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VISIONI – La montagna sacra -[52]

sacraIl cileno Alejandro Jodorowsky, trentacinque anni fa iniziò la realizzazione del film ‘La montagna sacra’ che fu realizzato in Messico negli anni successivi e distribuito in tutto il mondo nel 1973 con grande successo.


Il budget dedicato al film doveva essere di un milione e mezzo di dollari (e sarebbe stato il film messicano più costoso mai realizzato), ma ‘il Cecil de Mille dell’avanguardia’ – come fu soprannominato il cineasta – riuscì a realizzarlo con la metà dei soldi, pur facendone un kolossal.

scheda completa del film

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  1. Sandro
    19 Aprile 2010 a 11:22 | #1

    La Sacra Sola
    Molti pensieri negativi, l’altra sera, all’uscita dall’ultimo film di ‘Visioni’: ‘La Montagna Sacra’ di Jodorowsky al Detour.
    Intorno facce lunghe, o commenti ironici, per stemperare il disagio…
    ’73-2010! 37 anni, e li dimostra tutti!
    Raramente ho visto un film così datato; e non è solo la vetustà dei temi. È che sono stato coinvolto proprio a causa dell’adesione agli ideali di quegli anni!
    Non si dice che i reazionari più intransigenti sono i rivoluzionari in gioventù?
    Negli anni ’70 ero all’isola di Wight, e ci credevo, alle cose che eravamo andati a sentire, attraversando mezza Europa in ’500′ e in autostop. Ero intriso di fiducia nel cambiamento e di ‘Peace & Love’. Al ritorno in Italia li suonavamo sulla chitarra, quei ritmi e quelle storie… C’è voluto tempo, ed è stato duro riconoscere che quei sogni di gioventù erano, appunto, illusioni!
    A causa di questa delusione, forse, si è tanto più severi con i film che quelle atmosfere evocano a piene mani.
    Era stato il disagio già sperimentato nel rivedere “Yellow submarine”, anche se lì era temperato dal fascino delle musiche. È diventato dirompente con quest’ultimo film: l’opera di un hobbista presuntuoso, anche se di talento, che ha creduto di poter fare a meno di una sceneggiatura.

    - Se si sopravvive ai primi dieci minuti si sopravvive a tutto – ho sentito dire al nostro Maurizio, che ha aggiunto: – Mi ero salvato fino a adesso… Ach!
    E Patrizio dire: – Un calderone… un pot-pourri… E cercava altri sinonimi per ribadire il concetto!

    In effetti l’inizio cade abbastanza dall’alto: non c’è riferimento di tempo né di luogo; sono messe in scena immagini e ossessioni così come sono passate per la testa dell’Autore.
    Varie altre divagazioni estemporanee interpretabili per intuizione sporadica da parte dello spettatore, ma il grosso viene fatalmente perso… (E a noi piacerebbe capire!)
    Poi, dopo un tempo lunghissimo, vengono presentati i personaggi e si potrebbe entrare nel vivo della storia. L’avventura in sé – il viaggio e l’ascesa – durano sì o no un quinto del film.
    Nel finale: “Zoom indietro” – l’Autore addirittura irride il pubblico dicendo che si stava scherzando: “La realtà è da tutt’altra parte!”.

    Per favore, signor Jodorowsky… Questo potevamo essere in grado di apprezzarlo trentacinque anni fa; non più adesso, con tanti anni e tanta storia alle spalle. Lei può anche aver scherzato e anche trovato il modo per farci i soldi, con le sue mattate, ma il mondo nel frattempo è andato da tutt’altra parte e noi siamo troppo disincantati per darle credito e per prenderla bene!

  2. Piero
    20 Aprile 2010 a 14:50 | #2

    Cari Visionari,
    per pigrizia ho sempre evitato di salire le montagne e per una intuizione (che col senno di poi ha del meraviglioso) ho sempre girato al largo dal sacro.
    E, se dovessi citare i film degli anni ’70 che ne esprimevano il senso “in contemporanea” citerei Bunuel e Antonioni, forse un po’ di free cinema e qualche sparso sudamericano.
    Non citerei nè Jodorowsky, nè Yellow submarine e neppure Easy rider (altro film datatissimo). Se non fosse per le musiche, eviterei anche “Woodstock, tre giorni di amore, pace e musica”.
    Poi però sono preso dall’amore per il “documento originale”, dal segno dei tempi. E allora, consentimi Sandro, non c’è film tuttora visivamente provocatorio, tuttora “nuovo” come la Montagna sacra.
    Le reazioni tue, di Maurizio, l’assenza di Luigi (che pesa ancora di più) mostrano – e forse (di)mostrano – che il pazzo cileno riesce ancora a provocare. E se permetti, qualche chilometro più in alto di Baricco, Battiato e Co.

    Gli anni ’70 erano questi: non sapevamo dove andavamo, ma lo facevamo convinti. Nel 2010 continuiamo a non sapere dove andiamo, ma siamo così poco convinto che non ci orienta più nemmeno il TomTomGo!

  3. Luigi
    20 Aprile 2010 a 18:18 | #3

    Quello del passare degli anni, per molti film, è un viaggio misterioso e imprevedibile.
    Ci sono storie che non temono il trascorrere del tempo ed altre, pur avendo contenuti importanti, cadono sotto i colpi di una visione che è abituata alle “velocità” ed alle soluzioni di oggi. “La montagna sacra” è un film che avevo visto anni fa e mi ripromettevo di rivederlo l’altra sera ma non ho potuto essere al cineclub.
    Sicuramente quegli anni erano anni di grandi svolte e sicuramente chi ha visto il film negli stessi momenti ci si sarà ritrovato.
    40 anni di distanza dall’uscita dell’opera di Jodorowsky sono un’eternità. Il 1970 è distante anni luce dal 2010 e ancora di più se si pensa a tutte le soluzioni cinematografiche che negli ultimi anni si sono riciclate e inventate.
    Mi chiedo come giudicheranno Avatar i nostri figli tra 40 anni. Diranno più o meno le stesse cose che noi oggi potremmo dire di Solaris o della saga del “Pianete delle scimmie”.
    Attualizzare una visione non è cosa semplice. E’ vero che alcune opere sono immortali anche se compiute un secolo fa ma certi meccanismi di incroci tra suoni, immagini, messaggi e tecniche di ripresa a volte si ritrovano con una certa difficoltà.
    In ogni caso, come faccio sempre quando penso di un film, vedo anche le altre cose che sono state messe in circolazione e a volte l’opera in questione assume valore ancora di più.
    Non mi sento di distruggere la “sacralità della montagna” e non mi sento di dire che è un capolavoro. Di certo non è un’opera accomodante. Ma forse per questo “speciale”.

  4. Alessandro
    21 Aprile 2010 a 12:37 | #4

    L’ incipit cinematografico è esemplare degli intenti del suo autore: liturgia esoterica=NERO OFFICIANTE-ADEPTE-MANTRA INIZIATICO=simmetria iconica.

    Tutto deve avere inizio dalla demolizione del proprio io egoistico. L’ oblio di sé. La liberazione dalla schiavitù del possesso (“il nulla, l’ unica realtà”).
    Il superamento del dogma cristiano attraverso lo smantellamento dell’ iconografia tradizionale di Cristo.

    Forse l’ unico pregio del film di Jodorowsky è la volontà manifestata dal suo autore. Il titanico tentativo di aver voluto rappresentare questo caleidoscopio che è il genere umano, in una unica opera cinematografica.
    Quindi una sintesi o summa del paradosso, del grottesco (ma purtroppo in molti luoghi anche del banale), del blasfemo e dissacrante; tutto filmato in assoluta libertà espressiva. Filmare tutto ciò che potenzialmente è filmabile fino al parossismo. Una parata del cattivo gusto, tra eiaculazioni verbali e fisiologiche.
    I riferimenti letterari più prossimi (se ce ne fossero) sembrerebbero i romanzi beatnik di William S. Burroughs, così come l’ uso della tecnica cut-up; mentre una certa natura aberrante che popola alcune scene potrebbe essere riconducibile ad alcune figure stereotipate pasoliniane.
    La fisionomia di un bestiario, insomma.
    Ma il difetto più evidente del film è senza ombra di dubbio l’ assurda prolissità.

    L’ epilogo è parodistico. Costituito dal capovolgimento del rapporto regista-spettatore: l’ incursione dell’ autore-attore nei confronti del pubblico – divenuto a suo tempo quasi artefice inconsapevole della narrazione -, nonché dallo smascheramento della funzione mimetica del cinema. E la materia filmica diventerebbe qualcosa di completamente estranea alla vita.

    “Dobbiamo rinunciare al nostro io individuale e diventare un essere collettivo”.
    Chissà se Jodorowsky c’è mai riuscito…

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