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une partie de campagne – Maupassant al cinema

Cos’è che rende speciale la visione di “Une partie de campagne” di Renoir specialmente oggi, a più di settant’anni dalla sua realizzazione? Beh…in parte è lo stesso Renoir a dirlo nella sua prefazione al film: “ho scelto Maupassant perchè amo Maupassant” . Di fatto l’elemento portante della storia è nel racconto dello scrittore, che riesce con parole semplici ma ben collegate tra loro, a trasmettere quell’atmosfera speciale, quei profumi, quello stato di sospensione temporale che solo una gita in campagna riesce ad infondere.

Maupassant era ed è una vera manna per i registi. Lui consegna ai posteri delle sceneggiature già belle e pronte. Ovviamente non tutti riescono a tradurlo in immagini e, nel nostro caso, dopo le tre visioni, possiamo sicuramente dire che Ophuls e Renoir hanno ampiamente superato la prova.

I 40 minuti del film racchiudono piccoli dettagli che sono nascosti nella visione generica del racconto. Alcuni sono anche elementi innovativi. In primis la presenza del regista in scena, “il locandiere” che “serve i suoi personaggi”. Le riprese della ragazza in altalena con una macchina da presa che sembra volare insieme a lei. Rodolphe, uno dei due giovanotti, che osserva la scena allisciandosi i baffi, piegato sulla finestra a simboleggiare un gatto sornione pronto ad acciuffare la preda. Le comiche del signor Dufour con il futuro genero Anatole che in parte richiamano quelle di Oliver Hardy e Stan Laurel.

E poi Henriette che in due momenti della storia rilascia sensazoni perdute, momenti fugaci di vita vera, nostalgica e allo stesso tempo infinitamente felice. “Mi sento strana” – dice alla madre - non sapendo in modo migliore definire quel piacere tormentato che la felicità fa arrivare allo stomaco e al cuore.

In quel momento è rapita completamemte dalla natura, dalla libertà di lasciarsi andare, dal sentimento totalizzante che rende vibrante la semplicità del vivere.

Le sue lacrime. Prima di gioia improvvisa e poi di rimorso per aver riconosciuto il vero amore per poi doverlo lasciare andare via,  vedendolo danzare sulle acque del fiume, come una barchetta alla deriva.

Bombardati oggi da film superdigitalizzati, sonoramente invasivi, veloci e rapinosi, costruiti male e spesso vuoti, il film di Renoir mette in pace l’animo e regala una gita fuori da tutto, con il sapore del tempo che è complice e non tiranno.

Luigi

 

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  1. Sandro
    16 Dicembre 2009 a 12:50 | #1

    Il racconto e il film

    Stavolta, in sequenza, prima ho visto il breve film ‘La scampagnata’ (40 min.) di Jean Renoir da ‘Une partie de campagne’ di Maupassant, e poi riletto il racconto, che avevo completamente dimenticato.
    L’interesse che mi spinge, in questi casi, è sempre nella relazione tra il testo e il film. E ho trovato che malgrado l’agiografia di circostanza e le belle immagini, la trasposizione cinematografica non sia riuscita al regista, che ha tolto spessore e magia al testo.
    Nel film, notavamo, non succede niente; sembra una banale uscita in campagna di una famiglia di cittadini non abituati agli spazi aperti, al contatto con l’erba, al sole che brucia la pelle. Mentre nel testo è il racconto la giornata che porta con sé una luce capace di illuminare da sola il grigiore di un’intera vita.
    Già nell’aspettativa:
    “Quanto alla ragazza non lasciava scorgere nulla; soltanto gli occhi le brillavano vagamente e la sua pelle scura si colorava di rosa alle gote”.
    E più tardi:
    “La ragazza, seduta al posto del timoniere, s’abbandonava alla dolcezza dell’acqua. Era vuota di pensieri, con una grande calma in tutte le membra, in un totale abbandono di se stessa. Era diventata rossa rossa e aveva l’affanno. Lo stordimento del vino, moltiplicato dal calore torrenziale che scorreva tutt’intorno faceva inclinare al suo passaggio tutti gli alberi della riva. Un indefinito bisogno di godimento, un ribollire del sangue, percorrevano la sua carne già eccitata dagli ardori di quella giornata; inoltre la turbava quell’intimità sull’acqua, in mezzo al paese spopolato dall’incendio del cielo, con quel giovane che la trovava bella, che le baciava la pelle con gli occhi, che penetrava in lei come il sole, col suo desiderio. L’incapacità di parlare non faceva che aumentare il turbamento ed essi allora si guardavano attorno”.

    L’avventura che la giovane donna ha con il canottiere appare nel film anch’essa banalizzata: vedono l’usignolo e fanno silenzio per ascoltarlo cantare, ma questo momento ha nel testo un ruolo ben diverso.
    “…Stava ascoltando l’uccello, smarrita in una sorta di estasi. Si sentiva attraversare da infiniti desideri di felicità, da subitanei slanci d’affetto, da rivelazioni di sovrumana poesia, da una tale snervatezza e da un intenerimento del cuore, che piangeva senza sapere perché.
    (…) …La ragazza seguitava a piangere, in preda a dolcissime sensazioni, con la pelle calda e picchiettata dovunque da piccoli strani brividi”.

    Poi la scena procede con i primi approcci del giovane che la ragazza respinge, fino ad un bacio d’affondo cui lei prima si sottrae, poi risponde con impeto.
    - E la sciagurata rispose – ho sentito dire dalla fila di dietro da una voce manzoniana

    Mentre Maupassant qui ha un colpo di genio, e traspone nel canto dell’usignolo la trepidazione e l’estasi della giovane donna.
    “…L’uccello ricominciò a cantare. Dapprincipio emise tre note penetranti che sembravano un richiamo d’amore, poi, dopo una brevissima pausa, cominciò con più debole canto lentissime modulazioni.
    Si levò un molle venticello, suscitando un mormorio di foglie e tra la profondità dei rami passarono due ardenti sospiri, che si mischiarono al canto dell’usignolo e al leggero respiro del bosco.
    L’uccello era invaso dall’ebbrezza e il suo canto, aumentando a poco a poco come un incendio che prenda vigore, o una passione che ingrandisca, sembrava che accompagnasse un crepitio di baci sotto l’albero. Poi, il delirio della sua gola si scatenò perdutamente. A momenti pareva che fosse lì lì per svenire, e spasimava a lungo, melodiosamente.
    Talora si riposava un poco emettendo soltanto due o tre suoni leggeri e prolungati, che finivano all’improvviso con una nota acutissima. Oppure si lanciava in una corsa furiosa fra uno zampillare di diversi toni, di fremiti, di sussulti, come un impetuoso canto d’amore seguito da grida trionfali.
    Ma tacque, sentendo sotto di sé un gemito così profondo, che si poteva scambiare per l’addio di un’anima. Il rumore si prolungò un poco, e finì in un singhiozzo”.

    Si dirà che quel che è reso magnificamente con le parole ha difficoltà ad essere espresso in immagini, ma il regista neanche ci prova!
    Ricordo, in un altro film – ‘The Ryan’s daughter’, di David Lean (1970) – una scena simile resa con molta leggerezza, con il vento tra le foglie del bosco e l’infiorescenza globosa di un tarassaco dapprima tremolare e poi volar via.
    O ancora, il languore e lo sperdimento nella natura in tante scene di ‘Picnic a Hanging Rock’ di Peter Weir (1975).

    Sarà anche che siamo diventati troppo esigenti, che abbiamo visto tanti film e troppe immagini, e mi chiedevo se fosse Maupassant ad aver perso per me la sua magia. Ma non è così. Ne sono contento a metà…

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