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VISIONI – L’ARIA SALATA [45]

L’aria salata è una sensazione che difficilmente si dimentica. L’odore vagamente acre della salsedine rilascia un senso di pace e di compiutezza che conferisce ad ogni cosa contorni regolari, definiti. Lo sa bene Luigi Sperti, in carcere per l’omicidio di un uomo da quasi vent’anni e destinato a rimanerci per altri dieci. L’aria salata la respira durante il viaggio in nave che lo conduce da Sassari a Roma, trasferito per problemi di epilessia; e tornerà a sentirla in vista di una nuova partenza, forse definitiva….

 

 

 

 

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  1. emanuela
    4 Dicembre 2009 a 9:04 | #1

    salve visionari, due parole per la serata di ieri al nuovo detour. La saletta odora di pulito e le sedie sono quelle del cinema, imbottite e prive degli acari lasciati nella vecchia sala insieme ai ricordi. L’entrata nel negozio ecosolidale è piacevole e il bancone allestito in fondo ricco di ogni prelibatezza, con un servizio di catering eccellente e un’attanzione agli invitati puntuale. Sono arrivata tardi per la proiezione e le sedie erano tutte occupate ma il convivio prenatalizio e gli amici incontrati mi hanno fatto trascorrere una serata in allegria. Buon lavoro visionari e grazie di esserci!! Emanuela

  2. Sandro
    4 Dicembre 2009 a 9:36 | #2

    La scoperta dell’acqua calda

    Non a commento del film ma comunque in relazione alla ‘visione’ insieme, una scoperta non recente – ier sera solo focalizzata meglio – è stata quella di una calda empatia.
    - Oddio… Ma quanto si muove questa macchina da presa! Non è che adesso Pino mi sta male e deve uscire dalla sala..?
    O ancora: – Mannaggia, è vero che questi qui non ridono mai! Quanto sono tristi! Forse un po’ di ragione ce l’aveva Lorenza a non volerlo rivedere, questo film!
    E anche: – Quanta partecipazione… Sarà contento stasera Luigi!
    E così via, in una rassegna che è quella della memoria e della conoscenza dei tanti amici che sono in sala e che fa piacere avere intorno. Pensare a ciascuno di loro e a tutti insieme e nello stesso tempo alle immagini che scorrono sullo schermo. Come quando ci si trova a scegliere un regalo per qualcuno in particolare, in una vetrina vista per caso, perché qualcosa di quel che vediamo ci ha stimolato un’associazione, un pensiero…
    Se pensate che sia poca cosa, in questi tempi di aridità…

  3. Luigi
    4 Dicembre 2009 a 10:03 | #3

    Il film ha una sua evidente e ruvida drammaticità che non può esimersi da toni veri, cupi, intensi.

    Due cose hanno attirato l’attenzione alla mia visione (la terza )del film.

    L’appoggiarsi delle macchina da presa sulle mani dei protagonisti. Le mani, che tanto trasmettono tra i legami forti di padri e figli. Le mani del padre sul figlio nell’accendere una sigaretta, quelle con la figlia al supermercato quando cadono le monete, quella del marito della sorella di Fabio quando c erca di consolare lei, le mano dello zio che consola l’educatore e non sa che è il nipote, quella mancata di Fabio al padre quando lo tira fuori dall’acqua (non lo prende per mano ma per i polsi, quasi una sorta di pudore in un gesto così normale).

    E poi il ghigno finale davanti al carabiniere che gli chiede se conoscesse chi fosse il morto. “E’ mio padre”…dice Fabio , con orgoglio e rabbia. In quel momento l’esistenza di una vita si materializza in un attimo. Non importa più se non è mai stato preso in braccio dal padre…Poco prima sorrideva con lui in macchina. Un sorriso arrivato tardi…ma pieno di tutto.

    Quante vale un legame tra padre e figlio? Cosa può dividerlo.

    All’inizio del film, all’arrivo in carcere del padre, Fabio lo incrocia scendendo le scale….non sa ancora chi è, ma si volta indietro a seguire il nuovo arrivato. Sangue che chiama sangue.

    Nel film forse, qualche scena un pò debole. I dialoghi con la ragazza forse sono troppo superficiali rispetto al dramma principale. Ma la vita è fatta così. Momenti ingenui ed emozioni vibranti.

    Colangeli è un mostro di bravura. Intenso, vero, perso e istintivo.

    I suoi occhi tradiscono la vita.

  4. Alessandro
    4 Dicembre 2009 a 10:18 | #4

    Accidenti!

    Un film che ti entra dentro e si fa spazio tra le cose che non dimenticherai. Inquadrature che suggeriscono complicità e dialoghi carichi di spunti di riflessione. “Era mio padre”. Poi si riaccendono le luci e hai ancora negli occhi il dramma, letteralmente spazzato via da una convivialità inaspettata. Inaspettata per me che conosco pochissimi dei Visionari con cui ieri ho condiviso una serata bellissima.

    Grazie a tutti.

    PS: Olio novello e pane di Lariano… slurp! :-P

  5. Piero Nussio
    4 Dicembre 2009 a 12:56 | #5

    Cari visionari,

    propongo una nuova definizione del cinema, come “quellarte che va da Ophuls a Angelini”, intendendo con ciò tutto il cinema, tutte le opere su pellicola, dalle vette compositive di Max Ophuls fino agli abissi para-emotivi di Alessandro Angelini.

    Ho trovato la frase finale di una recensione del suo secondo film (“Alza la testa” con Castellitto), fatta da Federico Gironi per Coming Soon:

    -invece di approfondire quanto accennato fino a quel momento, procede per accumulazione e sovrapposizione di temi, storie e drammi, con modalità purtroppo retoriche e scontate, e senza avere la capacità di raccontare fino in fondo perfino questi “nuovi” interessi. E “Alza la testa” si trasforma allora nell’ennesimo film italiano che racconta dei soliti dolori e sofferenze, che parlando di tutto (dal ruolo di padre all’immigrazione clandestina passando per quanto citato e molto altro ancora) finisce col parlare di nulla.”

    E mi sento di condividerla parola per parola, salvo che può riferirsi tranquillamente anche a “L’aria salata”, visto ieri al Detour per Visioni, e che mi ero felicemente perso al tempo dell’uscita in sala.

    Grazie a Visioni ho recuperato e visto film che mi ero perso precedentemente, ho avuto conferme di grandi film visti e poi dimenticati, ho riscoperto film (come “Eternal sunshine2) che avevo visto in sala, ma di cui -colpa anche di un titolo inappropriato- non avevo capito a pieno la grandezza.

    Ma, per “L’aria salata” non c’è, sfortunatamente, problema di titolo mal tradotto. Angelini è, a quanto pare uno che si interessa della boxe (ha fatto un film ed un documentario sull’argomento), e i suoi colpi allo stomaco riescono anche a dare dolore, ma si tratta solo di violenza stupida. Quella violenza stupida e gratuita di cui sono pieni i telefilm e le fiction televisive, ma che nel vero cinema non hanno mai avuto cittadinanza.

    Riempire un film di temi sociali (arricchiti, difficoltà economiche, violenza, prigione, stranieri, cinesi, droga, pestaggi, omicidi, pena, recupero, borgate, – ne scordo qualcuno?)non serve a rendere un film interessante. Qualcuno, per piacere, lo confronti con le opere di Clint Eastwood e mi dica il risultato. Magari con “Million dollar baby”, visto che ad Angelini piace la Boxe. O con “Gran Torino”, visto che Angelini parla di borgate. Ma qualcuno lo paragoni anche solo con “Via Selmi 72 – Cinemastation” (che è fatto di borgate vere, degrado, e voglia di uscirne), e mi dica il risultato.

    Un film di questo genere dovrebbe essere, per prima cosa, sincero e partecipato. Che partecipazione c’è, e che sincerità, se già la trama del racconto non regge? Tra padre e figli, chi aveva cambiato nome, e perché? Perché, solo vent’anni dopo, nessuno si riconosceva? Com?è che nessuno notava, nel carcere, il conflitto d’interessi fra padre e figlio? Il figlio sapeva, suicidio o meno del padre, che avrebbe perso il posto di lavoro per “interessi privati in atti d’ufficio? Queste sciocchezze si vedono nelle fiction televisive, dove non conta la coerenza, ma solo risvegliare gli spettatori addormentati in poltrona ogni dieci minuti con una “inattesa piega del racconto”, tanto per inserire un pò di cose e tentare di farne parlare l’indomani i giornali. È il “Metodo Bruno Vespa” all’approfondimento dei problemi sociali, diocenescampieliberi.

    E, amici Visionari, parliamo di immagini, stile e recitazione. Immagini e stile non c’erano. Punto. Beh, parliamo di recitazione. Con la lodevole eccezione di Giorgio Colangeli (l’interprete del padre carcerato), che ha una lunga carriera di attore di teatro e cinema -anche se principalmente dedicata alle fiction-, gli altri interpreti mostrano di aver studiato recitazione alla “Scuola Radio Elettra”, per corrispondenza. Il protagonista no, è un grande esperto di arti marziali e di poliziotto nelle fiction. Peccato che qui non doveva né saltare né gridare “fermi tutti!”. Già, che doveva fare? Che voleva fare? Era uno psicologo? Di preciso, che voi sappiate, che mestiere fa un “educatore” nelle carceri? Perché io, dal film, non l’ho capito.

    (L’atmosfera conviviale al “nuovo Detour”, quella invece l’ho apprezzata e capita, e fra olie e bruschette si discuteva animatamente di cinema. Anche un brutto film può essere utile da “visionare”).

  6. Luigi
    4 Dicembre 2009 a 13:07 | #6

    Finalmente abbiamo proiettato un film che al buon Piero non è piaciuto. E come al solito le sue osservazioni sono solide e inappuntabili. Da buon esperto di cinema sa dove cogliere differenze e sa dove cercare quegli errori che una sana regia e sceneggiatura devono sempre garantire.

    Per cui nulla da eccepire.

    Nessuna difesa da portare al film.

    A volte è successo però che film come Casablanca (che hanno una storia di regia e sceneggiatura insulse) diventino veri capolavori e miti per il modo in cui “ingannano” lo spettatore. “Il grande sonno” con Humphrey Bogart ha una trama incomprensibile ma la figura di Marlowe è entrata nella leggenda.

    E’ vero. Molte volte il cinema (spesso quello italiano) accusa il colpo e rapina i momenti.

    Dalla visione dell’Aria salata però si esce con un’emozione dentro. Fastidiosa ma inevitabile. Sporca ma intensa. Tuttia siamo figli e quasi tutti diventano padri.

    A me basta il ringhio finale di Fabio che non sarà certo Cleant Eastwood, ma in quel momento è un figlio perso con un padre ritrovato.

  7. Albix
    4 Dicembre 2009 a 13:30 | #7

    grazie per le presentazioni. questi films in concorso al festival di roma che genere di percorso commerciale e distributivo seguono? vanno a finire nelle multisale o seguono un percorso distributivo alternativo? beh è una semplice curiosità, forse un pensiero a voce alta. grazie comunque per le schede. saluti. albix

  8. francesco
    7 Dicembre 2009 a 16:14 | #8

    il film comincia in modo poetico.un prato non è detto che debba essere verde.se lo si guarda con faccia a terra è nero.tutto dipende da come si vedono le cose e ogni visionario ha una sua visione…quando la vita conferisce agli individui un ruolo ( il padre , il figlio,la figlia,etc.)essi vivono in un copione pirandelliano che non accetta stravolgimenti.il capovolgersi dei ruoli ( il padre che deve essere educato dal figlio…)traghetta la commedia verso la tragedia e l’aria che solitamente non è mai stata definita salata lo diventa per obbligo.per trovare una via d’uscita in un empasse che mai nessuno vorrebbe vivere ed augurare a nessuno.fortunatamente il dopo film ha conferito ai nostri palati gusti meno amari della conclusione del film.

  9. Sergio
    11 Dicembre 2009 a 21:55 | #9

    Storia dell’incontro-scontro tra padre e figlio.

    Storia di vittime, di vite spezzate.

    Di voglia di riscatto e cambiamento.

    Storia del primo giorno di aria salata di un detenuto con un finale poco condito.

    Con uno sforzo d’immaginazione e visto il tempo ancora a disposizione (87 minuti è la durata del film) si poteva concludere diversamente:

    a) Fabio viene messo in carcere con l’accusa di aver premeditato l’uccisione del padre. Unica prova di salvezza la lettera scritta dal padre alla madre che lui stesso ha bruciato.

    b) Dopo un periodo di coma il padre si salva dall’incidente d’auto e a capodanno si suicida in carcere dopo aver appreso dalla televisione che Fabio è stato squalificato per doping dopo la vittoria della maratona di San Silvestro di Roma.

    c) il padre per orgoglio rinuncia al pentimento ed alla semilibertà, decide di restare in carcere e di trascorrere gli ultimi anni in solitudine, con la compagnia del cucciolo regalato (riciclato) dalla fidanzata di Fabio.

    d) il padre si pente e denuncia il futuro suocero di Fabio (boss mafioso) quale mandante dell’omicidio, ottiene il regime di protezione dei collaboratori di giustizia… per ritorsione Fabio e la sorella vengono trucidamente assassinati.

    e) Cristina, la sorella di Fabio, si pente e racconta che il gesto del padre è stato organizzato da lei per uccidere il vicino di casa amante della madre. Il padre si ricongiunge in carcere con la figlia.

    f) Fabio convince il padre a pentirsi per avere la semi-libertà, la sorella Cristina ad riavvicinarsi al padre (visto che ha goduto insieme alla madre dei risparmi rubati al padre quando era in carcere) e il suocero a trovargli un lavoro… così tutti vissero felici e contenti.

    g) Dopo la morte del padre Fabio decide di cambiar lavoro. Dopo un periodo di stage con il suocero entra in una multinazionale ad occuparsi di formazione professionale. Ottiene il posto di responsabile delle risorse umane con l’obiettivo di ridurre in breve tempo un terzo delle teste (ma questo è un altro film).

  10. Tano
    26 Dicembre 2012 a 23:36 | #10

    Sto approfittando dei giorni di “festa” per guardarmi alcuni film proiettati nel passato e rileggermi i commenti. L’obbiettivo è quello di vedere film che avevo perso, cercando di mettermi a “paro” e leggere i commenti per comprendere meglio i miei nuovi “soci”, soprattutto quelli con cui mi sono confrontato in occasioni delle più recenti programmazioni (la mia “Visione” d’esordio risale soltanto al 5 gennaio di quest’anno ed il mio battesimo di fuoco fu “La canzone più triste del mondo”. Nel pomeriggio ho visto “Balzac e la piccola sarta cinese”, spinto dal commento-presentazione di Luigi, e stasera, dopo cena, “L’aria salata”. Ne parlato un po’ con mia moglie e poi abbiamo letto i commenti: tutti molto natalizi e felici di aver mangiato pane ed olio certamentei molto gustosi. Tutti, tranne il commento di Piero e, a chiusura, quello caustico di Sergio.
    Mi sono ritrovato perfettamente nell’analisi di Piero, che con raffinata lucidità definisce il film di Angelini: tutte le argomentazioni sono asciutte e perfettamente coerenti, nulla c’è da aggiungere, se non un ringraziamento a Piero e all’ottima interpretazione di Giorgio Colanceli, che meritava certamente miglior sorte (anche nel film).
    Ci vediamo a Lanuvio.

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