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VISIONI – Un uomo a nudo (The swimmer) [48]


Il film è stato il primo ruolo cinematografico per Janet Landgard e include dei cameo di Kim Hunter, Cornelia Otis Skinner e Joan Rivers, tra gli altri. Il commento musicale di Marvin Hamlisch sottolinea per piccola orchestra i passaggi drammatici insieme ad altre scene commentate in stile popolare metà anni ’60.

Tutto girato in esterni e con un protagonista sempre in costume da bagno, Un uomo a nudo è una specie di scommessa. Il film parte da una situazione di apparenza naturalistica per approdare a un simbolismo rarefatto: si potrebbe quasi parlare di realismo magico,come ai tempi di Bontempelli. Solo che nella vicenda dei nuotatore Ned Merrill, che ha deciso di tornare a casa bagnandosi in tutte le piscine della zona residenziale in cui vive, si avverte subito una fonte componente sociologica. Questo è un apologo sul modo di vita americano; più esattamente, sul comportamento di una classe di esurbati benestanti che idoleggiano il successo, il denaro, i beni di consumo. Perciò la piscina non è una scelta casuale, ma rappresenta il feticcio più evidente di una categoria sociale: sulle orme del suo nuotatore, il regista Frank Perry ci conduce attraverso una mezza dozzina di piscine, che sono altrettante tappe dell’esistenze di Ned. Poco per volta scopriamo che il protagonista nasconde un segreto dietro l’apparenza atletica e la cordialità dei tratto: c’è Stato qualcosa, nella sua vita, che ha spezzato certe abitudini di benessere ipocrita e che l’ha messo fuori dal gruppo.

 

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  1. Luigi
    12 Febbraio 2010 a 9:23 | #1

    Da dove sbuca Ned? E perchè è già in costume? Cosa è successo di tremendo nella sua vita? Domande che rimangono sospese fino a realizzare che cercare di capire cosa è accaduto ed accadrà è inutile. Non serve e non verrebbe spiegato.

    La “redenzione” dell’uomo, “a nudo” nei confronti della sua mente, dei suoi sogni, dei suoi limiti, si snoda attraverso le nuotate purificatrici e rivelatrici.

    “Se ci credi , esiste tutto”. La nuotata più bella forse è quella con il bambino, che ha ancora una vita davanti, una piscina da riempire.

    I simbolismi sono tanti, si insinuano in quel mondo dell’essere e dell’apparire.

    Il film è uno di quelli che non ti lascerà più. Così semplicemente complesso, surrealmente vero.

    Grande la prova di Burt, belle le immagini sfocate, volutamente indefinite.

    L’inizio, tipicamente misterioso, con piante che si spostano, animali che hanno paura, e un uomo che arriva dal nulla è veramente memorabile.

    Splash!

  2. Sandro
    26 Febbraio 2010 a 8:51 | #2

    Il piacere (o dispiacere) del testo

    Reduce dalla lettura della novella originale di John Cheever che ha dato origine al film dell’altra sera, ne consiglio a tutti la lettura:
    http://shortstoryclassics.50megs.com/cheeverswimmer.html
    Sono solo dieci pagine, ma molto istruttive ai fini della casistica che da qualche tempo andiamo raccogliendo, sui rapporti tra scrittura e ri-scrittura filmica.
    Mi sembra che gli sceneggiatori del film – la moglie del regista Eleanor Perry e lo sceneggiatore (ignoto) dell’episodio aggiunto da Sidney Pollack – abbiano fatto un lavoro olto pregevole, elaborando quella che nel breve racconto (novel) è poco più che un’idea. Il film disegna intorno ad essa una coorte di personaggi, in ogni episodio (o stazione di un’originale via crucis) perfettamente funzionali alla trama.
    In particolare l’invenzione da tutti apprezzata di far comparire Ned dal nulla – dal bosco, che lo registra come un elemento estraneo, di disturbo e/o di potenziale pericolo – è originale del film. Nel racconto Ned sta partecipando ad un drink della domenica sul bordo della piscina degli amici della prima scena, insieme alla moglie Lucinda, quando gli viene in mente di traversare la contea a nuoto, attraverso un fiume immaginario (Lucinda stream) che unisca le diverse piscine di conoscenti e amici.
    Così dal dialogo con la ex-amante – molto scarno e poco caratterizzato nel racconto – prende vita e maggior spessore il carattere del personaggio, eterno bambino che si sentiva onnipotente e prendeva a suo piacimento, senza rendersi conto del male e del vuoto che andava facendo intorno a sé.
    Il punto debole del film – quel finale piatto, ‘minimalista’ ovvero ‘a coda di segugio’, che lascia in bocca il senso di una risoluzione mancata – è invece lo stesso del racconto, senza un’unghiata inventiva in più, che magari il film avrebbe potuto osare…
    “He shouted, pounded on the door, tried to force it with his shoulder, and then, looking in at the windows, saw that the place was empty.”

  3. francesco
    27 Febbraio 2010 a 9:02 | #3

    tutto comincia con grande entusiasmo e finisce con tanta tristezza.un uomo a nudo.Nudo di tutto perfino dei suoi affetti e dei suoi oggetti.forse con le sue nuotate nel fiume ” lucinda ” si è almeno lavato e purificato ( grazie al cloro ) dall’ipocrisia e dal conformismo sociale…credo che le piscine dovrebbero essere affollaissime al giorno d’oggi.

  4. Alessandro
    23 Marzo 2010 a 8:37 | #4

    Un uomo che appare all’ improvviso… solo. Metafisica presenza in uno spazio e in un tempo tuttavia relativi. E’ lì… Ai nostri occhi privo di storia, origine o provenienza. Ma già carico di pervasiva indomita volitività.

    Così ha inizio la parabola di “The swimmer – Un uomo a nudo”, viaggio interiore del protagonista attraverso il “sottosuolo” della sua coscienza, nei meandri del suo inconscio; alla ricerca di un recupero memoriale del passato. Il primo dato che attira l’ attenzione è il suo aspetto esteriore, la sua aitante fisicità, benché questa armonia del corpo sia in antitesi con la travagliata condizione spirituale in cui egli viene a trovarsi. E allora la sua possente fisicità non è altro che il contenitore della sua neonata coscienza, dove un tormento lo affligge: l’ affannata ricerca di una forma di espiazione.
    Così ha inizio il suo debordante e allucinatorio trasbordo attraverso i gironi dei rapporti interpersonali, sociali e sentimentali finora esperiti; ma privo egli è ormai di quella esteriore immagine sociale, subdolamente costruita nel corso della sua esistenza.
    A nudo, si pone, di fronte alla realtà; ma di questa realtà, tuttavia, con persistente ostinazione, continua ancora a negarne la liceità.
    “Se immagini fortemente una cosa, alla fine esiste”. Questo dice al bambino incontrato; questa la natura del rapporto con il reale finora intrattenuto. La stessa mimesi della natazione che compie assieme al suo alter ego fanciullo – nel vuoto spazio (della sua non-esistenza) – altro non è che “l’imitazione della vita” che ha condotto dalla nascita ad adesso. Non vita reale, bensì imitazione di essa. E’ questo il suo dramma: la sopraggiunta consapevolezza di questa privazione.

    E’ nell’ allegoria che risiede la chiave di lettura di tutto il film. I gesti e le cose hanno significati impliciti, sono simboli che rimandano a passaggi essenziali della catarsi finali: il lavaggio dei piedi come l’ abluzione e l’ attraversamento dell’ ultima affollatissima piscina, quale la definitiva contaminazione con un’ umanità, una diversità forse spesso biasimata durante la trascorsa vita.
    La legge del contrappasso è alla base di ciascuna fase espiatoria, di ciascuna prova salvifica.
    A chiusura del film la pioggia, ultimo atto purificatorio, che tuttavia non può ristabilire pienamente la agognata riconciliazione del protagonista col proprio passato.

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