tragedie greche e Shakespeare, non dico che dello schiavismo non si possa più parlare in assoluto, ma che per Tarantino questo era un tema come un altro “per giocare” le sue fantasie citazioniste e dissacratorie; che il suo “giocattolo” stavolta era più il “western” come genere che non lo schiavismo e che l’uso strumentale di quest’ultimo un po’ mi ha infastidito.
    Ora sto zitto. Ciao a tutti.

  6. Tano
    23 Gennaio 2013 a 13:15 | #6

    A me è parso che da tutte le interviste che ho letto, compresa quella molto interessante segnalata da Sandro, emerga il discorso sulla schiavitù come asse portante del film; il western è il mezzo usato à la manière de Tarantino. il linguaggio scelto. Django unchained è omaggio al mitico film di Corbucci soltanto nel nome. Non c’è altro di quel periodo e di quel genere, se non la sua “interpretazione” di quel genere. Naturalmente questa è l’interpretazione che dò io, fattami attraverso i pochi mezzi disponibili che ho. La discussione è quindi aperta e certamente la ragione ha più case, soprattutto quando l’oggetto è l’interpretazione di un’opera d’ingegno, in particolare prodotta da un protagonista del cinema come QT, bizzarro, colto, innovatore e fanciullone che si delizia a giocare con i suoi film. Ma nessuno di questi film è gioco fine a sé stesso. “Django” ed il cammeo con Franco Nero sono il tributo all’archetipo; il mezzo, il genere, è il “western” con parte dei suoi topos (a me pare di più una storia alla Bonelli, che un film che segua da presso gli stilemi classici del film con i cow boys e gli indiani, le diligenze e gli sceriffi messi lì per farsi impallinare). “Django” ovvero della schiavitù guardata dalla curva esce in contemporanea con “Lincoln” del citato Spielberg. Cioè Storia, e interpretazione della Storia, così come nel nostro film che si svolge due anni prima della Guerra di Secessione; e non storia del cinema attraverso le tante azzeccate citazioni, “ma anche della Storia con la S maiuscola, che è entrata da qualche anno a far parte del mondo di Quentin. Lo stesso regista ha affermato che Bastardi e Django faranno parte di una trilogia. Ed è qui che si parla di vendetta storica: nazismo e schiavismo, due crimini dell’umanità dai quali ci possiamo redimere solo attraverso l’arte. La catarsi genera un godimento viscerale, l’istinto sopporta la vista di sevizi sui corpi dei cattivi che vengono finalmente puniti (in qualche universo).”
    Per ultima la musica: ho apprezzato la colonna sonora con la sapiente distribuzione dei pezzi musicali a correre lungo il film, con la canzone di Morricone durante la cena, quando ancora pareva che ci si avviasse ad un finale “normale” (peccato il testo della canzone cantata da Elisa), con il rap che accompagna con assoluta coerenza una scena bellissima e così via cantando e tributando.

  7. Sandro
    23 Gennaio 2013 a 13:47 | #7

    Mi rimangio la promessa di stare zitto perché trovo che il tema sia di fondamentale importanza, il cuore del film. Se quel che Tano definisce “asse portante” del film sia “lo schiavismo” o il “western”.
    Probabilmente nessuno dei due..! Tarantino semplicemente “gioca”; cerca un tema o un pretesto per farlo! Così ha fatto di volta in volta con i criminali americani, con l’Oriente, con il nazismo. Stavolta con lo schiavismo, e a me è risultato indigesto. Tutto qui!

  8. gianni
    24 Gennaio 2013 a 0:09 | #8

    UN DIVERTISSEMENT. Un gioco. Questo mi è sembrata l’ultima opera di Quentin Tarantin.
    Né il primo né probabilmente l’ultimo dei suoi giochi di questo genere.
    Però che gioco ragazzi!
    Lui, di tanto in tanto, apre la suo armadio dei giocattoli, estrae la scatola dei soldatini e, furtivamente, come il ragazzo che non vuole essere scoperto bambino, vuole rifare un nuovo gioco, sceglie i personaggi che non ha usato la volta scorsa e allora… vediamo… i tedeschi no, già fatto, i samurai… no, stavolta meglio… ah, sì! I cow boys. E mentre rotea fra le mani i soldatini e li osserva uno ad uno, la sua fantasia prende forma e come un fumetto si solleva e si accende. Ora sì! Eccolo, tutto è lì di fronte come un fumetto gigantesco, tanto grande almeno quanto lo schermo di un grande cinema. Le facce, i personaggi, i cinturoni, le pistole, le selle, i cavalli, i carretti, la polvere, i vestiti sporchi… tutto lì già pronto, già disegnato e ora… basta muoverli… anzi nooo… si muovono ormai da soli e Django è lì con i suoi occhialetti, la faccia truce, da duro, da vendicatore… il fumo del sigaro che, contro luce disegna un’aureola turbinosa intorno alla sua testa… ah, la storia! Sì è necessaria una storia! Insomma, Django in questo gioco è un vendicatore… dovrà pur difendere qualcuno… una causa… un principio… distruggere il male… quale può essere il nemico più odioso in quel contesto? Ma certo! Gli odiosi razzisti e negrieri del KKK ed i loro servi suddisti.
    Però che bello ragazzi! Chi di noi non si lascia tentare e ripartire per quelle avventure che, da ragazzi, ci hanno fatto sognare ad occhi aperti, e ancora oggi ci invitano a fuggire con la fantasia, insieme a quegli eroi, a cavallo, cavalcando senza sella un destriero di fuoco, scagliati contro l’ingiustizia e col profondo piacere di non salvare nessuno degli infami???
    EVOCARE, questa è la grande capacità di ciascuna scena dei film di QT, scene che varrebbe la pena di bloccare in fermo immagine per coglierne le espressioni dei volti, i dettagli, e poi il rumore dei proiettili che sibilano e il tonfo dell’impatto con i corpi e le cose, e nulla è approssimativo, tutto sembra dannatamente esagerato, ma esteticamente realistico.
    Un film di contenuti ESTETICI che però trasmutano la loro deteriore natura e diventano PURA FANTASIA, libera d’inventare l’inverosimile, libera di liberare le nostre anime per più di due ore nel buio della sala cinematografica, libera di inventare il mondo come lo vedrebbe un adulto Peter Pan.
    Si torna alla realtà soltanto quando si riaccendono le luci e ci si riscopre nuovamente adulti, con un po’ di malinconia, ma… con ancora un piacevole sapore acre di fumo e polvere da sparo nelle narici.

  9. Matteo
    25 Gennaio 2013 a 13:53 | #9

    L’ultimo sberleffo di Tarantino è l’ennesimo smacco ai sensisti di tutto, ai puristi della scena ai fanatici della raffinatezza, l’unico regista che con gli anni non modifica i toni accesi, la spavalda resa dello splatter su una pellicola di più alte pretese, il bello è che se lo può permettere perché gli riesce con una spregiudicata naturalezza, ormai la tecnica é inimitabile, vedere una scena di un suo film è come sentire la voce di un cantante inconfondibile o il buchè di un vino unico nel suo genere. Le spietate citazioni che attingono ad una conoscenza traboccante del western non si limitano al classico della cellulosa d’altri tempi, ma si spingono audacemente nei toni rosso purpurei di un Amleto Shakespeariano, interpretato da un sommo Di Caprio che fa di un teschio il suo scettro nel suo delirio di onnipotenza, nel qual caso non parla al padre (come fa realmente Amleto) ma indirettamente del padre, rendendo questo parallelismo inconfutabile. La sua provocazione spazia dunque dall’oscura ombra della follia rappresentata nella letteratura, ai pirotecnici spettacoli di fuoco di polvere da sparo e dinamite che richiamano al cinema del passato. Il senso di tutto questo non è dare un senso, non è dire qualcosa nel suo bene o nel suo male, non è creare miti o comunicare un messaggio è… farlo con stile, qualsiasi cosa sia, farla con quello stile inconfondibile delle inquadrature, della scelta musicale e del tempo di recitazione, con un perfezionismo ricercato di kubrikiana memoria, è dire al mondo intero quanto è bravo a farlo, sbattere in faccia la sua cultura e allo stesso tempo la sua capacità di corromperla come a dire che ne sa talmente che si può permettere anche di rielaborarla, di citarla e stropicciarla.. un po’… Come gli pare e piace; e soprattutto è.. dire che lo può fare perché riesce a divertirsi e a divertire, a intrattenere, a magnetizzare lo spettatore tanto da non essere neanche più il tema trattato ad indignare o a creare sdegno, ma proprio il suo intrinseco modo di svolgerlo… Questa ricerca dell’espediente non può che creare discussione, ma il momento in cui ciò accade già fa sua la vittoria.
    Non c’è nulla di nuovo rispetto ai suoi stessi precedenti, l’innovazione è in questo caso rappresentata dalla capacità di riuscire a non mutare nel tempo, a conservare questa vena di follia, che rende le cose geniali.

  10. Luigi
    25 Gennaio 2013 a 15:02 | #10

    Non posso restare indifferente al commento precedente perché non solo è del più giovane visionario che scrive sul blog, non solo perchè è di un figlio di visionari, ma soprattutto perchè ha postato parole e sensazioni che “sudano sangue e decisione”…..alla Tarantino insomma.
    La “strafottenza” di Quentin rende il suo cinema appartenemte al genere che coincide con il regista stesso e che quindi sfugge alle scelte di imbroccare un tema, poichè muovendo i “suoi soldatini” li farà saltare e combattere come solo lui sa.
    Il suo pubblico sa che troverà il suo regista e lui non li tradirà mai e in una sorte di rito collettivo, si compie il trip visivo e liberatorio di un cinema “pulpirriverente”.
    Non si sa ancora se negli anni futuri Tarantino resterà nel tempio massimo della settima arte. Certo lui ne è figlio, altri sono stati padri. Come tutti i figli, ha imparato (quando ha voluto) e ha inventato (senza sapere di avere assimilato) quanto altri gli hanno dato in tanto cinema passato.
    Però lui va come un treno e poco gli importa se il dilemma è “essere o non essere…”
    In fondo i surrealisti hanno sempre messo in contatto “Gli ombrelli e le macchine da cucire”. Perchè non Tarantino accanto a Truffaut?
    E’ il cinema….e noi non possiamo farci nulla

  11. Tano
    25 Gennaio 2013 a 18:43 | #11

    Sfinito da “quattroprimariequattro”, in attesa delle prossime, tarantinescamente sfatto, mi faccio pure, questa xké non posso farne a meno. Voto X Matteo e X Luigi e che peste mi colga!

  12. Matteo
    25 Gennaio 2013 a 21:32 | #12

    Vorrei ringraziare Tano e Luigi per la disamina e la condivisione del pensiero, vuol dire molto visto che i concetti sono il mio unico cruccio, motivo del buchè.. bouquet, o di qualche piccolo errore di forma.. la forma… tanto importante per Quentin da lasciarlo incontrastato dominatore della “settima arte”, tanto da rendere per me altrettanto importante la sostanza del mio pensiero sulla sua forma.
    Colgo l’occasione per dire un paio di cose che ho dimenticato nel “sudare sangue e decisione” (splendida allitterazione che rende l’idea della carneficina di idee che suscita un film tarantiniano). In questo pulp di brandelli e sangue condito da atmosfere da mezzogiorno di fuoco, la cosa più bella è che lui cita se stesso, e nella già esaminata opera di collezione di immagini, dialoghi, personaggi, da arti diverse.. la vera genialità sta proprio nel fatto che è arrivato a richiamare nei suoi film, i suoi stessi film precedenti: l’inizio di Django vi avrà ricordato l’inizio dei bastardi (stesso attore, stesso accento austriaco, stessa modalità di girare la scena, stessa atmosfera tesa nei dialoghi, stesso epilogo con la sparatoria) risultato una citazione di se stesso, anche ingannevole a tratti come volerti far cadere nella trappola (..e io ci sono caduto) che oramai il genio del pulp si ripete.. seconda citazione (almeno nella mia visione) è un irriconoscibile samuel L. Jackson terribilmente affine nel suo essere nero a trattare i negri, con il Samuel L J. di pulp fiction, due figure diversissime, ma entrambi in fin dei conti dipendenti di qualcuno più in alto, entrambi con questa arroganza rassegnata e sentimento di superiorità, una spocchia burbera e incazzata, che ne fa il personaggio perfetto.. ultima ma probabilmente più eclatante è la scena finale quando i cow boys fanno ritorno a casa attesi da Django accompagnati dalla colonna sonora di Morricone, scena che delinea nelle ombre al passo lento il massacro ai due pini nella prima scena di Kill bill 2, con esito invertito in questo caso (ovvero saranno loro a trovare la sorpresa facendo di Django la Shoshanne di “inglorious bastrards”) o se vogliamo, delineanti anche il clan di O’Ren Hi Shi nel primo film dei due fantastici episodi, che a mio parere sono, nella sua filmografia, secondi solo a pulp fiction!!

  13. Sergio
    1 Febbraio 2013 a 1:37 | #13

    Con i suoi 165 minuti di durata complessiva, Django Unchained è il film più lungo diretto da Tarantino. Ritroviamo tutto il suo inconfondibile stile cinematografico: sequenze splatter, sceneggiatura tagliente, ironia, sagacità, riferimenti e citazioni ai film western del passato.

    Degna di nota la colonna sonora.

    Mitico il botta e risposta tra i “due Django” Franco Nero, che interpreta un appassionato di lotta tra neri mandingo, e Jamie Foxx:
    Franco Nero “Come ti chiami?”
    Jamie Foxx “Django”
    Franco Nero “Spelling?”,
    Jamie Foxx “D-J-A-N-G-O. La D è muta”
    Franco Nero (dopo il Django del 1966) risponde “Lo so”.

    In pizzeria si è fatto cenno al cameo di Tarantino al Django di Takashi Miike:

    http://www.youtube.com/watch?v=-81VrzGAlkQ
    Sukiyaki Western Django (2007) Cowboy

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