Home > Cinema > Hugo Cabret

Hugo Cabret

di Sandro Russo

Raccontare: vivere e trasmettere un’emozione.

Quella di un distinto signore che nella Parigi della fine dell’Ottocento entra con la moglie nel baraccone di una Fiera, sotto una scritta: “Cinematographe” e si ritrova in una sala buia, dove alcune persone sono davanti ad uno schermo. Guardano delle immagini in movimento.

Da lontano sembra venire un treno, che diventa sempre più grande, entra in stazione… Alcuni spettatori fuggono, nell’impressione che il treno si abbatta su di loro…

La vita di quel distinto signore ne viene cambiata per sempre.

Tic… tac…

Passa del tempo.

C’è un ragazzino a New York, nel quartiere dei Queens; i nonni sono immigrati dalla Sicilia. Già i genitori sono americani, ma non resistono alla tentazione delle radici e lo chiamano Martin Marcantonio Luciano (Scorsese). Soffre di asma, fin da piccolo, e non può giocare e correre per strada, come tutti gli altri bambini. Così si rintana in piccole sale cinematografiche a vedere e rivedere movies, per pomeriggi interi. Anche la sua vita cambia per quello…

Tic… tac…

Usciamo dalla nostra vita affannosa, dalle grandi e piccole preoccupazioni di ogni giorno, ed entriamo in una sala cinematografica. Sono grandi e lussuose, adesso. Ci danno un paio di occhialetti e andiamo a sederci al buio…

Ed entriamo anche noi nella fascinazione del cinema. Nella struttura degli ingranaggi  e congegni che fanno funzionare una grande stazione – la Gare Montparnasse di Parigi, ma la quintessenza di tutte le stazioni ferroviarie all’epoca della rivoluzione industriale – soprattutto orologi; grandi e piccoli, sospesi nell’aria e aperti sulla città: una Parigi che gli occhi, seppur dilatati, quasi non riescono ad abbracciare tutta.

Nella grande Stazione si svolge la vita di Hugo Cabret, un bambino che è dovuto crescere in fretta, una volta che ha perso anche il padre ed è stato adottato dallo zio ubriacone, con il compito di tener in ordine gli orologi della Gare Montparnasse, di cui conosce ogni segreto passaggio.

Una storia di impianto dickensiano, tratta da un libro per ragazzi, in parte una graphic novel  – La straordinaria invenzione di Hugo Cabret  (2007, edito in Italia da Mondadori) – di Brian Selznick, pro-nipote di quel David O. Selznick, produttore di Via col vento: a volte ritornano!

È un film sul cinema, questo Hugo Cabret  e un omaggio a quello straordinario inventore e anticipatore che fu Georges Méliès (1861-1938).

Di professione mago, intrattenitore e imbonitore, Méliès  assistette alla prima rappresentazione cinematografica dei fratelli Lumière del 28 dicembre 1895, e rimase colpito dall’invenzione.  Della tecnica cinematografica ai suoi inizi – fino ad allora usata solo per documentare la realtà – intuì le enormi potenzialità nel campo della rappresentazione fantastica, e cominciò ad applicarla ai temi che aveva proposto nei suoi spettacoli di magia.

Méliès è il riconosciuto inventore del ‘cinema di finzione’, degli ‘effetti speciali’ e di una miriade di tecniche fondamentali del cinema, dal montaggio all’uso del colore, ottenuto, all’inizio,  colorando a mano i singoli fotogrammi.

Guardiamo dall’alto – insieme a Hugo, dai suoi punti segreti di osservazione, attraverso i numeri dei grandi orologi – la vita della stazione, e Parigi da dietro alle enormi lancette del quadrante che dà all’esterno. E sembra, la città stessa, un enorme meccanismo, dove ogni cosa è al suo posto e nessun pezzo è superfluo. Così tra la vita minima della grande stazione, le piccole e grandi storie che vi accadono e gli orologi che vegliano dall’alto, si svolge questa favola dal sapore dickensiano, con orfanelli virtuosi, un ispettore ferroviario comicamente a caccia di ‘reprobi’ e un libraio benevolo.

Fanno parte delle favola i due ragazzini, un segreto nascosto in un automa che forse sarà capace di rivelarlo – ma solo a chi sarà capace di ripararlo – e il segreto ancora più grande della vita di un uomo amareggiato, che ha segnato la vita di generazioni successive.

Dovrò certo avere posto anch’io, in questo grande meccanismo – si dice il ragazzino Hugo, la cui vocazione è aggiustare i piccoli oggetti, poi quelli più grandi, e poi quei ‘giocattoli a molla rotti’ che possono diventare le persone, quando hanno perso il loro posto nella vita.

Abbiamo conosciuto persone così. Ce le hanno fatte vedere la prima volta e poi le abbiamo riconosciute… Che aggiustano le cose e mettono ordine come se ciò fosse un aspetto di un progetto più grande. Così nel film è il ragazzino Hugo, piccolo meccanico per amore del padre che ha perduto, a riparare il vecchio George (…).

Tra i temi ricorrenti del modo di fare cinema di Scorsese troviamo la periodica rivisitazione dei suoi personali miti fondanti in forma di film-documentari. Così con A personal journey with Martin Scorsese through American Movies (Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese) del 1995; con Il mio viaggio in Italia del 1999, sul cinema italiano che ha amato, e con il recente A letter to Elia dedicato ad Elia Kazan (2010).

Con quest’ultimo film, mescolando la storia vera di Méliès alla favola di Selznick, e con le splendide scenografie del nostro Dante Ferretti (molto fedele alla grafica del libro, peraltro) Scorsese fa del cinema commerciale di ottimo livello, fruibile da grandi e piccini, e dotato – per qualcuno di noi e del tutto per caso – di una sorpresa addizionale.

Quando compare la famosa luna con il razzo infilato nell’occhio del film di Méliès (Le Voyage dans la Lune,1902), un brivido di compiacimento ci corre giù per la schiena… Perché Méliès è stato anche un nostro mito ed in tempi non sospetti lo abbiamo citato nel logo del nostro (piccolo ma sincero) gruppo di amici-cinefili, che tra un cine e una pizza insieme, ha ormai sei anni di vita e un blog di tutto rispetto.

Hugo Cabret in 3D; USA, 2011

Un film di Martin Scorsese.

Interpreti: Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Asa Butterfield, Chloe Moretz, Helen McCrory, Emily Mortimer, Jude Law, Christopher Lee.

Soggetto: Brian Selznick

Sceneggiatura: John Logan

Scenografia e arredamenti: Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo

Musiche: Howard Shore

Durata: 127 min

Link Omero

 

 

 

Tag:
  1. Lorenza
    17 Febbraio 2012 a 15:16 | #1

    Bello! Molto bello l’Incipit con i tre piani.
    E poi la fuga dal cinema per l’arrivo del treno mi ha fatto pensare alla nostra fuga stasera per l’arrivo del fuoco.
    Cinema nella realtà. Realtà nel cinema

  2. Duccio
    17 Febbraio 2012 a 15:16 | #2

    mi è piaciuto molto il film, e non capisco com’è che a molte persone non piaccia…
    vero doppia fuga, dal treno e dall’incendio…
    una bella favola che rievoca la magia dell’avventura cinematografica
    alcuni ingredienti non originali, ma efficaci, come il cosmo chiuso della stazione dove si svolge la vita del protagonista, ma con uno sgurdo sul mondo, cosmo che racchiude una comunità di amici nemici, che gettano uno sguardo sulla volgia di comunità, per riprendere la citazione di Bauman fatta nel film, alla fine le relazioni che contano sono poche :)

  3. Luigi
    17 Febbraio 2012 a 15:20 | #3

    Era il 1990 quando mi sono imbattuto in George Melies. Andavamo all’"Azzurro Melies" , il caffè-cinema di Silvano Agosti nel quartiere Prati e lì ho scoperto i suoi “piccoli-grandi film”. I libri su di lui, la faccia della luna colpita (futuro simbolo dei visionari). Passerò questo fine settimana a ritrovare tutto il materiale che ho del nostro George.
    Mi fa piacere che Scorsese, con un film seppur con tutti i supporti della moderna tecnologia, abbia dipinto un film-omaggio in modo delicato, come devono essere tutte le favole che ci fanno sognare.
    Bello fare caso come questi piccoli film siano arrivati a noi in pellicole ai limiti della qualità, e come invece ieri nel film viene mostrato come si giravano su set coloratissimi, entusiastici e già leggendari.
    E forse ieri sera….le fiamme della pizzeria potevano anche essere una illusione di Melies!!!

  4. Tano
    22 Febbraio 2012 a 11:47 | #4

    La magia incantata di Melies ci è stata riproposta da un medium come Scorsese, che con la magia del 3D ha rappresentato la Parigi sognata da chi ama Parigi ed il cinema come luoghi insostituibili dell’anima.
    Il ricongiungimento dopo più di 100 anni dei due fenomeni (in senso squisitamente etimologico) permette anche a noi carichi d’anni e di chili di stare appesi alla lancetta dell’orologio senza paura.

Codice di sicurezza: