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Visioni [80] – Corpo celeste

Non c’è quasi spazio tra la macchina da presa e Marta, la tredicenne protagonista di Corpo celeste. Non lascia quasi respiro, sta attaccata a lei come a seguire le sue

nervose deambulazioni in uno spazio percepito più come estraneo che nuovo

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  1. Luigi
    14 Dicembre 2012 a 9:51 | #1

    Marta sta cambiando e lo sa. Il cambiamento però lo vuole comandare lei e così ruba il reggiseno alla sorella più grande, taglia i capelli, vuole “accudire” la madre, prepara la torta per il compleanno. Non sopporta l’arrivo delle prime mestruazioni perchè è una invadenza che non desidera. Lei vuole essere protagonista di se stessa. E “sente” dentro qualcosa. La “vede”, la “cerca”. E’ la sola ragazzina che al corso della cresima crede (a modo suo) a quello che viene detto. E’ curiosa di conoscere il significato delle parole pronunciate dal Cristo. In equlibrio precario, bendata, si immedesima nel non vedente. Accarezza il crocifisso nella chiesa abbandonata, appoggiando il suo corpo a quello di un “un uomo arrabbiato e deluso”, con improbabii occhi azzurri, che è sulla croce, a terra, davanti a lei.
    Qual è il corpo celeste? Cos’è il corpo celeste.
    La purezza e l’innocenza stanno per essere deviati da messaggi che i loro stessi fautori non comprendono e confondono. La catechista che semina parabole come un telequiz, il prete (ormai perso) che incassa affitti e chiede voti alle elezioni, il vescovo che mangia di nascosto dietro paraventi stanchi. Case abusive, tangenziali affollate, ragazzi vuoti, donne che pregano “a memoria”, crocifissi al neon.
    La famiglia, la società, la fede, il credere e il non credere. La libertà e la consapevolezza.
    Alice Rohrwacher fa un film coraggioso e spigoloso. Non si gioca la carta della scena ruffiana, non utilizza una colonna sonora sdolcinata. Le uniche “musiche” sono stonate suonerie di cellulari e orrende melodie al catechismo. Il film non “accomoda” lo spettatore, non lo mette a suo agio, anzi, pretende uno sforzo di ricerca e riflessione.
    A mio parere, nei dettagli della visione, ci sono spunti interessanti. La tradizione che accompagna inesorabile entusiasmi spenti, la bellezza che non c’è, la fede camuffata da rassegnazione, l’incedere stanco di chi ormai si accontenta.
    Lo squallore dei luoghi rimanda quasi a scenari pasoliniani. E sempre a Pasolini rimanda il volto etereo di Marta che (forse) crede non sapendo, o che forse, sente una grande voglia di vivere e basta. “Vuoi vedere un miracolo?” le dice il ragazzo alla fine. Lei, per un attimo ripensa ai gattini buttati giù dal cavalcavia (in fondo è per quel motivo che è lì) e si affaccia alle mani del ragazzo. Troverà una coda di lucertola che si dimena ma è pur sempre un piccolo miracolo.
    Con il vestito della cresima, impacciata e bagnata dall’acqua del sottopasso (un guado liberatorio, un passaggio fondamentale, un battesimo dalla gioventù) Marta sorride vicino al mare, libera, lontana da preti stanchi e “perpetue” confuse.
    Il suo, ora, è un corpo celeste di piccola felicità. Un miracolo regalato e non ordinato.

  2. gianni
    15 Dicembre 2012 a 2:09 | #2

    (Corpo celeste) La macchina da presa “a spalla” che accompagna lo sguardo di Marta, diventa lo sguardo di Marta, talvolta all’altezza degli occhi timidi di una bambina tredicenne che guarda gli adulti dal basso verso l’alto (non soltanto per la differenza di statura), talvolta con l’impertinenza di un’adolescente che non accetta più favole, che esige una spiegazione, che “sente” di avere il diritto di comprendere, che avverte crescere in sé la necessità di giudicare ora, anche lei, con nuovi occhi, il mondo che la circonda.
    È la storia di un passaggio, di un salto, di una diversa visione del mondo che si realizza in quel momento, a tredici anni, proprio quando anche la tradizione popolare si fa simbolo e, attraverso il rito religioso (ovviamente cristiano-cattolico vista l’ambientazione), richiama i suoi “soldati di Cristo” a celebrare, come atto di crescita, il rito della Cresima.
    Questo dunque è le fil rouge? Il cuore e lo scopo della narrazione cinematografica della regista? Credo proprio di sì e ad affermarlo è la stessa Alice Rohrwacher quando, commentando la scena in cui Marta scopre di non essere “sbagliata” (c.f.r. scena in cui Don Lorenzo le racconta di un Gesù “arrabbiato” perché ormai nessuno lo ascoltava e tutti lo avevano abbandonato) e che forse ad essere sbagliato è, invece, il posto in cui si trova, dice: “[…] Ognuno può avere la propria interpretazione. L’importante è che la crescita avvenga, che il passaggio venga fatto, di qualsiasi tipo esso sia!”( intervista di Francesca Bettini Barnes D. a Alice Rohrwacher- Parigi 3/06/2011).
    Tecnica documentaristica, dettagli non insistiti (per lasciare allo spettatore l’impressione di rubare frammenti di realtà), assenza di effetti speciali (compresa la colonna sonora), rumori naturali, sono gli altri importanti dettagli che giovano all’immaginazione dello spettatore e lo accompagnano in questo viaggio che, scorre in percorsi tutti al femminile, attraverso la sensibilità femminile, la scoperta del corpo femminile, della fisiologia femminile (le prime mestruazioni), della psicologia femminile. Anche l’altro personaggio di rilievo del film, Santa, la catechista, è una figura femminile, seppure “rinchiusa” nel suo mondo protetto da certezze rivelate e dogmatiche.
    La simbologia è presente in tutto il film e alcune scene, più di altre, sono “fisicamente” simboliche:
    - L’acqua, simbolo di lavacro, di purificazione, di comunione, di riconoscimento (battesimo), è presente ovunque. È presente soprattutto in quel passaggio oscuro che Marta sa di dover attraversare se vuole crescere, è un’acqua putrida, fangosa, intrisa anche di sangue innocente (i gattini soppressi dalla crudeltà “necessaria” degli adulti), ma sarà, per lei, l’acqua del suo battesimo laico.
    - Il Crocefisso che, liberato dalle corde che lo trattenevano sul tetto della vettura di Don Mario, si “tuffa”, anche lui ora finalmente libero, nella limpida acqua di mare (sto citando una felice intuizione espressa “a caldo” da un visionario in sala, che invito a rivelarsi e a parteciparci, sul blog, la sua visione del film).
    - La scoperta dei sensi che ora percepiscono le forme con significati nuovi e diversi e mostrano, agli occhi di una donna ormai adulta, un mondo nuovo, tutto da esplorare che incuriosisce e spaventa, allo stesso tempo, gli occhi della bambina ancora lì (vedi la scena in cui Marta accarezza il Crocefisso).
    Anche la scena finale, se si vuole, può essere la metafora di quel passaggio ormai avvenuto in un quel luogo ove, il miracolo della vita, è palpabile a livello fisico e non soltanto spirituale.
    Ottimo film.

  3. Tano
    15 Dicembre 2012 a 12:06 | #3

    X Gianni: se il visionario citato sono io mi farò vivo più tardi. Non ho potuto farlo prima, ma l’attesa è stata premiata dall’intervento di Luigi e tuo. Che rendono giustizia ad un’ottima opera prima. A buon intenditor poche parole …..

  4. Tano
    15 Dicembre 2012 a 18:32 | #4

    Un’altra opera prima nel breve volgere di poche settimane agli incontri di cinema di Visioni. Qualcosa si muove nel mondo del cinema e, senza rottamazione, le giovani leve entrano in campo e dicono la loro: Mike Cahill, con Another Earth, e in Italia Alice Rohrwacher, con Corpo celeste. Grande occasione per stimolare il dibattito ed il confronto sul nostro blog. Ci sarà un vincitore?
    Io mi schiero subito e sto con Alice, che non ci porta nel mondo delle meraviglie, ma nel terzo mondo nostrano del sottosviluppo prima che economico, culturale, lontanissimo lembo di periferia del paese, in cui giacciono “sepolti” i Bronzi di Riace, che ricordiamo giganti incolpevoli pronti a condurci invece nel grande mondo scomparso della classicità. Sto con Alice, che trova spunto per il suo film bellissimo, quasi inappuntabile, in un libro di Anna Maria Ortese, pubblicato da Adelphi, che include scritti che vanno dal 1974 al 1989. Inno alla terra “come cognizione liberata da costrizioni scolastiche, svestita dal bruno manto terroso di pianeta per essere assisa, da Ortese, a librato corpo celeste, oggetto azzurro che accompagna la ventosa, aerea, moltitudine dell’universo, sovramondo abitato dai geni boschivi, da déi carichi di dolore e sofferenze, da creature offese e da piccoli animali dallo sguardo straziato. Lirico sovramondo di cui tutti sono complemento, umani distratti e abitanti logori di violenza e cecità inaudite, maschere deformate dall’esercizio dell’usura e della distruzione”.
    Mi schiero e sto con Alice, con Yle Vianello perfetta nel suo ruolo tenero e durissimo al contempo, testarda e volitiva, capace di diventar grande da sola e a dispetto del contesto; sto con Pasqualina Scuncia, che nel ruolo della catechista delinea senza esitazioni una figura chiave, emblematica del film.
    Entrambi i registi amano i loro personaggi e per loro trovano una possibilità di salvezza. Di redenzione. Il regista americano la trova con un’operazione demiurgica rinviando la pratica al doppio planetario, Terra2; la Rohrwacher la trova nello sforzo di comprensione intellettuale, nella ricerca acerba, ma commovente, dell’adolescente Marta, che con le poche armi a disposizione, trova risposte a domande grandi e piccole, indispensabili per diventare grande, adulta (un classico racconto di formazione). E Marta diventa adulta in poche ore: fisicamente, quando si accorge delle prime mestruazioni con grande imbarazzo, che affronta con risolutezza, e più tardi quando assume in sé la verità rivelata dal prete eremita, la sconvolgente verità che Cristo non è bello biondo e con gli occhi azzurri, ma scuro, palestinese e arrabbiato, e se figlio di dio, di certo del dio degli eserciti.
    Marta diventa e raggiunge la madre su questa posizione, e poco dopo la raggiunge anche la sorella più grande, almeno credo, spero. Così le tre donne, senza uomini, diventano un plotone nemico dentro un mondo di mutanti, di figuranti stravolti irrimediabilmente dalla modernità offerta da questo Paese mediocre, senza speranza, senza sogni. E gli uomini, gli uomini che fanno? Dove sono? I loro uomini, prima di tutto: il giovane fidanzato è pura comparsa a un tanto l’ora; del padre di Marta nulla si sa, nulla si intuisce. Sarà morto? Sarà fuggito? Saranno, entrambe le sorelle, figlia della colpa, che tornano colpevoli nel Sud delle colpe? Sono mancate dieci anni, la sorella più grande aveva otto anni, quando è partita, in grado di ricordare tutto, anche dopo anni di lontananza, e di riambientarsi facilmente al rientro; Marta aveva solo due anni e quindi nulla ricorda della sua prima infanzia, è straniera, è “sbagliata”, parla con uno strano accento. Ma nessuno, nessuno sottolinea questa sua diversità, né i compagni di catechismo né le insegnanti né i parenti; nessuno la prende in giro o l’allontana. È lei che è a disagio, nel nuovo ambiente, nel suo corpo che ancora non cambia (che tenerezza le sue attese, i suoi passi da cieca finta per comprendere lo stato del “cieco nato”, i solitari colloqui con se stessa di fronte ad uno specchio appannato: quanta innocenza dimenticata!). Ma Marta che ancora non cambia è una Marta non “modificata”, che quindi ha la possibilità di salvezza. Così si salva, contro tutti, col solo amore di sua madre con caparbietà e rigore luterano. Ed una volta “adulta” e “salva” va a lavarsi nella stessa acqua in cui il “Cristo figurativo” è voluto buttarsi per “lavarsi” con un piccolo miracolo necessario, di cui è complice inconsapevole Marta, il primo dei due piccoli miracoli, che compie senza ricorrere alla dolorosa e disperata invocazione: Eli Eli lamà sabactani! Si toglie con quell’atto la polvere di anni depositatasi sul suo “corpo figurativo” nella chiesa diruta nel paesino abbandonato, in cui solo lo ‘zi prete rimane a ricordare che quelle macerie erano una volta luoghi vivi, dove umani avevano vissuto. Nelle maree storiche cui i popoli meridionali, ed in calabresi in modo assai particolare, sono stati sbattuti dalle coste alle impervie montagne per sfuggire il feroce saladino, per poi tornare alle coste, appena in tempo per distruggerle incoscientemente, cementando i fiumi e facendo nascere case bruttissime mai finite in un perverso disegno di mala democrazia. Nel 1960, a distruzione avviata, Pier Paolo Pasolini scriveva: “….Tra tutte le regioni italiane, la Calabria è forse la più povera; povera di ogni cosa: anche, in fondo, di bellezze naturali. Per duemila anni è stata sottogovernata ancora peggio che la Sicilia o il Napoletano, o le Puglie che, in molti periodi storici sono state delle vere piccole nazioni, dei centri di civiltà, in cui i dominatori risiedavano, almeno, ed avevano rapporti diretti con la popolazione: gli Arabi in Sicilia, i Normanni in Puglia, ecc. La Calabria è stata sempre periferica, e quindi, oltre che bestialmente sfruttata, anche abbandonata. Da questa storia millenaria non può che risultare una popolazione molto complessa, o per dir meglio, con linguaggio tecnico, “complessata”. Un millenario complesso di inferiorità, una millenaria angoscia pesa nelle anime dei calabresi, ossessionate dalla necessità, dall’abbandono, dalla miseria. Nel popolo questi “complessi” psicologici di carattere storico possono dare, nei casi estremi, i risultati più opposti: la più grande bontà – una bontà quasi angelica – e una furia disperata e sanguinaria (…). Una popolazione esteriormente umile, depressa, internamente drammatica”.
    Il risultato è sotto gli occhi di tutti: coste deturpate, paesi orrendi, modi di vivere inconcepibili, istituzioni assenti o passate in modo manifesto al nemico, subalterne, per interesse o viltà all’organizzazione malavitosa più potente del mondo, che lo Stato italiano sopporta e di cui è spesso oggettivamente connivente, a spese della residua parte, sempre più parte sempre più residua, che mafiosa non è e che la mafia aborre, condanna e lotta. E la chiesa cattolica retequattrizzata in malo modo, con le processioni in discarica, che raccoglie voti per il cavaliere di turno e che per volere esplicito dei suoi prefetti (tali sono i vescovi), che tarpano le ali alla speranza di carriera al mestierante parroco solo perché non riesce a raccogliere sufficienti suffragi per il beniamino di turno (Beniamino Strada, candidato alle vicine elezioni).
    Grazie all’anziano prete, volontario eremita, Marta diventa adulta e si salva e, dopo il bagno, in acque che non sono più quelle pure del Giordano, ma le acque inquinate dello Stretto, che aspettano invano di essere soprastate dal miracoloso ponte, è pronta a vivere un’altra vita, la sua vita, che ha voluto e cercato con determinazione. E di ciò gioisce, e noi con lei, della capacità di salvezza che a tutti noi è data avere, ma solo se lo vogliamo, se prendiamo parte, se ci schieriamo. La vita nella coda tronca di una lucertola è il miracolo, il secondo piccolo miracolo che ci rivela possibilità di altra vita, non su un’altra terra, forse non in un altro posto, ma come persona diversa, migliore, disponibile, umile e cosciente, civile. Spaesata ed estranea a quell’ambiente Marta ha imparato che, pur nel suo squallore, anche il pianeta Terra, parafrasando la Ortese, è “corpo celeste o oggetto del sovramondo”.

  5. Luigi
    15 Dicembre 2012 a 20:28 | #5

    Non so se qualcuno lo scriverà o ci ha pensato durante la visione. Mi riferisco ad una seconda chiave di lettura del film o, se preferite, ad un approccio parallelo. Tutti quelli con cui ho parlato dopo il film (ed anche i commenti qui postati) hanno centrato la storia del film nelle sensazioni di Marta, nel suo percorso di crescita (stupendo e misteriosamente affascinante), nelle ambientazioni sociali e locali dei luoghi calabresi.
    Propongo una lettura del film, immaginando la "nostra Alice" che ha affrontato, involontariamente o direttamente, il tema ir-risolto della fede. Durante la visione dell’altra sera (la mia seconda), continuavo a rimandare ad altri film che hanno dibattuto l’argomento. "L’ora di religione" e "Bella addormentata" entrambi di Bellocchio, il meraviglioso "Ordet" di Carl Theodor Dreyer, "Le onde del destino" di Lars von Trier, i "Francesco" di Rossellini, Cavani e Zeffirelli, Le "Giovanne d’arco", fino ad arrivare agli immensi Bunuel e Pasolini (quest’ultimo da non credente, autore forse del più alto Vangelo).
    Marta dunque da un lato e dall’altro l’ipocrisia, scivolata quasi nel fanatismo, di una fede ipocrita, stanca, erroneamente modernizzata, che corre senza entusiasmo. Nella scena di ritorno del prete, che ha perso il crocifisso (e non solo) , nella parete bianca della squallida chiesa, il crocifisso al neon azzurro (o celeste) è appoggiato a terra, di lato, lasciando la parete sguarnita di ogni simbolo.
    Questa religione che non sa emozionare, non riesce a "sintonizzarsi" con niente a meno che lo slancio non venga da chi è veramente puro e innocente. Un film sulla fede quindi, sulla crisi della religiosità, sui fedeli/clienti, sui preti/ragionieri, sulle perpetue disilluse (lo schiaffo che Santa appoggia sul viso di Marta suona come una sconfitta, un’invidia, proprio nell’istante in cui lei chiede di "CREDERE").
    Ma questi credenti, dissemninati nei film cui accennavo, che appoggiano battaglie violente e che non tradiscono le antiche crociate, che agiscono con la "forza del giusto" e si perdono gli slanci più autentici che arrivano da bambini, ragazzi, genitori e via dicendo, a che/chi/cosa credono?
    Nel film nessuno è convinto di quell’uomo dagli occhi azzurri. L’unico slancio di Santa è tra le lenzuola del prete, ma è un altro sentimento. Le danze a botta di "macarena", le riunioni sotto il cavalcavia tra immondizia e tangenziali.
    In sintesi, la storia del film è Marta o la fede?

  6. claudia
    15 Dicembre 2012 a 22:38 | #6

    i bellissimi e dottissimi comenti che avete fatto incutono un po’ soggezione, il mio sarà molto più elementare.
    Marta nel film sembra la sola che riesce a vedere lo squallore. Non è chiaro se abbia questa qualità perché è ancora giovane, o perché é una persona speciale. Non é neppure dato sapere se poi diverrà come gli altri o se continuerà ad essere diversa. E quindi se c’è una salvezza, per il mondo, o un’eterna condanna. La presenza del prete emarginato e dimenticato, ci suggerisce che riuscire a vedere non basta. Inizialmente ho pensato che fosse un film amaro e pessimista, perché presentava un’umanità quasi tutta imprigionata sulla superficie delle cose, vinta dalla propria miseria. Però la salvezza è proprio nel quasi. E quindi ora penso che forse il film ci dice che la salvezza c’è e la portano le Marte, che riescono a guardare. E anche il crocifisso che galleggia nel mare, liberato, libero, ci dice che in fondo per sottrarsi alla miseria umana basta a volte poco, solo sciogliere i nostri legacci.

  7. Tano
    15 Dicembre 2012 a 22:53 | #7

    Cara Claudia, il tuo commento asciutto va al nodo del film: solo due persone sono attrezzate per salvarsi da sole, il prete eremita, che ha fatto la sua scelta (Cristo pasoliniano, emaciato, dolente, uomo fra gli uomini) e Marta che si fa donna partendo da se, cosciente che il luogo dove si trova non il suo luogo. Qualche altro segue a ruota, la madre di Marta, la sorella, giusto in zona Cesarini, ma non neanche troppo sicuro. Mancano gli uomini. I soli che si vedono sono preti, falliti e traditori. Il Cristo che naviga a vista è splendida immagine, non necessariamente “religiosa”, certamente metaforica. Non è un film sulla fede, ma sull’etica rigorosa, che impone di essere, di essere coerenti, civili e lavorare per e per gli altri. Etici. Fino in fondo.
    Luigi cerca giustamente di sparigliare ed insinua dubbi. E non abbiamo notizie dal continente Sandro.

  8. Tano
    16 Dicembre 2012 a 19:42 | #8

    Ho appena finito di vedere Argo, film americano di Ben Affleck, che racconta la liberazione di 6 cittadini Usa rifugiati nella residenza dell’ambasciatore canadese a Teheran avvenuta nel gennaio del 1981. È un bel film, girato come solo gli americani sanno fare, in questo genere. Grande matrimonio fra il materiale documentario d’epoca e le scene vere e proprie, grande suspense e finale roseo. Parafrasando Marx: la storia comincia in tragedia e finisce in commedia.
    Ma che c’entra Argo con Corpo celeste (così mi ha detto mia moglie, che aveva già visto il film al cinema qualche settimana fa, quando le ho detto che dovevo scriverne qualche frase sul blog di Corpo celeste). Così direte anche voi, naturalmente, anche se non siete mie mogli (per fortuna). Non c’entra moltissimo, ma c’entra. O meglio serve. Per rafforzare un’idea critica presente in tutti i commenti: l’assunzione di responsabilità personale, anche a costo di sacrificio, anche contro il parere degli altri. È quello che fa Marta in Corpo celeste, abbandonando la cresima ed andando incontro al secondo piccolo miracolo (no, agnostico, no!), quello della piccola vita che continua, la piccola coda che vuole vivere comunque, anche se le code da sole non possono vivere, ma loro non lo sanno. È quello che fa il protagonista del film Tony Mendez, interpretato dallo stesso Ben Affleck, esperto di azioni sotto copertura, quando viene lasciato solo dai suoi capi della Cia. Si prende le sue, gravissime, responsabilità e porta al successo la missione.
    Per non rischiare il fuori gioco, evito per questa volta di parlare delle (ir)responsabilità Usa nel mondo dalla fine della II guerra mondiale… In quel caso la storia è cominciata in tragedia ed è sempre finita in tragedia.

  9. Piero
    17 Dicembre 2012 a 11:38 | #9

    Giovedì scorso, dopo la visione di “Corpo celeste”, ho chiesto a Luigi di dissociarsi da se stesso, e dalla scelta del film per Visioni.
    Ma non c’è nulla da fare, Luigi è troppo convinto nei suoi miti e continua a persistere nell’errore senza pentimenti né resipiscenze. Tenterò allora, con fraterna devozione, di salvarlo dall’orrore e dal rogo che meriterebbe…
    Già, perché di fanatismo cattolico si parla, e la Santa Inquisizione gioca bene il suo ruolo in questa melma misticheggiante. Le sorelle Rohrwacher sembrano a loro agio in questo scenario: Alba interpretava, protagonista in “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, una integralista del cosiddetto Movimento per la vita, che va a manifestare contro l’interruzione dei trattamenti di accanimento terapeutico per la povera Eluana Englaro.
    Alice, sorella di Alba, trae ispirazione da un libro di ricordi di Anna Maria Ortese –altra scrittrice brava ma sfigata- per raccontarci di un sofferto ritorno di una famigliola di emigranti dalla Svizzera a Reggio Calabria.
    Le sensazioni di uno spettatore “normale” (illuminista e progressista nonché sanamente miscredente) ad un film del genere sono:
    1. La Calabria è troppo bella per essere lasciata nelle mani dei calabresi;
    2. La Svizzera è sicuramente noiosa, ma ci si vive decisamente meglio che altrove (e casomai si deve andare più a nord, non ritornare al sud);
    3. La parabola della Chiesa (come quella del comunismo) si sta fortunatamente chiudendo, e anche se in entrambe le ideologie c’era del buono, ritengo che si possa essere molto più felici senza di loro. (Anche il capitalismo non gode per fortuna di ottima salute, e se anche lui si dipartisse si potrebbe ricominciare più tranquilli);
    4. La società in generale si sta sempre più degradando, e il sud –come al solito- guida la classifica dell’abiezione nazional-popolare. È il caso di dare una vigorosa sterzata culturale. Con principi solidaristi e socialisti, ma anche con intelletto e libertà.
    Tornando dall’ideologia al cinema, ci sono delle critiche specifiche, che vorrei addebitare in parte a Luigi ed in parte ad Alice:
    1. Pasolini è stato un grande autore nonostante non sapesse fare cinema. Ma non è che la grandezza consista nel non saper fare il cinema. (vedi Kubrick, tanto per fare un paragone). Casomai ci si può lamentare dei buoni artigiani americani che non sono supportati da decenti storie, ma non vale il viceversa.
    2. I fratelli Dardenne fanno dei film decenti nonostante la loro camera ballonzolante e le inquadrature troppo strette. Ma non è che fare il cinema “alla Dardenne” diventi un merito. Il controesempio è sempre Kubrick che, quando ne ha avuto bisogno, ha inventato la steady-cam.
    3. Fare un film costa come costruire un palazzo. Il primo film ha anche un valore maggiore. Possibile che Alice Rohrwacher si dovesse impelagare in quella melma di film, sinceramente anti-piacevole? (Mi ha ricordato certi quadri espressionisti di George Grosz e Otto Dix, belli per la loro bruttezza. Ma ho pensato che dopo di loro in Germania è arrivato baffetto…)
    Detto tutto ciò, Renato Carpentieri è bravissimo. Gli altri attori forse pure (belli per la loro bruttezza). La Calabria è meravigliosa (bella per la bruttezza), e forse anche il film…
    “Argo” era molto ben fatto, anche se si tratta forse di un film di consumo. Ma da cinefilo mi mancano tanto i film di Stanley Kubrick (perfetti cinematograficamente e densi di contenuto) e di Luis Buñuel (“Sono ateo, grazie a Dio”).
    Che esistono, anche se i loro autori non ci sono più, e sono disponibili anche per le serate di Visioni.

  10. Luigi
    17 Dicembre 2012 a 11:58 | #10

    Caro Piero, con fraterna devozione, ho letto e riletto il tuo commento, in attesa che le fiamme del rogo arrivino al cervello e i miei miti (quali?) vengano distrutti del tutto.
    Aspettavo con ansia il tuo commento perchè mi sono detto, da buon cinefilo, Piero non si limiterà a dire soltanto “non mi è piaciuto” ma addurrà specifiche motivazioni soprattutto cinematografiche. Ed ero qui, in attesa di essere redento.
    Poi però, saltate le filosofiche e affascinanti parole sulla Calabria e la Chiesa, mi sono concentrato sulle tue osservazioni cinefile e nel farmi domande mi sono dato delle risposte:
    1. Mica ho paragonato Alice a Pier Paolo.
    2. Mica ho detto che la tecnica di Alice è pari alla qualità dei Dardenne (le mie parole prima del film erano un filtro per un semplice esempio visivo)
    3. L’anti piacevole del film dove ti si è piazzato? Nella bruttezza dei luoghi? Perchè del film, a parte i paragoni spropositati (a chi è sognato di mettere Alice direttmente a confronto con Bunuel e Kubrick), non ho capito che cosa non ti è piaciuto.
    I film di Bunuel e Kubrick li abbiamo presentati in passato alle serate di Visioni. Alice ha forse colpa di aver provato anche lei a fare un film con temi analoghi?
    Suvvia, non mi venire a dire che “Corpo celeste” è inferiore perchè di valore lontano da Pasolini & Co.
    Mi aspettavo argomentazioni sui contenuti, su come sono stati trattati dalla regista, su quali fossero le falle di sceneggiatura o scenografie. Quali gli errori del soggetto o della messa in scena. Quale la forma visiva non azzeccata.
    Un film racconta una storia e per renderla anche un pò “sospesa” deve pur appoggiarsi “nello schermo” allo sguardo di una innocente tredicenne.
    Non sto qui a difendermi, ma ero decisamente pronto ad avere dubbi sul perchè il film mi sia piaciuto.
    “Mio dio”, le fiamme del rogo non arrivano ancora.

  11. Piero
    17 Dicembre 2012 a 16:24 | #11

    Cari voi tutti, e caro Luigi,
    sarò secco come questa tetra giornata (un fosco 17 dicembre, per me particolarmente duro anche dal punto di vista emotivo).

    Il film di Alice Rohrwacher è melmoso e anti-piacevole.
    Il cinema va saputo fare, specie quello poco narrativo e di brutte inquadrature. Un occhio di compassione si può avere per i film di consumo e i prodotti popolari, ma manco tanto (non condivido le scemenze dei film “stra-cult”). Un film di contenuti deve essere ancora meglio fatto, proprio perché la storia raccontata è meno coinvolgente e le immagini meno patinate.

    Il contenuto del film, ossia il degrado umano e paesaggistico, è l’esperienza che viviamo quotidianamente. Il kitsch religioso è una delle cose più frequenti dalle mie parti (“Madonnina di Civitavecchia”) e in questo periodo (festività natalizia). Anche qui siamo abbastanza sul banale.
    Sui turbamenti della tredicenne non mi esprimo, ma l’unica cosa che si può dire è che la protagonista brillava di luce riflessa nello squallore. Le altre bambine erano orrende di fuori e di dentro.

    Pasolini e i Dardenne li citavo come autori che, nonostante le loro pecche tecniche, avevano saputo portare dei contenuti agli spettatori. Della Rohrwacher, come Sandro, non riesco a percepire i contenuti.
    E non la scuso per l’opera prima. Anche Another Earth era un’opera prima, ma i contenuti e la forma erano ben altri. Ed anche le invenzioni di plot. Nonostante fosse un film di una cupezza interplanetaria.

    Il film della Rohrwacher è come le notizie dei telegiornali italiani: si parla del niente, si mostra l’ignoranza e il cattivo gusto, e non si sa manco bene perché lo fanno.

    (Con affetto immutato per tutti voi).

  12. Tano
    17 Dicembre 2012 a 17:01 | #12

    Però, caro Sandro, hai trovato esattamente i loro opposti: i vincoli sociali (controllo di una società per molti versi e in molti ambiti ancestrale; controllo istituzionale e politico, con la chiesa che riveste il doppio ruolo, dedicandosi con scientificità al mercato del voto; al controllo dell’organizzazione mafiosa); i vincoli economici (lo sviluppo controllato ed indirizzato dal malaffare anche attraverso la longa manu politica, lo sfruttamento della manodopera ormai quasi tutti extracomunitaria – Lametia Terme ci ricorda qualcosa?); i vincoli culturali (quando non c’è libertà di lavoro manca la libertà di accesso alle fonti della cultura, manca la possibilità di esternazione con cui la cultura si fa viva, la volontà di imparare, di dire rimane nel suo stato larvale di volontà di sopravvivere, e la sopravvivenza, caro Sandro, diventa omologazione. Di quale eleganza parliamo in un meridione (della Calabria in primis)distrutto, afganistato dalla lotta secolare fra uno stato cieco ed incapace ed una brutale egemonia malavitosa, con un popolo soggiogato ed omologato ai modelli più retrivi della nostra storia sociale moderna. Di quale dolcezza parliamo in una terra in cui la vita degli uomini vale una cartuccia caricata a lupara? Se deve venire una donna dal nord per ricordare queste cose ben venga, ma ne vengano, non una, ma cento, mille e siano seguiti dagli uomini di buona volontà, che contribuiscano a far uscire il verminaio, senza pietà, senza concessioni alla bella scrittura, anche a costo di qualche sbavatura retorica (anche di quelli che commentano al calduccio, col tè o un buon bicchiere di vino o una gran boulle di Armagnan). Sono siciliano della provincia di Siracusa ed ho vissuto e lavorato a Palermo per dieci anni prima e due anni dopo. Ho amici e compagni morti, uccisi dalla mafia, che si nutre di silenzio e di omologazione. Ho percorso in corteo decine di volte quei cento passi che dividevano la casa di Peppino Impastato da quella del parente mafioso, dello zio Gaetano Badalamenti, che ordinò di farlo saltare sulle rotaie del treno proprio il giorno del delitto Moro. Sono andato ai funerali di Mattarella, ucciso dalla mafia, che conoscevo dai tempi in cui era assessore al bilancio della regione Sicilia e rappresentava l’interlocutore principale di noi metalmeccanici che combattevamo per il posto di lavoro e non solo. E potrei continuare.
    E tempo prima, nel 1952, era arrivato in Sicilia dal territorio di Trieste, oggi ritornato alla Slovenia, Danilo Dolci, ecco un altro che lascia la sua terra e va a mettere il naso negli affari degli “altri”. Che ci fai Alice a Reggio di Calabria? Che ci fai Danilo a Partinico? Che ci fai Mauro Rostagno a Trapani? Non potevate starvene buoni a casa vostra, senza mettere il naso nei posti dove ormai libertà, eleganza e dolcezza non albergano più?

  13. Tano
    17 Dicembre 2012 a 17:33 | #13

    Mi ero arruolato per fare la guardia al bidone di benzina e manco tempo di capire dov’ero mi sono ritrovato nel bel mezzo della battaglia. Altro che Afganistan, sembra un asilo del tranquillo Connecticut. Prendo i miei quattro stracci e vado a rintanarmi.

  14. Tano
    17 Dicembre 2012 a 20:37 | #14

    Alberto Moravia nella sua rubrica di critica cinematografica tenuta sull’Espresso, il 26 novembre 1961 affronta il film opera prima di Vittorio De Seta, fino ad allora sceneggiatore e documentarista, Banditi a Orgosolo, e questo scrive a proposito del rapporto fra documentarista e narratore:
    “”Il passaggio d’un regista dal documentario al film a soggetto non è facile, specie se, come è il caso di Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta, il film tratta la stessa materia del documentario. Infatti c’è quasi sempre nel documentario un approccio alla realtà in qualche modo estetizzante perché puramente visivo: il documentarista può tutt’al più ottenere una certa atmosfera poetica; ma il dramma, per ovvie ragioni, gli è precluso. Nel caso migliore egli è un lirico; ma non può essere un narratore. Ora immaginate un poeta al quale venga in mente di tradurre in narrazione una sua lirica; e avrete un’idea molto approssimativa della difficoltà della trasformazione del documentarista in regista a soggetto. D’altra parte, ove l’operazione riesca, è evidente che il regista si troverà in una situazione di vantaggio rispetto ai suoi colleghi che non hanno mai praticato il documentario. Egli avrà infatti una maggiore cura della realtà ambientale; ed eviterà, proprio in grazia del suo passato di documentarista, di ricorrere al documentario per riempire i vuoti della vicenda.
    Nel caso di Banditi a Orgosolo l’operazione è riuscita perfettamente. Vittorio De Seta ha saputo fare il salto qualitativo dal documentario al film a soggetto in maniera che ci lascia intravvedere quanto egli fosse compenetrato dell’argomento, cioè con quanta simpatia egli avesse partecipato alla vita più profonda dell’isola, fin da quando vi si aggirava, appunto “per documentarsi.””
    A completamento voglio ricordare che:
    a) Vittorio De Seta per parte di madre era calabrese e che spesso ha indagato sulla Calabria ed ivi ha soggiornato e morto;
    b) Il testo riportato è interamente tratto dal volume “Alberto Moravia – Cinema italiano. Recensioni e interventi 1993-1990, a cura di Alberto Pezzotta e Anna Gilardelli – Bompiani Overlook, pagg. 414, 415.
    Ho voluto riportare questa citazione per cercare di comprendere meglio l’opera di Alice Rohrwalcher, documentarista alle prese con la sua opera prima, esattamente cinquant’anni dopo, ma in assenza di un medium riconosciuto come il Sig. Pincherle. Certo, anche contemporanei di tutto valore come Curzio Maltese e Goffredo Fofi ne hanno parlato bene ed hanno intravisto nel film gli stessi elementi positivi di cui scrive Moravia.
    http://www.lostraniero.net/archivio-2011/129-giugno-2011-n-132/670-lanima-nel-concreto.html
    http://trovacinema.repubblica.it/film/critica/dettaglio/corpo-celeste/402784/403713

  15. Tano
    17 Dicembre 2012 a 20:39 | #15

    Errata corrige:
    “Alberto Moravia – Cinema italiano. Recensioni e interventi 1943-1990, a cura di Alberto Pezzotta e Anna Gilardelli – Bompiani Overlook, pagg. 414-415.”

  16. Tano
    17 Dicembre 2012 a 20:45 | #16

    Per Piero.
    Mi spieghi il senso della tua frase “Pasolini è stato un grande autore nonostante non sapesse fare cinema.” ? Senza nessuna polemica, proprio per capire.
    Grazie.

  17. Luigi
    19 Dicembre 2012 a 10:28 | #17

    Ieri sera, per altre letture, una frase mi ha fatto riflettere sulle diverse interpretazioni di ogni cosa e mi sembrava perfetta per gli ultimi tempi del blog (in attesa di Rashomon):
    “Se osserviamo un “corpo celeste” lontano dalla Terra 300 anni luce, significa che la sua luce impiega 300 anni per giungere fino a noi. Il che vuol dire che lo vediamo come era 300 anni fa. Oggi l’oggetto che osserviamo potrebbe essere diverso, o non esserci più.”
    :-)

  18. Luigi
    19 Dicembre 2012 a 10:36 | #18

    Per Tano (in attesa di Piero).
    Pasolini è una mia passione e provo, in attesa di Piero, ad interpretare le sue parole.
    Pasolini è arrivato al cinema seguendo una sua linea di ricerca del linguaggio, che lo ha portato a voler sperimentare per immagini le sue parole. E’ notorio che il cinema di Pasolini non rispecchi le più semplici regole della messa in scena, nel senso dei canoni. Chi però vede il suo cinema, non potrà mai sottrarsi dalla necessità di conoscere chi era Pasolini e cosa (e come) scriveva.
    Abbiamo più volte detto che comunque la scrittura anticipa le immagini poichè senza di essa nessun film potrebbe essere girato. Ma non è tanto di sceneggiatura che intendo adesso. Mi riferisco invece alla grande forza visiva del cinema di Pier Paolo che pur non rispondendo alle necessarie conoscenze del campo, riesce a trasmettere ed evocare una grande ed intensa capacità di dire, provocare, approfondire e appassionarsi.
    Da questo punto di vista Pasolini è “l’Autore” per eccellenza, rispondendo in pieno alla totale simbiosi tra il pensiero, la propria vita e la scrittura. Il suo cinema ne ha tratto quindi le pregevoli conseguenze.
    Chi ha giudicato e giudicherà non piacevole il suo cinema senza tener conto della sua immensa capacità letteraria, commetterà sempre un grosso errore.
    Piero mi scuserà della mia entrata e spero di non essermi allontanato troppo dal suo pensiero.

  19. Piero
    19 Dicembre 2012 a 10:58 | #19

    Caro Tano,
    altro che Afghanistan, se mi chiedi di essere più chiaro su Pasolini, qui scoppia il terremoto di Fukushima, con tutti i suoi rigurgiti nucleari…
    Visto il periodo natalizio, cercherò di essere sintetico e semplice.
    PPP è un grande scrittore (di cui ha rivoluzionato regole e convenzioni), un polemista formidabile (i suoi scritti corsari hanno segnato un’epoca) ed anche un grande innovatore del cinema (mi limiterò a citare il vangelo di Matteo, la trilogia della vita e il suo capolavoro Mamma Roma -che abbiamo visto a Visioni anni fa-).
    Ma non ne sapeva niente di cinema. Come si suole dire “non sapeva tenere la macchina da presa in mano”. Ciò non toglie che “La ricotta” sia un capolavoro di cinema, come ben sapeva quell’altro eretico di Orson Welles.
    Ma, appunto, Orson Welles sapeva fare il cinema per inclinazione naturale, PPP è stato un grandissimo innovatore del cinema proprio perchè non sapeva farlo.
    Forse anche in quel caso era un “clinamen”, ma di verso e direzione opposta.
    E lo citavo nel caso della Rohrwacher proprio per segnalare la differenza.

    E che ora si apra il baratro su di me…
    Buon Natale!

  20. Piero
    19 Dicembre 2012 a 12:51 | #20

    Per Luigi,
    che di Pasolini è il profeta visionario.
    E per Tano (di cui apprezzo gli interventi, ma non li concordo).

    Siamo una volta tanto d’accordo sul Poeta. Il cinema di Pasolini è ruvido come la sua scrittura. Talvolta anche sbagliato (tecnicamente). Ma nelle mani di un poeta, anche gli errori diventano “licenze”. E poi il ragazzo morto in Mamma Roma come il Cristo di Mantegna è qualcosa che fatto da un regista “bravo” magari diventava pure oleografico, ma nelle mani felicemente inesperte di Pasolini è capolavoro puro.

    Allora qualunque ignorante è un poeta? Allora è lecito non saperne nulla del proprio campo, e vantarsene? Allora hanno ragione i politici (che rubano e non capiscono niente) e i presentatori televisivi (che appena l’intervistato dice cose interessanti li bloccano perchè loro non lo capiscono). Dai registi all’opera prima -che vengano dal documentario o abbiano fatto il militare a Cuneo- voglio innanzitutto ortografia e grammatica, poi anche dei contenuti interessanti.
    In Another Earth secondo me c’erano sia le regole che i contenuti. In Corpo celeste c’era un po’ d’ortografia, quasi niente sintassi e contenuti farfugliati.
    Non me ne volete…

  21. Tano
    19 Dicembre 2012 a 14:55 | #21

    Totale disaccordo! Si può scrivere perfettamente allineati al canone, ma aver poco da dire (piena la storia delle arti di perfetti calligrafi, che neppure hanno scalfito la teca oscura dell’animo umano (son barocco eppercchenò!) e ci sono i grandi artisti che innovano, distruggono o forzano i canoni ufficiali, i credi, le verità assolute, le deificazioni, e inventano nuove forme, nuove scritture. Tutti hanno padri e nonni naturalmente, spesso riconoscibili, ma quelli che i canoni forzano sono gli innovatori, gli originali artisti che si propongono come medium fra le generazioni ed il loro spirito storico (ed artistico). Che scandalo Joyce, che scandalo Caravaggio, che scandalo Pasolini!
    PPP passa al cinema perché gli serve un foglio nuovo e, a quel punto, una penna nuova un nuovo bulino. E al cambiamento dedica una pagina in versi (“Nel ’60 ho girato il mio primo film …”). Da qualche parte ho letto che Fellini chiamato a collaborare si tira in disparte convinto che PPP non avesse i mezzi necessari; nel ’63 Welles partecipa all’episodio (ormai consacrato) di Ro.Go.Pa.G., La Ricotta). E fa film, che per me, che con tutta sincerità ci capisco poco, sono fra i più amati, da me naturalmente (anche per motivi diversi, naturalmente e con diversa intensità). Fino ad arrivare a Salò che non sono più riuscito a vedere perché la sua “violenza” mi ha vaccinato e mi ha indicato una strada. Che fatica, signori miei.
    Trovo che le parole di Luigi, che riporto, siano assolutamente rappresentative di PPP: “Da questo punto di vista Pasolini è “l’Autore” per eccellenza, rispondendo in pieno alla totale simbiosi tra il pensiero, la propria vita e la scrittura. Il suo cinema ne ha tratto quindi le pregevoli conseguenze.
    Chi ha giudicato e giudicherà non piacevole il suo cinema senza tener conto della sua immensa capacità letteraria, commetterà sempre un grosso errore”.

  22. Sergio
    23 Dicembre 2012 a 23:55 | #22

    A Reggio una dodicenne incontra un mondo a lei sconosciuto. Chiamata a fare la cresima cerca nella parrocchia le risposte alla sua inquietudine. Troverà un luogo vuoto e senza valori: la catechista che uccide i gattini appena nati e il sacerdote-ragioniere che cerca consensi elettorali (come la DC di una volta) per garantirsi un trasferimento anticipato.
    Un film sulla crisi dei valori del catechismo. Solo l’incontro finale con un vecchio sacerdote rimasto isolato in un villaggio abbandonato saprà ridare a Marta una speranza, un senso alla vita.
    La regista denuncia il declino spirituale della Chiesa dove il catechismo viene rappresentato come un format televisivo: una sorta di X-factor del credo, con giovani che cantano canzoni su tematiche religiose "Mi sintonizzo con Dio" e rispondono su domande del Nuovo Testamento come a Il Millionario. Non mancano nella recita finale intermezzi con balletti di teenager vestite da suorine che ricordano le selezioni di veline.
    Per rimanere sul tema consiglio di vedere Lourdes di Jessica Hausner:

    https://www.youtube.com/watch?v=KPeNJ0md9fw

    Note positive: la prova della piccola Yle Vianello nel ruolo di Marta e la scoperta di Roghudi paesino abbandonato nell’Aspromonte:

    https://www.youtube.com/watch?v=HJ4N0bFMgl8
    (nella parte finale del video si vede una processione come quella del film)

    "Elì, Elì, lemà sabactàni?" (Dio mio, Dio, mio, perché mi hai abbandonato?)

    Buon Natale

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