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2th Fregene Day – Una finestra sul sogno e l’illusione

Si è svolta ieri a Fregene, la seconda edizione del “Fregene Day”. Ringraziamo Rita e Gianni per la splendida accoglienza e per la perfetta organizzazione.

Uno sguardo oltre “i muri”, tra i sogni e le illusioni di chi ha il coraggio di attraversarli.

“Insalata russa” – (Francia 1993) – Regia di Yuri Mamin

A Pietroburgo, Kolia Tchijov, insegnante di educazione musicale, ottenuta finalmente una stanza presso i Gorokhov (marito, moglie, suoceri e figlia appassionati di musica) scopre, grazie al gatto della vecchia Maria Olegovna, defunta affittuaria della stanza, che la finestra di quest’ultima si affaccia sui tetti di Parigi. La vecchia signora, che non è morta ma si è trasferita nella capitale francese, avverte che ciò accade solo ogni vent’anni.

 

REGIA: Yuri Mamin

SCENEGGIATURA: Yuri Mamin, Arkadi Tigai, Vladimir Vardunas

ATTORI: Agnès Sora

l, Sergei Dontsov, Victor Mikhailov, Nina Usatova, Andrei Ourgante, Jean Rupert, Tamara Timofeeva, Victor Gogolev, Natalia Ipatova, Kira Kreylis Petrova

 

FOTOGRAFIA: Anatolij Lapchov, Sergei Nekrasov

MONTAGGIO: Olga Andrianova, Joële Van Effenterre

MUSICHE: Yuri Mamin, Alexei Zalivalov

DURATA: 87 Min

 

“Qua e là, se si vuole, da un punto di vista narrativo, c’è un certo disordine, i ritmi di quei continui passaggi attraverso l’armadio con la conseguente colorita descrizione di due città e di due modi di vita di segno tanto opposto tendono un po’ troppo all’esagitazione ed al frenetico, con il rischio di far perdere il senso del racconto, con i suoi significati anche profondi, ma il film, nel suo complesso, è gradevole e caldo e non è difficile aderirvi. Tra le pagine più vivide, quel ritorno cantato e ballato in Russia pilotato dal musicista che si trascina dietro i suoi connazionali recalcitranti, suonando il flauto: come il pifferaio di Hamelin. Lo interpreta Serguei Dontsov, finora del tutto sconosciuto, ma con una faccia da clown triste che si ricorderà.” (Gian Luigi Rondi, ‘Il Tempo’, 5 ottobre 1994)”L’intento satirico è evidente, e il pubblico russo ha bevuto fino all’ultima goccia questa godibile metafora dell’attrazione/repulsione che unisce Est e Ovest. La piroetta finale dei ragazzi rimpatriati perché troppo disposti a occidentalizzarsi sarà magari didattica o edificante. Ma col suo sguardo così diverso ‘Insalata russa’ regala molti momenti straordinari. Come la danza disarticolata dei ragazzi al suono del piffero del professore, così diversa dalle coreografie alla ‘Saranno Famosi’ che eseguono a Parigi. O quella scena comica e terribile insieme che vede un ubriaco distruggere con rabbioso puntiglio una cabina telefonica di San Pietroburgo. Mamin, 46 anni, radici teatrali, dice che la cosa più importante delle commedie è la serietà. Sara per questo che vedendo Insalata russa si ride e si piange insieme.” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 9 ottobre 1994)”Alla brillante trovata iniziale Insalata russa non riesce a far seguire una narrazione altrettanto sorprendente, ma resta un film svariante e allegrotto, bonariamente pacifista nel cercare un canale di comunicazione fra Oriente e Occidente: a questo allude la bella immagine finale in cui Nikolai e i suoi amici si sforzano di praticare un buco in un muro altissimo, come testimonianza dell’utopia che non demorde. Attori tutti vispi e infaticabili, da Dontsov, un fantasista di cordiale comunicativa, alla sua ‘spalla’ Mikhailov e alla francesina Soral.” (Tullio Kezich, ‘Il Corriere della Sera’, 10 ottobre 1994)

 

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La nuova Russia, uscita dalla caduta della vecchia Unione Sovietica, a confronto con la società occidentale, rappresentata da una Parigi anni ’90, raggiungibile da una porta magica dalla quale si transita da San Pietroburgo alla capitale francese. I russi, inizialmente stupiti di tanto benessere capitalistico, si adattano ben presto a viverci, cercando di trarne profitto, prima vendendo cimeli e poi e poi vendendo le loro capacità di artisti e gente di spettacolo in genere. Qualcuno avrà la tentazione di restare a Parigi, ma la morale sarà quella di tornare a casa per lavorare per un futuro migliore della comune patria. L’impressione è che in “Insalata russa”, al di là dell’ovvia messinscena della reazione di un gruppo di personaggi eterogenei in una realtà che non comprendono, né nella lingua né nelle abitudini, ci sia la volontà di presentare all’Occidente i Russi come fratelli orientali che, nei secoli, hanno svolto la loro funzione di baluardi della cristianità nei confronti dei barbari asiatici (uno dei personaggi afferma: “mentre noi facevamo da scudo verso i Tartari e Mongoli, loro si sono arricchiti”). Oggi sono arrivati anche loro, più confusi di prima, “quando c’era lui”, il comunismo, ma decisi a prendersi la loro parte. Cominciando, naturalmente dalla Russia, e non limitandosi a cambiare il nome alle città. Mamin racconta questo sentimento post gorbacioviano (qui da noi credo che non si sia ancora ben capito se Eltsin sia stato un benemerito della patria o un dittatore) con l’ormai consueta, da Kusturica in avanti, mistura di straccioneria e allegria del cinema dell’ Est europeo, ma con qualche luogo comune di troppo

 

“Good bye Lenin” – (Germania 2003) – Regia di Wolfgang Becker

Con Katrin Sass, Daniel Brühl, Chulpan Khamatova, Jürgen

 


 

 

Germania 1989. Christiane (Katrin Sass) vive nella Germania dell’Est ed è una socialista convinta. La donna cade in coma poco prima della caduta del muro di Berlino. Quando si risveglia, otto mesi dopo, il figlio Alex tenta di evitarle lo shock e fa di tutto per emportante con una “Commedia” potrebbe sembrare un azzardo, ma etichettare Good Bye Lenin con un solo genere è fin troppo riduttivo. Un pellicola con continue trovate geniali in cui non mancano dei colpi di scena che modificano totalmente la chiave di lettura del film. Non c’è solo la nostalgia del passato, il “si stava meglio quando si stava peggio”. Alex mostra alla madre la Germania socialista che non c’è mai stata, ma che lui credeva possibile. Il gioco diventa troppo grande, ma lui non demorde. Si inventa delle storie assurde, come la presunta origine “tedesca” della coca cola, sostenendo che la formula segreta sia stata messa a punto nei laboratori tedeschi. La sua propaganda è utopistica ma originale e convincente. Nella Germania di Alex i profughi sono i cittadini di Berlino Ovest, schiavi del consumismo e “dell’insensata lotta alla sopravvivenza capitalista”. Lui ha subito la propaganda per tutta la vita, ha dovuto sempre far finta di niente, ha partecipato passivamente al teatrino della politica. La malattia della madre gli ha dato l’occasione per passare dall’altra parte, questa volta sarà lui a dirigere la messa in scena, e la fantasia di certo non gli manca. I servizi televisivi che prepara con il collega antennista sono spettacolari, precisi, emozionanti. Momenti epocali, storici , di cambiamento, possono offrire ottimi spunti per raccontare delle vicende umane. Per gli americani ad esempio risvegliarsi dopo 8 mesi e scoprire che il presidente della nazione non è più il repubblicano , cristiano rinato, del Texas, ma un afroamericano, sconosciuto ai più solo un anno prima, che sta tentando di apportare una riforma “socialista” del sistema sanitario più pazzo del mondo, potrebbe essere un trauma come quello vissuto dalla mamma di Alex. Benigni, quando era Benigni e non ostaggio del sommo poeta, aveva in un suo vecchio spettacolo giocato su un “cambiamento” italiano, l’imprenditore amico di Craxi, non in galera ma a capo del governo. Sono passati 16 anni da allora, ed è l’Italia ad essersi addormentata, lo testimonia il fatto che nulla è mutato rispetto allo scenario descritto allora dal comico toscano, mentre intorno tutto cambia. Nei nostri confini i muri continuano ad alzarsi, negando ogni volta che accade libertà agli stranieri, alle giovani coppie, alle famiglie, alla stampa. Una nazione che dopo l’ultima crisi finanziaria dell’occidente sta pian piano tramutando in un popolo di “profughi” e poeti.

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Senza ombra di dubbio Good bye Lenin parla di ideologie, di ideologie mai realizzate; e parla di amore, quel amore che solo un figlio può provare per la propria madre; ma più che di questo Good bye Lenin è una ricerca, la ricerca di un posto, di un luogo, che non sembra mai essere quello in cui vivono i personaggi. Il film si svolge a Berlino prima e fino a un anno dopo la caduta del muro, una madre, comunista convinta entra in coma a causa di un infarto poco prima che il muro cada, quando ne esce il medico dice ai figli che la madre rischia un altro infarto che potrebbe esserle fatale, quindi niente shock… Alexandre, il figlio, scarsamente incoraggiato dalla sorella e dalla fidanzata, decide di ricreare il comunismo nella stanza della madre, mentirle per salvarle la vita; ed è così che travasa i nuovi prodotti del capitalismo nei vecchi barattoli comunisti, che la ricerca di un barattolo vuoto di cetrioli si trasforma in una gioia incredibile, quando, finalmente viene trovato, che la “coca cola” diventa una azienda che ha rubato la ricetta del prodotto da le bibite dello Stato Comunista, e che una coppia di ragazzi dell’ovest con una lampada rosa e pelosa si trasformano in profughi che ricercano una vita di lavoro invece che di consumi. La madre non vive la Berlino riunificata, ma non vive neanche la vecchia Berlino, vive in un mondo parallelo, quello che, come dice lui stesso nel finale del film, Alexandre aveva desiderato, prima della caduta e poi, forse, anche dopo. Certamente in questa storia si respira molto l’amore per la madre, ma si respira molto pure la volontà di essere altrove. Il film inizia con un riassunto della loro vita precedente: si il padre se ne va, la madre entra in crisi, ma la cosa più importante è lo spazio, il primo tedesco a andarvi, e i sogni del piccolo Alex di seguirlo, di poter anche lui andare la su e vedere il nostro mondo da lontano come una piccola palla celeste grande come il nostro pollice; è solo, che poi, quando torni giù ti prende la depressione, come ci racconta il taxista/astronauta/capo di stato. In seguito quando diventerà più grande Alex protesterà per la riunificazione, perché evidentemente quella Berlino gli sta stretta, perché desidera qualcosa di più, e lì la madre lo vedrà e avrà il suo infarto. Quando cade il muro tutto sembra andare bene, un nuovo lavoro, la ragazza portata per il primo appuntamento romantico in un locale punk; si risveglia la madre e inizia la pantomima e siamo di nuovo in un altro luogo, che è l’unico in cui il protagonista riesce a dormire placidamente, di nuovo il mondo fuori sembra non essere adatto a lui, così crea per la madre in primis, ma pure per se stesso un universo parallelo, che può sembrare nostalgico ma è solo un luogo in cui fuggire, un luogo in cui ha già vissuto e in cui sa come comportarsi. Alla fine l’unica che arriva in nell’altro mondo sognato è proprio la madre, le cui ceneri vengono disperse nell’aria, nello spazio, così potrà vedere il nostro piccolo pianeta dall’alto e finalmente non farne più parte. Il film funziona, non annoia, i personaggi sono ben costruiti e svelano tutti i controsensi del nuovo e del vecchio stato tedesco, che più che unificato è un’espansione dell’occidente nell’oriente: perché i soldi non valgono più, perché si lascia l’università puntando sui fast food, perché le prime esperienze di vita Alex le fa in un negozio di video pornografici e perché i bambini (piccoli capitalisti) rubano i giochi senza più l’innocente sacrificio.

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Good bye lenin non e’ solo un film di denuncia sociale sulla fine di un regime e le promesse non mantenute dal “nuovo” che avanza. E’ innanzitutto un film di amore tra un figlio e una madre. E quale e’ la piu’ grande prova di amore? Creare un mondo che non esiste piu’ e che forse non e’ mai esistito. Nelle battute finali del film il protagonista recita la frase piu’ significativa, e annuncia che il mondo che aveva ricreato per la madre si avvicinava al socialismo che aveva sempre sognato. I suoi non erano semplici tentativi di mantenere in vita una realta’ improvvisamente apparsa vecchissima, ma di renderla addirittura migliore e piu’ giusta. Alla base di tutte le riflessioni sociali politiche ed economiche che possono scaturire, resta il fatto che il motivo portante di questo film bellissimo e’ l’amore di un figlio nei confronti della madre, raccontato con sensibilita’ profonda e venata da una ironia sottile.

 

 

 

 

 

 

 

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  1. Luigi
    24 Settembre 2012 a 7:30 | #1

    Come detto a tutti prima della visione dei film nel giardino di Gianni e Rita, la preparazione del Fregene Day è stata divertente e stimolante. Le idee si sono susseguite e ribaltate ed è stato a tratti difficile scegliere e poi dare un senso alla giornata. La presentazione che ha preceduto i due film , con quel piccolo ritaglio da un film di Sordi, non è stata ovviamente casuale. Quel muro, che l’artista rompe per uno sguardo verso l’esterno, è complesso quanto (in)comprensibile per chi si approccia ai significati. La domanda che il buon Gianni ha in testa da tempo (che cos’è l’arte e come la rappresenteresti) necessiterà prima o poi di un’adeguata risposta.
    I film. Entrambi non distanti da quella “breccia nel muro”, con finestre che si aprono e cemento che viene abbattuto. Così diversi e così simili nel loro messaggio. “Insalata russa” in una messa in scena “cialtrona” e “Good Bye Lenin” apparentemente più ordinato e ammiccante. Nel mezzo le emozioni e le speranze di popoli che per anni hanno fatto della loro condizione sociale un “credo” che val la pena seguire per essere più felici e speranzosi.
    Questa sorte di confronto con una nuova realtà che genera paure e coraggio, forza e voglia invece di rifugiarsi nelle proprie poche cose.
    L’atmosfera di Fregene, dolce e rassicurante, aveva in sè temi profondi e complessi. I due film, hanno lanciato sicuramente spunti e riflessioni.
    Se qualcuno li ha nascosti dentro…..il blog li accoglie con piacere.

  2. Rita
    24 Settembre 2012 a 17:07 | #2

    Sulla scia del commento di Luigi, che ringrazio sempre per l’impegno, la ricerca, l’aiuto materiale, il supporto e lo stimolo ad organizzare o partecipare a “visioni”, anche io sono convinta che tutti e due questi film, apparentemente elementari, contengano molti spunti di riflessione: sogno- realtà, finzione- manipolazione della realtà – uso dell’informazione nei nostri modi di essere e nei nostri pensieri, e “temi profondi e complessi”al di là della leggerezza della rappresentazione.
    Forse la scelta di proiettare al Fregene Day i due film proposti può essere sembrata anacronistica e certamente le due pellicole non hanno quel tratto emotivo che ti avvolge e stimola un immediato commento, ma l’idea della finestra, tema e parafrasi molto usata nel cinema, l’avevamo in mente da tempo. Avremmo potuto scegliere pellicole sicuramente più famose e pregevoli dal punto di vista artistico, ma questi due film meno conosciuti, così legati dal sottofondo comune della storia e da una particolare condizione: il pensiero semplice, ci hanno fatto venire voglia di vederli insieme, proposti uno dopo l’altro, voglia di affacciarsi a quella finestra che ciascuno di noi apre ogni tanto su un orizzonte altro, su un sogno, una fantasia, per percorrere , con i personaggi vocianti e sopra le righe di insalata russa, o attraverso lo sguardo e l’amore di Alex in Good by Lenin, quel “volo” sopra le cose che ci trasporta fuori da noi e con la testa di un bambino ci fa procedere leggeri ascoltando i desideri, muovendosi con libertà, gustando i piccoli attimi di felicità delle cose semplici, oltrepassando gli schemi e i pudori, annullando il valore dei giudizi, oltre gli anni e i ricordi, oltre il come eravamo. Uno spazio sul mondo come vorremmo che fosse, uno sguardo “di dentro” per rientrare a scegliere nella realtà, senza essere travolti dagli accadimenti “quella strada verso casa” al di qua o al di la della finestra!

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