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VISIONI – EFFETTO NOTTE [40]

La nuit  americaine [intervista a François Truffaut]

 

"Ho dedicato ‘La nuit americaine’ alle sorelle Lillian e Dorothy Gish, le due prime   vere attrici del cinema, ma ho soprattutto pensato alla canzone "Moi, j’aime le music-hall" nella quale Charles Trenet elenca con garbo e ironia tutti i cantanti in voga. Ho girato ‘La nuit americaine’ con questo spirito, con la volontà di far entrare il cinema in un film, sì, il cinema in un film, e di farcelo entrare da tutti i fori della pellicola. Moi, j’aime le cinema ".

                                                                                 [F. Truffaut]

 

Cosa l’ha spinta a girare ‘La nuit americaine’?

Perché un film sul cinema? Perché l’avevo in testa da tempo. E ho l’impressione di aver aspettato tantissimo a farlo; con la stessa disposizione mentale con cui, per esempio, ho girato film dedicati ai libri in genere, come ‘Fahrenheit’, o a un libro particolare, come ‘Les deux anglaises’. Il mestiere del regista è misterioso per tutti: lo avvertiamo dalle domande che ci rivolgono e alle quali facciamo fatica a rispondere. Durante la guerra chiesi a un adulto: «In quanto tempo si fa un film?» E lui mi rispose: «In tre mesi»

Ecco, così appresi che ciò che succede sullo schermo in due ore era girato in tre mesi. Ma all’interno di questi tre mesi tutto è mistero. A dir la verità, ogni volta che giravo un film pensavo a quanto sarebbe stato interessante fare un film sul cinema, per la semplice ragione che in fase di lavorazione accadono sempre cose sbalorditive, buffe, curiose, interessanti, ma di cui il pubblico non godrà, perché avvengono al di fuori della macchina da presa. Ci si rende meglio conto della bizzarria delle riprese quando come interprete principale si ha un attore che non ha mai girato prima; si scopre la stranezza di questo mestiere attraverso i suoi occhi e più ancora la si scopre se si tratta di un bambino. Ricordo di essermi recato in visita sul set de ‘La Baie des Anges’ (La grande peccatrice – Ndr.), che Jacques Demy stava girando con Jeanne Moreau. C’era un ragazzo, Claude Mann, alla sua prima esperienza cinematografica; in una scena, doveva entrare in una stanza d’albergo con Jeanne Moreau e accendere la luce. Al momento di girare, quando mise la mano sull’interruttore, si rese conto che non era lui ad accendere la luce ma un elettricista fuori campo; scoppiò a ridere, e dovettero ripetere la scena. Ecco, mi ricordo questo incidente come una cosa molto buffa: è la scoperta del cinema. lo l’ho avuta con Jean-Pierre Léaud, ma devo dire che la scoprivo anch’io con lui, nei ‘400 coups’, e ho ritrovato questo gusto della scoperta con il piccolo Cargol in ‘L’enfant sauvage’. E’ in questi momenti che ci si rende conto che c’è qualcosa di meraviglioso nella pratica quotidiana di questo lavoro. Merita un film, perché questo mestiere, che è prezioso nel suo insieme, nei dettagli è costantemente sorprendente

 

(continua……)

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  1. Sergio
    9 Aprile 2009 a 20:57 | #1

    Invito tutti ad inviare mail di solidarietà agli amici del Detour affinchè il cineclub possa continuare la sua attività culturale.

    ‘aiutiamodetour@gmail.com’

  2. Luigi
    11 Aprile 2009 a 8:51 | #2

    In questi giorni durante l’ascolto di una puntata di “Hollywood Party” (trasmissione radiofonica quotidiana sul cinema), si è parlato dei cineclub e delle varie iniziative per non farli scomparire. Tutto questo amore per il cinema, quello delle sale di una volta e dei film che “non si possono non vedere”, vive nelle nostre serate, non ultima quella di giovedì sera, durante la proiezione del film di Truffaut. Il film francese, ultimo di una trilogia sul cinema proposta al Detour, si è divertito con noi (e con se stesso) su come, pur se impegnativo, la nascita di un film sia generata da incontri di persone diverse, con i loro difetti e pregi, dai ritmi non sempre prevedibili delle lavorazioni ma tutto così speciale, irripetibile, unico, concedendo ai protagonisti di vivere un’esperienza privilegiata che darà loro una fetta di immortalità.
    Quello che però volevo sottolineare è che quella ventina di persone che erano in una sala romana, di un cineclub che in questi giorni vive ansie di sopravvivenza sono una garanzia di speranza sulla voglia di vivere ancora certi film “sentendosi un pò speciali”.
    In giorni di tristi eventi, mentre il ristorante accanto al Detour è frequentato da gente cosidetta “trendy” (per la cronaca il ristorante “ingoierà” le sali attuali del cineclub), mentre questa società è sempre più dominata “dall’apparire” e da “l’importante è esserci”, noi ci salutavamo al termine della visione felici ancora una volta di aver visto insieme un “nostro” film. L’immagine di Sergio che abbassava la sarracinesca del Detour e a piedi tornava a casa con sotto al braccio un vecchio poster di una rassegna su Truffaut, mi sembrava quasi una scena surreale. Ma faceva bene agli occhi e al cuore.
    Grazie Truffaut, grazie ai visionari, w i cineclub.

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