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Visioni- Home [56]

home-locandinaMarthe, Michel e i loro tre figli vivono isolati lungo un’autostrada costruita da anni e mai inaugurata. Quel tratto d’asfalto è dunque parte del prato davanti a casa, o meglio ancora, parte di un gioco…

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  1. Sandro
    28 Ottobre 2010 a 9:29 | #1

    Tra i vari significati dell’inquietante film di ier sera al Detour, volevo segnalare quello proposto da Jolka, già sapendo che lei non lo farà mai per la via del Blog.
    Diceva dunque Jolka – appassionata e studiosa di antichità egizia – che l’apertura verso la luce (a picconate nel film) è tipico in quella cultura dell’accesso al regno dei morti. Ne consegue (con un brusco cambio di registro) che dentro quella casa sono tutti morti nella vita reale. Una volta ‘risvegliati’, si avviano tutti insieme verso l’altra vita. Non è improbabile, dato l’uso ‘sportivo’ che il capofamiglia fa dei sedativi, dell’impossibilità di risvegliare la madre e da altri segni.
    E’ una possibile esegesi ‘colta’; sarebbe interessante sapere se la regista era a conoscenza, di questo simbolismo…

  2. Luigi
    28 Ottobre 2010 a 10:14 | #2

    Ho preferito far precedere il film con le interviste, soprattutto per conoscere un pò la regista, Ursula Meier. Intendo la sua vitalità, curiosità, coraggio nel fare un film "difficile".
    Per cui quella cupa atmosfera che attanaglia nel finale (poi suffragata dalla "fuga") può essere mitigata dalla freschezza delle intenzioni da parte della regista.
    E’ fin troppo evidente che la storia viaggia sul binario dei simbolismi ma, secondo me, l’intelligenza del film sta nell’accostare messaggi più o meno alti al "calore" delle piccole cose che, come in questo caso, racchiude in seno una famiglia.
    Il modo di grattare la pancia ai bambini, salutarli mentre vanno a scuola, riunirsi davanti alla tv, fumare una sigaretta in poltrona sotto le stelle. La semplicità dello stare insieme che viene scacciata più in là dal mondo che corre sempre più in fretta ("con la nuova autostrada ci si mette meno tempo…").
    Ho amato molto questo film, fin dalla prima visione, qualche mese fa. E’ surreale e allo stesso tempo delicatamente vero. Mi ha ricordato le atmosfere di Betty Blue, ma anche quelle oniriche de "L’ingorgo". Per non parlare di Kafka o "Toto le héros".
    A volte si fa prime a rinchiudersi piuttosto che reagire.
    Tutto sommato ci basta ascoltare la radio vicino ai panni stesi, prendere il sole con la cuffia, guidare col papà di notte, fare finta di avere una piscina.
    La nostra casa, in fondo, è dentro di noi….

  3. Cinzia
    28 Ottobre 2010 a 11:29 | #3

    Un film metafora o, come ha affermato la protagonista Isabelle Huppert, “una favola, una parabola”.
    A livello epidermico è senz’altro cosi, in un contrasto drammaticamente aperto tra il “sé”, rappresentato dai cinque componenti della famiglia, e “l’altro da sé” costituito dall’autostrada, simbolo del nuovo e del diverso che invade, aggredisce e toglie spazio.
    Ma io ho avvertito anche un contrasto più forte, seppure sommerso, tra gli stessi componenti della famiglia, ciascuno chiuso nel proprio universo di nevrosi – persino il piccolo Julienne e suoi record di apnea – dove l’autostrada rappresenta il detonatore dell’esplosione collettiva finale.
    E quando Marthe si decide ad abbattere il muro, con quel gesto disperato e definitivo, non sancisce soltanto il comune ritorno alla vita, ma spalanca la soglia ad un nuovo orizzonte di affetto e di famiglia, nel senso più vero del termine.

  4. Liliana Madeo
    29 Ottobre 2010 a 6:53 | #4

    La scelta del film sembra calcolata ad hoc. Si fa un gran parlare di famiglia, di drammi familiari, di tragedie segrete familiari, in questo momento, con un ritmo frenetico, nei media. “Home” ce lo ha raccontato in maniera esemplare. L’angoscia che produce quel negare la sofferenza, quel gettare sul disagio provocato dall’autostrada il disagio che ciascuno ha dentro, quell’ostinato difendere i confini della propria prigione, quel crescere dei silenzi e dei fraintendimenti, è un’angoscia ingigantita dalle immagini dell’inizio del film, dei corpi apparentemente liberi che si toccano e giocano nello spazio, nell’acqua. E’ la tragedia del circuito familiare carico di amore e di ossessioni che la Meier ci fa toccare con mano. Il silenzio del piccolo, rassegnato e ubbidiente, riconduce al silenzio in cui cadono le stralunate parole della figlia adolescente e al mondo tutto suo in cui vive la maggiore delle figlie, estranea alle dinamiche familiari, persa nei suoni che le rimbombano nelle orecchie, vittima dei riti – il sole, le sigarette che fuma incessantemente, i gestacci a chi la infastidisce – che riempiono il vuoto del suo tempo. Nessuno, qui, dice veramente quello che è. Nessuno presta ascolto a chi gli sta vicino. La nebbia del non detto porta alle scelte più insensate, alla pazzia. O alla violenza, come quella di Avetrana.
    liliana

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