Home > Cinema > VISIONI – PANE E FIORE [38]

VISIONI – PANE E FIORE [38]

Pane e fiore

 

(Un va Goldun – Un istante di innocenza) – di Mohsen Makhmalbaf

Iran, Francia 1996.

 

Un ex poliziotto quarantenne si presenta a Teheran al regista Makhmalbaf: vorrebbe recitare nel suo prossimo film. I due si erano incontrati vent’anni prima: il regista, allora estremista diciassettenne, aveva accoltellato lui, guardia dello Scià, con l’aiuto di un cugino ed era finito in prigione. Il film in cantiere rievoca proprio quell’episodio. Ciascuno dei due sceglie "la sua giovinezza", cioè l’interprete dei propri vent’anni. Ma durante le riprese le cose si svolgono in modo diverso.

 

(consulta la scheda completa del film)

Tag:
  1. Luigi
    18 Febbraio 2009 a 8:02 | #1

    Il tempo di una visione ha una sua ciclicità. Ieri sera a tavola, dopo la proiezione, si diceva di come, rivedendo un film, si scoprano elementi nuovi sfuggiti ad una prima lettura, per distrazione o perchè attirati da altre cose.

    Quando ho visto per la prima volta “Pane e Fiore” rimasi colpito dalla semplicità delle immagini e allo stesso tempo dalla forza dei messaggi che Makhmalbaf è riuscito ad incastrare nel suo film. La semplicità della storia, e qui si intende “la messa in scena” dei luoghi e degli attori, è accompagnata dall’intensità nell’inveire contro ogni guerra e oppressione, contro ogni abuso e violenza. “Pane e fiori”, simboli universali di comunione e fratellanza, riconoscibili in ogni parte del mondo come doni preziosi di amicizia e amore.

    Iera sera però è stato evidente (“la seconda visione illuninata”) di come il film avesse una struttura narrativa e cinematografica molto raffinata e articolata. La sequenza del racconto e delle immagini si susseguono con un’andamento temporale decisamente studiato. A quella semplicità iniziale si è così aggiunta una tecnica di montaggio e di dialoghi molto complessa ma allo stesso tempo “piacevolmente fruibile”.

    Il “pretesto cinematografico” s’impossessa di tutte le simbologie e allegorie possibili per “mediare” messaggi e desideri. Tra tutte mi vengono in mente quelle in cui si dice che “val la pena di vivere finchè esiste un’albero” e la sorpresa del giovane attore quando di ritorno in un vicolo dice ad un passante “Scusi, ma il sole è sparito? Prima c’era qui!”

    Il film dissemina, a tratti quasi in toni surreali, questi dettagli che, nell’ormai citata successiva visione, lo spettatore potrà divertirsi a cercare per raccoglierne gli splendidi contenuti.

    Chi di noi ieri sera non ha pensato per un pò di riaccompagnarsi alla propria giovinezza!

    Ma forse, pur tentati di “rigirare alcune scene”, l’avremmo sicuramente lasciata così com’era perchè dalla sua aveva la bellezza dell’incoscienza e il naturale coraggio della voglia di vivere.

  2. Piero Nussio
    18 Febbraio 2009 a 10:56 | #2

    Ho verificato i “sacri testi”:

    - Mohsen Makhmalbaf interpreta se stesso nel film “Pane e fiore”;

    - Anche la storia narrata nel film è vera, al tempo dello Sciah, Makhmalbaf era uno studente islamico e attentò a una guardia;

    - la figlia che si vede del film è la vera figlia del regista, ma non è Samira, bensì Hana. Makhmalbaf ha tre figli (due femmine e un maschio) che lavoorano tutti nel cinema; la più famosa è Samira, che il critici inglesi del Guardian considerano una delle migliori 40 registe in attività nel mondo (nessun italiano fra i 40).

    - Makhmalbaf aveva interpretato se stesso anche nel film “Close Up” di Kiarostami.

  3. Sandro
    18 Febbraio 2009 a 13:21 | #3

    LA LETTERA DAL PASSATO DI MOHSEN MAKHMALBAF

    Vedevo il film, ieri sera, e pensavo alle opportunità che il cinema – o la scrittura tout court – offrono di rivisitare il passato e (se possibile) di fare pace con esso.
    Ripensavo a qualcosa che avevo letto, in proposito, che la visione del film mi richiamava, senza riuscire ad afferrare chiaramente il ricordo. Che si è presentato stamattina (la notte porta consiglio!): sono le parole che un ‘grosso’ personaggio di Tabucchi – un avvocato corpulento e metafisico (che mi sono sempre figurato somigliante a Charles Laughton), dice al giovane giornalista che sta conducendo un’indagine:

    “…Diciamo che ci sono persone che aspettano lettere dal passato; le sembra una cosa plausibile nella quale credere?
    Lettere dal passato che ci spieghino un tempo della nostra vita che non abbiamo mai capito, che ci diano una spiegazione qualsiasi che ci faccia afferrare il senso di tanti anni trascorsi, di quello che allora ci sfuggì.
    Lei è giovane, lei aspetta lettere dal futuro, ma supponga che esistano persone che aspettano lettere dal passato – e io forse sono una di queste – e magari mi spingo a immaginare che un giorno mi arriveranno…
    …Aprirò la lettera e capirò con chiarezza meridiana una storia mai capita prima, una storia unica e fondamentale, una cosa che può accadere una sola volta nella vita, che gli dei ci concedono che accada una sola volta nella nostra vita e alla quale allora non prestammo la dovuta attenzione, proprio perché eravamo degli idioti presuntuosi.”

    [Da: Antonio Tabucchi: La testa perduta di Damasceno Monteiro; Feltrinelli (1997), p. 127*

    E’ questa esattamente l’operazione proposta dal film: rivivere una storia sepolta nella memoria per analizzarla ‘a posteriori’.
    Con una costruzione piuttosto elaborata ed intellettualistica il regista dà volto e sostanza ai suoi ricordi per rievocare un episodio della sua giovinezza; di quando lui, giovane rivoluzionario, aveva accoltellato, provocandogli per fortuna solo una lieve ferita, una guardia dello Scià. Si giova, per la messa in scena, della guardia stessa (forse vera, forse falsa) e di due belle invenzioni: due ragazzi che sono rispettivamente ‘la giovinezza del Regista’ e ‘la giovinezza della Guardia’.
    Ma il passato è ben difficile da maneggiare; la Guardia da adulto non vuole ammettere che la ragazza idealizzata per una vita gli si era avvicinata solo per distrarlo; ‘la giovinezza del Regista’ non riesce a dare la coltellata alla ‘giovinezza della Guardia’ e scoppia in lacrime; il passato viene riscritto con tutt’altra conclusione, in cui non trova più posto il coltello, ma un pane e un fiore.
    Una doppia licenza poetica, perché da una parte sappiamo che il passato non si può cambiare; dall’altra – alla luce dell’evoluzione successiva dell’Iran – che le cose, nelle generazioni successive, possono anche andare peggio.
    Ma l’operazione è meritoria di per sé: il tentativo coraggioso e volenteroso di un film che con un linguaggio originale e con pochi mezzi riesce a evocare il passato, che per tutti “è una terra straniera”. In più, in una realtà – quella dei paesi musulmani fortemente influenzati dalla religione – per noi aliena.

  4. Luigi
    19 Febbraio 2009 a 9:05 | #4

    Lettere dal passato…..il tempo perduto.

    I film scorrono nella mente…non ho potuto non pensare alla lettera di Lisa che legge Stefan nel film “Lettera da una sconosciuta” di Max Ophuls (Usa 1948). Il tempo presente per rendersi conto di un passato non vissuto e in cui però si era presenti totalmente. Il cinema dilata il tempo (o lo avvicina) rendendo possibile quel “rivivere” una vita troppo in fretta sfuggita via.

    Anche le lettere dei poveri soldati giapponesi nel recente film di Eastwood (Letters from Iwo Jima) riportano da lontano voci e pensieri mai ascoltati che lasciano quella sensazione di nostalgia e rimorso insieme per tutti gli eventi che volevamo diventassero altro.

    Quante lettere “cinematografiche” vi vengono in mente?

Codice di sicurezza: