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VISIONI – IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI [47]


GIARDINI D’AUTUNNO   di Manuel De Sica Una sera d’inverno del lontano 1968, venne a far visita un mio ‘quasi’ parente (suo padre era stato marito della mia nonna materna),

 

Fausto Saraceni, allora produttore esecutivo della ‘Documento Film’ di Gianni Hecht Lucari, recante sotto il braccio il romanzo Il Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. Ricordo quel primo approccio a cui fui anch’io accolto, data la ‘familiarità’ dell’ospite, come un momento memorabile. Il piccolo studio di papà si riscaldò di un’aura diversa dal solito, intensa, presagente qualcosa di grande importanza. Saraceni propose a mio padre la direzione del film tratto da quel libro.

 

Vedi la scheda completa del film  

 

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  1. Alessandro
    27 Gennaio 2010 a 12:28 | #1

    E’ soprattutto una storia d’ amore. Di un amore impossibile. Inserito in uno sfondo storico tragico, quello di una nazione scissa. Sin dalle prime futili battute dei personaggi si respira un clima di imminente funesta tragedia.

    La discriminazione è il tema dominante del film; che Giorgio – il protagonista – subisce doppiamente: dal generale al particolare. Sia come appartenente alla comunità ebraica, umiliata e perseguitata, sia come uomo ferito nei propri sentimenti; a cui viene preclusa la possibilità di amare la donna di cui è innamorato, perché da lei rifiutato.

    Non a caso la stessa passione amorosa di Giorgio evolve parallelamente alla progressiva deriva fascista del Paese. Fino a culminare nel definitivo rifiuto del suo amore, inquadrato nel contesto storico dell’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale. Ma quello di Giorgio è un passaggio obbligato, necessario: ” bisogna morire almeno una volta, per poter capire pienamente lo stato delle cose”. La sua “morte” è una transizione: il passaggio dalla giovinezza all’età adulta.

    Ma se la figura di Giorgio “l’ indagine psicologica del personaggio” appare netta, risulta altrimenti indecifrabile, o forse semplicemente volubile, quella di Micol. Nel torpore della sua gabbia dorata, nella passiva consapevolezza della sua condizione “alto borghese” , risiede l’illusoria convinzione della sua presunta inviolabilità. Ma dietro a questa sua apparente superficialità potrebbe anche solo esserci il timore di potersi innamorare: di divenire vulnerabile. Anche Micol, tuttavia, dovrà “morire almeno una volta”. Anche per Micol avverrà la transizione verso “l’età adulta”. Ma in questo caso sarà segnata dall’evento tragico della deportazione. Solo la deportazione, la persecuzione razziale fascista, annullerà le differenze di classe, l’appartenenza a ceti sociali diversi.

    Una nota a parte merita l’ineccepibile cromatismo delle immagini-sequenze del film, che dona, anche grazie alla purezza degli incarnati, un senso quasi pittorico alla pellicola.

  2. Luigi
    27 Gennaio 2010 a 12:51 | #2

    All’epoca dell’uscita molti definirono il film di De Sica un’opera ruffiana, volutamente melensa, colpevole di innescare lacrime, patinata oltre misura.

    Ma il tema della Shoah non ha bisogno ahimè di “rinforzi”. L’apparente patina di leggerezza e semplicità che le immagini del film racchiudono, sono (credo volutamente) una caramella colorata che quando si scarta però è marcia dentro, con tutti gli orrori che la storia ci ha insegnato.

    De Sica poi è bravo a costruire ed innescare le famose “esche cinematografiche” che tanto volte abbiamo scoperto. Quella gabbia che Alessandro indica nel suo commento, altro non è che l’anticamera dell’inferno. Un “non luogo” da cui non si esce, dove si impazzisce per il solo motivo di appartenere, di essere quello che si è.

    Devo confessare che ogni volta che la “memoria” mi viene incontro dalle scene di un film, non riesco mai a concepire la totale follia di quegli anni. Per quanto mi sforzi a compenetrarmi cercando appoggi alle scene e ai messaggi, tutte le volte mi distrugge il pensiero di quanti ricordi siano stati spezzati.

    Spezzati perchè mai generati. Spezzati perchè a tanti è stata negata la possibilità dell’unica cosa che possiamo fare: vivere…. e nel vivere, ricordare.

    Ecco che la memoria diventa un contributo a vivere per gli altri e parlare degli altri.

    Bassani e De sica…altro che immagini patinate e parole strappalacrime!!

  3. francesco
    31 Gennaio 2010 a 23:57 | #3

    Un ebreo che crede nell’ideologia fascista o un fascista che ha il torto di discendere da ebrei? Giorgio conclude il film con una frase che esprime solitudine. “Speriamo che almeno ci lascino tutti insieme, noi di Ferrara…” Nè il credo ebraico nè l’ideologia fascista lo fanno sentire protetto per ragioni diverse ed opposte.Gli ebrei indifesi e perseguitati da fascisti crudeli e persecutori. De Sica racconta il dramma iniziale di un periodo che mai nessuno vorrebbe che si ripresentasse. La superiorità sociale ed intellettuale di due famiglie dell’epoca viene azzerata solo perchè essi sono di una razza non gradita al sistema istauratosi.Se anche Einstein fosse stato deportato in quanto ebreo ci sarebbe da chiedersi a che punto sarebbe oggi la scienza.Al di là dei tecnicismi cinematografici, De Sica fotografa il Tempo con i suoi fotogrammi e contribuisce a creare la Memoria. Utile ricordare il dramma oltre sei milioni di deportati.Utile dimenticare la follia racchiusa nell’ideologia di un pazzo. Auguriamoci il fatto che i corsi ed i ricorsi storici di Gian Battista Vico in questo caso non si ripetano.

  4. Renata
    1 Febbraio 2010 a 18:47 | #4

    Avevo visto il film più di una volta, ma parecchio tempo fa. Allora mi aveva colpito l’eleganza delle riprese, delle ricostruzioni degli interni e dei costumi, del commento musicale, ma proprio questo mi aveva lasciata perplessa: per una vicenda come quella della shoà mi era parsa una chiave di lettura inadeguata. Questa volta invece il film mi è decisamente piaciuto pe quel mettere a confronto il dentro (con il suo ordine, la sua bellezza, i suoi riti rassicuranti) e il fuori (con il disordine, la barbarie, la violenza gratuita).

    Già la prima ripresa sul muro del giardino, più volte poi ripreso, le grandi, pesanti porte che separano più che connettere l’interno con l’esterno, mettono in rilievo quella volontà di separatezza, d’illusoria intangibilità che il rango, la cultura e, perché no, la bellezza dovrebbero garantire. E poi c’è l’interno della psiche, degli affetti che si vorrebbero preservare, delle emozioni che si custodiscono e si nascondono perché gli eventi, la storia collettiva non le guastino, non le distruggano.

    Un interno nel quale la famiglia di Micol cerca di nascondersi per salvarsi dalla follia incombente alla quale è difficile arrendersi, persino credere. Pur senza farsi illusioni, come quelle che caratterizzano io padre di Giorgio che crede prima nel fascismo, poi nel fatto che il suo essere fascista lo metterà al riparo dalle leggi razziali, infine nella clemenza dei nazisti “che almeno ci lascino insieme” proprio quando le separazioni sono già state fatte nei corridoi della scuola: la famiglia di Micol è stata infatti divisa un attimo prima.

    Bella anche la enigmatica figura di Micol: è incapace di corrispondere un sentimento come quello di Giorgio, attratta dall’avventura, concentrata su se stessa e i suoi familiari, oppure si nega a Giorgio per lasciarlo libero di fuggire, di salvarsi? E’ per lui il suo pensiero quando sta per essere deportata… Insomma, un bel film. Grazie,

    Renata

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