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La migliore offerta

Virgil Oldman è un sessantenne antiquario e battitore d’aste di elevata professionalità. Conduce una vita tanto lussuosa quanto solitaria. Non ha mai avuto una donna al suo fianco e tutta la sua passione è rivolta all’arte. Fino a quando riceve un incarico telefonico da Claire

 Giuseppe Tornatore. Italia 2012
 
 
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  1. Luigi
    17 Gennaio 2013 a 15:28 | #1

    Carissimi,
    sedotto dal commento di Gianni, inquietato da quello di Sandro, incuriosito da quello indeciso di Ambra, io e Viviana siamo andati a vedere l’ultimo film di Tornatore "La migliore offerta". Per rimanere nel gioco del vero e del falso, invio due miei commenti. Uno è quello vero. L’altro è quello falso.
    Lascio a voi individuare qual è quello vero.

    1° commento

    Al battitore d’asta Tornatore, durante i suoi primi venti minuti di “offerta”, avevo rilanciato più volte per avere quello che era proposto. Il gradimento era soddisfacente e mi sembrava un’occasione da non perdere. Poi mi sono fermato e non ho rilanciato più. A mano a mano che passavano i minuti, mi sono affievolito, distaccato dall’offerta per poi definitivamente abbandonarla.

    Eppure le premesse mi sembravano interessanti. Una immersione nel mondo della “riconoscibilità dell’arte”, l’affascinante contrapposizione del vero e del falso, la sensorialità del capire, l’imprevisto che sovverte le regole. Ma come ghiaccio che si scioglie, si sono presentati i personaggi di Claire (da subito stonata e mai credibile), Robert (ingegnoso artigiano ma immediatamente subdolo) e Billy (vecchio complice d’asta troppo fedele per essere vero). Insomma la prevedibilità, complice anche una recitazione così lontana degli altri dall’impegno di Geoffrey Rush (il nostro Virgil della storia), ha avuto il sopravvento e declinare la storia verso un thriller, mi è sembrata una forzatura per assecondare lo spettatore, mantenere una linea narrativa riconoscibile e, abbandonando una possibile originalità, chiudere con un colpo di scena inevitabile, visto che tutto era finito venti minuti prima della fine.

    La donna del bar, una sorta di “nana autistica” che si coniuga male con le vicende, l’aiutante della famiglia della villa, così fintamente fidato, il pretesto dell’automa, inutile inganno e anche così già visto di recente (temo di essere d’accordo con Sandro che citava Hugo Cabret.).

    Non basta dire che il film è italiano, che Tornatore si è lasciato alle spalle la Sicilia e gli stereotipi del nostro meridione, che Morricone c’ha messo il suo e che Geoffrey Rush è presente ottimamente in ogni scena.

    Non invidio chi ha acquistato il lotto. A me è rimasta la sensazione di una occasione mancata.

    2° commento

    Tornatore è maturato, la sua messa in scena si fa più raffinata e “internazionale” e, pur eccedendo in una storia dai risvolti prevedibili, compie un’operazione che accompagna con piacere la visione, recitata con garbo ed elegante nel suo svolgersi.

    Virgil, che da sempre usa gli occhi per appropiarsi del bello e del vero, s’innamora di una donna “costretto” a sentirla e, senza vederla, ne riconosce l’autentico trasporto. La sua rigidità si piega verso un’emozionale scambio di “aiuto” e le fobie, le paure, diventano un ponte verso una nuova vita.

    A volte i percorsi da intraprendere necessitano di grande pazienza e non occorre aver paura di chiedere aiuto. Pezzo dopo pezzo, come gli ingranaggi di un autom misterioso, si raggiunge una verità, una nuova visione.

    Il povero Virgil, dopo centinaia di ritratti di cui si è innamorato, quando incontra gli occhi di Claire, non sente più il bisgono di incorniciare la bellezza, e lui, si trasforma ma perde contatto con la verità e non riconosce il falso.

    La scena totale della sua stanza segreta resterà nella memoria di tutti. Due volti veri tra centinaia di dipinti. A tratti sembrava quasi una citazione del “Barry Lindon” di Kubrick.

    L’arte dell’innamoramento è ingannevole. “Ma puà definirsi arte l’amore?” dice Virgil a Robert. Quando le regole della riconoscibilità sono sovvertite, l’esperienza non basta più ed occorre affidarsi all’arte della vita, il cui autore resta ancora un mistero

  2. Gianni
    17 Gennaio 2013 a 15:28 | #2

    3° commento
    La raffinatezza. Questa è la caratteristica che più ho trovato evidente nell’ultimo film di Tornatore.
    Raffinati sono i dialoghi fra Virgil (G. Rush) ed il suo amico (falso) Billy (D. Sutherland), sulle qualità della bellezza, sulla sua riconoscibilità, sull’autenticità dell’opera d’arte. Non sono banali questi dialoghi. E poi gli interpreti … sarebbero capaci di rendere interessanti anche i più banali discorsi sul più banale degli argomenti.
    Raffinata è la costruzione narrativa che, anche se proprio non innovativa o comunque già vista nelle opere di altri grandi registi, conduce lo spettatore a seguire le vicende dei personaggi con naturalezza, con il piacere del racconto, con l’attesa della scoperta, della rivelazione, della conoscenza. E’ proprio grazie alla narrativa e alla credibilità dei personaggi che il percorso di scoperta è armonioso, coerente nei fatti come nelle personalità dei personaggi.
    Raffinato è il ritmo della rivelazione delle verità che si svela pezzo dopo pezzo, tassello dopo tassello, come gli ingranaggi della macchina parlante che il nostro protagonista tenta di ricostruire con il gusto del ricercatore e la bramosia del collezionista.
    “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico” afferma Virgil, l’antiquario-detective, di fronte ad un falso d’opera d’arte. Egli infatti sa che sia pur nella migliore contraffazione, ci sarà sempre un indizio, un dettaglio, un segno che rivelerà l’irrefrenabile impulso del falsario di “firmare” e personalizzare la propria opera, dimostrando di esistere. Questa affermazione apre una prospettiva in profondità nelle personalità dei personaggi del film, lasciandoci il piacere di scoprirne il pensiero non detto, quello che si legge dai comportamenti, dai piccoli vizi o dalle più impercettibili espressioni dei volti, con tutto il piacere della scoperta della verità che, quando sembra che tu l’abbia raggiunta …. colpo di scena!
    Qui si apre una simbolica visione del protagonista nella torre dell’orologio di Praga che, senza parole, ci racconta tutto e ci fornisce da la visione d’insieme degli ingranaggi veri e falsi che rappresentano e muovono LA VERTA’.
    Come nei migliori romanzi gialli. Come in un film di Hitchcock.
    Finalmente un film semplice da seguire, ma chi ha detto che “L’arte è l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice” ? Forse A. Einstein?
    Non aggiungo altro per non rivelare il piacere della scoperta. Consigli per gli acquisti: andatelo a vedere.
    ciao
    gianni

    p.s.
    Caro Louisson, non m’inganni! Il tuo primo commento è falso! Vero è il secondo! E ora non dirmi: COLPO DI SCENA … !!!

  3. Tano
    17 Gennaio 2013 a 15:31 | #3

    Il primo, senza prima vedere il film.

  4. Sandro
    17 Gennaio 2013 a 15:31 | #4

    Ho sempre trovato irritanti i libri, le sceneggiature, i film costruiti in modo artificioso; che partendo dal finale che deve essere ‘spiazzante’ in un certo modo, ci costruiscono davanti tutta una storia, complicando a dismisura la trama, creando falsi indizi al solo fine di fuorviare il lettore (o lo spettatore), senza che gli eventi abbiano una loro ‘necessità’. Trovo che tale modo di procedere sia sostanzialmente irrispettoso nei confronti del fruitore (lettore o spettatore che sia) e che tutta l’opera manchi di sincerità di ispirazione. Che è un grave ‘peccato originale’ capace di incidere sul (mio) giudizio complessivo sull’opera: gradimento e non gradimento. In questa categoria metto anche opere e registi illustri. Mach point di Woody Allen l’ho odiato proprio per questo.
    Questo ultimo film di Tornatore, La migliore offerta, rappresenta un esempio eclatante di quanto appena enunciato. Tutto è messo in scena per rendere credibile l’inganno: l’innamoramento tardivo di un “cuore in inverno”, la perdita di capacità critica da parte dell’‘anziano’ Virgil (…ma che anziano, se nel film e nella realtà ha più o meno la mia età!?). Si passa sopra anche a ‘buchi’ della sceneggiatura, come arruolare tra i traditori dell’ultim’ora anche l’amico ventennale (!) Billy o presumere che la reazione di Virgil alla (falsa) aggressione fosse proprio quella di chiamare la ragazza; o inserire nella trama elementi ‘bizzarri’ come la nana autistica, come anche il saccheggio a piene mani di Hugo Cabret (non solo l’automa, ma anche gli ingranaggi e la metafora del tempo).
    Insomma un film ‘furbesco’ – …che poi – caro Gianni – con 14 milioni di euro, sfido che sia anche sontuoso e raffinato! …pare che per Bagheria ne abbia speso 21, di soldi di Tano e nostri (della Regione Sicilia, in gran parte) – che per questi demeriti offusca anche altri aspetti …per esempio che sa costruire le immagini e la scena e che ha un certo talento visionario.

    I giudizi di Luigi sono entrambi veri e plausibili, ma da che parte inclina la sua preferenza emotiva ce lo può dire solo lui: io propenderei per il primo

  5. Pino
    17 Gennaio 2013 a 15:32 | #5

    Carissimi (falsi) amici,
    non mi succede mai, ma testimone Piero, mi sono addormentato alla visione de “La migliore offerta”.
    Così non l’ho ancora veduto.
    L’amico Piero dopo il film me lo ha solo consigliato, senza parlare di vero o di falso…
    Ora non so più se andare a vederlo.
    Quando si gioca con le dinamiche di un film che non tutti hanno visto, attenti… non siamo ‘automi’…
    Con rinnovato affetto cinefilo.
    Pino

  6. Ambra
    17 Gennaio 2013 a 15:34 | #6

    La mia risposta è: i due commenti non confliggono in senso generale e se vogliamo sono veri entrambi, ma è imperdonabile da parte di un regista illuderci con tante premesse e poi disilluderci mettendo insieme elementi del tutto improbabili solo per preparare un finale a sorpresa (ma quale sorpresa poi ???)…quindi scelgo il primo.

    Il film parte ottimamente ma diventa via via scontato e deludente, ed è imperdonabile aver disperso una così significativa energia potenziale – il personaggio, il contesto, l’originalità del soggetto – in un mucchio di luoghi comuni: professionista anziano rigoroso e affermato ma con qualche peccatuccio sotto il tappeto, ragazza bella e ricca ma orfana e malata, l’anziano ricco di cui sopra che si innamora della stessa, la stessa che incredibilmente ricambia, giovane artigiano povero e saggio dispensatore di consigli, “socio” di vecchia data sempre disponibile ma amaro e pieno di rimpianti, nana autistica (?), automa originale ritrovato e miracolosamente ricomposto pezzo a pezzo. Sicuramente dall’elenco ho dimenticato qualcosa…ma a questo punto ha importanza ?

    Boh, sarò cinica, ma bastava il fatto che la ragazza, ricca anche lei, ricambiasse l’anziano spione (ma dài….) per capire che era in arrivo il suppostone…da capire solo tipo e dimensione del suppostone….
    Purtroppo càpita che se un’ovvietà la si imbambola di belle forme e trame complesse – ancorchè poco credibili – la si possa spacciare per oggetto di spessore, e così la sensazione è che Tornatore abbia costruito tutta questa artificiosa architettura solo per preparare il “colpo di scena” finale, da thriller…dei poveri, che comunque non riesce a giustificare tanto ardore inventivo e forse anche per questo, oltre che per il progressivo crollo delle speranza riposte all’inizio nel film, delude.

    Molto, molto diverso da “La sconosciuta”, che ha una struttura complessa e si avvicina al thriller….ma, diamine, tutt’altro spessore…!!!! Caro Giuseppe, che ti succede ??? Lo sai che ti ho sempre amato, torna da noi !!!

    Ciao, Ambra

  7. Ambra
    17 Gennaio 2013 a 15:35 | #7

    Pino, per quanto riguarda il tuo sopraggiunto dilemma se andare o non andare a vedere il film, la questione mi sembra sinceramente di molto facile risoluzione.

    Se davanti a questo film ti sei addormentato, e tantopiù che non ti succede mai, NON PUOI NON COGLIERE COTANTO SEGNO DEL FATO, evidentemente non è cosa che lo vedi, almeno non a breve, lascia sedimentare…quindi tranquillo, dilemma risolto: non andare !!! :-) .
    Ciao Ambra

  8. Tano
    17 Gennaio 2013 a 15:36 | #8

    Se non ho richiesto il rimborso dei 4€ del biglietto all’uscita del Cinema Ambrosio, in Corso Vittorio Emanuele a Torino, è stato per due motivi esclusivi: a. la presenza di mia moglie, Paola, che non tollera insofferenze, liti, alzate di voce, imprecazioni, proteste anche tiepide; b. il rispetto, intaccato ma non consumato, nei confronti dei due vegliardi protagonisti, che ho seguito e apprezzato in film memorabili, e che in questo fanno esclusivamente da pània per uccellacci e uccellini cinefili. Rispetto e stima senz’altro decurtate, perché, pur essendo, gli attori, “meretrici”, ad un minimo di decenza sono pur chiamati: almeno una lettura preventiva del copione dovrebbero riservarsela, qualunque sia la somma che percepiscono per la “prestazione”. Io spero che non l’abbiano fatta ed abbiano presa l’offerta fidandosi del nome del produttore e del regista. In caso contrario devo pensare che sono disposti per danaro a qualsiasi cosa. E questa fatica ultima (ultima ma non definitiva, temo, last but not least) è una “qualunque cosa”: un film, in fondo in fondo, scarso, che ha risparmiato laddove è meglio spendere (sceneggiatura, dialoghi); scarso proprio dove un film deve fare il salto per raggiungere gli organi vitali dello spettatore “adulto”, cuore e cervello e diventare, a quel punto, un Film. Avevo sperato per i primi 15 o 20 minuti che Luigi Micca (discendente del più noto Pietro, che qui a Torino diede fuoco alle polveri!), avesse abbassato le soglie di vigilanza critica ed avesse espresso il giudizio veritiero nel “Commento 2” e che il primo, da me votato all’istante senza neanche vedere il film o leggerne qualcosa, fosse una mera esercitazione retorica (o un abbaglio, causato da un’estenuata stanchezza). Belle ed eleganti le scene (dove ho letto qualcosa del genere?), nei ranghi dell’immaginario cinematografico la silhouette dell’antiquario: sa tutto, proprio tutto (a differenza di noi che a stento distinguiamo Piero della Francesca da Tiziano Vecellio o una scrivania impero da una dormeuse Luigi Filippo); è elegantissimo (a differenza di noi che paghiamo Imu sproporzionate alle nostre possibilità e non possiamo permetterci un armadio pieno di guanti); mangia in ristoranti raffinatissimi (e non come noi alla pizzeria del calabrese); è casto (non come noi che abbiamo conosciuto i morsi della carne e le randellate delle mogli). E poi aste di mobili antichi, ceselli, quadri, sculture, gioielli, candelabri, ori, argenti, con rilanci in sterline da capogiro; libri antichi, boiserie, dame e cavalieri. La storia sembrava scorresse, poi il giuoco si è fatto chiaro ed è emersa la vera natura del film (vi ricordate in “Alien”, il mostro che esce dalle pance della gente?). Fin là il mestiere di Tornatore mirava alla sufficienza e tutti lo speravamo, almeno per giustificare la spesa (in volgarissimi euro e non in sterline) e poi vira, Tornatore, e perde le qualità attese di regista di film con un senso e con una dignità ormai di corte (cortigiana). Continua a gestire un film imbellettato ma sciocco, puerile, scolastico, di “serie B” (ricordate?) per ciurme di televisionisti in pianta stabile. Altro che buchi di sceneggiatura, che qualcuno munito di bontà eccessiva ha voluto usare nel suo commento, è il trionfo della “sceneggiatura”: storia zoppa, giallo che vira al verde boraggine, dialoghi dementi scritti da dilettanti allo sbaraglio (tipo gli inserti che Newton Compton ti manda a casa incellofanati con gli incipit di due aspiranti romanzi uno in un verso l’altro all’incontrario, ma entrambi sempre illeggibili). E la musica tromboneggiante del centenario Moricone, che avvolge come panna acida vecchi bignè ormai rinsecchiti. E gli attoruncoli presi tanto al chilo (o imposti, per marchetta resa, che è ancora peggio): ma chi è il giovane elettricista, così giovane e già così geniale; ma chi è la giovane rinchiusa che impazza, la demente, nella testa casta dell’improvvido antiquario, furbacchione che andò per suonare e rimase suonato; ma chi sono la moretta in moto che chiede aiuto e la bionda finta guastafeste; ma chi sono i poco credibili contorni, le comparsate umane e robotiche, la nana autistica ed il robot sapiente, il factotum sciancato ed il segretario in taglio di “Battista”, che proclama sentenze sconclusionate sulle mogli e le pitture. Ma chi sono i pennivendoli tanto al rigo che volevano fare un giallo ed hanno fatto un flop?
    Voler salvare qualcosa in questa debacle mi sembra un atteggiamento che inclina al masochismo. Che è contagioso.
    Direi, a furor placato (ho perso la prima stesura di questo mio intervento!), che il film, a mia valutazione, è la metafora assordante e profumata di un cinema italiano che non c’è più, da tempo, se non in poche, pochissime produzioni, in pochissimi registi, di cui, da poco abbiamo seguito l’ottimo ingresso in arena; è la pedissequa e paesana replica di tanti film in arrivo da oltre oceano a tanti decibel e a poche idee, striminzite e strafatte, sugli schermi non più da tempo innocenti delle nostre multisale.
    Arridetece le retrospettive!!
    P.S.
    I due film di Tornatore che mi piacciono sono: “La leggenda del pianista sull’oceano” (in cui si lascia conquistare completamente dalla favola, si abbandona) ed il documentario “L’ultimo gattopardo: ritratto di Goffredo Lombardo”, che è un vero inno di amore al cinema (consiglio la visione e possibilmente, una visione comune.

  9. Tano
    17 Gennaio 2013 a 15:42 | #9

    Mailomnibus, unicuique suum, quiescat in pace.

    1. Krazy Kat ancora non me lo aveva detto nessuno, ma se a Sandro viene in mente vul dire che sarà così. Solo un appunto: io godo a dare le mattonate, non certo ai miei compellegrini, ma solo a quelli che hanno un nome, un passato, una bozza di storia da far lievitare, e 14milioni14 da spendere e li spendono con superficialità. Siete o non siete d’accordo (lo so che lo siete) che con un po’ d’applicazione, meno raccomandati e meno mazzette (funziona così!) e qualcuno che avesse saputo scrivere un po’ meglio, la storia sarebbe stata in piedi e ancor meglio il film. Mi danno fastidio le occasioni sprecate, la mancanza di rispetto per il pubblico ecc. ecc.; e non avendo obbligo di trattenere i lettori, scrivere quello che loro si aspettano, ingraziarmi il direttore o il capo redattore posso dare libero sfogo alle mie opinioni. Visionari si nasce o si diventa?
    2. Krazy Kat e Oreste del Buono: Sandro affonda il coltello nel burro dei ricordi. Linus e poi il Male ecc. ecc. In soffitta devo avere ancora qualche scatola con le riviste ed i fumetti del tempo. Organizziamo qualcosa mettendo insieme tuitte le frattaglie della memoria. Luigi aiutami …..
    3. Una sola piccolissima aggiunta al “pacato” commento di Sandro sempre allo stesso film di Tornatore: “Ho sempre trovato irritanti i libri, le sceneggiature, i film costruiti in modo artificioso; che partendo dal finale che deve essere ‘spiazzante’ in un certo modo, ci costruiscono davanti tutta una storia, complicando a dismisura la trama, creando falsi indizi al solo fine di fuorviare il lettore (o lo spettatore), senza che gli eventi abbiano una loro ‘necessità’. Trovo che tale modo di procedere sia sostanzialmente irrispettoso nei confronti del fruitore (lettore o spettatore che sia) e che tutta l’opera manchi di sincerità di ispirazione.”
    Sono stato subito d’accordo con la tua affermazione perché mette in risalto la costruzione a ritroso attraverso un processo “induttivo”, sostanzialmente diversa da quella che noi consideriamo il corretto processo creativo: parto dall’idea e costruisco il libro, il film, l’opera d’ingegno, insomma. Però ieri sera studiando per la prossima visione in trasferta, ho letto quanto segue, riferito da Mario Giusti in “Dizionario del western italiano”, pagg. 144-145 “Vivarelli, che già faceva il regista, venne chiamato da Corbucci per la revisione della sceneggiatura. “”Mi chiamò e mi chiese: “Pierino, lo faresti ancora lo sceneggiatore? Allora passa domani da Bolognini [Manolo, fratello del più noto Mario, ndr] in ufficio e firma il contratto per la revisione”. Dopo andai a casa di Sergio e gli chiesi: “Allora, cosa avete?” Sergio mi disse: “C’è questo pistolero che cammina da solo trascinandosi dietro una bara nella fanga”. “E poi?” “Poi non lo so”. Allora inventammo il film partendo dal finale. Sergio aveva già fatto un finale col pistolero sordo, poi quello cieco. Gli dissi: “Facciamolo senza mani. Cioè senza mani perché gliele hanno calpestate i messicani”. E così venne la storia. All’incontrario.”
    Ciao.

  10. Luigi
    17 Gennaio 2013 a 15:46 | #10

    Per la cronaca, il mio commento falso è il 2°.

  11. Tano
    17 Gennaio 2013 a 16:41 | #11

    Grazie Luigi,
    siamo passati, grazie a te, dal bigliettino fra i banchi, alla sontuosa lettera su carta filigranata. Che tale è il "nostro" blog. La superficie è scabrosa, non liscia come i fogli di carta A4, fatta di plastica, fredda e neonica; è invece tendente al giallomarrone ed assorbe magnificamente l’inchiostro, quell’inchiostro viola che ho usato in passato, tanti anni fa quando usavo stilografiche prestigiose, che puntualmente smarrivo o mi rubavano; oppure l’inchiostro blu carico, importante, notarile …. che ficata! Ora si che siamo proclivi a scrivere, ma scrivere non si può senza scrivere di isole, ch’egli lo vuole!
    Buon viaggio.

  12. Viviana
    18 Gennaio 2013 a 9:43 | #12

    …. Un amico dice: “Ho visto un bellissimo film……vi invito a fare altrettanto”. Il consiglio viene seguito da alcuni, qualcun altro lo aveva già visto indipendentemente….Da qui si apre la “querelle” assolutamente, a mio avviso, interessante e preferibile alla piatta indifferenza. Però, mi permetto di notare, io che ho visto il film, ma sono dotata di un “palato cinefilo” molto meno raffinato dei più, il tutto mi è sembrato un po’ eccessivo: C’è chi si è addormentato (cena pesante o Tornatore?), chi rivendica i soldi del biglietto, chi si indigna per la subdola trama, chi piange sul latte versato dal regista che ha sciupato i primi venti minuti unici degni di attenzione….
    Nessuno ha provato, secondo me, sulla scia emotiva lasciata da Gianni, a soppesare il film nel suo insieme e con più leggerezza. A mio avviso si dicono delle cose anche belle: il rapporto con l’arte, con l’amore, la paura e la voglia di lasciarsi andare, al di là della superficie intrigante e patinata di un quadro, nell’abisso dello sguardo di una donna vera. Il finale lo trovo assolutamente coerente con il film: la vita è una “sòla”!, l’amore un’illusione e alla resa dei conti ci ritroviamo soli in una stanza vuota con un automa parlante spettro dei nostri sogni.
    Con grande umiltà e modestia invito tutti a stemperare un po’ i toni, magari solo riflettendo sul fatto di quanti soldi si spendono per fare film ben peggiori e a quante volte abbiamo pagato un biglietto e ci siamo bevuti attraverso gli occhialetti 3D effetti speciali d’oltreoceano senza anima né contenuto.
    Ciao
    Viviana

  13. Pino
    22 Gennaio 2013 a 22:14 | #13

    Malgrado tutto quello che era successo e, come mi aveva consigliato Piero cioè senza tener conto del ‘giallo’, ho visto La migliore offerta e per le ragioni portate da Viviana, mi è piaciuto.
    Tutta la parte sull’automa parlante però rimane solo un escamotage pretestuoso.
    Poi in fine settimana ho visto La parte degli angeli di Ken Loach. Finalmente un gran film. Spero lo rivedremo al Detour.

Codice di sicurezza: