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VISIONI – IL VENTO FA IL SUO GIRO [46]

Quanti mondi ci sono dentro al mondo. E quante unicità ci sono dentro ogni differenza. In un epoca di globalizzazione imperante, a volte quasi obbligatoria, il film di Diritti mette in evidenza i piccoli e grandiosi paesaggi presenti nell’uomo e nella natura.

Non mi aspettavo una capacità così raffinata di raccontare la montagna con riprese tecniche veramente particolari. Il regista non si è lasciato sedurre dalla possibilità ruffiana di produrre immagini da cartoline e ha folgorato lo schermo con tagli veramente suggestivi.

Una sconfitta dell’uomo con la semplice voglia di integrarsi e con la natura. Perchè nel film la natura rivendica la sua maestosa e innocente presenza. Noi sembriamo piccoli pastori che cercano un posticino dove accamparsi.

Progresso e tradizione. Nostalgia e futuro. Una battaglia che si combatte da secoli. 

Philippe ha ragione quando dice che nella vita ci vuole follia. E nella follia si troverà la verità, quella sensazione unica e indefinita di vivere in armonia con se stessi.

Una follia in cui credere magari un pò ritornando bambini come da sempre fa quella figura di uomo mai cresciuta che non troverà altro rimedio che volare veramente “appendendo” il suo mondo ad una corda.

Il film non ti abbandona dopo la visione. Si rimane sospesi lì, in quei luoghi, in quel freddo che buca lo schermo, in quei temporali montani, in quel silenzio semplicemente unico.

E tutto diventa magico. Anche quei tocchi leggeri di pianoforte che sfilano via nei momenti più intensi della storia.

Un cinema così che racconta e descrive, dove anche una lingua incomprensibile spiega con chiarezza tutti i sentimenti dell’uomo.

alla prossima, Luigi

  

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  1. Piero
    15 Gennaio 2010 a 11:51 | #1

    Uno dei pregi del cinema è la sua capacità di stupirti con dei piccoli capolavori sconosciuti.

    “Il vento fa il suo giro” è uno di questi, e i suoi antipatici personaggi rimarrano nella mia memoria, così come mi sembra di aver sempre conosciuto quelli di “Nashville”.

    Anche la tristezza di fondo della storia raccontata rende bene la situazione desolata di un paese abbandonato, seppure in un luogo splendido.

    Ma chissà, il vento fa il suo giro e magari dopo molto tempo ritorna…

  2. Alessandro
    17 Gennaio 2010 a 23:03 | #2

    Esiste una negatività di fondo che percorre tutto il film, che investe tutti i personaggi. I cattivi sentimenti che l’uomo è in grado di ingenerare, di rivolgere ai propri simili. Ma non è solo intolleranza, diffidenza nei confronti dell’altro, lo “straniero”. Il timore che questo possa essere migliore, riuscire dove altri rinunciarono, e convalidare, agli occhi dell’opinione pubblica, un loro presunto fallimento, la loro frustrazione.

    E’ soprattutto il rifiuto dell’alterità, della diversità, istinto connaturato all’uomo che prescinde dal contingente.

    All’odio si giunge, addirittura. Il culmine, in questo caso, viene esemplificato nell’atto autolesionistico della “vecchia”: provocare dolore a sé con il fine precipuo di procurarne uno più alto all’altro. Ma l’“altro”, il forestiero, nemmeno egli è esente da questa lacerazione: dissociazione dell’uomo nei confronti dell’uomo. Ha abbandonato la filosofia, forse perché rivelava troppo bene l’uomo a se stesso, i suoi sentimenti più infimi. E si è rifugiato nella vita rurale. Ma non c’è una reale volontà di integrazione nella comunità in cui vive, un desiderio di socialità. C’è solo la Natura. Il suo gregge. Nemmeno egli è tollerante. Il suo malcelato disprezzo, la sua indifferenza alle “convenzioni”, la sua incessante operatività sono la costante risposta alle provocazioni ambientali, alla comunità.

    Non esiste qui separazione manichea tra bene e male, non c’è salvazione, remissione, espiazione finale. E’ solamente la circolarità della condizione umana imperfetta che sempre si ripete.

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