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Anima e dolore. “Faust” e “Amour”

Di recente, tra i visionari,  sono diventati argomento di dibattito due film importanti che stanno raccogliendo diverse sensazioni.

Si tratta di “Amour” di Michael Haneke e del “Faust” di Aleksander Sokurov.

Dite la vostra.

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  1. Luigi
    11 Novembre 2012 a 12:12 | #1

    Su Amour:
    Caro Sandro,
    che dirti. La tua analisi mi sembra onesta e chiara. Della serie quando tocca “andare giù duri” (vedi chiacchierata su Godard) è meglio non avere rimorsi. Se “Amour” non è da esaltare ben venga. Io non ho ancora deciso se vederlo. Quest’anno…”ho già dato”.
    Occorre però chiarirsi se con Haneke, come con altri registi, vogliamo fare i conti con le storie che racconta o del modo in cui si raccontano. Perchè un regista può essere scomodo nelle storie ma geniale nel girarle. Io di Funny Games non ho mai apprezzato il messaggio di fondo, ma ho sempre pensato che il film, nel trasmettere il disagio della storia, è geniale.
    Insomma, l’Haneke’s touch, ormai c’è e bisogna prenderne atto. Nessuno era simpatizzante con i ragazzotti di Arancia meccanica, ma Kubrick è fuori discussione.
    Quello che voglio dire è che i film di Haneke sono quasi un genere tra i generi. E credo che solo lui li possa fare.
    Sono necessari? Non lo so. Sono preferibili le storie più accomodanti? Non sarebbe una scelta felicissima.

    Viviamo nel mezzo.

  2. Piero
    11 Novembre 2012 a 12:14 | #2

    Il film di Haneke è stupendo.
    Concordo su quasi tutto quello che dici, tranne che io sono molto più duro di te e sui film precedenti di Haneke la penso più o meno come Nanni Moretti e non come Luigi.
    Ma io sono contrario alla pena di morte, perché un condannato può sempre redimersi. E Haneke si è redento. la penso come il critico francese che tu citi, è un film completamente diverso dai precedenti.

    Duro e difficile, che tende a cacciare gli spettatori. Ma in fondo anche Million dollar baby lo era in parte (specie ricordandosi che è un film americano). Il tema lo impone, probabilmente.

    E poi non facciamolo più cattivo di quanto è: nella lettera Trintignant dice di aver liberato il piccione; perché dovrebbe mentire? La badante licenziata per maltrattamenti è stronza quanto serve, ma i maltrattamenti ci vengono risparmiati. La stessa scena del cuscino è molto dura, ma per fortuna non oltre il necessario.

    Non per fare il buonista, ma io ho trovato che era più disperato Ultimo tango a Parigi che non questo.
    Anzi, il pensiero che mi è venuto in testa è stato “Cazzo, mi devo dare da fare (con quello che ho voglia di fare) prima che sia troppo tardi…”.

  3. Fausto
    11 Novembre 2012 a 12:20 | #3

    su Amour:
    sandro, lo stesso effetto che ha fatto a te in negativo a me lo fatto in positivo. La prima volta che ho visto FUNNY GAMES sono rimasto folgorato.
    a presto
    fausto

  4. Pino
    11 Novembre 2012 a 12:21 | #4

    Su Amour:
    Concordo con tutto quello detto da Piero. Anche sull’ultima frase!!!
    Un abbraccio a tutti:
    Pino

  5. Luigi
    11 Novembre 2012 a 12:22 | #5

    su “Faust”:
    ho recuperato, con ritardo colpevole, la visione del premiato Faust di “Sokurov”. Parlai del film diverso tempo fa con Sandro in una delle nostre telefonate di primo mattino, e poi “il Gianni”, mi ha più volte detto di vederlo perchè era rimasto sconvolto (non positivamente) dalla visione.
    Ebbena caro Gianni, il film è un capolavoro. Dall’inizio all’ultima scena. Non si esce dalla visione e le immagini e soprattutto i dialoghi, non ti abbandonano più. Una delle sintesi realizzate mentre lo vedevo è stata “la bellezza del male, l’eleganza della morte”.
    Kafka e Dante, la pittura di Bosch e l’espressionismo tedesco, la morte e l’anima. Surreale, onirico, metafisico, inquietante e infinito.
    Una vera e propria discesa agli inferi, un girone dantesco cinematograficamente reale, una lezione di cinema.
    Un film del genere non lo può fare chiunque e quando anche grosse produzioni ci hanno provato, hanno sfiorato il fiasco totale. Parlando di riferimenti ad opere letterarie mi viene in mente a caldo la sbandata di “Profumo – storia di una assassino” di Tom Tykwe rispetto alla monumentale scrittura di Suskind.
    Anche se qui viene premesso “liberamente tratto da Goethe”, la potenza e la coerenza deformante dell’opera, non viene messa in discussione.
    I dialoghi del “prestasoldi Mefistofele” sono scolpiti con tagliente effetto. La scenografia è la fotografia sono superbe. La visione costruisce, scena dopo scena, la sensazione della grande opera.
    Gli spazi iniziali, dopo il volo della prima scena, si chiudono. I corpi (viventi e non) si scavalcano nello stretto. Poi il “senso delle cose” va fuori, in paesaggi più ampi, estranianti e irreali. E alla fine, si scende (salendo) all’inferno. E, come grida Faust, si va oltre, oltre tutto.

    Amen

  6. Tano
    11 Novembre 2012 a 12:23 | #6

    Su Faust:
    Quelle descritte da Luigi sono le stesse sensazioni che ho provato io nel
    vedere questo capolavoro di un genio della regia. Ho cercato di spiegarlo
    nell’ottima post-session in pizzeria (non mi mollerete più, ve l’assicuro!),
    sottolineando a Gianni come la tecnica utilizzata da Sokurov fosse
    perfettamente funzionale alla costruzione narrativa che fissava i contorni
    della storia (della sua storia, con dovuto omaggio, riconoscente e lucido, al
    grande tedesco). Tanto è vero che in film splendidi come i precedenti (Il sole,
    Moloch) tutto è concentrato sui personaggi e sulla relazione che essi,
    necessariamente, instaurano con tutto il resto del mondo. E, da ultimo, con gli
    spettatori che fruiscono dell’opera di così tanto medium. Solo nell’ “Arca
    russa” Sokurov ricorre a piccoli vezzi tecnici, ma solo per creare una
    fortissima complicità con lo spettatore. Io ho visto il film dopo essere stato
    a Leningrado per quattro giorni, di cui tre interi passati dentro l’Ermitage:
    la mia ascesa al paradiso!
    Varrebbe la pena costruire degli approcci sistemici ad un autore, ad un tema,
    ad un periodo, ad una tendenza ad un attore …
    Tano

    P.S. La scena finale dell’ascesa nel luogo del nulla dopo il viaggio di una
    vita in un inferno è una delle più belle scene di cinema. Forse l’angosciato
    stupore di sé al cospetto del nulla è l’unico vero istante di quella vita (di
    una vita).

  7. Tano
    11 Novembre 2012 a 13:41 | #7

    Aneke
    Aspetto di vedere Amour per un discorso sul film e su Anelke nel complessivo. Regista che reputo dotato di straordinari mezzi espressivi e di incisivi argomenti contro le violenze sottocutanee della nostra società del benessere in cui tutto dovrebbe essere color pesca, come nelle peggiori commedie americane, ed invece ha, quando va bene, il colore bluastro dell’ematoma. Sono molto vicino alla posizione di Luigi, mentre a Sandro suggerisco un bel film su Santa Maria Goretti (violento, ma con gli angioletti che portano al cielo il piccolo corpo straziato dal contadini ignorante e zotico).
    Non voglio allargare il campo di gioco, ma devo confessarvi che i due film in cui ho pianto sopraffatto dalla violenza (delle istituzioni, che in quanto tali, non possono essere violente, mentre le persone, purtroppo, lo sono e spesso, troppo spesso ed ancor più con chi gli sta vicino! Novanta donne in dieci mesi uccise in Italia da un padre, da un fidanzato, da un marito dicono nulla sulla dilettantistica violenza di Anelke?), i due film in cui mi ricordo di aver pianto d’impotenza sono: Sacco e Vanzetti i due anarchici uccisi (non giustiziati!!!!!!!!!!!!) dagli americani per il fatto stesso di essere anarchici, ed i Diavoli di Lodoun e le miserie di morte ai tempi degli ugonotti.
    Sandro mi perdonerà la trasgressione: la battuta quando ti viene la devi dire, altrimenti tradisci la tua vena ed il tuo pensiero.
    Buona domenica.

  8. Sandro
    11 Novembre 2012 a 18:53 | #8

    Giro al Blog un commento inerente di Patrizia, su ‘Amour’. Sandro

    Ricevuta tua compendiosa monografia! Troppo tardi. Già l’ho visto. Ah, ti avessi letto prima!
    Io non volevo andare, la mia amica di cinema ha insistito, non ha trovato altri ed ho pensato: – Che mi potrà mai succedere?
    Mi aspettavo un film triste, sulla vecchiaia e la malattia, e già questa mi sembrava una appena sopportabile sofferenza; debbo aggiungere che un po’ mi ha anche fregato il titolo.
    Altro che Amour! Altro che vecchiaia, malattia, prevedibile sofferenza! Il film ti colpisce dove ti fa più male, inutilmente e ripetutamente.
    Patrizia

  9. gianni
    11 Novembre 2012 a 23:32 | #9

    Su Faust
    Il “caso” ideale.
    Questo è il caso in cui, come in un laboratorio, abbiamo l’opportunità di verificare come, guardando la medesima cosa, vediamo cose diverse, anche diametralmente opposte.
    Premetto che quando ho visto il film, avevo già una POSIZIONE definita, ovvero avevo un’IDEA (formatasi da una recente rilettura del poema) che mi aspettavo di confrontare con il film per vedere come il regista avrebbe potuto rappresentare con il linguaggio cinematografico ciò che la letteratura aveva creato.
    Ero veramente curioso.
    Mi aspettavo di essere trasportato, attraverso strumenti nuovi (il cinema), in quel luogo ove Goethe è riuscito a portarci: nel viaggio illuministico e romantico intorno all’uomo, nel suo anelito di conoscenza, oltre ogni limite, nella ricerca di quell’attimo supremo per il quale si può essere disposti anche a vendere l’anima al diavolo. Attimo di vita che conduce Faust a esercitare il libero arbitrio, di cui ha consapevolezza di potere, nel bene e nel male, che vuole provare come esperienza necessaria fino a pagare come prezzo, se necessario, la sua dannazione eterna.
    Mi aspettavo di vedere in immagini e suoni l’attimo lirico della follia, della disperazione e della dannazione di Margarete, dapprima sedotta da Faust e poi abbandonata alla crudeltà dei suoi stessi familiari fino all’orrore, l’infanticidio del loro frutto d’amore.
    Mi aspettavo di vedere come si potesse in arte cinematografica immaginare e riprodurre sullo schermo la figura di Homunculus, emblema della velleità di creazione umana, senza cadere nel banale o peggio nel ridicolo; la libera interpretazione di Sokurov affida questa onirica creatura alle mani di Margarete, e questa non conformità col testo può avere comunque, nell’immaginario dello spettatore, anche un senso.
    Mi aspettavo di vedere il “Faust” di J.W. Goethe, con la consapevolezza della enormità dell’impresa di tradurre in cinema un’opera letteraria di tale portata. E proprio nell’attesa di vedere “Faust”, scena dopo scena, credo di NON aver visto il film che stavano proiettando in quel momento. Ma, caspita! Chiedo le attenuanti: il titolo del film era veramente “Faust” e non per esempio… “In viaggio con Mefisto” oppure “Passaggio all’inferno” o che so “Sognando Margarete”. E non mi si dica che da qualche parte c’era scritto: “liberamente tratto da …” oppure che il titolo in fondo non conta perché per me ha contato, ha creato aspettative. Titolare il film “Faust” … è truffaldino, presuntuoso o tutt’e due insieme?
    Anche un’altra volta ho provato delusione alla prima visione di un film, aspettandomi di vederne un altro, ma in quel caso il film s’intitolava “Buongiorno notte” (di Marco Bellocchio) e non “Il caso Moro” come io mi aspettavo di vedere. L’errore era chiaramente tutto mio.
    Allora, mi sono ripromesso di rivedere questo “Faust” e prometto solennemente:
    1) di non aspettarmi nulla che abbia a che vedere con l’Opera letteraria di J.W. Goethe;
    2) di non farmi fuorviare da titoli presuntuosi, truffaldini o altro;
    3) di abbassare il più possibile il volume del rumore mentale che continua a raccontarmi le sue verità, i suoi giudizi già preconcetti.
    Forse allora riuscirò a vedere “il capolavoro” di Sokurov, sperando di coglierne il messaggio, quel “fil rouge”, quell’idea che, secondo il mio parere, deve esserci per forza in ogni Opera affinché di essa si possa dire “Opera d’Arte”. Altrimenti resta soltanto un bell’esercizio di tecnica e di estetica che non val la pena nemmeno di conservare in cineteca.

  10. Luigi
    12 Novembre 2012 a 12:50 | #10

    Su Faust (ma anche su Haneke):
    “Il caso”, prospettato da Gianni, anticipa quello che sarà il tema di una prossima serata dove ho preparato il tema dell’interpretazione visiva (Rashomon, del 10 Gennaio prossimo).
    Ad ogni modo suggerisce un’altra questione che è quella dell’aspettativa dello spettatore. Più volte, nei film proposti in passato in libreria, tutti tratti da romanzi o racconti, abbiamo fermato la discussione su un “terzo livello di visione”. Cioè anzichè arrovellarsi su cos’era meglio, se il libro o il film, si fa un passo oltre e si giudica il film in quanto tale.
    Molte volte, i titoli dei film, hanno “fuorviato” la visione, altre volte la pubblicità stessa delle uscite cinematografiche ha deformato i messaggi.
    Devo convenire che a Gianni va riconosciuta “l’onestà intellettuale” di dare a “Faust” di Sokurov un’altra chance visiva, una nuova visione. E questo non potrà che giovare ad entrambi (Gianni e il film) perchè saranno più vicini o più lontani, ma almeno si sono detti qualcosa di più.
    Cosa resterà dopo? Un buon film? Un capolavoro? Un bluff? Un’opera mediocre? Non è dato ancora saperlo ma attenderemo con trepidazione.
    Un fatto credo che però vada considerato, e qui mi collego anche ad Haneke. Una cosa è fare i conti con il contenuto della storia (che quindi potrà piacere o meno), altra è valutare come quell’argomento viene trattato dal suo autore.
    Chi ha creduto di avere “sconti” da Haneke, si è lasciato sedurre (come dice giustamente Gianni) forse dal titolo del film, per poi scoprire che tra Amore e Dolore senza appello c’è un pò di distanza.
    Chi forse cercava la storia della ricerca dell’anima, è rimasto spiazzato da Faust.
    Ma i due film, sono cinema. Cinema puro. E rispondendo alla settima arte che ci dovremmo porre la questione di come si sono poste le due opere.
    Almeno questo è il mio pensiero.

  11. Sergio
    13 Novembre 2012 a 1:06 | #11

    DOG or GOD … questo è il problema.

  12. Pino
    13 Novembre 2012 a 12:57 | #12

    Amour è un film da vedere, anche se Haneke, come in tutta la sua produzione, prova a calare o scacciare lo spettatore, che o esce o commenta per alleggerire. La discesa all’inferno della vecchiaia, della malattia e della morte anche violenta, sono realizzati con rigore professionale ed ideologico. Ma con la visione di queste realtà (che stiamo purtroppo vivendo) non ci perdona nulla, ricordandoci, attraverso la sua insensibilità, anche la nostra.

  13. valentina
    17 Novembre 2012 a 23:47 | #13

    ho visto ora il film AMOUR; qualcuno può dirmi cosa ha scritto George nella lettera che non si vedevano i sottotitoli per una posizione leggermente bassa del proiettore???

  14. Luigi
    11 Dicembre 2012 a 9:51 | #14

    Rileggendo il commento di Sandro, mi riconvinco che Haneke sa fare cinema e anche il nostro Russo lo ammette. Può non piacere l’argomento (a chi può piacere dell’ultimo Amour prendere atto di cosa vuol dire invecchiare). Ma qui si parla di cinema! Scegliete :-)

  15. Tano
    11 Dicembre 2012 a 23:12 | #15

    Sabato sera, con Paola ed Anna sono andato al Teatro Millelire a vedere, su invito di SMS (Sandro Mentore Speciale) "Quattro sorelle" di Colette Freedman, traduzione di Enrico Luttmann, regia di Barbara Marzoli con la supervisione di Enrico Maria Lamanna.
    Argomento trattato: la scelta di finire senza dolore. La madre di quattro donne, sorellastre, avute da quattro uomini diversi, donna che ha sempre vissuto pienamente la propria vita, molto amando e molto essendo amata, questa donna giunge all’ultimo atto della sua vita, colpita irrimediabilmente dalla Sla. Non accetta di diventare immobilità vigile e chiede ad una delle figlie di aiutarla a porre termine alla vita, che propria ormai lo sarà sempre meno. Tutte le sorelle si radunano nella casa della madre appena morta e danno luogo ad una bella commedia, scritta con vivacità ed humor, e con grande rispetto della vita e della morte, che di questa è l’incomprensibile conseguenza. Si ride anche, seduti in tre sedie dentro la stessa scena ad un metro o poco più delle attrici, che hanno offerto, tutte – del più e del meno non mi curerei – una convincente interpretazione. Perché ne parlo se di film non si tratta? Che c’entra il teatro con noi? Non lo so, ma so che non succede per caso che due film (memorabile l’uno, ancora sconosciuto, l’altro) ed una commedia americana, trattino dello stesso scomodo argomento, di cui parliamo poco ed alcuni con le mani in tasca a toccarsi per scaramanzia. La verità è che in questa crepuscolare civiltà consumistica scacciamo la morte con maggiore accanimento delle zanzare tigri, ma la morte è come l’acqua, prende la forma del posto dove sta. Si insinua e pretende di essere ascoltata. Guai a non farlo, perché la "comare secca" si vendica e ci torna su indigesta, come cibo avariato comprato dal cinese, lì in fondo alla strada. Volevo aspettare di vedere La Bella Addormentata di Marco Bellocchio, ma non riesco a completare lo "scarico"; siccome è argomento a cui tengo, su di esso vorrò tornare non appena lo avrò visto ed avrò rivisto Amour (non basta una volta per afferrarne tutte le sfumature, tutte le tracce lasciate qui è la dal feroce Haneke per indicarci i tanti sentieri per cui si arriva alle dolenti note finali ed al mistero dei misteri). Una cosa, però, mi preme di portare all’attenzione, senza commentare più di tanto. Il film del regista austriaco si svolge tutto (salvo la scena del concerto, che forse potremmo includere in un "dentro" dei personaggi) all’interno di questa grande bella casa, museo di due vite piene e fertili vissute insieme. Non si vede la città, non si vede altro se non i due protagonisti e poche comparse (che dire della figlia, che nella scena finale – penso bene: penso male! – gira per la casa ormai vuota, calcolando quanto potrà valere! In "Quattro sorelle" sono presenti, invece, istituzioni e società civile. Sono presenti rappresentate da ognuna delle quattro sorelle: intellettuali, scuole e università, famiglia, giustizia. Con forza, senza squilibri, la Freedman parte dal grande problema individuale (che c’è di più individuale della morte?) e attraverso le protagoniste si rivolge alla società, perché una morte giusta è un problema individuale, ma che afferisce con forza a chi scrive le regole del vivere civile. Nascono con forza gli interrogativi. E non vale chiedere: che mangiamo stasera?

  16. Sandro
    12 Dicembre 2012 a 8:53 | #16

    Grande Tano! …e grazie per il ‘rinforzo positivo’.
    Premetto che lo spettacolo proposto a Tano (e a tutti i Visionari) l’avevo già visto perché due delle attrici sono amiche mie (lavorano come medici nell’Urgenza); ‘la madre’ della pièce è anche la madre vera di una di esse e l’argomento è di scottante attualità.
    Mi aggiungo al commento perché mi permette di chiarire meglio “il modo” utilizzato dai due Autori per giungere all’obbiettivo di far partecipare gli spettatori alla rappresentazione che si sta svolgendo.
    Per sostenere il suo diritto ad una morte volontaria e consapevole la madre obbliga Austin, la figlia che le è più vicina, ad andare a cercare un ragno nell’orto; quindi a strappare ad esso le zampette. E le chiede di mettersi al suo posto, sentire che il movimento non le è più possibile… In questa condizione il ragno direbbe: Uccidimi… uccidimi! …E in una scena molto intensa Austin lo schiaccia tra le pagine di un libro.
    E ancora… Per farle sentire davvero come ci si sente, Austin propina a Caroline – l’avvocato, la più irriducibile delle sorelle – una bevanda che la fa rimanere paralizzata per qualche tempo; riesce a sentire e a capire, ma non a muoversi né a comunicare…
    Sono proposte ‘intellettuali’, che chiedono allo spettatore di partecipare, se se la sente.
    Haneke utilizza un sistema diverso: direttamente strappa le zampette allo spettatore-ragno e/o davvero gli somministra la sostanza paralizzante.
    Mi si potrà obbiettare che il fine giustifica i mezzi, ma non sono d’accordo! Vorrei poter dare la mia adesione volontaria ad un ‘trattamento’ del genere. La ‘rieducazione coatta’ è stata molto applicata nella storia – nel cinema si può pensare a L’ultimo imperatore di Bertolucci (1987) o a Vivere! (Zhang Yimou, 1994) – ma non ha mai funzionato. Personalmente non l’accetto!

  17. tano
    12 Dicembre 2012 a 15:37 | #17

    Non ho voluto andare a ritroso nella storia del blog e scorrere titoli e commenti, ma credo che mai si sia raggiunto un così alto numero di interventi per una NON visione. Perché noi NON abbiamo visto Faust e NON abbiamo visto Amour. Almeno non lo abbiamo visto nella nostra saletta appendicolare. Vuol dire che abbiamo dato ad entrambi i film (prodotti di cinema e recipienti di visioni etiche e di approcci ai grandi temi della vita) una meritatissima valutazione. Poi ci si può dividere, a seconda della nostra cultura d’origine, acquisita, delle problematiche esistenziali di ognuno, passate o al presente, ma resta il punto fermo che i temi trattati ci interessano, ci bruciano dentro e pervadono i nostri spazi comunicativi. Benedetto sia il Blog ed il suo nome. Porti sempre nuove presenze.
    Detto questo voglio precisare il mio pensiero in merito alla differenza fra i due lavori: l’autrice della commedia teatrale coinvolge la società, responsabilizzandola al tema sempre più urgente ed acido della libertà suprema di porre fine alla propria esistenza se non sopravvivono più le condizioni minime di dignità… dignità! Haneke impegna gli spazi apparentemente angusti, ma terribili delle nostre coscienze. Solo ad esse, nel rispetto del nostro essere e sentirsi liberi, dobbiamo rispondere. Non c’importa, dice Haneke, della Polis, noi decidiamo comunque!

Codice di sicurezza: