Home > Cinema > VISIONI – Quattro minuti [53]

VISIONI – Quattro minuti [53]

0cac6bb3f74c65b336139df86a5cf222‘Quattro minuti’ è uno straordinario film-metafora sulla sovversività dell’arte. Lo è a partire dai suoi personaggi, sul loro essere un concentrato di ‘mostruosità’ di vario tipo. A partire dall’antipatia di Traude Krüger, da quel suo atteggiamento perenne di zitella inacidita;

una sorta di secchezza o aridità affettiva che lo spettatore da subito stenta a mettere in relazione con la soavità espressiva della musica che la donna suona al pianoforte (vedi la scena in cui esegue la ‘Sonata in La maggiore’ di Mozart), durante la funzione religiosa cui partecipano le detenute.

[Continua....]

Tag:
  1. Pino Moroni
    28 Aprile 2010 a 7:28 | #1

    Il cinema tedesco, o berlinese, è un cinema molto vivace nel panorama europeo. E l’aggettivo “vivace” non coglie completamente ciò che sta esprimendo, non solo il cinema, ma tutta la produzione intellettuale ed artistica tedesca, che a fatica raggiunge il nostro paese.
    Limitiamoci comunque a parlare, dopo l’uscita nelle sale de Le vite degli altri, del bellissimo film “Quattro minuti” di Chris Kraus.

    Un vecchia insegnante di pianoforte, che ha vissuto gli ultimi tragici sussulti del nazismo a Berlino nel 1945, trova in un carcere una ventenne omicida (forse innocente) con eccezionali doti di pianista. Riuscirà a portarla, superando infinite difficoltà, compresa la diffidenza della giovane, al Teatro dell’Opera per il concerto finale di giovani talenti.
    I “Quattro minuti” del titolo sono quelli concessi dal direttore del carcere per il concerto, prima di riportare in prigione la ragazza.
    Il film è soprattutto la capacità di mettere insieme sessant’anni di vita tedesca, dagli ulti giorni nazisti sotto le bombe alla violenza e rabbia giovanile e creativa, repressa in un carcere di sicurezza.

    Ma il tema principale del film è il valore oggettivo del “talento personale”, purtroppo non riconosciuto in una società ancora ottusa, conformista e repressiva di ogni forma di arte creativa, nella sua voglia di continuità storica.
    Nel concerto finale, invece, la giovane reinterpreterà Schumann in maniera moderna, liberandosi di tutte le pastoie di una società ingessata.
    Tutto ciò in una difficoltà di comprensione umana reciproca tra vecchi e giovani, padri e figli, guardie e sorvegliati. Solo l’applauso dirompente del finale porta la liberazione che abbatte tutti i muri di incomprensione, tutti i malesseri di una società ancora schiava di individui in catene, di intelligenze frenate, di libertà negate.

    Viva la Germania che riconosce in ogni suo film la voglia di esprimersi. Sa raccontarsi senza falsi pudori nelle sue più turpi verità: atrocità naziste, omosessualità, pedofilia, meschinità, piccoli ricatti e indifferenza.

    Ma come in un grande teatro mondiale, la Germania anela a rinnovarsi ed a meritarsi gli applausi di tutto il mondo, perchè le sue idee –in questo momento di vuoto riflusso storico- sono le più innovative, le più moderne.

    Altra magnifica pennellata di una sceneggiatura eccellente è la parte finale del film in cui, malgrado gli errori commessi da una società poco sensibile, l’intelligenza prevale e tutti, a cominciare dalla vecchia insegnante fino al direttore del carcere, contribuiscono alla presa di coscienza ed alla realizzazione delle aspirazioni nascoste di una giovane.

    Quando mai in Italia, dove gli ipocriti parlano tanto di giovani e poi -attraverso gli spettacoli- li convincono a far niente.

    Come Le vite degli altri ha preso l’Oscar per il miglior film straniero, Quattro minuti meriterebbe il premio per l’interpretazione delle due protagoniste: Monica Bleibtreu
    nel suo doppio ruolo della vecchia insegnante e della giovane infermiera nazista, e Hannah Herzsprung nelle vesti della giovanissima e geniale disadattata.

    Il premio per la regia a Chris Kraus che, pur avendo girato il film in un carcere con personaggi introversi, non ne ha fatto un film claustrofobico ed opprimente, ma invece pieno di spazi mentali con risvolti ed atmosfere finemente scenografici.

    Un premio speciale dovrebbe andare alla sceneggiatura, articolata in più piani ideali di sviluppo, che abbracciano un lungo arco di tempo. E un premio al commento musicale, che è riuscito a coniugare la musica classica tedesca (ad esempio Schumann) con musiche originali moderne.

    Ed infine il premio per le caratterizzazioni impressive di due secondini, ancora più umani e più profondi delle interpretazione principali, calati intimamente nelle debolezze di persone molto comuni.

  2. Alessandro
    3 Maggio 2010 a 18:20 | #2

    Quattro minuti. Per liberare il proprio talento.
    Quattro minuti. Per esprimere la propria Weltanschauung.
    Quattro minuti di attesa interminabile.
    Quattro minuti, il tempo massimo consentito di impossibile libertà.

    A volte esistono prigioni da cui è impossibile evadere o espiarne la forma. Sono quelle che si formano dentro, giorno dopo giorno. Per il vissuto personale, esperienziale o relazionale.
    Jenny e Traude sono entrambe prigioniere, ma in un carcere particolare che esse stesse hanno contribuito ad edificare. L’ una ribelle e anticonformista, l’ altra vittima dell’ autoritarismo e del conformismo. Nell’ una la compresenza di due componenti antitetiche dell’ animo e della personalità sono in perenne conflitto: un talento naturale per l’ arte musicale soggiogato da un istinto autodistruttivo e suicida di violenza inarrestabile. Nell’ altra, invece, la soppressione di qualsiasi manifestazione emotiva e sentimentale collima con una abnegazione quasi totale per la musica. La Musica colta, ‘pura’. Il culto della bellezza, a cui Traude ha dedicato tutta la sua vita.
    Splendida immagine quella della falena capovolta; che non può librare il suo volo perché imprigionata in se stessa.
    Metafora della morte in fieri nella vita. Di certe vite mai definite. Mai realmente vita

  3. Sandro
    5 Maggio 2010 a 16:35 | #3

    Una delle persone invitate all’ultima proiezione al Detour, il film l’aveva già visto e gentilmente ha declinato l’invito, con la motivazione seguente:

    “Non amo molto il film tedesco. Quei visi tirati, quegli occhi freddi e penetranti, l’omosessualità vista sempre come colpa e peccato, la fotografia da fonti luminose fredde, opache e interne, mi lasciano sempre un po’ inquieta. Non voglio dire con questo che i film siano brutti; piuttosto che hanno un fascino particolare. Forse le due protagoniste sono state caricate di troppe violenze nell’adolescenza e forse ciò ha portato a rendere ancora più drammatiche le loro esistenze. Ma è duro pensare che non debba esserci un riscatto per questo”.

    Confrontavo queste impressioni con le mie, alla seconda visione del film.
    La seconda ‘visione’ del film è un momento di verità. Quando l’occhio e la mente sono svincolati dall’attenzione all’intreccio e si possono muovere con maggiore libertà
    E’ davvero identificabile un ‘cinema tedesco’? Forse – a voler fare un gioco ‘alla Piero’ – si potrebbe provare a rintracciare un’impronta comune ‘nazionale’ nei film; in base a quali caratteri riconosciamo un film come ‘francese’ o come ‘tedesco’, per esempio.
    Per l’altro aspetto… Poi un riscatto, ovvero un cambiamento dei personaggi, dopo le due ore del film, si intravede. Benché ciascuno con la sua peculiarità.
    Traude, la vecchia scorza, accetta la sua omosessualità – troppe emozioni ha patito negli ultimi tempi che deve farsi forza con una razzìa di champagne al banco del buffet – e a suo modo si inchina “col terrore negli occhi e l’estasi sulle labbra” alla bravura della ragazza, anche se suona ‘musica negra’…
    E la giovane Jenny, che mal si assoggetta a qualunque disciplina – cavallo ribelle alla cavezza – ha la sua improvvisa, ultima e straordinaria impennata d’orgoglio nei quattro minuti del concerto, ma sappiamo che anche lei ha cominciato a cambiare…

  4. Luigi
    5 Maggio 2010 a 18:33 | #4

    Forse un cinema tedesco, livido, un pò spietato, apparentemente freddo, con voglia di emozionarsi, c’è. Forse lo riconoscerei….Penso a tutti i film di Herzog. Poi Christiane F. , Lola corre, Uomini (di D. Dorrie) e tanti altri. Sicuramente non “francese”, non “italiano” e distante, ad esempio, dalle storie inglesi di Ken Loach.

    p.s. Quando leggo che qualcuno non viene perchè il film lo ha già visto, penso ad un’occasione perduta. Molti di noi alle nostre serate sono “alla seconda visione” e molte volte è da lì che si riparte. Per carità, senza pretendere niente….ma forse Visioni è proprio da un “ritorno” che nasce….

Codice di sicurezza: