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Visioni [81] – Rashomon

La visione di “Rashomon” (Akira Kurosawa, Giappone 1950), può definirsi una vera e propra lezione sullo “sguardo nel cinema”. Più precisamente “sull’inganno della visione”, sulla capacità dello spettatore, e allo stesso tempo degli attori, di come ci sono diverse interpretazioni dei fatti che vediamo.
Fu premiato agli Oscar come miglior film straniero e nel 1951, al Festival di Venezia, vinse il Leone d’oro.

scheda del film

 

 

 

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  1. Luigi
    11 Gennaio 2013 a 14:02 | #1

    Ieri sera, la compagnia dei nostri intrattenitori e cioè Dario Fo, Kurosawa e prof. Volli, ci hanno detto che l’arte ci mente. Quello che vediamo, che appare reale, ci inganna. A noi però piace lasciarci ingannare dall’arte e soprattutto dal cinema. Il “gioco pirandelliano delle parti”, ci guida facendoci perdere e ci rassicura tradendoci. La “montagna” Rashomon, dall’alto ci dedica 88 minuti e ci da una lezione sull’interpretazione, mischiando le carte lungo il confine fragile della verità e della menzogna.
    Alla mia terza (o forse quarta) visione del film, dal fondo della sala, pensavo: ma quanti piani di lettura ha questo film? Quante scatole cinesi (mi si perdoni il bisticcio con il giappone) conteneva la visione? E allora cercavo di appuntarmi le parole chiave delle sensazioni. La narrazione, i movimento della macchina da presa, la musica, l’enfasi della recitazione che richiamava quelle teatrali e quelle del cinema muto, il messaggio, nonchè la famosa presenza del “diegetico ed extra-diegetico” (la combinazione cioè del detto direttamente e/o del percepito sensorialmente).
    La frenesia delle immagini nel bosco e la staticità della porta e del surreale tribunale.
    Considerando che siamo nel 1950, non è da poco conto.
    Poi, in pizzeria, dopo il film, il dubbio (quasi certezza) che la storia del bosco, e quindi l’intero cuore del film, non sia altro che un pretesto che tende a schiudere quelle minime aperture sull’incapacità dell’uomo ad essere onesto, alla sua integrità, al messaggio di fede finale, quando addirittura un raggio di sole, illumina il fagottino che il contadino porta nella sua famiglia.
    Rashomon, e non lo scopro io, ha, detto nel modo più semplice possibile, una complessità così intelligente e provocatoria, che lo rende, nei vestiti di un film, una geniale sintesi della creatività comunicatva.
    Quanta forza e quanta apparente recitazione sopra le righe, quanto mondo (orientale e non) da scoprire, quanta tradizione, quanto coraggio.
    Insomma, è palese la mia ammirazione ma mi piacerebbe confonderla con altre vostre Rasho-osservazioni, inquinarla positivamente con “oggettive” rasho-sensazioni, cercare una possibile rasho-verità laddove le immagini mentono.

  2. Cinzia
    11 Gennaio 2013 a 16:47 | #2

    Di Rashomon si è già scritto e detto di tutto, ed è veramente complesso, se non velleitario, tentare di aggiungere qualcosa di originale, e per quanto possibile interessante, in senso critico.
    Tenterò quindi soltanto di sottolineare una sensazione epidermica che il film mi ha creato, il brivido provato al differente suono della risata di tre diversi protagonisti: quella sardonica e irriverente del brigante, quella abietta e nefasta della donna, quella disincantata e ironica del passante. Tre suoni diversi che secondo me scandiscono – in modalità non verbale – la personalità più autentica e meno strutturata del “personaggio”
    E andando a rievocare le mie reminescenze universitarie, certamente, ho ritrovato nel “bosco” uno dei “topoi” dei miti greci, ma anche e soprattutto, come ci insegna Propp, nelle fiabe russe, dove è visto negativamente, spesso associato alla morte, letale, luogo di insidie e di pericoli, oppure come campo di iniziazione, in cui il protagonista mette in campo la propria abilità o astuzia.
    E se mi permettete un ricordo familiare, per il mio papà Rashomon era “il film dei film” e ieri sera ho capito, anche su questo, quanto lui avesse ragione….

  3. Sandro
    16 Gennaio 2013 a 8:52 | #3

    Rispetto e onore a Kurosawa che più di sessant’anni fa ha creato un film innovativo nei temi e nelle immagini e soprattutto ha aperto una problematica nuova: un discorso sulla verità asserita dalle immagini e contraddetta dai fatti, ovvero una considerazione del cinema su se stesso: – un’opera di ‘meta-cinema’ – dice Ugo Volli nell’illuminante ‘speciale’ proposto da Luigi in coda alla visione.
    Devo ammettere che avevo del film un ricordo tutto sommato vivido, ma superficiale. Evidentemente quando l’ho visto la prima volta non avevo i mezzi per notare gli aspetti che mi hanno invece attirato in questa seconda visione… Mi ero fermato ai differenti modi di ‘vedere’ lo stesso evento da parte delle diverse persone in esso coinvolte; mi aveva soddisfatto questa prima (e grossolana) lettura.
    Ma già stavolta, quando quasi all’inizio del film il boscaiolo racconta per la prima volta la sua avventura, la sua corsa nel bosco è vista da distante; non con i suoi occhi. Ohibò! E allora? Che soggettività è mai questa? E questa mia attenzione si è ripetuta per i diversi personaggi, con un disagio crescente a far combaciare la prima interpretazione con le cose che adesso (non trent’anni fa) ero in grado di notare.
    Perciò scrivevo prima che la ‘spiegazione’ di Volli è stata illuminante.
    Per il resto, il problema delineato è di un’attualità assoluta; semmai reso più urgente e cogente dai ‘nuovi ritrovati della tecnica’.
    Lontani (anche se neanche tanto) i tempi in cui nelle campagne dalle parti mie si diceva: – L’ha detto la televisione! (sottinteso; quindi è vero!); col passare degli anni, nella vita reale, questo luogo comune si è trasformato, – per spostamenti progressivi della credulità – nel suo opposto, mantenendo però sempre l’Arte il privilegio di una ‘suspension of disbelief’.
    Ora – ma, abbiamo visto, già al tempo del ‘precursore’ Kurosawa – questa (relativa) sicurezza è messa in discussione…
    Basti pensare – vado per libere associazioni – alla “beffa dei Modigliani”, le tre teste false ripescate da un canale di Livorno (1984); alla presenza di una tigre ‘che sembra vera’ tra i protagonisti del film di Ang Li, “Storia di Pi”; alla diffusione del video su YouTube dell’aquila che rapisce il bambino: altro falso geniale.
    E mettiamo questi fatti insieme ad un’altra informazione (vera! …presa dalla letteratura scientifica): “Una università britannica ha dimostrato che soggetti cavia chiamati a raccontare un evento che hanno vissuto in prima persona cambiano la loro versione dopo avere visto un filmato dello stesso avvenimento falsato e ricostruito ad arte”.
    Concludo: è vero che siamo tutti meno sicuri del nostro discernimento: dobbiamo esserlo! …ma sappiamo almeno che l’insidia esiste e possiamo essere manipolati con facilità. Una bella differenza che esserlo al buio, con gli occhi chiusi e legati in un sacco!

  4. Sandro
    16 Gennaio 2013 a 17:31 | #4

    Per chi non c’era: avevamo omesso di segnalare il commento di Ugo Volli su Rashomon visto in coda al film, come discorso sul cinema; sulla verità e la finzione in esso (metacinema): molto interessante…
    Su Youtube: leggi qui http://www.youtube.com/watch?v=gFICG9K9evE

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