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LA CRITICA SI GUSTA DOPO IL FILM

Invio un interessante articolo di Escobar…a mio avviso illuminante,
specie per come ci poniamo, noi fruitori, nei riguardi delle opere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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  1. Sandro
    7 Novembre 2009 a 7:31 | #1

    A QUESTO PUNTO SIAMO DIVENTATI TUTTI CURIOSI DI QUESTA INCAUTA RECENSIONE. SONO ANDATA A SCOVARLA SUL WEB. IL FILM L’AVEVO VISTOM QUALCHE ANNO FA…

    Ricominciare? A questa domanda, implicita, deve rispondere Marie (Charlotte Rampling). Una mattina d’estate, nella luce chiara d’una spiaggia atlantica, la sua vita si interrompe. Era addormentata sotto il sole, cullata dal rumore quieto delle onde e da rade grida di giochi lontani, e ora guarda l’oceano. Ancora non sa che, per sempre, questo istante segnerà per lei il confine tra l’antica serenità e una nuova interminabile pena. Poi, senza scampo, la sua nuova condizione le si scopre. Ma è così crudele, questa condizione, che in lei subito se ne stempera la verità.
    È davvero morto, il suo Jean (Bruno Cremer)? E lei che cosa deve fare, ora? Deve ricominciare a vivere, appunto? Da qui, da questa angoscia sospesa, prende inizio in senso forte Sotto la sabbia (Sous le sable, Francia, 2000, 96’). E infatti, quando comincia a girare, François Ozon ancora non sa quali saranno le risposte di Marie. La sua sceneggiatura è pronta solo per la prima metà. Poi, man mano che le riprese si susseguono, le cerca e le trova, quelle riposte, insieme con lei: attraverso la sua pena, il suo lutto rifiutato, il suo desiderio, il suo amore e il suo timore.
    Nella sequenza d’apertura, di Jean e di Marie e del loro rapporto Ozon dà una descrizione tanto indiretta quanto completa e profonda. Andando in auto verso la loro casa estiva, nelle Landes, i due non scambiano che poche parole. Lui è assente, rassegnato a un ruolo, anche nel senso teatrale del termine. Al di là della rappresentazione, appunto, è evidente una sua silenziosa noia di vivere, e anche una perdita d’interesse per Marie, per quanto nascosta da una radicata consuetudine d’affetti, da una tenerezza diventata ormai stile di vita. Basta che la macchina da presa lo inquadri seduto su un divano ancora coperto con un panno bianco, perché la sua stanchezza risalti sullo sfondo uguale dell’abitudine.
    Lei è diversa, certo. Il suo affetto per Jean si mostra fin nei particolari, nei gesti minimi, negli sguardi. Insieme però si mostra la sua incomprensione della stanchezza di lui, e forse la sua illusione d’esserne riamata con la stessa quieta certezza. E tutto questo – l’affetto insieme con l’incomprensione e l’illusione – è ciò che il caso arriva poi a sconvolgere.
    Perché Marie continua a vivere come se Jean fosse ancora con lei? La sua non è una fuga dalla realtà in senso pieno. Molti particolari suggeriscono che lei conosca ma non voglia riconoscere la verità. Che senso avrebbe, sennò, il suo confidargli l’incontro con Vincent (Jacques Nolot) come per averne un giudizio e, forse, un aiuto? Non è follia, la sua, ma un’attiva autoillusione, un’allucinazione cercata e, per paradosso, addirittura consapevole.
    Da un lato la vita le si offre ancora, con il fascino d’ogni nuovo inizio. Dall’altro, il prezzo da pagare per chiudere il passato, comporterebbe sia la fine dell’amore per Jean – e dunque delle quieta certezza che gli si accompagna -, sia il coraggio di vedere l’antico rapporto con occhi disincantati. E allora potrebbe anche capitarle di scoprire di aver avuto al suo fianco per anni un uomo assente, senza mai averne avuto sospetto (come le dice la madre di Jean, per farle del male).
    È coraggiosa, Marie. Ma è anche fragile. Il coraggio la porta ad affrontare la nuova storia con Vincent senza remore, con il gusto e l’orgoglio del proprio desiderio, e con la dignità d’una donna che non si lascia scegliere ma sceglie. D’altra parte, posta di fronte alla nuova possibilità di vita e al ricordo dell’antica, nel suo stesso corpo vive la propria fragilità emotiva. Con chi fa l’amore? Con Vincent o con il fantasma di Jean? Sono di questo o sono di quello le mani che sente addosso? Rispondere significherebbe decidere: in senso etimologico, significherebbe tagliare via da sé una metà della propria storia di vita, il passato o il futuro.
    Con coraggio, di nuovo, Marie affronta la decisione. Se davvero Jean è morto e se davvero lei deve riconoscerne la morte, quale migliore occasione del cadavere ritrovato in mare, che la polizia suppone sia il suo? E infatti lei chiede e pretende che glielo mostrino: che gliene mostrino la morte nella più estrema e definitiva delle condizioni. Solo così, solo pagando questo prezzo, può sperare di ricominciare. E però tutto questo non le è sufficiente: più del suo coraggio vale per lei la sua fragilità.
    Di che cosa è poi fatta, questa fragilità? Forse d’una fedeltà invincibile, d’un amore ancora ben vivo. O forse del timore che ne svanisca l’illusione. In ogni caso, la risposta sta “sotto la sabbia”, nel cuore di Marie che corre sulla riva dell’oceano verso una figura lontana, vana come un fantasma, dolce come la memoria.
    Da Il Sole-24 Ore, 27 Maggio 2001

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