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Visioni [69] – Prima della pioggia

Di forte spessore emotivo, il film è costituito da tre capitoli titolati, disposti secondo una sequenza temporale di tipo circolare, tema questo che apre e chiude il lungometraggio. La circolarità dell’opera non riguarda solo un fattore cronologico bensì anche lo “spazio di vita” del protagonista, un macedone che …

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  1. Chiara
    13 Gennaio 2012 a 10:02 | #1

    Il film e’ stato bello ed emozionante. Quella pioggia liberatoria, purificatrice e forse anche complice, seppure con i dovuti distinguo, mi ha ricordato il finale di America oggi di Altman. Insomma il film mi e’ piaciuto davvero e volevo ringraziarvi per averci dato l’opportunità di vederlo.

  2. Daniele
    13 Gennaio 2012 a 10:07 | #2

    Buongiorno a tutti!
    Io non lascio, purtroppo, molti commenti su questo blog. stavolta ho deciso di farlo subito, a caldo, senza troppo far sedimentare le varie sensazioni che mi ha suscitato ieri questo film.
    Direi che questo è un film sulla fratellanza mancata, sugli incontri e le passioni non vissute completamente, sugli abbandoni, sui legami di terra e sangue, sulla violenza inutile, alla quale non sappiamo dare una motivazione, ma che c’è ed alla quale la nostra specie non sa sottrarsi, dandogli di volta in volta nomi e motivi differenti.
    Durissime le scene nel ristorante a Londra, del matto col mitra che spara al gattino e della morte della ragazza.
    Bellissime le scene di preghiera in chiesa tra i monaci, le immagini e i panorami rurali della macedonia, le case di mattoni appoggiati senza calce del poverissimo villaggio di origine del protagonista, attore bravissimo e utilizzato pure da Kubrick in “Eyes wide shut” e in tanti altri film europei e americani, incluso il nostro, pur modesto, “Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni”, scene che ricordano vecchi paesi del sud Italia, soprattutto di un pò di anni fa. Autentico macigno sul mio stomaco, il fatto che albanesi e macedoni non parlino la stessa lingua pur vivendo li insieme da generazioni, e che si siano divisi il villaggio in due, con guardie armate che controllano il passaggio da una parte all’altra, sorta di muro di Berlino in un villaggio miserabile.
    Bellissimo pure l’innamoramento senza parole, senza motivo quasi, tra due giovani delle due etnie (Romeo e Giulietta???), cosi come l’abbraccio dell’anziano prete al givane Kyril, quando decide di abbandonare il convento.
    Appunto, come dicevo all’inizio, per me è una storia di incontri, di fratellanze e di convivenze mancate in nome di una violenza di cui sentono tutti la necessità, senza sapere quasi più il motivo.
    Non ho apprezzato lo spostamento temporale del terzo episodio, vero finale del film all’inizio, che a mio avviso a solo complicato un pochino la comprensione degli avvenimenti, anche se ha avuto il merito di farmi arrovellare il cervello per capire chi fosse il morto del funerale, chi avesse scattato le foto della morte della ragazza con i poliziotti etc.
    Buona giornata a tutti.
    Daniele

  3. Luigi
    13 Gennaio 2012 a 10:36 | #3

    Prendo spunto dalle parole di Daniele sullo spostamento temporale del terzo episodio che, come si è detto anche ieri sera, è stato, nelle intenzioni del regista, provocatorio e illuminante. La prima cosa che risalta è che sarebbe bello se “il nastro” si potesse riavvolgere e a tutto dare un’altra possibilità. Piegare il tempo, ma anche il pensiero, il rimorso, la lucidità della vita…insomma capire e vivere.
    Come dice Manchevski in fondo il film finisce bene. La giovane ragazza albanese riesce a fuggire…
    Ma al di là del gioco “temporale” e di come una tragedia trovi le sue radici nella famiglia, dallo stesso sangue (sangue tra l’altro che nel film segna in maniera forte una linea evidente, tracciante, lasciando in modo vitale segni di morte), le parole, le facce e le foto vanno cercate laddove non si vedono.
    Per cui, ritornando alle impressioni sull’improbabilità di ricongiungimento dei fatti (chi e come può aver fatto foto, chi e come “corre” morente verso la vita…), non è necessario che i fili si ricongiungano come dovrebbero. E’ un film questo che non inizia e non finisce e che forse neanche si svolge….E’ uno di quei casi dove siamo noi a “ri-girare la storia” e dove cogliamo le sfumature rendendo possibile l’ìmpossibile.

  4. Duccio Pedercini
    13 Gennaio 2012 a 12:15 | #4

    pensierini al volo.
    Tutto il film si svolge su dei momenti particolari delle esistenze dei protagonisti, la metafora è il crinale. Come sul crinale, l’acqua scorre da una parte o dal’altra, i protagonisti, tutti, si trovano a dovere scegliere loro malgrado una strada ben definita, o è il fato a scegliere per loro. Il giovane monaco, la ragazza albanese, la art director, il suo ex, il fotoreporter, i suoi cugini, …
    Le inquadrature, i volti intensi colmi di significato, trasmettono emozioni prima delle parole. Mi ricordano le inquadrature dei film di Bergman, ed hanno a tratti un qualcosa di neorealista. Mi colpisce la rarefazione e la claustofobicità degli spazi, bellissimi paesaggi che però si stringono attorno ai protagonisti. Il mondo non è globale, ma globale, le singole realtà sono in relazione tra loro a prescindere dai grandi contesti (la guerra, il terrorismo, il giornalismo). Si può morire sulle montagne macedoni o in un bar di londra. Possiamo veramente scegliere quale parte del crinale prendere? Il cerchio non è perfetto. Il senso della vita circolare che si tramanda e perpetua con le sue tradizioni appartiene al vecchio mondo (“il tempo non aspetta”, il cerchio di fuoco dei bambini e il commento del monaco, la scritta spry sul muro a Londra). Infine, “perchè sei tornato?” chiede il soldato a al fotografo sul bus “per un battesimo, il mio”, era forse un presagio? Fuoco, acqua, vita amore e morte. Ci sono tutti gli elementi, ma raccontati in modo davvero originale.
    Consigli per la lettura: Il ponte sulla Drina, di Ivo Andri?; Breviario mediterraneo, di Predrag Matvejevi?
    PS qualche giorno fa mi sono rivisto Fuga di mezzanotte, di Alan Parker (1978), e mi sono ricordato di un bellissimo altro suo film praticamente sparito dalla cicolazione: Birdy – Le ali della libertà (1984).

  5. Piero
    13 Gennaio 2012 a 12:52 | #5

    La visione di ieri mi ha fatto ricordare quanto avessi fatto il tifo per “Prima della pioggia” quell’anno al Festival di Venezia, e quanto fossi stato felice all’annuncio del Leone d’Oro.
    Ero certo che ci fosse un nuovo regista, le cui opere mi avrebbero accompagnato negli anni a venire.
    E invece di Milcho Manchevski non si è poi saputo più nulla.
    Con l’occasione mi sono andato a documentare: a parte il western “Dust” (non memorabile, ma nemmeno troppo male) ha collezionato solo dissapori con le Majors: nel 1997 con la Warner Bros. e nel 1999 con la 20th Century Fox.
    Il che significa che è diventato “scottante” per il cinema americano. Un po’ come Orson Welles, senza per questo voler fare paragoni.
    Risultato: continua a fare, quando può, film prodotti in Macedonia che qui non vengono distribuiti. E continua il suo iniziale lavoro con i video musicali.
    Come il suo personaggio in “Prima della pioggia”, ha anche fatto dei libri di fotografia ed insegnato in scuole di regia.

    Risultato è che noi (cinefili di tutto il mondo) ci perdiamo le opere di un buon regista per colpa della Warner e della Fox.

  6. gianni
    13 Gennaio 2012 a 15:32 | #6

    Ieri, ritengo, abbiamo avuto l’opportunità di vedere e, per alcuni, di rivedere per l’ennesima volta, una di quelle Opere cinematografiche di rarità eccezionale. Annovero “Prima della pioggia” nella mia Top Ten personale, pronto a consigliarne la visione ogni qual volta mi ritrovo a parlare di cinema. E Louisson sa quante volte ne abbiamo parlato con il desiderio di rivederlo alla prima occasione.
    Non aggiungerò altro sul film poiché quanto scritto dai Visionari che mi hanno preceduto in questa sezione di commenti, non solo è pienamente condiviso, ma rappresenta esattamente ciò che ho percepito e coglie e descrive le emozioni, i dettagli, i significati che credo abbiano raggiunto tutti coloro che lo hanno visto.
    Solo un ultimo dettaglio mi sentirei di evidenziare utilizzando una domanda:
    si sente in questo film il desiderio di vita, l’ammirazione della bellezza, la necessità di tenerezza, la passione d’amore, lo splendore del mondo, la stupidità dell’odio, la tragicità della violenza, l’inutilità della guerra, la tristezza del dolore, il mistero del tempo? Sì? Ebbene Milcho Manchevski non ha utilizzato aggettivi per raggiungerci, lo ha fatto con immagini e suoni in circa 2 ore di proiezione e scommetto che non gli è stato neanche difficile! Quasi come se tutto fosse lì già pronto, solo da montare.
    Questo accade, talvolta.
    Ciao
    gianni

  7. Mario G.
    13 Gennaio 2012 a 16:07 | #7

    "Il cerchio non si chiude…" è questa la frase, bellissima, positivissima che ho portato via con me ieri sera, non conta perché quella donna abbia compiuto quell’omicidio, non conta se sia stata fatta o meno "giustizia", per fermare la spirale d’odio il cerchio deve essere prima o poi spezzato! Credo che nessuno di noi sappia veramente cosa significhi una guerra razziale di tale entità, ma tante piccole ingiustizie, illeciti quotidiano, portati avanti al motto di: "tanto lo fanno tutti…" potrebbero avere una fine se nel nostro piccolo tutti decidessimo di NON lasciare che il cerchio si chiuda ancora una volta!

  8. Sandro
    18 Gennaio 2012 a 7:30 | #8

    Sandro arriva con l’ultimo treno…
    Apprezzati moltissimo nel film i gesti arcaici del raccogliere i pomodori e lo sguardo sull’orto ‘a misura d’uomo’ (è la prima scena del film); e poi, in seguito, le immagini del passato arcaico cui si trova di fronte il protagonista di ritorno dal mondo ‘civilizzato’ alla sua terra. È lo stato d’animo che prende tanti – un piccolo viaggio nello spazio ed uno ben più ampio nel tempo – al ritorno nella terra/paese natale, dove sembra (a volte) che niente sia cambiato rispetto al ricordo che se ne aveva. E l’impotenza che prende nel rendersi conto che altre cose (meno belle) sono immutabili e non possono essere cambiate. Sono le impressioni che più mi erano restate dentro, dalla prima visione del film, di alcuni anni fa.
    Mentre di nuovo sono stato respinto dalle ‘sfasature’ temporali e poco convinto dal commento del regista in proposito (riportato nelle scheda).
    Bravissimo Gianni, nel suo commento "impressionistico" (riportato poco più su in questa lista), ma rovesciando la sua tesi: avrebbe perso qualcosa il film, se avesse avuto un montaggio accessibile anche ad aridi ‘razionalisti’?
    In particolare nei punti che lui cita: – "…il desiderio di vita, l’ammirazione della bellezza, la necessità di tenerezza, la passione d’amore, lo splendore del mondo, la stupidità dell’odio, la tragicità della violenza, l’inutilità della guerra, la tristezza del dolore, il mistero del tempo…"
    Sono famosi nel cinema casi di montaggio sbagliato: "Harem Soirée", di Ozpetek, per esempio, lo stesso film ‘Oscar’ di Tornatore "Nuovo cinema Paradiso"; o la proiezione invertita dell’ultimo film di Malick "The tree of life" (prima il secondo, poi il primo tempo, in alcune sale: riportata da molti giornali); e Luigi cita spesso vari altri casi di sua esperienza…
    Secondo me non avrebbe perso nulla su tutti i punti citati, mentre all’ultima voce sostituirei nella lista, a "il mistero del tempo" – che proprio non mi arriva per quella via – "il mistero del montaggio".

  9. Alessandro
    19 Gennaio 2012 a 10:32 | #9

    Film duro, spietato. Sale come un elefante sulla vita dei personaggi, distruggendo in pochi attimi equilibri già precari. Eppure è capace di una tenerezza eterea, infantile. Si muove tra amori impossibili e violenze gratuite con l’accortezza di un felino.
    Lui. A noi restano solo le macerie di vite distrutte.
    Mi piacerebbe pensare che è solo un film pessimista e paranoico. Una esasperata propaggine dell’informazione televisiva.
    E invece salta agli occhi, anticipato dal buon Luigi, il labile confine in cui l’informazione e la vita tendono a confondersi. Chi determina l’esistenza dell’altro? E’ un po’ dire che la vita c’è perchè qualcuno ce la racconta, il che è platealmente paradossale.
    Secondo la filosofia Zen riflettere sulle contraddittorietà del reale aiuta a comprendere le molteplici e possibili risposte ai problemi esistenziali.
    In questo caso l’informazione è affidata a poche fotografie di reportage, in cui la vita si perde tra le tante già andate perdute in altre storie analoghe, divenute ormai banali e scontate.
    Colpisce tuttavia come i due personaggi chiave vengano uccisi proprio dalle loro stesse etnie.

  10. Maurizio Rossi
    19 Gennaio 2012 a 22:55 | #10

    "Prima della Pioggia", pur utilizzando un linguaggio decisamente poetico e fortemente emotivo, è un film a fortissimo impianto razionale. La sua struttura non è circolare e, del resto, non si spezza alcun cerchio, bensì si afferma che "il cerchio non è rotondo". Si tratta di un paradosso, un autentico paradosso, analogo, sul piano cinematografico, ai paradossi logici (Il "mentitore" o il "barbiere") o ai paradossi grafici di Escher, ad esempio. La funzione del paradosso è quella di mostrare la complessità del reale, il cui significato non è meccanicamente contenuto nelle cose o negli eventi, ma obbliga all’interpretazione. Il paradosso fa esplodere qualsiasi definizione per essenze e mostra l’inevitabile necessità dell’approccio ermeneutico. Cose ed eventi non possono che essere interpretati e l’apporto dell’interprete non rimane in superficie, ma penetra in essi. Quella che potrebbe apparire una preoccupazione puramente teoretica, però, in "Prima della Pioggia" diventa vero e proprio investimento etico. Il film è ottimista o pessimista? Zamira muore, come il primo episodio farebbe pensare, o vive, come mostra l’ultimo? A decidere è lo spettatore, che è chiamato a "prendere posizione", a capire che ovunque si può vivere bene "se si impara a vivere", come dice Alexander al nonno di Zamira. Lo spettatore può decidere di stare dalla parte di Alexander o da quella dei cugini, dalla parte di chi dà la caccia a Zamira o di chi si sacrifica per salvarla. Come finisce la vicenda? Dipende dalla posizione che si prende. Scrive acutamente Alessandro: "Riflettere sulle contraddittorietà del reale aiuta a comprendere le molteplici e possibili risposte ai problemi esistenziali". Non mi sorprende, invece, il fatto che "i due personaggi chiave vengano uccisi proprio dalle loro stesse etnie"; si tratta del meccanismo interpretativo di cui sopra: chi pensa di uccidere l’altro, in realtà uccide se stesso e chi salva l’altro, anche se muore salva la propria dignità umana. "La guerra è un virus" ed i motivi per farla si trovano anche se non ci sono. Alexander parte per la Bosnia con la convinzione di prendere la giusta posizione contro la guerra e la sua macchina fotografica uccide; il ritorno al paesello, finalizzato a far riposare le "ossa stanche", e accompagnato dal rifiuto di prendere posizione, lo rende capace di riportare Zamira alla vita. Di paradosso in paradosso si inaugura un criterio interpretativo della realtà che nulla ha a che fare con un "montaggio sbagliato"; il montaggio è accuratamente e lucidamente paradossale, come il sottile brindisi "alle guerre civili, che quando vengono da noi sono più civili!". Il regista, forse ispiratosi al grande filosofo contemporaneo E. Levinas, coniuga l’ermeneutica con l’etica, in quello che a mio parere è un vero paradosso cinematografico di grande spessore. Una rivoluzione di cui vorrei capire – ma per questo devo chiedere aiuto agli esperti di cinema – se sia stata raccolta da altre opere successive, anche di altri registi.

  11. Sandro
    20 Gennaio 2012 a 9:37 | #11

    Sono l’eretico che ha scritto di "montaggio sbagliato". Volevo solo aggiungere che conosco i paradossi e le opere di Escher, come i ‘Koan’ della filosofia zen, ma anche la favola di Andersen ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’.
    Con il mio ‘il re è nudo’ intendevo rimarcare che un messaggio espresso in modo così intellettualistico e rarefatto non è mi arrivato e non mi ha obbligato all’interpretazione.
    Mio limite, sicuramente!

  12. Luigi
    20 Gennaio 2012 a 9:51 | #12

    Va detto però che un “montaggio accessibile” non avrebbe lanciato la provocazione dell’interpretazione. Molti (con i dovuti limiti) fanno riferimento al film di Tarantino “Pulp Fiction”. Ma in quel caso il film parte da un punto e poi ci arriva nuovamente… ma la linearità è garantita. Sempre spontandosi e sempre con i dovuti distinguo dello spessore dei film, anche in “Ritorno al futuro” nei tre episodi della storia, i paradossi si accavallano addirittura.
    Non vorrei ridurre alla sola interpretazione temporale l’opera di Manchevski, ma il paradosso, come poi sempre accade, non offre un’interpretazione ma provoca una riflessione in quel senso e probabilmente si estende a temi più ampi.

  13. Alessandro
    20 Gennaio 2012 a 10:37 | #13

    In verità anche io non ho percepito la chiusura atemporale come un elemento di disturbo bensì come una escamotage, ben congegnata, con cui lasciare aperte le porte dell’interpretazione. Che poi è la chiave del film (il cerchio che non si chiude).
    D’altronde quando una storia non si chiude rimane dentro un senso di incompiuto, di irrequietezza, di non risolto e questo stato d’animo è portatore (sano) di successive riflessioni, a volte ben più profonde di quelle “a caldo”.
    Bravo Maurizio a non lasciarti sorprendere dalla morte per fuoco amico. A furia di sorbire anestetici cerebrali propinatici giornalmente dall’informazione, alla fine pensiamo alla guerre come “inevitabili” e “giuste” in cui il nemico è quello che hai di fronte. E questo Manchevski, evidentemente, ha voluto rimarcarlo.

  14. Maurizio Rossi
    23 Gennaio 2012 a 23:55 | #14

    Vorrei recuperare l’intervento di Sandro, che mi dà l’occasine per alcune precisazioni. Probabilmente sto allargando troppo la discussione a temi che potrebbero non interessare ad un blog di cinefili. Mi scuso in anticipo di questa eventualità, pregandovi, nel caso, di frenare esplicitamente la mia grafomania.
    Sandro precisa: "intendevo rimarcare che un messaggio espresso in modo così intellettualistico e rarefatto non mi è arrivato e non mi ha obbligato all’interpretazione".
    Mi sembra assolutamente plausibile, anzi, le sue parole sono un modo per rimarcare la teoria che ciascuno di noi non è il semplice destinatario di un messaggio universale, ma il filtro attraverso cui può emergere una interpretazione anche molto originale del messaggio. A me è certamente sfuggito molto di ciò che invece ha colpito Sandro ed è evidente che ciò che appare irrilevante a me non lo è in assoluto; anzi, un giorno potrebbe diventare più rilevante anche ai miei occhi. Non a caso continuo a leggere contributi sullo stesso film da anni.
    Questo film è arrivato a me in un momento preciso della mia storia, in cui ero preso da riflessioni e problematiche che non mi hanno ancora abbandonato. È quindi senz’altro vero che ciò che ho colto risponde ad un bisogno o ad una sensibilità personali, che non si possono estendere indistintamente. Ho cercato a lungo, in quanto hanno scritto o detto Manchevski o i suoi critici, tracce che potessero giustificare la mia interpretazione. La ricerca è stata però vana. Questo capita spesso, se non sempre, per le opere di chiunque; e penso che la cosa non sia neppure tanto sorprendente. L’artista è un buon interprete del suo tempo; lo vive emozionalmente, per sensazioni, prima ancora che col pensiero teoretico. È quindi del tutto plausibile che le sue opere contengano intuizioni di cui l’artista stesso non è del tutto consapevole e che magari, se interpellato, non condividerebbe.
    La mia interpretazione, quindi, altro non è che una libera riflessione sollecitata dall’opera di chi forse, voleva comunicare molto altro che a me sfugge. Credo, del resto, che questo sia il destino, anzi, la vera natura di ogni attività interpretativa.
    A titolo di esempio, che dire delle poesie di Thomas Merton o Rafael Alberti su New York, che sembrano descrivere la tragedia dell’11 settembre, ma la precedono di decenni? Non possiamo certo pensare che i poeti abbiano previsto magicamente quell’evento, ma è evidente che la loro sensibilità ha saputo cogliere con molta lungimiranza, nelle infinite possibilità del nostro tempo, una verità che nel 2001 ha trovato una precisa manifestazione: spesso i progetti titanici degli uomini crollano miseramente su se stessi.

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