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VISIONI – FARGO [35]

Fargo è un capitombolo continuo dell’inettitudine di squallidi uomini alle prese con eventi più grandi di loro. E anche i possibili personaggi "positivi" della storia, i poliziotti (in special modo Marge), il padre della donna rapita, i testimoni, risultano goffi, improbabili, ai limiti della credibilità. I Coen mettono in scena il festival dell’assurdo, dove tutte le figure che attraversano gli  eventi sembrano usciti dal mondo grottesco dei "Freaks" di Ted Browning.

L’incapacità ineluttabile di Jerry Lundegaard fa venire rabbia tanto è evidente è stupida. Un personaggio che non ci sta ad essere un "uomo che non c’è" (tanto per citare un altro film degli stessi registi) ma che non riesce a dimostrare altro di essere una nullità assoluta.

Non basta la neve del Minnesota a coprire le tracce di spostamenti senza né capo né coda, di tentativi di intrigo e complicità, di colpi di scena che non arrivano.

I Coen sono eccezionali nel dipingere di humor nero una vicenda drammatica che si svolge come una commedia disseminata di gags.

E non risulta simpatico nessuno perché ognuno, a suo modo, è stupidamente attaccato ad una vita senza slanci, senza passioni, senza sogni. La scena dell’incontro di Marge con il suo ex compagno di studi è emblematica sotto questo punto di vista.

La neve rende anche tutto ovattato; gli spari, gli orrendi omicidi, il sangue, l’orribile sparizione dei cadaveri triturati. L‘unico spiraglio è la considerazione di Marge al furfante catturato e a cui si rivolge tristemente dicendogli che in fondo "basta accontentarsi di un oggi qualsiasi che offrirà una fredda ma bella giornata di luce". Lei che farà felice il marito facendogli notare che il premio di avere un suo disegno su un francobollo di piccolissimo taglio è pur sempre una grande gioia.

La rocambolesca vicenda narrata è richiamata fortemente, secondo me, da altri due film. Il primo è "Cose molto cattive" di Peter Berg (Usa 1998) dove una serie di eventi improvvisi, bizzarri e sanguinosi, porta i protagonisti verso un tremendo destino. L’altro film è "Soldi sporchi" di Sam Raimi, sempre del ’98. Qui tre amici trovano una valigia piena di dollari in un aereo precipitato. Decidono di dividerseli ma i contrasti emergono rapidamente. Per di più i soldi sono il riscatto pagato per un rapimento e c’è chi pretende di averne di più.

L’atmosfera dei film dei fratelli registi è riconoscibilissima ed originale. I Coen hanno la capacità pirandelliana di "accarezzare" storie inverosimili e orribili. Quel lento dissolversi delle immagini in chiusura e aperture successive, da un respiro apparentemente lento ma attraversato da una velocità di turbamento che lo spettatore vive con il susseguirsi delle scene.

I Coen si amano, e per tolleranza democratica si possono anche odiare.

Io amo il loro cinema.

 

P.s. Un ringraziamento particolare a Pino Moroni e a Sandro per averci deliziato dopo la visione di un olio novello raffinatissimo e di sorprendente sapore dissemaninato su un pane che ne esaltava la qualità.

I titoli di coda ancora scorrevano quando i "Visionari" si rifugiavano nelle degustazioni di formaggi vari, tra la neve dei Coen e la pioggia di Roma.

 

Il contenuto della scheda del film è visualizzabile a questo link: Fargo

 

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  1. Sandro
    5 Novembre 2008 a 11:51 | #1

    IL VENTRE MOLLE DELL’AMERICA
    Ci siamo fatta una cultura negli ultimi mesi, durante il lungo e travagliato percorso di Obama verso la presidenza degli Stati Uniti, sulla ‘provincia americana’. Quel calderone di ristrettezza mentale, squallidi desideri, orizzonti bassi, violenza diffusa e spesso immotivata.
    Era la provincia americana protagonista del film dei f.lli Coen ‘Fargo’, visto ieri al Detour in scelta compagnia: i pochi che si sono sentiti di affrontare la pioggia perenne – alla Blade runner – che sgocciola e infiltra le proiezioni di ‘Visioni’.
    ‘Provincia mentale ed emotiva’ dei personaggi, a cominciare dalla ‘fenomenologia del coglionazzo’, portata in scena con geniale mimica facciale dal grande William H. Macy, non a caso proposto all’Oscar per la sua interpretazione. ‘Landa desolata’ come l’assenza di espressione dell’assassino impersonato da Peter Stormare, che prefigura già per alcuni tratti – l’atteggiamento autistico, l’ossessività, il silenzio – il personaggio riproposto da Javier Bardem in ‘Non è un paese per vecchi’.
    Ma perfino il personaggio più positivo – meno negativo! – del film, la bravissima Frances McDormand (coniugata Joel Coen nella vita reale) esibisce un minimalismo esasperato, una genialità soffocata e appiattita sulla nullità del marito – l’ennesimo coglionazzo della storia – che la ingozza, le dice ‘ti amo’ e va a pescare per la gloria di un francobollo da 10 cent (ma vince solo quello da 3 cent!).
    L’ho trovato un film geniale – attraverso un cast di attori impressionanti per aderenza ai personaggi e resa scenica – per la capacità di rappresentare l’America che i f.lli Coen hanno in testa. Un paese di pasticcioni, con troppe armi e poco cervello – …Chi ha detto Bush? …No scusate, mi era sembrato di sentire un sussurro!

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