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VISIONI – Lisbon story [50]

lisbon_story1Tutto comincia con una cartolina che giunge da Lisbona a Francoforte: mittente Friedrich Monroe, regista; destinatario Phillip Winter, amico e tecnico del suono. «Caro Phil. Non posso continuare, S.O.S.! Vieni a Lisbona con tutta la tua attrezzatura… Niente telefono, niente fax, scrivi !». Phillip si mette in moto e parte alla volta di Lisbona. Parte in macchina, il viaggio è lungo, e così può rilassarsi a godere dei paesaggi con la testa libera da tutto il resto. La situazione idilliaca dura poco. L’auto si guasta e Phillip è costretto ad arrivare in città facendo l’autostop prima su un carro e poi su un camioncino. Ma arrivato alla casa Friedrich non c’è. Ci sono le sue cose, il materiale da lui girato, e dei bambini che collaborano con lui. Non avendo altro da fare Phillip comincia a registrare per le vie della città i suoni per il film dell’amico, in attesa del suo rientro. Nel frattempo fa la conoscenza di Teresa e del suo gruppo musicale, i Madredeus, anch’essi impegnati nella realizzazione della colonna sonora del film. Passano però delle settimane, e di Friedrich nessuna traccia. Intanto, col passare del tempo Phillip Winter comincia a conoscere Lisbona, a imparare a convivere con i bambini e ad innamorarsi di Teresa [....]

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  1. Sandro
    12 Marzo 2010 a 10:13 | #1

    E’ da un po’ – vedi anche l’esperienza del ‘Cinema in Libreria’ – che stiamo lavorando ai rapporti tra la letteratura e il cinema.
    Focalizzato un interesse, ogni film successivo aggiunge un tassello ulteriore a completare un quadro, che per la sua complessità è ancora lontano dall’essere completo.
    Per sommi schemi potremmo dire che la letteratura opera sul linguaggio e sull’intreccio; alcune opere di letteratura popolare (per fare un esempio i best seller ‘fluviali’ di John Grisham o di Clive Cussler) – ma è anche una generale tendenza della letteratura moderna – privilegiano la trama (l’intreccio) sopra ogni altra istanza. In molti casi per fare un film da queste opere basta trasporre la trama in sceneggiatura, e il più è fatto.
    Nei casi di adattamento al cinema di opere di letteratura ‘alta’, il problema è più complesso, in quanto richiede di sostituire a un ‘linguaggio letterario’ un ‘linguaggio cinematografico’. Un esempio di quest’ultimo potrebbe essere il modo in cui Stanley Kubrick ha affrontato le opere letterarie da cui ha tratto i suoi film (si può pensare a ‘Barry Lyndon’, da Thackeray o ad ‘A clockwark orange’ da Anthony Burgess. O potremmo parlare di ‘Apocalypse now’ di Coppola nei suoi rapporti con ‘Cuore di Tenebra’ di Conrad; o de ‘Il giardino dei Finzi-Contini’ di Bassani/De Sica…
    In tutti i casi è sempre ‘la storia’ – rispettata, travisata, variamente manipolata – che mettiamo al centro del nostra critica.

    Completamente diverso il caso di alcuni film che nascono direttamente come tali, da una sceneggiatura originale che a volte non è neanche una sceneggiatura vera e propria, ma piuttosto un ‘canovaccio’ alla maniera dell’antica commedia dell’arte.
    Per essere chiari, mi riferisco al film visto ieri sera al Detour ‘Lisbon Story’ di Wim Wenders. Ma le stesse considerazioni si potrebbero fare per altri film di Wenders, in particolare ‘Nel corso del tempo’, e perfino per ‘Felllini 8 e ½’.
    Relativamente a questi aspetti, il carattere ‘disturbante’ che questi film hanno per qualcuno, è proprio il non avere una ‘storia’ alle spalle. Di essere creati – di crearsi – ‘nel momento’, scaturire dalle situazioni base che il regista ha predisposto come ‘cornice.
    Di volta in volta un camion che viaggia sul confine tra le due Germanie; un albergo e un set cinematografico ricostruiti negli studi di Cinecittà; un’intera città – Lisbona – in cui due ricercatori, uno di suoni (Phillip) e l’altro di immagini (Friedrich) si aggirano, ciascuno con i propri strumenti…

    La ricerca continua – come si legge sul tormentone di ‘Visioni’ – …vediamo dove ci porta..!

  2. Luigi
    12 Marzo 2010 a 12:39 | #2

    Ieri sera, della visione, ho portato via altre considerazioni del film che avevo già visto anni fa. Non solo i messaggi “filosofici” di Wenders sulle immagini reali o, se si preferisce, sulla realtà degli sguardi, sul cinema e sulla visione.
    Semplicemente ho visto delle persone che inseguivano il desiderio di “perdersi”, di vivere un piacevole spaesamento, chi in una terra straniera, chi nello stesso luogo d’origine. Ognuno lo faceva a suo modo. Philip cattura i suoni ma molto di più cattura atmosfere, stati d’animo, respiri, tempi sospesi. Friedrich inventa una forma di cinema per sfuggire a se stesso, per crearsi una nuova identità, perchè forse è in una fase vulnerabile della propria vita, dove l’essenza e la semplicità urlano così forte da far quasi paura.
    Teresa e i suoi amici musicisti tagliano l’aria con le loro melodie, così sentite e così bisognose di unire a tal punto da portarle in giro per il mondo.
    I bambini infine. Come sempre la purezza a loro immagine e somiglianza. Dove la vita è ancora un gioco e dove gli occhi sono così grandi che nessuna macchina da presa potrebbe contenere di più.
    Perdersi a Lisbona….

  3. Alessandro
    15 Marzo 2010 a 15:24 | #3

    In “Lisbon story”, film dedicato al Cinema e a Fellini ma anche alla prassi del cinema alla sua teoria, è possibile rintracciare una summa di alcune componenti principali del cinema stesso, della sua essenza: il suono, l’immagine, il colore e la musica. Qui tutte convivono armonicamente e autonomamente. Attraverso i suoi personaggi e le loro storie.
    C’è Phillip che ‘fa i suoni’. Egli vaga solo per la città, nella estenuante ricerca di percepire appropriare metabolizzare suoni rumori voci… silenzi. Li vuole conservare preservare riprodurre. Affrancare da un contesto a volte inquinante, dalla contaminazione ambientale e urbana. Phillip è un puro. Apprezza ciò che la moltitudine, nella sua triste parabola di alienazione – assuefazione alla realtà che la circonda -, nemmeno percepisce la presenza, la vita. Phillip è complementare a Friedrich. Speculari e antitetici: Phillip e Friedrich, spiriti liberi.
    Friedrich a sua volta concepisce l’opera d’arte come svincolata dal filtraggio visivo-soggettivistico del suo autore (“L’immagine non vista… L’immagine pura, vera. In perfetto unisono con il mondo”). Ma in lui questa visione è portata alle estreme conseguenze. Fino alla completa negazione di qualsiasi intervento o mediazione esterna: la collocazione strategica della telecamera nella pubblica pattumiera, a catturare immagini furtivamente, ne è la testimonianza. Phillip e Friedrich estrapolano la vita.
    E poi c’è Teresa, la musica. La musica dei Madredeus, che non è semplice colonna sonora del film, cornice agli eventi narrati. I Madredeus, la cantante Teresa, la sua voce, il fado sono parte integrante del film. Ne è la prova l’innamoramento di Phillip per Teresa.
    Infine il colore. I colori giustapposti che formano la città di Lisbona, le sue vie, le sue case, i suoi tram e quelle atmosfere azzurro lapislazzuli che sembrano avvolgere quasi tutto il film sono, assieme alla musica, la vena poetica che percorre tutto il film.

    E’ il cinema che “fa rivivere il fantasma di un momento”.

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