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Visioni [74] – Poetry

Ancora una volta il cinema coreano dimostra la capacità estrema di trattare temi drammatici con alta poesia e sensibilità. In questo il film di Lee Chang-dong riesce pienamente grazie anche all’intensa interpretazione della protagonista.

Attraverso gli accadimenti che segnano l’età matura di una donna, Poetry parla delle stagioni del corpo e dello spirito, del sesso e della memoria, della violenza e della bellezza del mondo, e lo fa in modo molto ispirato ma anche piuttosto diretto, riuscendo a mostrare come la poesia (l’arte) possa essere una terapia e come la vera poesia (arte) nasca da una sofferenza autentica

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  1. Luigi
    4 Maggio 2012 a 7:55 | #1

    “Scrivere una poesia non è facile” e tornando dalla visione del film pensavo che anche guardare un film non è sempre facile. Ci si può lasciare coinvolgere passivamente, aspettare che qualcosa ci colpisca, rimanere distaccati o, nella migliore delle ipotesi, portarsi via qualcosa.
    A sentire velocemente dei pareri ieri sera, gli aggettivi si inseguivano in una danza trasversale: “lento”, “triste”, “doloroso”, “bello”…
    Come però da tempo ci piace fare, è interessante “scoprire storie dentro le storie” e provare a fare qualche passo in più. A parlarci è una sensibilità di un paese lontano, con le sue tradizioni, con un pensiero che gioca con la vita in un modo e con un tempo diversi. Il regista unisce a questo ”gioco” la ricerca della poesia o, se preferite, quella della vita, della bellezza, del desiderio.
    Ecco allora che lo sguardo deve farsi attento, curioso, aperto.
    Mija sente la vita dentro proprio nello steso momento in cui sa che è in arrivo una malattia che le porterà via i ricordi. Così, nello stesso momento in cui le parole sfuggono, le arrivano quelle dei fiori, dell’amore, del vento, dei colori.
    Non basta certo iscriversi ad un corso di poesia per diventare poeti e non ci si può mettere davanti ad una mela e sentire l’ispirazione che arriva. Una mela “è meglio mangiarla che guardarla” a meno che però non scatti qualcosa come al nostro Guido Gozzano:
    ”Il bimbo guarda fra le dieci dita
    la bella mela che vi tiene stretta;
    e indugia – tanto è lucida e perfetta -
    a dar coi denti quella gran ferita.
    Ma dato il morso primo ecco s’affretta:
    e quel che morde par cosa scipita
    per l’occhio intento al morso che l’aspetta…
    E già la mela è per metà finita.
    Il bimbo morde ancora – e ad ogni morso
    sempre è lo sguardo che precede il dente
    fin che s’arresta al torso che già tocca.
    “Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!”
    Pensa il bambino… Le pupille intente
    ogni piacere tolsero alla bocca”

    Alla fine però uno scatto arriva. Una via di fuga “dolorosa e triste”, illumina l’anima e rende tangibile quella poesia che covava dentro e che, se richiamata, esce e con parole semplici, chiede dubbiosa e non aspetta risposte.

    Il fiume che all’inizio scorre è lo stesso che alla fine chiude la storia. Nel mezzo c’è un mondo di bellezza sofferta, delicatezza infranta, una insostenibile leggerezza che nessuno può insegnare.

  2. Sandro
    4 Maggio 2012 a 10:04 | #2

    Su responsabilità e colpa
    Si parlava ieri sera dopo il film, delle differenze tra Oriente e Occidente, che si vanno attenuando, in questi tempi di globalizzazione, ma purtuttavia persistono e ci rendono a volte difficile penetrare l’etica severa del mondo orientale, i seppuku o Hara-Kiri di tanti film giapponesi, la stessa morte (anche se solo suggerita) della protagonista del film che abbiamo visto.

    Poco tempo fa mi sono trovato a rileggere “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, di Milan Kundera, un libro che alla sua pubblicazione (1985), tutti leggevano o avevano letto, nel giro dei miei amici.
    Interessanti considerazioni si fanno, rileggendo a distanza di quasi trent’anni un libro; in parte una riconsiderazione globale su “come eravamo”; poi si notano cose che al tempo non si erano neanche registrate. Insomma, per stesso lettore, modificate per la vita vissuta esperienza e sensibilità, è come leggere un altro libro. Ma non è di questo che volevo parlare…

    Alla rilettura ho notato e sottolineato un aspetto che Kundera nel libro lega al periodo della ‘Primavera di Praga’ intorno al ’68, ma che si può leggere anche come formulazione universale.
    E’ una considerazione sul modo di intendere l’etica dal mondo greco alla nostra epoca, che curiosamente si ritrova in Oriente, mentre non è più attuale nel mondo occidentale e ai nostri tempi.
    Propone Kundera la figura di Edipo re nell’omonima tragedia di Sofocle:
    “La storia di Edipo è nota: un pastore trovò un neonato abbandonato e lo portò al re Polibo che lo allevò. Un giorno Edipo, ormai diventato un giovanotto, incontrò su una strada di montagna un carro sul quale viaggiava uno nobile sconosciuto. Sorse una discussione, Edipo uccise il nobile. In seguito sposò la regina Giocasta e divenne re di Tebe. Non immaginava certo che l’uomo che aveva ucciso fosse suo padre e la donna con la quale dormiva fosse sua madre. Intanto il Fato perseguitava i suoi sudditi tormentandoli con le malattie. Quando Edipo capì di essere lui stesso il colpevole delle loro sofferenze, si cavò gli occhi con degli spilloni e, cieco, partì da Tebe” (pp.179-80). “Quando comprese ciò che era accaduto non si sentì innocente” (p. 181″.
    Scrive Kundera de: “Il senso, che noi stiamo perdendo, di una chiara distinzione tra il bene e il male. Noi non sappiamo più cosa vuol dire sentirsi colpevoli. I comunisti hanno la scusa di essere stati ingannati da Stalin. L’assassino si scusa dicendo che la madre non gli voleva bene e lui è frustrato.
    Mentre qui all’improvviso si dice: non esiste nessuna giustificazione. Nessuno nel profondo della sua coscienza è più innocente di Edipo. Eppure egli si punì da solo, quando vide ciò che aveva commesso” (p. 222).

    Questa teorizzazione ha forse un lasso legame con il film di ieri, ma io l’ho trovata di per sé suggestiva; ed è pur vero che l’anziana Mi-ja è l’unica a discostarsi dal comportamento pragmatico degli altri padri con i figli implicati nello stupro di gruppo; l’unica a sentirsi responsabile e a ‘rendere conto’; a risarcire con la sua poesia (e la sua vita), insieme ad altre motivazioni, la ragazzina violata.

  3. Sandro
    4 Maggio 2012 a 16:07 | #3

    Dono di poesia

    “Quando toco numa palavra, ela se
    ilumina como um navio à noite”.

    “Quando sfioro una parola, essa si
    illumina come una nave di notte”.

    Lêdo Ivo (poeta brasiliano 1924 – vivente)

  4. gianni
    5 Maggio 2012 a 15:37 | #4

    Provo a descrivere le immagini e le impressioni tratte dal film visto ieri.
    Il fiume è li sotto, l’acqua scorre tranquilla, il suo movimento è lento e inesorabile, uguale sempre, viaggia. Piccole onde ne increspano la superficie, sempre le stesse, sempre uguali, vive. È l’acqua che vive, indifferente ai giochi dei bambini sulla riva, al volteggiare sopra dei gabbiani, al cappellino di paglia di Mija che, anch’esso, lentamente viaggia.
    Indifferente al piccolo corpo di una adolescente ed al segreto che nasconde.
    Indifferente ai pensieri, al dolore, all’amore, al rimpianto, al tempo che scorre via e con essa viaggia. La vita viaggia e si lascia trasportare, ora leggera galleggia, ora pesante affonda, inesorabile, misteriosa.
    Non c’è un approdo, non c’è un porto, l’acqua scorre sempre nuova, sempre uguale, non si sa da dove inizia, non se mai arriva. Mija è l’acqua, noi siamo l’acqua, il mondo è acqua. Tutto il resto appartiene all’immaginazione.

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