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VISIONI – Midnight – la signora di mezzanotte [43]


La signora di mezzanotte (Usa 1939)

Un film di Mitchell Leisen. Con Claudette Colbert, Don Ameche, John Barrymore Titolo originale Midnight. Commedia, b/n durata 95 min.

Rimasta a Parigi senza soldi, una ballerina americana (C. Colbert) che si fa passare per contessa ungherese, è ingaggiata da un ricco aristocratico (J. Barrymore) perché seduca il mondano corteggiatore di sua moglie (M. Astor). S’intromette un tassista (D. Ameche), già conte russo, innamorato della ballerina che si spaccia per suo marito. Scritta da Billy Wilder e Charles Brackett, passa per una delle migliori commedie hollywoodiane degli anni ’30: un perfetto meccanismo da orologeria con una leggera brezza di follia, un fondo di cinismo. Recitata benissimo

 

 

 

Mitchell Leisen

(6.10.1898 – 28.10.1972)

 

Regista statunitense. Grande professionista, metodico e scrupoloso, comincia a lavorare a Hollywood come costumista per C.B. DeMille (Maschio e femmina, 1919), E. Lubitsch (Rosita, 1923), R. Walsh (Il ladro di Bagdad, 1924). Leisen era un sontuoso architetto di interni. Dalla fine degli anni ’20 si dedica alla scenografia di alcune sontuose produzioni di DeMille, quali Il Re dei Re (1927), Madame Satan (1930), Il segno della croce (1932). Il suo innato senso dello stile è evidente anche nell’attività di regista. Comincia a dirigere nel 1933 e in ogni suo film si impegna per ottenere uno splendore formale che in alcuni casi compensa la debolezza del materiale assegnatogli. Mette in luce la sua abilità nella commedia tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40, grazie alle sceneggiature di P. Sturges (Che bella vita, 1937; Ricorda quella notte, 1940), C. Brackett e B. Wilder (La signora di mezzanotte, 1939; La porta d’oro, 1941). Notevoli anche A ciascuno il suo destino (1946), Amore di zingara (1947) e Non voglio perderti (1950), che ne confermano la fama di regista di donne.

 

Gradevole commedia, piena di situazioni divertenti e paradossali, intricate e apparentemente senza sbocco, che poi invece si risolvono in modo imprevedibile. La verosimiglianza non è un parametro a cui pensarono regista e sceneggiatori, ma siccome l’obbiettivo del film non è il realismo ma il divertimento e l’intrattenimento (con molta intelligenza, però), neppure ha senso preoccuparsene. I momenti esilaranti non mancano, le trovate fioccano, la fantasia regna sovrana… Insomma, non c’è un momento di noia. Naturalmente domina il tema che chi si ama alla fine si trova, anche se dopo le più intricate e improbabili vicende.

Con le idee usate in una pellicola come questa oggi ne tirano fuori una decina di mediocri. Cosa volete… Erano altri tempi! Dispiace solo che quasi nessuno oggi si prenda la briga – e di certo il gusto – di (ri)guardare questi gioielli del divertimento.

 

 

 

Un genere da riscoprire

Commedia brillante, la gioia di vivere

Dagli anni ’30 di Hollywood i film scacciapensieri

 

di Pino Moroni (tratto da Cinebazar)

 

Negli anni Trenta il cinema americano ha prodotto una serie di capolavori irripetibili, soprattutto nella commedia brillante. Eppure la società veniva fuori a fatica dalla depressione che dal 1929 che aveva impoverito la maggior parte della popolazione.Alcuni titoli, tra i film di questi anni trenta:

"È arrivata la felicità" di Frank Capra (Mr. Deeds Goes to Town, 1936)

"L’impareggiabile Godfrey" di Gregory La Cava (My Man Godfrey, 1936)

"Incantesimo" di George Cukor (Holiday, 1938)

 

Sono film che parlano di ricchi che donano tutto ai poveri, di poveri che si riscattano facendo capire ai ricchi la relatività del denaro, e di ricchi superficiali e oziosi messi a posto da giovani brillanti ma spiantati. Dietro questi titoli c’è un intero filone, che sceneggiato da geniali autori e diretto dai migliori registi dell’epoca, ha lasciato una traccia importante nel panorama cinematografico.Sono, per dirla in soldoni, tutti film da quattro stelle.Tirando le somme di cento anni di cinematografia forse è il genere d’epoca, al di là degli Oscar ottenuti, più riuscito di ogni altro. Capolavori della commedia brillante, perfettamente ideati da Robert Riskin, Morrie Ryskind a da Donald Egden, magistralmente diretti da Frank Capra, Gregory La Cava e George Cukor e ottimamente interpretati da Gary Cooper, Jean Arthur, William Powell, Carole Lombard, Cary Grant, Katharine Hepburn.

 

Con una gioia di vivere che veniva trasmessa allo spettatore, per alleggerirlo dei gravi problemi quotidiani e renderlo allegro almeno per una sera.Film deliziosi, ironici e sarcastici, ingenui e generosi, idealistici, ma anche realistici, quasi una commedia all’italiana ante littera. Eppure di problemi in quell’epoca ne erano piene le case e le strade e i luoghi di lavoro ed il tempo del divertimento povero.Epoca di carestia, ma epoca creativa e felice.Il film diventava liberatorio per gli affanni quotidiani, educativo per il vivere sociale e contagioso per lo spirito di solidarietà.Un luogo comune è che la civiltà del benessere ci ha oppresso, intristito ed appiattito ad una vita senza più stimoli, senza più futuro.

 

 

 

Fuori dai luoghi comuni, se i produttori invece di darci sequel di film pesanti, oscuri, cattivi, paurosi, senza speranze, rivitalizzassero questo filone, il genere brillante, lo spettacolo ne avrebbe solo da guadagnare.E se usassero di nuovo l’ironia, il sarcasmo, gli equivoci e gli idealismi, con garbo, intelligenza ed abilità, sensibilità ed idee, con bravi registi, sceneggiatori e attori, forse potremmo ancora amare il cinema.

E non saremmo costretti a pensare -come invece pensiamo ora- che il cinema è finito, ed il futuro è solo delle serie televisive, tutte uguali e tutte di una tristezza mortale.

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  1. Piero Nussio
    14 Ottobre 2009 a 15:57 | #1

    Centosette e settantuno

    107

    Centosette (107) è un numero nontotiente, e questa non è una grande notizia perché tutti i numeri dispari sono nontotienti ad eccezione dell’1.

    Casomai può essere più interessante sapere che il 107 è un numero primo, per la precisione il ventottesimo numero primo. E che in chimica, è il numero atomico del Bohrio (Bh), un elemento transuranico ottenuto dai russi nel 1976 bombardando il Bismuto (Bi).

    Può, casomai, essere anche interessante sapere che nel 107 d. C. l’imperatore Traiano ricevette un ambasciatore dall’India e finì di dividere la Pannonia in due stati, separando così -fino all-impero austroungarico- Vienna da Budapest.

    Ma, per i cinefili militanti, “107″ è il nuovo numero civico di via Urbana dove ha sede – più bello e più grande che pria- il mitico cineclub Detour.

    Divenuta oggi molto più equo e solidale, la sala del Detour sfoggia da pochi giorni le consuete poltroncine rosse che, però, nel bianco nitore della nuova sala brillano di una carminea luce propria.

    Per di più, se la vecchia sala si poteva definire “balconata”, per la cavità che correva parallela alla sua lunghezza (ed era indubbiamente comoda per appoggiare caschi da moto, libri e soprabiti), la nuova sala è degnamente “arcata”, per le costolature a sesto ribassato che la percorrono in senso trasversale, dando magnificenza all’insieme.

    Se vi si aggiunge una lignea pedana digradante, che conferisce imponenza e visibilità anche agli ultimi posti, ed una biglietteria “ad affaccio” con cassa bipartita, si avrà una prima idea di quale gustoso regno del cinefilo sia stato ricavato dalla disgrazia dello sfratto dal precedente locale.

    Ed utilizzo il termine “gustoso” non per caso, giacché la struttura ha sede presso l’Oasi urbana (spaccio di delizie equo-solidali), dove lo scaltro cinefilo può dotarsi di sapida liquerizia calabrese, biscottini di grano duro, delizie al miele, giuggiole salentine, ed altre fusaje che gli accompagnino piacevolmente la visione.

    A proposito di Visioni, il 13 di ottobre (dunque con un solo giorno di ritardo rispetto alla scoperta dell’America) si apriva l’anno accademico 2009-2010 del glorioso sodalizio, con la scoperta – per molti, forse per quasi tutti- dell’opera del regista americano Mitchell Leisen, che nel 1939 già sapeva come si dovevano fare degli ottimi film, soprattutto ricorrendo a sceneggiatori del calibro di Billy Wilder e ad attori come John Barrymore, che sapevano recitare di soli occhi.

    Questa scoperta, ottenuta grazie ai ricercatori di Visioni, getta una luce sinistra sulla teoria dello sviluppo umano e del progresso delle genti: se già nel 1939 si facevano dei film così belli e divertenti, com’è che nel 2009 si producano dei film insulsi come Baarìa e delle pellicole (veramente vomitevoli) come Barbarossa?

    A proposito di esseri insulsi e vomitevoli:

    “71″

    Il 71 è il ventesimo numero primo, è il grado algebrico della “costante di Conway”(legato a complesse ipotesi cosmologiche), è l’anno in cui i romani fondarono la città di York e il principe cinese Liu Ying si convertì al buddismo.

    Ma, soprattutto, nella smorfia napoletana il settantuno (71) è l’ommemé (uomo spregevole).

    E non definireste voi “spregevoli” persone che preferiscono raccogliere delle olive piuttosto che assistere ad un capolavoro come «La signora di mezzanotte» E non lo definireste doppiamente spregevole visto che il suddetto si auto-definisce “amante ed esperto della commedia americana d’anteguerra”, e che un suo contributo critico è addirittura riportato nella scheda di Visioni?

    E come definireste altrimenti Gianni il bradipo, che pur con indubbi meriti toneristici e Visionari ante marcia, rimane in letargo, intrappolato nei freddi paesaggi dell’era glaciale?

    E potreste voi aver fiducia di Margherita, che preferisce un’assemblea di condominio al cineclub, o di Angelo, che pur di simulare una giustificazione, si fa spedire a Piacenza.

    Passi per Procopio al lago di Bracciano (troppo infido per prestargli un ascolto) e Janusz oramai disperso in Padania, ma che giustificazioni possono avanzare Anna, Lorenza, Stefano Buscapè, il fantasma di Marina?

    Forse non sapevano del “107″ ed hanno continuato ad andare al 47 (“morto che parla”). Lì hanno disperatamente bussato per tutta la sera sulla serranda abbassata. Fosse così li perdoniamo, se non altro per il fastidio che avrebbero provocato col loro battere ai clienti (odiosi e famosi) dell?odioso ristorante accanto (che Dio strafulmini il proprietario quando compilerà il primo conto di un tavolo posizionato nell’ex cineclub).

    “28″

    Ventotto può allora rappresentare il numero dei Visionari che, viceversa, hanno sentito l?obbligo morale (ed soprattutto il piacere) di partecipare ad una gran bella serata di cinema.

    Tra questi -è ovvio – Luigi, grande smacchiatore di dischi ottici con l’acetone ed ispiratore-fautore di questo intervento di denuncia.

    Sandro, coltivatore di kiwi e di amicizie, non poteva nemmeno lui mancare, col suo contorno di buonismo veltroniano oramai fuori tempo, ed i suoi interessi che spaziano dal teatro agli spaventapasseri.

    Francesco Maria dei cannoli, Ambra elettrica, Maurizio demotorinizzato, Sergio non-ho-tempo (è apparso, ha visto ed è fuggito -come Giulio Cesare- ma almeno lui c’era), Laura, e tanti altri a godersi cinema-pizza-e-blog. Alla faccia di chi non c?era, di chi aveva fretta, di chi aveva un impegno irrinunciabile.

    L?anno accademico 2009-2010 di Visioni, il quarto a partire dalla fatidica data 4 maggio dolls che aprì i lavori visionari ed il primo anno cinefilo 2006-2007, segna un gradito ritorno, quello della libreria di via Piave.

    Nel loro ormai famoso scantinato, che segnò i fasti pasoliniani di Mamma Roma e quelli bibliofili di Fahrenheit 451, addirittura si punta a Max Ophuls, che è tanto difficile da scrivere quanto facile da amare.

    Vediamo se ai “28″ si uniranno gli altri, o se si dovrà addirittura utilizzare il “142″ (71+71, uomo doppiamente spregevole)!!

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