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VISIONI: VIALE DEL TRAMONTO [39]

Il più caustico e sardonico film nero sul mondo di Hollywood. Melodramma amarissimo con risvolti da horror e sottofondi da commedia. Alcune memorabili scene tra cui la partita a carte con B. Keaton. Sapiente regia: una pietra miliare nell’itinerario di Wilder. Splendide interpretazioni. Su 9 nomination agli Oscar vinse quelli per la sceneggiatura e le musiche (F. Waxman).

Il Farinotti

Viale del tramonto si direbbe niente di più di un film ispirato alla cronaca, se questa cronaca invece di respingere non affascinasse per un suo senso segreto di allegoria, se non toccasse la tragedia nobilmente. È una tragedia dei nostri giorni, con eroi in pantofole (la protagonista è una Didone dei quartieri alti), ma con quanta pietà questi eroi sono visti e raccontati! Siamo al trionfo dell’intelligenza, non dell’estro, al prodotto di una rara capacità di osservazione e di giudizio. Billy Wilder e Charles Brackett, sceneggiatori (e il primo anche regista) di Viale del tramonto, non si impongono a prima vista come autori di eccezionali mezzi. Le storie del cinema li ignorano quasi, quando non li mettono, magari col nome sbagliato, nella lista dei “commerciali”. Presso i critici non hanno migliore fortuna. Billy Wilder e Charles Brackett non sono infatti dei “poeti” nél senso che solitamente si dà a questa parola negli studi; vogliamo dire che non giocano con il cinematografo, non ne fanno una fonte di soddisfazione estetica, non tirano a meravigliare e soprattutto non fanno propaganda. Fanno dei film. Qualcuno mediocre, altri buoni, due ne hanno fatti stupendi. Il primo era Giorni perduti (1945) e l’altro è questo, interpretato da Gloria Swanson e da Eric von Stroheim. Davanti a film di tale forza, lo spettatore ha la sensazione che il cinema non sia uno spaccio polemico, un prontuario poliziesco e sentimentale, ma un’arte. Tuttavia, ripetiamo questa sensazione non si ha a prima vista, perché i due amici scrivono e dirigono in prosa, in uno stile semplice, che rasenta l’anonimo. E amano i loro personaggi e le loro storie al punto di studiarseli con calma, di riviverli. Le qualità dei due autori sono dunque di un ordine poco appariscente, che si amano però maggiormente quando si capiscono: la reticenza, l’incisività, l’humour: le qualità dei buoni narratori. Viale del tramonto ha difatti l’impianto e i personaggi di un romanzo, le sue pause e le sue riprese. Fate pure i nomi di Graham Greene, se volete, o di Evelyn Waugh e ricordate la appassionata logica del primo e la disperata satira del secondo. (O è forse meglio lasciare ad ognuno i suoi meriti e convenire che tra la macchina da presa e lo schermo c’è più filosofia di quanto non si crede?) In questa cronaca di omicidio, Billy Wilder e Charles Brackett hanno scoperto un “mondo perduto”, il mondo degli attori che vivono melanconicamente fuori della ribalta. Nella loro immaginazione questa ribalta è tuttavia pronta a riceverli e ad applaudirli come una volta. Niente è più duro a morire di un sopravvissuto, e niente, in un mondo che apprezza soltanto la fama quotidiana, è più vano della fama trascorsa. La lotta che l’attrice tramontata inizia contro se stessa, non può finire che con la tragedia. Ora, ciò che ammiriamo maggiormente nel film di Wilder è l’asprezza dell’azione, quel marciare appunto verso la tragedia senza sfiorare il melodramma. Mai un tentativo di adattarsi al gusto corrente, al dolorismo, al sentimentalismo cinematografico, ma un racconto penoso e umoristico, come del resto è la vita stessa, specie la vita dei grandi eroi superati. Si possono contare a decine i punti toccati con una commovente ironia in questo film: il seppellimento della scimmia, la festa di capodanno in casa della diva, la passeggiata in automobile, la visita agli studi Paramount e soprattutto (ma qui bisogna sottolineare l’interpretazione di Gloria Swanson, che ritorna davvero da grandissima attrice), la sua imitazione di Charlot, il tentativo di suicidio, l’ultima scena della follia. Pensiamo che non si possa vivere, o rivivere, più intensamente un personaggio. Attenzione, poi, a von Stroheim. Wilder non poteva fare una scelta migliore, perché ha scelto, non sappiamo se involontariamente, il suo maestro. In questo mischiare la realtà alla finzione, in questo mettere nei panni di due “tramontati” due grandi che sembrarono davvero aver detta l’ultima loro parola, c’è un giuoco che va oltre l’ironia, e si avvicina invece alla ammirazione e all’affetto: ed anche per ciò il film acquista merito ai nostri occhi.

Da Il Mondo, n. 11, 17 marzo 1951

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  1. Sandro
    11 Marzo 2009 a 11:39 | #1

    Viale del Tramonto: dietro la storia

    Abbiamo parlato altre volte dei piaceri del secondo livello della ‘visione’, dell’analisi della scrittura filmica, al di là della vicenda raccontata.
    Come ben sanno coloro che scrivono racconti e ancor più dialoghi, la realtà, spiattellata così com’è sulla pagina scritta o sullo schermo, risulta irrimediabilmente noiosa. Non so chi diceva di provare trascrivere il dialogo tra due persone. Risulterebbe prolisso e in definitiva sgradevole. Di fatto, per proporli al lettore / spettatore, la storia e i dialoghi vanno decostruiti, prima scomposti e poi rimessi insieme; ed è un’arte difficile.

    Una novità di rilievo degli ultimi anni, dall’avvento dei contenuti speciali nei DVD è – anche – quella di mostrare i meccanismi dell’intreccio. Grazie a Luigi che ha condensato con estrema fluidità in meno di dieci minuti le due ore e mezza dello speciale di Volker Schlöndorff su Billy Wilder, abbiamo avuto ieri sera dalla viva voce dell’autore (regista e anche sceneggiatore insieme a Brackett) un assaggio delle difficoltà del raccontare.
    Non so se era la prima volta, ma certo una delle prime che al cinema è il morto a narrare la storia . Poi verranno epigoni famosi, sia letterari – Amabili resti, per esempio, della Alice Siebold, con quell’incipit folgorante: – Mi chiamo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973 – che cinematografici: American Beauty, di Sam Mendes, per citare uno dei più noti.
    Ma l’idea originale dell’io narrante defunto – ci diceva in uno strano miscuglio di americano e tedesco (altra sorpresa!) il faccione di Billy Wilder – ha dovuto essere riveduta e corretta, perché il racconto troppo diretto dal parte del morto, con il cartellino del nome legato all’alluce, come si usa nelle morgue, risultava indigesto al pubblico e anche ridicolo, cioè fuori registro con il tono drammatico del film. Quindi necessità di revisione dell’inizio del film (non del finale, come più spesso succede!) dopo la proiezione d’assaggio.

    Certo, poi il film ha dato molte altre idee ed emozioni… Ma qui si vuol contribuire, ciascuno nel proprio piccolo – per le sue specificità e conoscenze – alla più appropriata fruizione dell’insieme. Una miglior ‘Visione’, no?

  2. Luigi
    13 Marzo 2009 a 16:32 | #2

    Rivedendo il film pensavo: “Quand’è che un film diventa un capolavoro”. E mentre riflettevo mi accorgevo che la risposta era davanti a me, sullo schermo. E’ risaputo che il film di Wilder è una colonna portante del mito cinematografico ma è nel rivederlo con attenzione che ci si accorge di quanta cura e genialità ci sono.

    Mi piacciono i dettagli. Oltre alla fluida e perfetta sceneggiatura (non una parola sprecata, non una parola in più), oltre alla maestosa interpretazione di Gloria Swanson (che di fatto recita se stessa), i dettagli catturano sempre la mia attenzione.

    Le due uniche parole di Buster Keaton: “Passo!…Passo!” mentre gioca a bridge. Andate a rivedervi il secondo “Passo” che dice e troverete nella sua mimica facciale tutta la sua silente comicità.

    L’imitazione della Swanson di Chaplin: perfetta, una delle migliori mai viste, unica.

    Norma Desmond seduta sulla sedia delle regia di De Mille (ma quanto cinema che gioca al cinema c’era nel film!!!!).

    Ad un certo punto le si avvicina un microfono volante, come una mosca fastidiosa. Lei si volta e lo caccia in là con uno schiaffo. In quel gesto c’è tutta la storia del film. Il muto che rifiuta il sonoro.

    E ancora. Le sigarette di Norma, il chiosare della musica sulle serrature mancanti delle porte, l’umuorismo nero del maggiordomo “von Stroheim”.

    Viale del tramonto è un film che esalta il cinema e non aveva certo intenzione, come pensavano ad Hollywood, di denunciarne il marcio.

    “Non è il cinema piccolo, è Billy Wilder che è un grande!”

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