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Il ‘gioco visionario’ è una cosa seria

da Sandro Russo:

Gianni (che di recente ha cambiato pusher) e Luigi (che non ci dorme la notte), si sono inventati ‘un gioco’ che in trasparenza rivela un aspetto fondamentale della comprensione di un film.

Il problema importante è però capirsi sui termini, perché la materia è quantomai confusa, anche tra critici più seri (meno visionari) di noi!

Ha rilanciato Luigi, accogliendo un’idea di Gianni, con queste parole:

“…poiché credo che ogni autore/regista abbia sempre almeno un messaggio che viaggia attraverso il film, proviamo a coglierlo nella sua essenza e a rappresentarlo con la sintesi più estrema, in una sola frase”.

Di cosa stiamo parlando? Di uno slogan, di un messaggio da mettere sulla locandina, perché attiri la gente al cinema?

Demetrio (Demetrio Salvi di www.sentieriselvaggi.it – Ndr.) ci propose in un suo corso sulla sceneggiatura cinematografica, il famoso “Witness – Il Testimone” (Witness, 1985), di Peter Weir, con Harrison Ford, schematizzato come segue:

Tema del film. Nell’eterna lotta dei buoni contro i cattivi: dopo movimentate vicende, il bene trionfa (messaggio positivo);

Tesi del film. Può l’amore che nasce tra i due personaggi avere la meglio sulle differenze culturali e sulle forze di contesto, nella vita di ciascuno di loro? La risposta è no: l’amore non vince sempre (messaggio negativo).

In questo caso il messaggio più profondo è di segno opposto rispetto a quello (più rassicurante) dell’intreccio principale.

Qualcosa di lievemente diverso si può dire di un altro film che tutti conosciamo: “Eroe per caso” (Hero, 1992) di Stephen Frears, con Dustin Hoffman [soggetto e sceneggiatura di David Webb Peoples – lo sceneggiatore di ‘Blade Runner’ per Ridley Scott e de ‘L’esercito delle 12 scimmie’ per Terry Gilliam (…tanto per dire!)]. Pare – per ammissione a posteriori dello stesso Peoples – che in quella fase della propria vita personale – egli si stesse dibattendo con il problema di mantenere l’affetto e l’ammirazione del figlio che stava abbandonando in seguito alla separazione dalla moglie. Nel film questo accenno c’è, ma sembra secondario rispetto alla vicenda principale; invece era quello il punto chiave – il cuore del problema -  che all’autore premeva e su cui tutto il film era stato centrato.

Infine un film molto amato (?) dai ‘visionari’, che trovo citato spesso, per motivi diversi: “Se mi lasci ti cancello” (Eternal sunshine of a spotless mind”, 2005), di Michel Gondry;  soggetto e sceneggiatura di Charlie Kaufman.

Qui l’innesco della trama sembra essere stato il trauma di un distacco; la reazione contro la fine di una storia e la volontà di fare qualcosa: qualunque cosa, per quanto pazzesca potesse sembrare.

Come dire… La fine delle storie arriva come conseguenza di tanti piccoli errori nel corso del tempo, una brutale addizione dal risultato ineluttabile, oppure una rivolta, uno scatto di volontà possono cambiare le cose?

Si inclinerebbe per la prima possibilità; il film ne mostra un’altra, che acquieta la disperazione dell’Autore e – forse, insieme – quella dello spettatore che ci entra in sintonia (“esclusi perdigiorno” – scriverebbero su Porta Portese: escluso Pianalto!).

In questi esempi è ben evidente la differenza tra ‘la trama’ e ‘il tema’ del film (o del racconto): chi lo chiama ‘storia’, chi lo chiama ‘tesi’… Ma forse non abbiamo ancora definito bene la ‘motivazione profonda

Nella mia “inesausta brama di conoscenza” (sull’epitaffio, please!), anche quest’anno ho fatto un Corso di Cinema, su un tema specifico: “8-9 ritratti di donna al Cinema”. Ebbene, all’ultimo film della serie, Ritratto di Signora, di Jane Campion (1996) dall’omonimo romanzo di Henry James (The Portrait of a Lady), ci si imbatte in una strana sequenza fuori contesto rispetto al film. Proprio all’inizio del film, la macchina da presa riprende dall’alto delle giovani donne dei giorni nostri, in jeans e walkman, che sorridono, parlano tra loro, accennano a dei passi di danza in un prato verde…

Sconcerto dello spettatore (mio in particolare, che non avevo visto il film):
Ma non era in costume, ambientato alla fine dell’800? Avrò sbagliato a mettere il dvd?

No, nessun errore! Segue da parte del commentatore la spiegazione dell’arcano: Quella sequenza è la dichiarazione di intenti” della Regista, ovvero “l’istanza narrante”: ciò che il film vuole rappresentare.

Nella fattispecie – è la tesi della regista – la giovani donne che danzano libere sono dirette figlie della ribellione della ‘sua’ eroina Isabel Archer (Nicole Kidman, nel film). Anche al costo di ‘forzare’ alquanto la visione e il finale di James.

E allora… Come rispondere al “gioco visionario”?

Con una sintesi della trama, con uno slogan più o meno indovinato? O con la verità del film?

Lo vogliamo chiamare ‘il cuore del film’?

Mettiamoci d’accordo!

 

Sono aperte le discussioni…

Sandro

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  1. Luigi
    8 Febbraio 2012 a 15:12 | #1

    L’articolo di Sandro merita un seguito e mi riserverò di farlo. Prima però mi sembrava doveroso postare queste parole di Pasolini che mi sembrano pertinenti:

    “Commosso sulla mia infelicità,
    felice credo nel conforto della
    parola che svela, che degrada.
    Temo solo la morte, il puro fatto
    della morte. Tutto il resto si gioca”

  2. gianni
    8 Febbraio 2012 a 17:12 | #2

    Il gioco. È una cosa seria. Veramente.
    Osservo i cuccioli selvatici giocare alla caccia.
    Osservo i bambini giocare simulando le situazioni della vita. E quanto importante e serio è il loro gioco!
    Osservo noi adulti che credendo di essere seri, giochiamo quotidianamente a interpretare noi stessi in quel personaggio che ci siamo “identificati” nella mente e che ESISTE nella misura in cui è visto e riconosciuto dagli altri. Se non è un gioco questo?
    Ma ogni gioco ha le sue regole. Non esiste un gioco senza regole.
    Dunque la regola del gioco che ora ci vede insieme è: “…poiché credo che ogni autore/regista abbia sempre almeno un messaggio che viaggia attraverso il film, proviamo a coglierlo nella sua essenza e a rappresentarlo con la sintesi più estrema, in una sola frase “
    Dunque dobbiamo fare una scelta: non la trama, non il tema, non la tesi, non la storia, non la dichiarazione d’intenti, non l’istanza narrante, non la tecnica, non il montaggio, non la scenografia, non… , ma quella cosa che fra tutte ci è arrivata prima delle altre; che può essere una di quelle or ora enunciate, una diversa, oppure l’insieme di tutte che (qui sta il succo del gioco) dovremmo riuscire a tradurre con quel limitato strumento di cui disponiamo: il linguaggio, ma (e qui sta la destrezza del gioco) deve avere la limitazione di una frase. Ci obbligherà quindi a scegliere, scegliere, scegliere fino ad arrivare a quell’ultimo item che proprio non vorremmo buttare via. Forse scopriremo anche noi che, fra tanto rumore mentale, avremo in fondo isolato quell’essenza (il cuore?) dell’Opera che abbiamo PERCEPITO razionalmente o emotivamente. Se poi coinciderà con quello che voleva dire l’autore dell’Opera o con quello che gli altri spettatori hanno percepito, non è dato sapere. Le vie dell’interpretazione sono infinite … e non è mica detto che dobbiamo capirci per forza!
    Ogni frase, slogan, battuta, avrà la sua legittimità di cittadinanza senza giudizio di merito.
    Il risultato sarà “una nuova finestra sulla policroma varietà dell’interpretazione di un medesimo oggetto”?
    Perché non sperimentarlo?
    Proviamo, se vorremo, ad aggiungere in testa a ogni nostro nuovo commento sui film prossimi venturi la fatidica frase che ci viene in mente. Poi commentiamo pure.
    Se vorremo.
    Ciao
    gianni

    p.s.
    Mi sa che il mio pusher ha recentemente introdotto qualche nuova sostanza strana. La prova sarà nella frase che partorirò dopo il rewind di Eternal sunhine.

  3. Luigi
    9 Febbraio 2012 a 14:09 | #3

    Da “Montedidio” di Erri de Luca
    “Un anziano ride ripensando alle risate, una donna dice: “Accussì adda essere ‘o mbruoglio int’o lenzuolo, c’adda fá spassá”. L’imbroglio nel lenzuolo è la pellicola, il cinematografo.
    Lo chiamano così perchè la parola è troppo strana, non riescono a dirla bene e si vergognano di incacagliare, “cimetanocrafo”. ‘O mbruoglio int’o lenzuolo è più spiccio e spiega bene che si tratta di un imbroglio steso sopra una tela”.

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